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L’estate di tredici anni fa passai alcune settimane in Croazia da un’amica. Aspettate che un collegamento c’è. O almeno dovrebbe esserci. A meno che non sia davvero qui di fronte a tutti voi a parlare a vanvera. Pagato per raccontarvi senza filtri tutte le cazzate che mi passano per la testa istante per istante. In Croazia. Avevo all’incirca trent’anni. Prima di partire stavo attraversando dei mesi scombussolati in cui eccedevo col gin tonic e fumavo una sigaretta dietro l’altra e soffrivo di un’insonnia che mi spaccava in due e non sapevo se insistere con questo chiamiamolo mestiere oppure cambiare strada. Se continuare l’avventura o meno, direbbe qualcuno di ignobilmente lezioso. Il discorso è che dopo anni di date fitte e sold-out in giro per l’Italia la richiesta di serate per motivi imperscrutabili si era azzerata da un momento all’altro. Alla gente non gliene fregava più nulla di me. E mica sapevo che pesci prendere. Come superare l’impasse. Quindi me ne stavo in casa. Bello tranquillo. Senza vedere nessuno. Aspettando che il mondo mi lanciasse qualche indizio casuale. Valutavo le alternative. Trascorrevo pomeriggi sul divano a fantasticare per esempio su di me in veste di bibliotecario, sul silenzio delle ore, sull’echeggiare dei passi sul pavimento in cotto, sulle universitarie slanciate che vengono a chiederti consigli sulla bibliografia di Hemingway o Faulkner. Oppure consideravo l’invio del curriculum a qualche agenzia pubblicitaria e subito dopo mi rammentavo che le agenzie pubblicitarie sono Satana in persona e chiamatemi pazzo ma io con Satana non voglio proprio averci niente a che fare. Oppure ancora peggio pensavo a ritirarmi in montagna. In una baita mimetizzata nel marrone dei castagni. Lontano dagli obblighi del mondo ostile. Bacche e zecche. Camminate e latte appena munto. Sperdermi tra i monti e campare con gli spiccioli rimasti. Non tornare più.
Le strade croate sotto il sole d’agosto appestavano di nafta e fogna e le magliette si inzuppavano di sudore come nulla e i vecchi caracollavano con un ombrello rosso sulla testa e i muri delle case e i cartelli stradali crivellati di proiettili dappertutto. Passavamo quelle giornate canicolari immersi nell’aria condizionata di un appartamento in cima a una palazzina di periferia. Lungo i corridoi e le scale interne prevalevano l’odore stantio di minestrone di verdure e quello altrettanto annoso di piscio di gatto. Era una palazzina come decine di altre tutt’intorno. Pensate alle borgate romane in bianco e nero e ci siete vicini. Bambini e palloni. Pulviscolo e gatti monoculi. Pasolini e così via. Al calare del sole mettevamo la testa fuori e salivamo sulla larga terrazza sul tetto. Assieme a qualche altro condomino esausto e di poche parole. Padri di famiglia con le barbe incolte che avevano sgobbato in fabbriche roventi dall’altra parte della città e ora cercavano un filo di refrigerio. Donne che si rassettavano i capelli e si mettevano l’abito buono per l’unico momento sociale della giornata. Lassù l’aria era fresca, smossa, vagamente sana. Stendevamo la trapunta da picnic e ci mettevamo a sedere a gambe incrociate sulle mattonelle tiepide. Davanti a un esercito paralizzato di comignoli e antenne e al volo concitato dei piccioni nel cielo venato di rosso e viola. Mangiavamo zuppe fredde e panini e involtini ripieni e frittelle allo zenzero che lei cucinava nel pomeriggio. Riempivamo i bicchieri con del vinaccio da galera e ci fissavamo gli occhi per gioco e facevamo brindisi ironici per robe ridicolmente fuori portata. Al domani. Alla pace. All’Europa unita. Col buio scappavamo giù in strada per bere birra e rakia alle prugne nei baretti all’aperto lungofiume. Era una ragazza bassa dai lineamenti duri e gli occhi blu che parlava un italiano stentato e consumava un sacco di frutta secca. Mi faceva conoscere le zone più vivaci della città, le piazze e i negozietti e i giardini. Mi spingeva a scavalcare cancelli. Mi portava a concertini locali. Mi presentava agli amici. Operai e artisti. Eterosessuali e dell’altra sponda. Ricordo un pittore. Un disegnatore dall’aria malaticcia. Pelle martoriata dall’acne e sfigatissimi capelli appiccicati alla fronte. Forse un suo ex, da come le toccava il braccio, da come la incorniciava con lo sguardo. Una sera. In una piazzetta appena fuori dal centro irraggiata dai fari alti sul frontone di una chiesa. Mi guardava strano, con una perplessità intensa. Come se fossi un elemento stonato e non capisse. Perché fossi con lei. Per quale motivo la frequentassi se non credevo in nulla. Insistette per farci una caricatura e noi ci sedemmo su un muretto basso accanto a un oleandro monumentale e aspettammo quanto necessario e poi ce la regalò. Non volle niente in cambio. Girammo l’angolo e ci fermammo sotto un’insegna al neon e guardammo il disegno a matita e ridemmo della mia enorme testa stempiata e della sua. Col sorriso da Joker. E gli occhi sproporzionati e reali.
