Duše (parte di un tutto)

Foto di Enes Yoldas
Foto di Enes Yoldas

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L’estate di tredici anni fa passai alcune settimane in Croazia da un’amica. Aspettate che un collegamento c’è. O almeno dovrebbe esserci. A meno che non sia davvero qui di fronte a tutti voi a parlare a vanvera. Pagato per raccontarvi senza filtri tutte le cazzate che mi passano per la testa istante per istante. In Croazia. Avevo all’incirca trent’anni. Prima di partire stavo attraversando dei mesi scombussolati in cui eccedevo col gin tonic e fumavo una sigaretta dietro l’altra e soffrivo di un’insonnia che mi spaccava in due e non sapevo se insistere con questo chiamiamolo mestiere oppure cambiare strada. Se continuare l’avventura o meno, direbbe qualcuno di ignobilmente lezioso. Il discorso è che dopo anni di date fitte e sold-out in giro per l’Italia la richiesta di serate per motivi imperscrutabili si era azzerata da un momento all’altro. Alla gente non gliene fregava più nulla di me. E mica sapevo che pesci prendere. Come superare l’impasse. Quindi me ne stavo in casa. Bello tranquillo. Senza vedere nessuno. Aspettando che il mondo mi lanciasse qualche indizio casuale. Valutavo le alternative. Trascorrevo pomeriggi sul divano a fantasticare per esempio su di me in veste di bibliotecario, sul silenzio delle ore, sull’echeggiare dei passi sul pavimento in cotto, sulle universitarie slanciate che vengono a chiederti consigli sulla bibliografia di Hemingway o Faulkner. Oppure consideravo l’invio del curriculum a qualche agenzia pubblicitaria e subito dopo mi rammentavo che le agenzie pubblicitarie sono Satana in persona e chiamatemi pazzo ma io con Satana non voglio proprio averci niente a che fare. Oppure ancora peggio pensavo a ritirarmi in montagna. In una baita mimetizzata nel marrone dei castagni. Lontano dagli obblighi del mondo ostile. Bacche e zecche. Camminate e latte appena munto. Sperdermi tra i monti e campare con gli spiccioli rimasti. Non tornare più.

Le strade croate sotto il sole d’agosto appestavano di nafta e fogna e le magliette si inzuppavano di sudore come nulla e i vecchi caracollavano con un ombrello rosso sulla testa e i muri delle case e i cartelli stradali crivellati di proiettili dappertutto. Passavamo quelle giornate canicolari immersi nell’aria condizionata di un appartamento in cima a una palazzina di periferia. Lungo i corridoi e le scale interne prevalevano l’odore stantio di minestrone di verdure e quello altrettanto annoso di piscio di gatto. Era una palazzina come decine di altre tutt’intorno. Pensate alle borgate romane in bianco e nero e ci siete vicini. Bambini e palloni. Pulviscolo e gatti monoculi. Pasolini e così via. Al calare del sole mettevamo la testa fuori e salivamo sulla larga terrazza sul tetto. Assieme a qualche altro condomino esausto e di poche parole. Padri di famiglia con le barbe incolte che avevano sgobbato in fabbriche roventi dall’altra parte della città e ora cercavano un filo di refrigerio. Donne che si rassettavano i capelli e si mettevano l’abito buono per l’unico momento sociale della giornata. Lassù l’aria era fresca, smossa, vagamente sana. Stendevamo la trapunta da picnic e ci mettevamo a sedere a gambe incrociate sulle mattonelle tiepide. Davanti a un esercito paralizzato di comignoli e antenne e al volo concitato dei piccioni nel cielo venato di rosso e viola. Mangiavamo zuppe fredde e panini e involtini ripieni e frittelle allo zenzero che lei cucinava nel pomeriggio. Riempivamo i bicchieri con del vinaccio da galera e ci fissavamo gli occhi per gioco e facevamo brindisi ironici per robe ridicolmente fuori portata. Al domani. Alla pace. All’Europa unita. Col buio scappavamo giù in strada per bere birra e rakia alle prugne nei baretti all’aperto lungofiume. Era una ragazza bassa dai lineamenti duri e gli occhi blu che parlava un italiano stentato e consumava un sacco di frutta secca. Mi faceva conoscere le zone più vivaci della città, le piazze e i negozietti e i giardini. Mi spingeva a scavalcare cancelli. Mi portava a concertini locali. Mi presentava agli amici. Operai e artisti. Eterosessuali e dell’altra sponda. Ricordo un pittore. Un disegnatore dall’aria malaticcia. Pelle martoriata dall’acne e sfigatissimi capelli appiccicati alla fronte. Forse un suo ex, da come le toccava il braccio, da come la incorniciava con lo sguardo. Una sera. In una piazzetta appena fuori dal centro irraggiata dai fari alti sul frontone di una chiesa. Mi guardava strano, con una perplessità intensa. Come se fossi un elemento stonato e non capisse. Perché fossi con lei. Per quale motivo la frequentassi se non credevo in nulla. Insistette per farci una caricatura e noi ci sedemmo su un muretto basso accanto a un oleandro monumentale e aspettammo quanto necessario e poi ce la regalò. Non volle niente in cambio. Girammo l’angolo e ci fermammo sotto un’insegna al neon e guardammo il disegno a matita e ridemmo della mia enorme testa stempiata e della sua. Col sorriso da Joker. E gli occhi sproporzionati e reali.

