Antichi sapori

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21 Novembre 2025

RICORDI IN CUCINA

Elena misurava a grandi passi la sua camera, si spostava cercando nuovi percorsi nel piccolo corridoio e nello studiolo, dove il tavolo da lavoro era coperto di appunti e qualche libro aperto. Stava preparando per la seconda volta l’esame di Analisi matematica 1, questa sessione doveva andare più che bene, doveva “sfondare”!

Era Novembre inoltrato. Il riscaldamento nella casa di campagna veniva acceso solo dopo il tramonto per risparmiare sulla bolletta del gas. La stanza più calda era la cucina con il camino acceso. Era freddo, ma lei si era “rifugiata” dentro due maglioni, e camminava incessantemente con i piedi protetti dai calzettoni di lana fatti ai ferri dalla bisnonna, non sentiva il disagio della temperatura bassa. Non camminava soltanto, Elena borbottava come una caffettiera moka, ripetendo le formule e i concetti fondamentali del capitolo più rognoso del librone di Analisi. Ad un certo punto aveva la gola secca e la bocca asciutta per lo stress, quindi si diresse verso la cucina e le sue narici percepirono una profumo: il brodo di pollo!

“Mamma sta cucinando, prepara il brodo, bleah.. sarà grasso e unto..” pensò arricciando la bocca.

Si affacciò alla porta e altri profumi la accolsero: i fagioli, li vide pipare nel fiasco vicinissimi al camino. Una pentola di coccio era sul fornello a gas, un’altra di metallo le faceva compagnia, ed entrambe sobbollivano piano e il fumo aromatizzava l’ambiente. In un angolo della madia dei tocchi di pane in bella mostra facevano la loro figura.

Elena era entrata nel mondo magico di sua madre: la cucina. Si avvicinò al fornello e scoperchiò la pentola di metallo: il brodo stava facendo la sua parte, senza mai “rompere nel bollore”. L’ altra pentola, quella di coccio, emanava un odore famigliare, ma meno gradevole: di cavolo. Elena scoperchiò anche questa e oh! Il cavolo nero, il cavolo verza e il cavolo cappuccio, sobbollivano piano, con il mestolo di legno li spostò e intravide sul fondo pochissima acqua, mezza patata e forse un po’ di bieta.

Si girò di scatto sentendosi osservata: sua madre la guardava con aria ironica, somigliante sempre più alla nonna:

“ Icchè tu fai? Vuoi qualcosa? E son tre giorni che non mangi, spelluzzichi il pane e basta. Bevi solo caffè e the! Hai fame? Sarebbe l’ora eh! “

Elena si sentì di nuovo bambina, sorpresa con le dita nella marmellata. Sgranò gli occhi e si accorse di avere lo stomaco vuoto e contratto.

“ Eh sì, stasera mangio, cioè dopo mangerò, o magari fra poco, ma che prepari mamma?”

“ Nina … Non ti ricordi? I numeri ti hanno fatto dimenticare tutto? Sto preparando la minestra di pane!”

“ Oddiooo buona, oh mamma! La ribollita! Ma io non aspetto domani: la mangio stasera, ma che c’entra il brodo di pollo?”

“ Nulla” rispose ridendo la mamma. “Era un avanzo, e magari nutriente e saporito. Lo sai o no che la minestra di pane si fa con gli avanzi della settimana?” si avvicinò al camino “ Anzi ora è il momento di aggiungere i fagioli al cavolo. Passami il mestolo fondo, non ce li metto tutti, solo un po’.

Elena porse il mestolo e rimase a guardare sua madre, i suoi gesti precisi, esperti, senza numeri né bilancia: non una goccia era caduta, non un fagiolo in più, né uno di meno. Q.B. quanto basta , per tutta la famiglia, per ogni sapore che non si deve sovrapporre. L’olfatto e la consistenza suggerivano la giusta dose e il punto di cottura perfetto.

“ Ed ora tocca al brodo” disse la mamma decisa” Scanzati, sennò ti bruci!”

E il profumo inondò la stanza, e forse anche il corridoio e senz’altro le camere e pure le pareti avrebbero assorbito per giorni quell’odore di cibo antico.

E via a bollire ancora per amalgamarsi.