Una notte rincasammo tardi e trovammo un cane. Proprio ai piedi del palazzo. Stava accoccolato su di un accappatoio lercio a due passi dal cassonetto della spazzatura. Il cane alzò la testa e ci guardò dalla penombra e noi lo guardammo e poi tornò a dormire. La mattina dopo quel lurido ammasso di pulci e batteri si trovava ancora immobile nello stesso punto. Così i giorni seguenti. Scuro con chiazze paglierine. Già alto ma coi tratti smussati del cucciolo. Iniziammo a dargli qualcosa da mettere sotto i denti. Cioè avanzi nostri. Pezzi di pane duro. Grasso di maiale scartato. Una ciotola puntualmente riempita d’acqua fresca. Lei mi informò che un canile della zona qualche settimana prima era stato chiuso per esaurimento fondi. Le autorità avevano deciso di sopprimere il nutrito gruppo di cani ospitati. Per evitare problemi. Sapete com’è. Morsi e randagismo e malattie e incidenti automobilistici e decoro. Poi un gruppo di animalisti d’assalto si era intrufolato nottetempo nella struttura e aveva spalancato le gabbie e divelto le recinzioni mettendone in libertà una trentina e passa. Lui doveva appartenere al novero dei fuggitivi. Quando comparivo sul portone mi si faceva incontro con la coda tra le gambe e io mi abbassavo e gli accarezzavo la schiena avvertendo con le dita la precisa conformazione segmentata della colonna vertebrale. Madonna. Faceva impressione. Pure un po’ schifo. Appestava di marcio, voglio dire, di cose morte da un secolo, come se fosse riemerso vivo da un fosso di carcasse putride, e tremava tutto. Per paura o debolezza o entrambe. Presto cominciò a seguirmi durante le passeggiate mattutine per le vie screpolate del quartiere e io gli compravo crocchette al pollo nei minimarket e lo guidavo verso le fontanelle e lo facevo riposare all’ombra di parchi vasti e vissuti. Ricordo le decine di bambini nei passeggini e l’odore forte di resina di pino e un vecchio che una mattina mi si avvicinò spiegandomi in un inglese grossolano quanto gli mancasse Tito. Mi disse che le cose cambiano troppo in fretta. Mi disse che i tempi bui erano tempi belli e che valeva anche il contrario. Quando sedevo su una panchina il cane mi si appisolava ai piedi e se provavo ad allontanarmi di soppiatto un po’ per finta e un po’ no lui si destava e mi raggiungeva in due balletti. Non mi si staccava più di dosso. Un giorno lo portammo a lavare professionalmente e poi su per le scale nell’atmosfera artificiale dell’appartamento e gli stendemmo una copertaccia a quadri sul pavimento. Lui capì che la coperta era sua e che la coperta era casa. Ci salì sopra e dormì per quindici ore filate.
