Premio La Rondine 2025

PREMIO NAZIONALE DI POESIA LA RONDINE
Un’unica sezione per poesie in lingua italiana o in dialetto. Le poesie in dialetto vanno accompagnate dalla traduzione in italiano. Il concorrente deve partecipare per e-mail con una sola poesia a tema libero, non superiore ai quaranta versi, con riportate le generalità del partecipante.
La quota di partecipazione alle spese di segreteria per la sezione La Rondine è di 15 €. È necessario aggiungere all’email la copia del versamento effettuato in banca. Non verranno prese in considerazione le email senza l’allegato del versamento richiesto. Solo a chi non ha il computer è concesso inviare le 6 copie della poesia per posta unitamente alla certifica bancaria del versamento. Quelle con meno di 6 copie non verranno considerate.

PREMIO NAZIONALE DI POESIA FABRIZIO VACCARI – GIOVANI
Si partecipa inviando per e-mail una sola poesia, in italiano o in dialetto, a tema libero, non superiore ai quaranta versi, indicando l’età (anno e mese di nascita) e le generalità. Per chi non ha il computer, vale quanto concesso per il Premio La Rondine.
Nessuna quota di partecipazione per la sezione Fabrizio Vaccari giovani.
Se si partecipa contemporaneamente al Premio Maria Dolens, si paga la quota di 15 € di tale sezione.

PREMIO NAZIONALE DI POESIA MARIA DOLENS
Si partecipa inviando per e-mail una sola poesia, in italiano o in dialetto, ispirata alla pace o alla fratellanza tra i popoli, non superiore ai quaranta versi, riportante le generalità del partecipante, e aggiungendo copia del versamento bancario di 15 €.
Se si partecipa solo alla Maria Dolens, la quota è di 15 €. Nessuna quota aggiuntiva se si partecipa anche alla Rondine.

Le poesie devono essere inviate per e-mail al segretario del Premio:

MICHELE SALIN, VIA DON NEGRI 2, 38073 CAVEDINE (TN)
[email protected] / 3286654477

Accompagnando alle poesie inviate per e-mail la fotocopia del bonifico effettuato sull’IBAN del Gruppo Poesia 83:

IT 23 Q 08016 20804 000045025073
Cassa Rurale Alto Garda Rovereto

Saranno ammesse al concorso solo le poesie che perverranno
entro lunedì 14 aprile 2025
Se inviate per posta farà fede il timbro postale.

Si accettano anche poesie edite e già premiate altrove. Non sarà comunque possibile vincere due primi premi consecutivi. La giuria sarà presieduta da Italo Bonassi, presidente del Gruppo Poesia 83. I nomi dei giurati, facenti tutti parte del “Gruppo Poesia 83” saranno comunicati in occasione della cerimonia di premiazione che avverrà a

ROVERETO, AUDITORIUM DELLA CAMPANA DEI CADUTI
Colle di Miravalle
SABATO 21 giugno 2025 ore 15.00

NON CAPISCO LE NUVOLE

Ti parlo col pensiero

Queste e tante, tante altre
cose ho da raccontarti, e te le dico
subito, sennò me le dimentico.
                                            Stranezze
di cui di norma non si scuce verbo.
Sono parole dette a labbra chiuse,
che restano segrete.
                          E così capita
che cerco, sì, di dirtele, ma senza
voce però, tacendole, parole
pensate ma non dette,
                              e tu sai come
si fa per ascoltarle, e sorridendomi
ascoltami pensandomi, e allora
metti che le capti, le intercetti,
rispondimi anche tu senza parlare,
dimmele pensando,
                            come quando
parli pensando al vento o alla cicala
o all’erba che, ammassata in fitte andane,
muore disidratata e si fa fieno.
Per te, che ascolti me che non ti parlo,
io dico cose
                che tu sai capire
sul tempo che ci sfugge e s’allontana
leggero come l’acqua che va al mare.
Con te, amore, io parlo
                               a bocca chiusa
in quest’estate che bottìna il miele
nell’anima come un’ape
                                che va al bugno.