Una notte rincasammo tardi e trovammo un cane. Proprio ai piedi del palazzo. Stava accoccolato su di un accappatoio lercio a due passi dal cassonetto della spazzatura. Il cane alzò la testa e ci guardò dalla penombra e noi lo guardammo e poi tornò a dormire. La mattina dopo quel lurido ammasso di pulci e batteri si trovava ancora immobile nello stesso punto. Così i giorni seguenti. Scuro con chiazze paglierine. Già alto ma coi tratti smussati del cucciolo. Iniziammo a dargli qualcosa da mettere sotto i denti. Cioè avanzi nostri. Pezzi di pane duro. Grasso di maiale scartato. Una ciotola puntualmente riempita d’acqua fresca. Lei mi informò che un canile della zona qualche settimana prima era stato chiuso per esaurimento fondi. Le autorità avevano deciso di sopprimere il nutrito gruppo di cani ospitati. Per evitare problemi. Sapete com’è. Morsi e randagismo e malattie e incidenti automobilistici e decoro. Poi un gruppo di animalisti d’assalto si era intrufolato nottetempo nella struttura e aveva spalancato le gabbie e divelto le recinzioni mettendone in libertà una trentina e passa. Lui doveva appartenere al novero dei fuggitivi. Quando comparivo sul portone mi si faceva incontro con la coda tra le gambe e io mi abbassavo e gli accarezzavo la schiena avvertendo con le dita la precisa conformazione segmentata della colonna vertebrale. Madonna. Faceva impressione. Pure un po’ schifo. Appestava di marcio, voglio dire, di cose morte da un secolo, come se fosse riemerso vivo da un fosso di carcasse putride, e tremava tutto. Per paura o debolezza o entrambe. Presto cominciò a seguirmi durante le passeggiate mattutine per le vie screpolate del quartiere e io gli compravo crocchette al pollo nei minimarket e lo guidavo verso le fontanelle e lo facevo riposare all’ombra di parchi vasti e vissuti. Ricordo le decine di bambini nei passeggini e l’odore forte di resina di pino e un vecchio che una mattina mi si avvicinò spiegandomi in un inglese grossolano quanto gli mancasse Tito. Mi disse che le cose cambiano troppo in fretta. Mi disse che i tempi bui erano tempi belli e che valeva anche il contrario. Quando sedevo su una panchina il cane mi si appisolava ai piedi e se provavo ad allontanarmi di soppiatto un po’ per finta e un po’ no lui si destava e mi raggiungeva in due balletti. Non mi si staccava più di dosso. Un giorno lo portammo a lavare professionalmente e poi su per le scale nell’atmosfera artificiale dell’appartamento e gli stendemmo una copertaccia a quadri sul pavimento. Lui capì che la coperta era sua e che la coperta era casa. Ci salì sopra e dormì per quindici ore filate.