Al momento di lasciare la Croazia le chiesi se potessi portarlo via con me. Vista la sua situazione precaria e il fatto che avrebbe dovuto traslocare presto in un’altra città per motivi di studio o non so cosa. Comprammo un collare e una pettorina rossa e un guinzaglio a catena. Delle scatolette al manzo. Una pallina di gomma che non degnò mai di uno sguardo. Lo facemmo visitare dal veterinario, lo vaccinammo e lo dotammo di microchip. Fu lei a scegliere il nome. Un nome dell’est. Sovietico. Perché da bambina, prima della guerra, ne aveva avuto uno che si chiamava così. Il veterinario ci informò che aveva sui dieci mesi e sospettava avesse vissuto recluso fin dalla nascita. Insomma lo sviluppo era ritardato. I muscoli vagamente atrofizzati. Le articolazioni anchilosate. Il cane appariva triste. Smile, gli intimava quel dottore scherzando. Please smile. Lo spinsi sull’auto che aveva già preso qualche chilo e la salutammo e lei aveva le guance calde e bagnate e poi ci avviammo verso la frontiera con la Slovenia. Era un’afosa notte d’agosto. Stelle cadenti e canne che scottano la gola e sabbia nelle orecchie e bagni nudi nel mare più nero che c’è. Viaggiavo a bassa velocità coi finestrini giù ascoltando Dredg e Mars Volta e Bush. Yuri si agitò e guaì a lungo sul sedile posteriore prima di arrendersi stremato. Non ricordo il motivo per cui al confine non ci fecero passare. Il cane non poteva passare. Qualcosa legato alla burocrazia, alle tempistiche, al microchip installato troppo di recente. Un militare mi prese da parte e informalmente mi suggerì di fare il giro largo e di transitare dall’Ungheria. La frontiera con l’Ungheria. Centinaia di chilometri in più. Mi assicurò che da quelle parti non avrebbero fatto problemi.
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Afferra, apri, infila. Negli anni ha sviluppato una buona abilità manuale. E imparato a discriminare differenze insospettabili sulla qualità della carta messa a disposizione di volta in volta dai clienti. Quella che si piega senza difficoltà, quella rigida, quella impermeabile al sudore e alle piogge. Ci sono tipi di carta che paiono fatti apposta per trasformarsi in un tubo di semplice introduzione. Il grosso dei volantini lo tiene con la sinistra, tra pollice e indice, talvolta – quando esagera col carico – appoggiandoli al petto per non farli cadere. La destra è per le operazioni più complesse. La destra ne pesca uno e uno solo – si sono raccomandati –, spalanca la cassetta della posta col dorso e lo infila dentro con la sveltezza di una lingua di rana. Ficcalo bene dentro. Ficcalo almeno per ¾, che non cada ma che non ingolfi. Così prescrivono al corso di formazione per DtD classica, che dura un fine settimana e si tiene annualmente nella sala conferenze di qualche grosso Hilton nella periferia di Firemprato, laddove un tizio in cravatta e occhiali professionalizzanti, in una manciata di ore, colloca poche salienti nozioni nelle teste di un numero di inoccupati più o meno giovani. In quell’occasione – la Full Immersion – propongono un campionario di slide, video, consigli pratici. Forniscono mappe. Svelano i segreti delle cassette postali (hanno segreti). Insegnano tecniche tibetane di stretching. Sostengono che è bene sorridere e dare il buongiorno. Camminare svelti – ma senza affannarsi. Ficcarlo bene dentro. Farglielo inghiottire bene. Mai procedere a zig zag, è dilettantesco e inefficiente: prima un lato della strada e poi l’altro. Bene sempre organizzarsi la giornata la sera precedente dando un’occhiata alla mappa della zona assegnata e portarsi dietro uno zaino comodo (magari traspirante) ma capiente, che possa contenerne oltre il migliaio. Scarpe comode. Pantaloni comodi, larghi, che non irritino la pelle inguinale. Inoltre consigliano – tra un “capillare” e l’altro – di non dimenticare i fazzolettini di carta con cui asciugarsi le mani bagnate, un paio di snack energizzanti, una bottiglia d’acqua da ricaricare qua e là. Bevete molto, oltre il necessario. E scaricate dove potete. Prendono molto seriamente il problema. Ottimi i giardinetti e le stradine secondarie, dicono. Consigliato anche farsi amico qualche barista nei punti strategici che non faccia troppe storie se chiedete loro la chiave tre o quattro volte la settimana.