Non capisco le nuvole

Te ne sei andata,
ed è un giorno limpido, sereno,
senza una sola nuvola,
buono per arrivi, non partenze,
non per baci d’addio ma per un nuovo
felice rivederci.
Ma tutto muore, se ne va,
e anche tu, amore,
so che non lo so se te ne vai
e dopo torni, attendo, e nell’attesa
ti vedo da una piccola apertura
di compasso, un buchetto su d’un foglio,
dove, piccola piccola scompari,
e non ti chiedo nulla,
non un addio né il brivido
di un bacio.
Ma tu sei una nuvola,
e le nuvole che vanno non ritornano,
un vezzo quel tuo andartene,
– andartene e morire
nel cuore di chi ami –
andartene in un giorno di un tranquillo
sciacquio di azzurro senza nuvole,
un incanto irreale che par vero,
e mi hai scritto l’addio
s’un piccolo biglietto
riposto in un barattolo di vetro,
di quelli per biscotti. Ed un profumo
di nostalgia che mi dà il mal di testa,
di zucchero e vaniglia.
Basta un soffio di vento,
breve, ed è domani.
Non tornare,
non mi pare che sia il caso che ritorni,
sei una nuvola, e le nuvole non tornano.
Ma anche l’addio a volte ci seduce.
Non capisco
però le nuvole che non ritornano.

(luglio 2014)

DIMENSIONE ANIMA

Quasi quasi mi faccio mussulmano
Papa Bergoglio, tu sei pio e buono,
ed io sono antipatico e cattivo,
ma mi stai dissacrando il Paradiso;
non è un luogo da favola, tu dici,
né un fantastico incantevole giardino.
E’ solo poca cosa.
Ma vuoi mettere
la splendida magnifica promessa
dei nostri concorrenti mussulmani
di un Eden di delizie, con l’aggiunta
di settantadue Vergini?
Ma allora
quasi quasi mi faccio maomettano…
Prima o poi ci darai il comunicato
che tu hai recentemente constatato
che il Dio ch’esiste è il loro, e non il nostro.
Papa Bergoglio,
ma tu, sei cristiano?
9 novembre 2017

L’anima a nudo

La verità che si sa è un enigma,
la sviscero – o tento di farlo -,
poco è il tempo per mettermi a rapporto,
ci vuole tatto e genio.
Però a volte,
di sera, nell’ora che si dedica a sé stessi,
cerco di appartenermi interrogandomi
tra le pieghe dell’Io, e mi confesso,
messa a nudo l’anima,
e m’ assolvo
con un paio di Pater, Ave e Gloria.
È un pellegrinaggio doveroso
nello spirito dell’Io, un’incursione
oltre i confini della conoscenza,
un anticipo di morte.
Ma incruento,
come ci si confessasse tra amici.

Amo le cose che non sono

Non amo che le cose che non sono
e che non possono esistere, son cose
che vivono la loro inesistenza
tranquillamente, e noi non le vediamo,
esistono pazienti in muta attesa
d’esistere pure loro. E intanto stanno
placide e invisibili tra noi,
senza dirci né chiederci mai nulla,
col semplice stupore delle cose
che sanno di inesistere, e sorridono
coi sorrisi invisibili delle cose
che tentano di dirci qualche cosa,
chissà, che pure noi non esistiamo,
forse, né più né meno come loro,
che si è pure noi cose che non sono.
9 novembre 2017

Io o non io

Io non so se io sia io o un altro,
un altro dentro me in cui convivo,
un mio altro io di carne, ossa, sangue,
o un io anima, etereo, un io eterno,
da percorrere di dentro in un arcano
peregrinare quotidiano fino a sera.

Un incantevole fascino del niente
il mio in me celato, il mio di dentro?
Io che parlo, che grido, piango e rido,
o io la voce, il grido, il pianto, il riso,
io l’effetto e non io la causa ?

Nulla di me saprò, nulla di nulla,
un’ombra che insegue la sua ombra
cercando il sole, e non si sa che sia il sole.

EX ABRUPTO

i provinciali

Qui da noi non capita mai nulla,
nulla che ci tramandi alla Storia,
per meglio dire ai posteri. Ogni giorno
ci si guarda crescere e invecchiare
con la puntigliosità del notaio
che mette a scheda e segna sul registro
i fatti inaccaduti, indifferente
per chi e percome suoni la campana
( per noi, che si è in provincia, il campanello ).
Siamo dei provinciali, e questo è vero,
e ognuno con la sua piccola nevrosi,
niente da mettere sui giornali,
nulla su cui potere costruire
una cronaca non dico nera,ma almeno rosa
( ci basterebbe un nulla, un fatterello).
Una noia che si coniuga al tormento
di una monotona vita quotidiana:
da casa al bar, dal bar al tabaccaio,
se capita in latteria, sì, poca cosa,
ma è come fare il periplo del mondo,
o giù di lì, e, senza esagerare,
turisti di una microgeografia
da quattro soldi, un rito da calvario.
Qui basta che ci scappi uno sbadiglio,
e ci pare che accada chissà cosa,5
e ci si complimenta e grida: Bravo!
Poi si corre a riferirlo ai giornali.


