Comincia con un matrimonio, la storia del Trentingrana: quello tra il signor Marchesi, tecnico caseario originario di Rumo (in provincia di Trento) e una ragazza di Mantova. Grazie a quest’unione, infatti, l’uomo poté apprendere, nella città di Mirandola (provincia di Modena), le antiche tecniche di lavorazione del Parmigiano Reggiano – risalenti al XII secolo, per poi importarle nelle sue terre natie.
A partire dal 1926, dunque, data a cui si fanno risalire le prime forme di Grana Trentino (nonché le prime fotografie storiche), Marchesi cercò di riprodurre le specialità dell’arte casearia imparate in terra emiliana, in un caseificio della Valle di Non, a Cloz. Causa differenze nel latte (e ancora prime nel foraggio del bestiame), nacque così un formaggio diverso, nuovo: quello che ben presto prenderà il nome di Trentingrana.

Gabriele Webber
E’ Gabriele Webber, direttore di Trentingrana Concast (Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini), a raccontarci quali sono le particolarità di questo formaggio, nato circa un secolo fa, rispetto ai suoi “parenti” dell’Emilia-Romagna.
«Trentingrana Dop è all’interno della Dop Grana Padano (si compone della stessa pasta dura e granulosa, che ne determina il nome), ma, in riferimento alle sue caratteristiche di produzione, gode di una sua specificità. La sua produzione, dato il suo passato storico, lo rende simile al Parmigiano Reggiano, ma non potrebbe portarne il nome per un fattore puramente geografico: la denominazione Dop prevede infatti una linearità territoriale, che ovviamente Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige non possono avere, essendoci di mezzo il Veneto». “Figlio” del Grana Padano, dunque, e “fratello” del Parmigiano Reggiano.
Mettendolo a confronto col “genitore”, tuttavia, si nota fin da subito in cosa consistano le
sue peculiarità. Si comincia infatti con due latti differenti, provenienti da due razze bovine differenti, alimentate in maniera differente: «Il latte utilizzato per il Trentingrana è prodotto solo ed esclusivamente su territorio trentino, per la maggior parte da vacche di razza bruna (particolarmente vocata alla produzione di formaggio a lunga stagionatura per la K-caseina presente nel suo latte), nutrite con mangime privo di Ogm e mai con insilato (usato invece per il Grana Padano)» – spiega Webber. «La totale assenza di quest’ultimo prodotto permette poi di non utilizzare additivi o conservanti, anche se consentiti dalla legge.»
Per quanto riguarda la filiera produttiva, essa è in tutto e per tutto uguale a quella del Parmigiano Reggiano: «Si utilizza latte parzialmente scremato della sera, mescolato a latte intero del mattino. Questo mix viene immesso in caldaie di rame, dove comincia il processo di lavorazione che porta alla cosiddetta “cagliata”, una massa agglomerata di circa 90 kg. La “cagliata” viene poi tagliata in due forme del peso iniziale di circa 45 kg, che, dopo i 20-22 mesi di stagionatura – alla temperatura controllata di 15/20 gradi, con un’umidità dell’85% – arriverà a circa 35 kg».
«Prima di andare in “scalera” (la scaffalatura propria dei caseifici), il formaggio resta 20 giorni in salamoia, in modo che assorba la giusta percentuale di sale, per un giusto equilibrio tra dolce e salato». Peculiarità del Grana Trentino è infatti il suo gusto più delicato, rispetto al Grana Padano.
Il ruolo di “fratello minore” ricoperto dal Trentingrana, è denotato, oltre alla sua giovinezza storica, anche e soprattutto dalle cifre: 110.000 le forme vendute nel 2015, rispetto ai 3 milioni e 300.000 di Parmigiano Reggiano e ai 4 milioni e 500.000 mila del Grana Padano. Un 2% circa della produzione totale, che comporta un guadagno di 35-38 milioni di euro l’anno, dando lavoro a 16 caseifici e 500 aziende (dislocati soprattutto nelle valli di Non e di Sole).
Circa il 23% del prodotto di Grana Trentino è venduto sul territorio, mente soltanto il 7% è affidato ai mercati esteri (Svizzera, Austria, Germania, USA, Australia, Giappone). «Eravamo riusciti ad aprire anche una linea commerciale con la Russia, che è stata tuttavia bloccata con l’embargo di un paio di anni fa» – conclude Webber. «Obiettivo del Consorzio è, oggi, quello di aumentare le esportazioni, destinandovi, per il momento, almeno il 10% della produzione».
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