Al momento di lasciare la Croazia le chiesi se potessi portarlo via con me. Vista la sua situazione precaria e il fatto che avrebbe dovuto traslocare presto in un’altra città per motivi di studio o non so cosa. Comprammo un collare e una pettorina rossa e un guinzaglio a catena. Delle scatolette al manzo. Una pallina di gomma che non degnò mai di uno sguardo. Lo facemmo visitare dal veterinario, lo vaccinammo e lo dotammo di microchip. Fu lei a scegliere il nome. Un nome dell’est. Sovietico. Perché da bambina, prima della guerra, ne aveva avuto uno che si chiamava così. Il veterinario ci informò che aveva sui dieci mesi e sospettava avesse vissuto recluso fin dalla nascita. Insomma lo sviluppo era ritardato. I muscoli vagamente atrofizzati. Le articolazioni anchilosate. Il cane appariva triste. Smile, gli intimava quel dottore scherzando. Please smile. Lo spinsi sull’auto che aveva già preso qualche chilo e la salutammo e lei aveva le guance calde e bagnate e poi ci avviammo verso la frontiera con la Slovenia. Era un’afosa notte d’agosto. Stelle cadenti e canne che scottano la gola e sabbia nelle orecchie e bagni nudi nel mare più nero che c’è. Viaggiavo a bassa velocità coi finestrini giù ascoltando Dredg e Mars Volta e Bush. Yuri si agitò e guaì a lungo sul sedile posteriore prima di arrendersi stremato. Non ricordo il motivo per cui al confine non ci fecero passare. Il cane non poteva passare. Qualcosa legato alla burocrazia, alle tempistiche, al microchip installato troppo di recente. Un militare mi prese da parte e informalmente mi suggerì di fare il giro largo e di transitare dall’Ungheria. La frontiera con l’Ungheria. Centinaia di chilometri in più. Mi assicurò che da quelle parti non avrebbero fatto problemi.
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Qualcosa invece di nulla

Un giorno qualunque. La strada di sempre. Gli uccelli traversano il cielo da parte a parte. Mormorano le macchine compresse e immobili. Mani sul volante, sul cambio, sui jeans, sul display dell’infotainment fitto di ditate. Pennellate. Il sole si sfalda languido nell’unto degli scarichi. Raggi giallorosa distinguibili a uno a uno trapassano luridi parabrezza socchiudendo plurimi occhi stanchi. Si torna a casa. A destra campi incolti e sterpaglie, l’ossatura di un autogrill bruciato. A sinistra la Rocca e le case che discrete s’arrampicano d’intorno. Strade serpeggiano. Un verde mai notato. Mi fiancheggia una Mercedes bianca, a un metro, se apro il finestrino posso toccarla. Davanti una Mini con tre sei nella targa e l’adesivo circolare di un emoji lieto. Una Toyota. Un camion da muratori. Nello specchietto retrovisore staziona un furgoncino impolverato con dentro un uomo dall’aria bonaria che parla al telefono ininterrottamente. Subentra dal nulla Fennesz, The Last Days of May. Un prima e un dopo, una rottura. Lampi sporadici. Eventi deflagrano stocastici qua e là nella riluttanza di glaciali spazi cosmici. Dall’immenso al nulla. Dal nulla al prefisso proto. Dita. Muscoli. Corde d’acciaio. Vibrano all’unisono smembrati e ricomposti dalla tecnica dei numeri. Riverbera l’informe, esponendosi alla significazione coatta. Siderale e sontuoso. Definitivo e disperato. L’origine del tutto. Iria del Rio, l’occhiata intensa propedeutica al primo bacio. Il viaggio di sei mesi con lo zaino in spalla. La scena in macchina a Berlino. Cose viste, riviste, riverberate. L’uomo in Mercedes vestito di tutto punto coi capelli esattamente rasati. Cosa fa un rappresentante. Cosa rappresenta. Segni, significati, significanti. Fennesz, ogni singolo tocco morte e sintesi di un mondo nuovo. Affievolirsi o arrendersi, un sentore indicibilmente interno, per un secondo afferrare la logica di qualcosa, una strana calma bellezza. Esatto. Solo per un secondo ne vale la pena – la parentesi epifanica di un film contemporaneo. La colonna sonora e l’epica trita del protagonista che infine impara. La fila si allunga. Due chilometri o forse tre – rosso ininterrotto fino all’uscita. Il metallo giallo insaturo delle macchine al crepuscolo, l’irradiarsi moribondo di un sole mastodontico, arancio marcio, la Rocca che s’infiamma svettante. Nella Mini una ragazza dai capelli a caschetto ferma e rigida, apparentemente assorta. Si fa una doccia mangia dorme e tutto riparte. A cosa stai pensando. Vorrei penetrarti la testa. Per fratturare silenzi interminabili. Il tipo con la Mercedes da centomila sgomita e sgasa e suona il clacson, dev’essere lui, è senz’altro lui. Qualcuno gli fa eco. Non avanziamo. Non ci spostiamo. Non lo vedi che non me ne vado. Che non so andarmene. Che non ho imparato a sparire. Squarci sonori frequenti, sempre più, sempre più. Nell’universo zittito della fisica. San Miniato e le vacanze di luglio da bambino e le tensioni del liceo e le scalinate fragorose di un Decris atavico. Baldo vendeva quaderni. L’uomo con i baffi il pesce. La nonna tessuti e gomitoli di lana. Sotto i chiostri a giocare a nascondino coi bambini volatilizzati. Non sto pensando a niente. Fidati. Non mi viene a mente mai niente di davvero speciale. Iria del Rio che fuma in solitaria nel piovere della mattina. Quando tutti dormono. Mentre decide la vita. Il piano sequenza finale, il realismo crudo della recita cruciale. Non avanziamo. Non avanziamo di un millimetro. Un’evoluzione, ancora. Accordi fondono in un sordo magma crepitante soffocando l’isteria in ritirata dei clacson. Lento disgregarsi del solenne nelle ombre in estensione, mentre il sole muore. Il giorno muore. Il rumore decade a ronzio – l’immanenza ubiqua di un acufene. È tutta interpretazione. L’arte. Il ridere meccanico. Questo preciso istante.