Al servizio della vita

Sono il divenire e il divenuto
anch’io di questo tempo d’orologio,
anche se la vita è spesso una non-vita.
Eppure a volte tento
una via diversa,
un viottolo che mi porta a un altro tempo,
dove non batte ora d’orologio
e l’età non la si conta in anni
fatti o da fare,
perché è eterna,
ha un tempo atemporale, senza date,
senza questo empio e sacro tribolare.

È a me, e non ad altri, che io chiedo,
pietà, obbedienza e sacrificio,
è a me, e solo a me, che devo imporre
d’essere
al servizio della vita,
anche a costo d’esserne umiliato
e messo in croce.
Son io che ho da decidere
di me, se appendermi a una croce
o farmi festa.
Per questa sofferenza
di vivere la miseria del mio tempo
come un eroe,
e invece ho l’impressione
di essere, non so, un barbagianni.
2001- aprile 2006

LA MIA PICCOLA ETERNITA’

Il mal di denti
Tu lo chiami dettaglio.
Ma è una storia,
piena, per me, di dignità e rispetto,
la nostra piccola vita d’ogni giorno
con tutte le sue monotonie consuete:
una fabbrica di cose sciocche e futili,
spesso,
il tran tran di tutti i .
dove ogni cosa ha sempre la sua storia
d’accudire con cura e con amore,
perché Dio ce lo chiede, anzi lo impone
( un tavolo, non so, che zoppica, la chiave
di un’anta che non gira, la caldaia
che fa un rumore e perde
o un mal di denti ).
Anche le piccole cose son di Dio.
Solo il mal di denti,
quello no, è nostro.


Il tempo è un galantuomo

Non fa freddo qui da noi, in inverno,
e anche se a volta brina o c’è la neve,
ciò che non manca è di certo il sole
e il cielo è di un azzurro straordinario
e vai coi tuoi compagni lietamente
e, chiacchiera dopo chiacchiera, il tempo,
dicono, non passa mai, è eterno.
Ecco che a un tratto scendono da un viottolo
un uomo ed una donna: hanno due figli,
un maschio ed una femmina. Discendono
uscendo da una fitta ancora spoglia
nuvola di frassini che domina
il piccolo villaggio di Vallunga.
Vanno giù lieti e parlano di cose
che solo io, non altri, ho a conoscenza,
fanno dei nomi che mi sono cari,
di amici e famigliari, e parlottando
sento che lei, la moglie, fa il mio nome,
il mio, chiamando lui, il marito.
Discendono nel sole del meriggio
leggeri, come avessero le ali
ai piedi, e andassero volando
a fior di terra, bassi, tra i cespugli
di more che si affiancano al sentiero.
Non so se sia io colui che sale,
oppure se sia io quello che scende,
se sia io che penso o è lui che pensa,
non so chi di noi due porti il mio nome.
Gli grido di aspettarmi. Ho da parlargli,
da chiedergli chi sia, chi la sua donna,
chi quei due figli che gli stanno a fianco,
ma più che lo rincorro, più mi sfugge,
scende sparendo tra eriche e mirtilli.
Erano marito e moglie con due figli:
il tempo che mi toccherà espiare,
non so perché, me li ha portati in dono,
una sosta, per poi ricontinuare,
e andare scomparendo anch’io nel viottolo,
ma senza fretta, senza ansia. Il tempo
sa cos’ha da fare, è un galantuomo.

