Prima di essere il Mister del Bologna, della mia adorata Bologna, per me Sinisa è sempre stato sinonimo di una sola cosa.
I calci di punizione.
Sì, oggi parliamo di Pirlo, di Pernambucano, avremmo parlato di Platini, ma per me, Mihajlović, è sempre stato il cecchino dal piede d’oro, il sinistro.
Ho questo ricordo, dai tempi delle figurine, di Mihajlović con la casacca della Lazio.
Ma anche con quella maglia che con gli occhi da bambina vedevo grande.
Mi chiedevo sempre come non facessero a sentire caldo.
Mihajlović e Mancini.
Mihajlović ed Eriksson. Sven Goran.
Per me Mihajlović è sempre stato indelebilmente legato alla Lazio. A quella Lazio Campione d’Italia.
A quella Lazio con Eriksson, Mancini e quelle maglie dalle maniche lunghe.
Dallo stacco plastico del calcio di punizione.
Dopo la Lazio, per me esiste solo l’allenatore.
Mancini vice di Eriksson.
Mihajlović vice di Mancini.
Mihajlović al Torino, che lancia i calci di punizione in ritiro.
Mihajlović all’Inter e al Milan.
Mihajlović al Bologna.
Ammetto senza mezzi termini che il mio simpatizzare verso il Bologna è iniziato quando lui è diventato Mister.
E chi mi conosce sa quanto possa essere l’amore che provo nei confronti di questa città, ma il simpatizzare è sempre stato un baluardo arduo da abbattere. Vederlo in panchina mi faceva sempre un bell’effetto.
E poi sì, il Mihajlović inedito, quello che parla di Boskov e delle telefonate fatte sul cellulare.
Il calciare le punizioni dallo SkyBuilding insieme a Cattelan, uno di quei video che avrò guardato un migliaio di volte.
Potrei parlare ancora di Mihajlović, dire che era un talento, che calciatori come lui, che tirano come lui, che hanno quel favoloso rapporto di ignoranza, cattiveria, caparbietà e carisma ne esistono veramente pochi.
Ma la verità, che è una sola, è che un po’ mi mancherà quello sguardo severamente intrigante, dove lo vedevi che se avesse soltanto potuto di certo ti avrebbe rotto le ossa.
Con lui non se ne va solo un uomo, un calciatore o un professionista ma se ne va veramente uno che ha lottato sempre, da un calcio di punizione fino alla malattia, passando per la guerra e per profonde amicizie.
Forse questo mi ha sempre colpito, essere perennemente in lotta, sempre, anche quando si dicono parole scomode.
E oggi, che di anni ne ho 34, mi accorgo che effettivamente l’essere leader in campo e fuori è la cosa alla quale punto nella mia vita.
Sei un altro di quei pezzi di vita che sto man mano archiviando nei ricordi.
Sinisa, mi mancherai.