“ Nina, se la vuoi mangiare stasera, si fa più tardi, perché almeno due ore il pane deve restare a mollo in pentola insieme al resto”

Elena si era rilassata e si sedette accanto al camino, totalmente inebriata e decisamente più ben disposta verso il cibo, piuttosto che al libro da ripetere. Come da bambina appoggiò la testa sul tavolo vicino, e si addormentò.

Si risvegliò sentendo il ciottolare delle stoviglie che la madre stava mettendo in tavola.

Una bella porzione di minestra di pane con un filo di olio buono, era pronta per lei nella scodella. Senza lavarsi le mani, senza aspettare nessuno affondò il cucchiaio e lo portò alla bocca…Mmmhhhh bontà, gusto, delizia e immagini dei nonni, i ceppi accesi, lo scricchiolio delle foglie secche, il profumo del mosto e il frazio pungente dell’olio nuovo… c’era tutto in quel piatto, le veniva da piangere, ma era meglio mangiare. Ad ogni cucchiaiata aumentava il senso di soddisfazione ed appagamento, e la calma si diffondeva pian piano come se il pasto avesse sciolto tutte le tensioni e le preoccupazioni. Il piatto rimase vuoto velocemente. Quando Elena alzò gli occhi si vide davanti sua madre che, un po’ preoccupata le chiese dolcemente: “ Ma…Ne vuoi ancora?” Entrambe scoppiarono in una bella risata, genuina e liberatoria.

A proposito dell’esame, un bel trenta fu scritto sul suo libretto universitario.

Notte da lupi. Dedicato a chi capirà

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“Tu lo capisci, vero, che dobbiamo ucciderla?” La domanda fluttuò nell’aria tranquilla della notte, parve restarvi un momento sospesa, poi sprofondò via, laggiù, verso il Mar Morto… Il Mar Morto… un luogo senza vita, come un sonno profondo senza sogni, senza ricordi, senza sentimento.

Fuori, la lupa uscì dal suo nascondiglio, annusò l’aria. Freddo. L’odore del freddo penetra nelle narici e ammortizza alcuni odori e ne acutizza altri, tipo l’odore del sangue del gatto appena azzannato. I lupacchiotti lo avevano finito divorando le ossa le interiora, la testa…nemmeno i peli erano rimasti. La lupa ne aveva mangiato una buona parte: doveva mantenersi in forze se voleva fuggire ancora e portare in salvo i due piccoli rimasti. Annusava intorno cercando l’odore del branco che si era allontanato velocemente e silenziosamente appena l’uomo con il cappello aveva iniziato a sparare.

Tutti insieme, i lupi, avevano puntato all’asino, ci sarebbe stata carne per tutti. Invece se ne era accorto, aveva ragliato potentemente non appena aveva avvertito il morso alla coscia. Bisogna sempre mirare alla gola e non mollare la presa. Una fucilata aveva ucciso un cucciolo, quello magro, quello lento… una fine annunciata ed inevitabile. L’uomo con il cappello aveva sparato e urlato, poi era uscita dalla casa la femmina, l’aveva riconosciuta dall’odore, agitando in mano un bastone con il fuoco.

” Basta sparare Germano! Farai arrivare le guardie forestali, pensando che sei a caccia di frodo, oppure che ammazzi i lupi, ti fanno la multa..son protetti questi infami!”

” Ma porc…. Guarda che disastro, Orione ferito, sai quanto ci mette a guarire, e speriamo non prenda infezioni… I cani sono fuori controllo, arrabbiati e spaventati… Non si può andare avanti così…”

La Gianna aveva inciampato su qualcosa di morbido, era il lupacchiotto ucciso, “domani lo sotterro”, pensò “però l’odore del sangue eccita i cani che non si calmeranno e può attirare altri predatori”. Cercò un secchio e lo mise dentro poi lo chiuse con un pietrone.

“Forza Gianna, andiamo in casa, fa freddo qui. Andiamo a dormire se ci riesce” Germano aveva legato i cani con la corda più lunga, aveva cercato di calmarli con un po’ di acqua e cibo. Ci mancava solo che scappassero nel bosco per inseguire i lupi. Erano capaci di tutto. ” Bestiacce” pensò “Tutte bestiacce… Un problema dietro l’altro, non c’è pace..”