VOGLIA DI POESIA


Il Congresso Internazionale dei Duci

Al Congresso Internazionale dei Duci
che quest’anno si celebra in Friuli
a fine settimana, manca il Duce,
l’hanno appeso pei piedi, e non può scendere
visto com’è, impiccato alla rovescia
a testa in giù. Dicono sia stufo
di assistere agli stessi roboanti
noiosissimi discorsi, e poi, tra l’altro,
si pende mica male. Forse a parte
un po’ di sangue in testa e il torcicollo.
Cosa per cui si mormora che han fatto
uno sgarbo ai cubani a non far fare
l’identico trattamento a Fidel Castro
Ci avevano pensato, e se non l’han fatto,
è perché non ci avevano più corde,
con tutta quella gente appesa al collo.
maggio 2013


Un po’ più in là

Scosta la sedia un po’in più in là, e vedi
sopra di te il cielo e, sotto, il mare,
davanti, ci sta il monte e, dietro, il muro
che delimita l’orto – poca cosa,
due melanzane e un poco d’insalata. –

Tutto è di Dio, ed anche tu e la sedia,
tutto è irreale eppure pare vero,
e pure Dio lassù pare irreale,
veri e irreali il vento e la pioggia,
e la gronda che gocciola tranquilla,
vera e irreale l‘acqua che ne sgoccia,
ed altrettanto il nonno sulla sedia
che chiacchiera più in là, e vero io
che scosto un po’ più in qua la sedia,
dov’era prima, dove non si vede
il sopra, il sotto, il davanti e il dietro,
dove la cicala dorme e il grillo tace,
e pure Dio lassù ci lascia in pace

Una sedia in cielo

Vieni, mi dice, io sono la tua sedia,
avvicinati e sièditi: da anni
ti siedi su di me, da anni appoggi
nello scrivere la schiena al mio schienale,
siediti e poggia i gomiti sul tavolo
e medita: io sono la tua sedia,
un essere di legno, ma ti servo,
mi adoperi se sei stanco o hai da scrivere.

Posso perciò arguire che son utile,
servo a qualche cosa: hanno appurato
che non ci stanno sedie, lassù, in cielo,
portami con te allora quand’è l’ora,
Dio non ha pensato a fare sedie,
diamogli l’esempio, e che si segga,
e la smettano di stare tutti in piedi.

La sapienza di chi non c’è

Mi affascina lo starmene seduto,
il fascino della sedia, – con la gente
che accanto a me è seduta a chiacchierare
e tanto più chiacchiera e meno dice.

Mi affascina e mi turba l’ineloquio
di chi non c’è e non può parlare,
l’ineloqio del muto, la presenza
dell’assenza che c’è nella Parola
che chiacchiera e non dice, l’infinito
insito nel finito, nel cadere
dell’attimo che non si sa perché e per chi cade,
senza eco né traccia, il muto e vano
inconoscibile alfabeto del silenzio,
la sapienza di chi non c’è e non parla.

Mi alzo dalla sedia e me ne vado.

Il portatore di luce

La via è angusta e buia, un buio pesto,
un buio tanto buio ove la luce
dei fanali confonde e rende il buio
ancora più profondo. E questo buio
ci indica la via che si ha da fare
per perdere la via e non tornare.

Poi, mentre le porte sono chiuse,
arriva uno, ed entra come un ladro,
fa un po’ di luce ai cuori ed alle stanze,
poi s’allontana, e non viene più,
non viene più, non porta più la luce,
ma il cuore n’è beato anche s’è buio.

Almeno un buco

Dev’esserci pur sempre qualchecosa
(un torsolo, una zampa di gallina,
una ciotola sbeccata, una conchiglia),
insomma, ci ha da essere un qualcosa
in un sogno che sia degno d’esser tale,
impossibile non abbia dentro nulla,
neppure un buco, o ciò che vi sta dentro
( dentro, nel buco, e tu non starmi a dire
che dentro un buco non ci sta che il buco,
senza neppure un ago od un bottone,
un ragno senza tela ). Io, comunque,
son certo che ci debba star qualcosa
nei sogni che si fanno. Almeno un buco,
un buco che sia un buco, un forellino,
piccolo quanto vuoi, ma con qualcosa
dentro d’infilato, un amorucolo
ormai dimenticato, un bacio dato
e perso, un sogno mai sognato,
tutto purché qualcosa, anche un buco
con dentro un altro buco, e, dentro, io,
ma piccolo, piccolissimo, che sogno.

Il videodipendente

Disteso s’una comoda poltrona
a due passi dal frigo e dal video,
stringe il telecomando nella mano,
abbozza uno sbadiglio e stancamente
dà sul pulsante. Un attimo gli basta
al cambio di canale. Un po’ di luce
illumina il suo volto insonnolito,
scialba immagine di un giorno di noia.
Con le palpebre basse, un po’ schifato,
celebra il suo rito giornaliero
di telespettatore indifferente
a quel che sia il programma: Bruno Vespa,
Pippo Baudo, Bonolis: barbiturici,
buoni senz’altro a conciliargli il sonno.