Un tentativo di estrema sintesi delle impressioni a caldo all’uscita dalla nuova segreta galleria d’arte concettuale in piazzetta Santo Stefano (bussate tre volte alla porta blu e chiedete di Piero)

Appena usciti non si ricorda niente di niente, e si dice che le facce che si reimmergono nella luce naturale appaiano spente, smarrite, facce di capelli moderatamente scombinati (carezze di corpi fugaci) e labbra chiuse e piatte, neutralizzate dalla controversa genialità del Cane. Soggetti che nel postvisione caracollano a lungo per il paese mentre la loro intima parte sapiens tenta di recuperare brandelli dell’esperienza appena fatta, pescare indizi, scovare nessi semantici. Soggetti con un cocciuto rettangolino luminescente che ancora pulsa nel privato degli occhi vuoti. Difficile cogliere l’ambizione, nell’immediato, definire i contorni del progetto. Può venire a mente la metafora del frullato. Qualuno parla di vortice, di nauseante traversata di un mare procelloso. In un programma televisivo locale a notte fonda una voce distorta e androgina ha scodellato il concetto di sequestro volontario, autosequestro. Unica vera presa d’atto, istantanea come il terrore: il fallimento fragoroso del collaudato sistema di codifica e rievocazione, dei fondamenti dell’essere – è come non averlo vissuto. Cos’è stato? Cos’è? Un flusso. Parole, sì. Parole e parole. Singole e a gruppi, talvolta interi contingenti di parole mostrate simultaneamente che strutturano un articolo di giornale ritagliato o la pagina giallastra di un libro ignoto. Parole in lingue altre. Parole in font e dimensioni diversi. E poi cifre, espressioni matematiche, l’otto sdraiato, il segno di radice. Brevissimi filmati. Fotografie. Disegni di bambini. Seni scoperti. Ideogrammi sumeri. E stracci di melodie scivolose come saponette che si sovrappongono di tanto in tanto per puro gusto della complicazione, un certo incipit, un ritornello, un solo di Stratocaster che sa di già sentito e che – tutto solidamente scientifico – viene mozzato l’attimo esatto prima del riconoscimento effettivo. Un flusso, su questo converge la maggioranza, un flusso che scaturisce ininterrotto da una fonte lontana e segreta.

Siamo tutto ciò che esiste.

Slow Learner – Tuber Magnatum (2023, Sony Music)

DALL·E 2023-12-04 10.47.04 - copertina di the age of white truffle da parte della band rock chiamata midnight serenade

Voto: 7,5
Genere: art rock, progressive metal, folk

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Attesa lunga, frustrante. Anni e anni di gavetta. Sessioni di prove in scantinati umidicci e garage dall’acustica deprimente. Registrazioni amatoriali. Concertini qua e là per il centro Toscana. Bootleg pubblicati su Myspace e Youtube e Soundcloud – gemme semisconosciute come Unplugged at Decris o Live at The Alchemist 2009. Lo status ineluttabile di band di culto, sotterranea. Il fascino della clandestinità, dei samizdat, del passaparola tra appassionati. Quella roba lì, insomma. Ci siamo capiti. Bravi, bravissimi, addirittura eccezionali. Ma per pochi. Destinati a rimanere tali. A non fare breccia nel grande pubblico. A non sfondare mai.

Poi una major si accorge di loro. Ascolta l’ultimo demo e lo apprezza. Propone di lavorarci sopra, di smussarlo, di trasformarlo in album. Li mette sotto contratto. Succede un annetto fa. E tutto cambia, per i trentenni samminiatesi Slow Learner. Da un giorno all’altro.