Mise un braccio sulle spalle a Gianna ” Ho visto il lupacchiotto. La lupa è sempre in giro, non so dove, ma lo sai, vero, che dobbiamo ucciderla ?”

Gianna non ci aveva pensato, certo se c’era un cucciolo c’era anche la madre… si fermò a pensare e si guardò intorno con gli occhi ormai abituati al buio. Dov’era la lupa?

Germano le ripetè ” tu lo capisci, vero, che dobbiamo ucciderla?” La domanda rimase sospesa nell’aria della notte, poi sprofondò nel buio insieme a chi l’aveva pronunciata, nella camera, nel sonno senza sogni.

La mattina poco dopo l’alba, arrivò la camionetta della forestale, i guardiani del bosco, belli pimpanti tirati a lucido nella pesante divisa pulita. Germano guardò la Gianna. ” Mi diranno di raccontare” .

Gianna sorseggiava il primo caffè preparandosi mentalmente alla pesante giornata con gli animali, “Così forse capiranno e chiuderemo il caso”. “Si sbagliano” rispose cupo Germano “li porto a vedere Orione” Quelli pensano che ho fatto caccia di frodo…”

“Salve Germano, buongiorno Gianna. Stanotte abbiamo sentito un paio di spari. Stamattina siamo qui da voi perché …”

” Venite, venite e guardate. Qui c’è Orione.. che ve ne pare?

” Ohhh i lupi. ci dispiace, se volete il veterinario di zona potrebbe vederlo e curarlo..”

” Sì certo, e speriamo che non abbia lesioni che gli impediscano di camminare in futuro”

“Maaa, mi dica Germano, ne ha ammazzato qualcuno con il fucile?” chiese la guardia più anziana con uno sguardo complice e la voce più bassa, avanzando verso la coppia.

“Ho tirato in alto, non li ho beccati. Mandatemi il veterinario. Buongiorno “

Intanto che quegli umani strani erano a parlare, la lupa continuava a vegliare e annusare. La camionetta emanava un odore forte di selvaggio e di sangue. Tornò al nascondiglio prese i lupacchiotti, prima uno poi l’altro e saltò sul cassone del mezzo che era coperto da un telo. Sotto il telo c’era un capriolo, o almeno quello che ne restava. Era un ottimo e abbondante pranzo per lei e i cuccioli. Mangiavano voracemente e non si accorsero che il mezzo era ripartito. Arrivati a destinazione le guardie scesero dalla cabina di guida e andarono sul retro. Si trovarono davanti la lupa con gli occhi gialli, pronta all’attacco che rimase sospeso in aria, il più giovane aveva sparato e l’aveva centrata in pieno. La paura, l’istinto di conservazione, l’addestramento a reagire al pericolo avevano avuto la precedenza alle regole. La conclusione? Solo ciò che non capiamo può avere una conclusione.

Intanto Germano pensava “non ci sarà nessuna conclusione finché la lupa è in giro”.

Dicono di noi…

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“Iniziamo, un po’ per gioco, un po’ per rompere la monotonia, un corso di scrittura, pensando di riuscire ad arrivare a mettere in fila una parola dopo l’altra e otteniamo: seduta di psicoterapia, meditazione di gruppo, spinte motivazionali, amicizie pronte per essere coltivate e, non ultimo, divertimento assicurato… e tutto questo grazie a chi?? Alla nostra “minestra”( Giovanna) che ci spinge a crederci!” Elisabetta B.