Il gatto dorme sopra i suoi ginocchi,
e anche il canarino è lì che dorme,
tutta la città probabilmente dorme,
anche i colombi sopra il davanzale
e i broccoli nell’orto ed i radicchi,
se potessero, starebbero a dormire,
compresi i pipistrelli e le formiche.

Guarda di tralìce la finestra,
come se aspettasse chissà cosa,
una mano che gli dia la buonanotte
di un angelo, o la coda di una stella
che gli indichi la via che si ha da fare
per raggiungere la camera e dormire.
Poi prende la bussola e il sestante
e lemme lemme se ne va a sognare.

IL CONFERENZIERE

La partenza

Salpa. Ha pagato l’ormeggio,
e ora sul ponte della nave
ferma alla darsena, al limite
tra sonno e veglia, io la vedo, triste
e dolcissima, lontana,
come un filo di voce che si spegne.
In bilico tra notte e giorno,
ora sta per partire. Si protende
quasi a fermare l’onda che la porta
( un attimo d’incertezza e smarrimento ),
grida scarne parole di dolore, vedo
che agita una mano a salutare.
Che senso avrebbe invertire ora
la rotta della nave che salpa,
se il silenzio affossa quest’estate
di una piccola storia e il tempo incalza
e rinnega come fosse un’invenzione,
frutto di fantasia, ciò che ci opprime?
E ancora torna l’ora che ci torce
nello scempio dell’oblio di ciò ch’è stato,
e si dipana una voce ( quale voce? )
e una fresca tristezza nell’attesa
del rullio dello scafo alla risacca.
C’è un filo ancora intatto di memoria,
una parvenza di un po’ di luce,
di un lungo addio strozzato nella gola.

e la gente via via si allontanava
e fui di nuovo nella sala vuota,
senza pubblico, solo io e mia moglie.
Fuori, sì, ma nel mio sogno iniziale,
ero ancora nel mondo dei dormienti,
ma era un sogno tranquillo in un sereno
angolo di un sogno, io e lei seduti
sulle sedie dell’incubo. E pensavo
Dio!, ti ringrazio, era solo un sogno…
Un sogno, sì, ma intanto che sognavo,
l’incubo riprese ad ingoiarmi,
e mi sentivo inerme trascinare
nella sala che pian piano si riempiva
della folla di prima, e si sedeva
via via in silenzio, ferma, ad ascoltare
le mie parole, ed io, a scartabellare
qua e là tra le mie carte, inutilmente,
e mia moglie, Stefano, Rosanna,
e il pubblico, impassibili, in attesa.
Uno sforzo disperato e un incredibile
allucinante uscire da quell’incubo,
e di nuovo mi trovai in quel tranquillo
angolo di sogno, e senza gente,
con l’ultimo che usciva, ormai di spalle.
Solo mia moglie, ed io che la pregavo:
Aiutami !, non voglio prender sonno,
dammi una mano, svegliami se dormo!
Ma ancora due o tre volte, ancora l’incubo,
di nuovo quel sentirmi risucchiare
e resistere aggrappandomi a ogni appiglio,
come un naufrago in procinto di affogare,
e ogni volta il risveglio, non dal sonno,
ma dall’incubo. E la sala ancora vuota,
con l’ultimo che usciva dalla porta,
e la folla, di fuori, a protestare,
a chiedere di sedersi ed ascoltare.
E allora strinsi i pugni e mi sforzai,
con tutta la mia forza, e me ne uscii
da quella sala che tornava zeppa
di una folla incredibile, ma uscivo,
sempre però sognando, ed era un sogno
magnifico, un bosco ed un sentiero
e un tranquillo felice passeggiare
senza più sala, tavolo, cognata,
pubblico, microfono, e Stefano,
e il Cantico dei Cantici. Dormivo
come un quieto normale sognatore,
e dicevo tra me e me: È stato un sogno
da raccontare a lei, appena sveglio,
e sorriderne. E pure lei, nel sonno,
forse, chissà, dormendo, si diceva:
È stato un sogno, solo un sogno, ed al risveglio,
nel fare colazione, gli dirò,
bevendo il mio caffè: È stato un sogno…
20 luglio 2009