Descrizione azzeccata

Immedesimarsi

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“Ohhh… Finalmente vedo passare qualcuno… Eccolo, eccolo… Si avvicina…Ahia, no… mi guarda e mi scanza…Vabbè… AHHH! Si gira e torna. Torna da me.” Tira fuori dalla borsa un sacchetto di plastica e lo stende sulla parte della seduta.. che solletichino mi fa questa carezza! Si siede. Eh sì, sono di legno verniciato di colore lillà, però assorbo lo stesso la pioggia, come l’umidità notturna e sedersi senza protezione può causare fastidio. Comunque ho una seduta comoda e la spalliera. Sono l’ideale per chi vuole rilassarsi e fumare in pace, nonchè leggere un libro.. o tanto altro. Questo signore si accomoda e si appoggia con le spalle. Sembra proprio stanco. Io sono colpre lillà, secondo qualcuno dovrei rappresentare la gentilezza, ed infatti sono gentile a prescindere: accolgo, non mando via nessuno. Poi… quel che accade sopra di me non è affar mio. Ne sento di tutti i colori e di tutte le forme: confidenze, pettegolezzi, russare di chi dorme e i salti dei bambini. Ma il mio migliore amico è il tiglio che mi sovrasta: mi allieta con il suo profumo in primavera, mi ricopre di foglie in autunno come per proteggermi. In inverno sono scoperta e spesso imperlata di pioggia e ghiaccio, ma quando rischiara ed il sole fa capolino, c’è sempre qualcuno che mi carezza per asciugarmi e potersi sedere. Come questo signore.. che tipo strano che è… puzzicchia tantino, viene ogni giorno verso le sei di sera. Ha con sé un carrello del centro commerciale. Pieno zeppo, non solo di cibo confezionato, ma di tutto un po’, anche cibo avanzato a qualcuno, raccattato dalla spazzatura. Bottigliette mezze piene e mezze vuote, cianfrusaglie e scarpe vecchie sformate. Indumenti strani non consoni alla stagione, sacchetti di plastica scuri e … cartoni…tanti tanti cartoni. Come al solito ne prende un paio e li sistema sopra la seduta. Si stende, si calca il berretto in testa… che pesante ! Certo con lui disteso sopra nessuno verrà più a trovarmi per stasera. Ma io sono soltanto la panchina della gentilezza e posso semplicemente accogliere questo strano tipo. Posso suggerire al tiglio di sbrigarsi con le sue nuove foglie ed emanare il suo profumo. Posso soltanto rendermi parte di questo strano universo dove le panchine sono gentili ed accoglienti, dove gli esseri umani soli e abbandonati hanno bisogno delle panchine umide e bagnaticce, Dove le nuvole sono capricciose e i bambini dispettosi, e le stagioni continuano ad alternarsi nel ciclo infinito del nostro mondo. Il tipo si sveglia , si alza, ripone i suoi cartoni nel carrello. Mi guarda, mi carezza di nuovo e se ne va in cerca di un riparo più chiuso per la notte.

Dalla prosa alla poesia. Terzo incontro di scrittura creativa

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Cito Giovanna, il suo blog: Scritture in attesa, blogspot. Due valigie. Dalla sua creatività e poi dalla sua penna sono scaturiti tre racconti brevi che ci sono stati proposti per una rielaborazione in poesia. Liberi tutti a scrivere come volevamo: versi liberi, versi in rima baciata, rime in libertà, usare o meno il metodo Caviardage.

Per le prime due ho usato il metodo caviardage.https://tinafesta.wordpress.com/wp-content/uploads/2015/01/caviardage_extract_03.pdf

Marzo porta luce. //C’è odore di pranzo. //Silenzio prima del rientro.

Marzo porta luce, le giornate si allungano.

Manciate di pensieri uguali ogni volta. // S’ incanta davanti agli scaffali.// La chiave gira nella toppa.

Marzo porta luce, le giornate si allungano, il giardino si illumina.

Nell’auto due valigie…

Da Le nozze, ancora un racconto di Giovanna, mi cimento con il metodo caviardage.

Non lo so se voglio//Nessuno la sentì// non lo disse..

Il velo nascondeva il volto contrito.// Non dolore, non rabbia, solo disgusto.

Non lo so se voglio: di nuovo non lo disse.

Il velo ora alzato più non nascose il volto contrito.

Ultima prova, ma non meno impegnativa, altro racconto di Giovanna, Adele, dedicato da parte mia alla lettura.

La casa calda, // il caminetto acceso, // la fiamma che si allunga su per la cappa.

Leggere pagine. I libri. // Non è difficile trovarli,// alcuni si scelgono.// Altri si consegnano a noi.

Con loro si ride, si piange, si ascolta.

Si assaporano gli attimi di silenzio alla fine della storia narrata che, talvolta,

la realtà allontana e l’immaginario avvicina.

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