Tuber magnatum, prodotto e mixato da Ted Imbruglia (Ministry, Creed, Lankum) e registrato presso i Trident Studios di Londra, è un lavoro lungo e sfaccettato. Sviluppa tutte le migliori idee degli anni precedenti, non presenta fasi di stanca ed è tecnicamente superbo – fatto che se si conosce un minimo la meticolosità e la perizia strumentale degli Slow Learner non dovrebbe sorprendere. A livello di testi, non li si accusi di scarsa originalità, la band ha messo in piedi una sorta di concept sul tema del tartufo bianco, il pregiato fungo ipogeo diffuso nelle terre attorno a San Miniato (PI).

Ad aprire le danze ci pensa Il sentiero, brano dall’atmosfera bucolica – chitarre acustiche, xilofono – che si trasforma in un mid-tempo tutto sommato elementare ma di buon impatto. Per suoni e riff può rinviare alla produzione dei Savatage di Edge of thorns, volendo, ma la sezione ritmica Taddei-Pertici sciorina raffinatezze impensabili per l’ensemble statunitense. Il ritornello, di un’amarezza proustiana, implora: Non tornerò più / Non troverò la cura / Ti prego ti prego / Conserva intatta quella radura. Se Il sentiero è una discreta opener ma nulla più, con Albeggiare siamo invece già alle prese con uno degli zenit dell’intero album. In dieci minuti succede qualsiasi cosa. Chitarre nu-metal si avvicendano con arpeggi acustici di estrema pulizia, fanno capolino cori femminili, compaiono armonizzazioni, passaggi di flauto, assoli elettrici, acuti ultrasonici e intermezzi di solo narrato. Si tratta di una canzone destrutturata che parla di una coppia di fratelli che trascorre un’intera notte a giocare a un videogame. Scopo del gioco: perlustrare un bosco immenso evitando i pericoli (cinghiali, lupi, serpenti) per collezionare più tartufi bianchi possibile (bisogna scavare a mani nude laddove si crede, in base a certi indizi, possa trovarsene uno). Il terzo pezzo si chiama Avvallamenti e flirta con la similitudine tra la ricerca del tartufo e l’umana ricerca della felicità. L’impalcatura appare più classica rispetto ad Albeggiare, ma gli Slow Learner rendono l’insieme lo stesso fresco e accattivante e seminano preziosismi a profusione, svelti ricami di chitarra, tempi dispari, effetti elettronici di gusto sopraffino. Ma è soprattutto Julio Turrio a fare la differenza, sciorinando l’ampio repertorio in suo possesso: il sentimento, la teatralità, l’invidiabile estensione alla John De Leo (Avanti o indietro / avanti o indietro / in trappola nel bosco tetro recita un refrain perfetto per esser cantato dal vivo). Dopo un trittico tanto sismico piomba, puntualissima, la ballata. Non poteva essere altrimenti. Comete come te è un lento acustico che parla di una storia d’amore cominciata con una cena romantica a base di tartufo bianco. Rammenta mille cose, i Pooh di Parsifal, gli Yes, Nick Drake, i Pearl Jam e così via, eppure nei suoi tre minuti e mezzo denota ugualmente una personalità spiccata. Barzilli che si cimenta in arpeggi zeppeliniani, la voce di Turrio calda e avvolgente, Lucia Taddei raffinatissima al basso fretless, Nico Pertici leggero come una piuma sul ride, il fratello Franco al piano perfetto nel colorare l’atmosfera con manciate di note – brano minimale e orecchiabile, dalle enormi potenzialità radiofoniche. Balto è una traccia progressive metal alla Fates Warning incentrata sulla leggenda tutta samminiatese di un lagotto romagnolo vissuto decenni fa eccezionale nel fiutare tartufi, mentre Le stelle del Messico narra di nostalgia, di rimembranza, di un’infanzia perduta caratterizzata da piatti e piatti di tagliatelle al tartufo della nonna (Nell’insondabile me / laddove non esisto più / poter tornare là / solo un minuto / poter riassaggiare quel tartufo). La canzone si dimostra un vero e proprio tour de force, una mastodontica sinfonia fitta di cambi di umore e di tempo, ed è divisa in due parti ben distinte dai tre minuti solisti di un Barzilli smagliante, prima evocativo e struggente e poi frenetico sulla sei corde. Il disco – disponibile su tutte le piattaforme streaming – si chiude con Odissea, una suite in stile Marillion della durata di ventisette minuti (!) che meriterebbe una recensione a se stante. Un capolavoro, sia detto fuori dai denti. Qualcosa che diverrà punto di riferimento per chiunque vorrà, negli anni a seguire, cimentarsi col genere. Il testo segue la camminata di uomo a partire dalle pendici di San Miniato (zona “Gargozzi”) fino al vecchio ospedale, dall’altra parte della città, in una grigia domenica di novembre, durante la Mostra Mercato del Tartufo Bianco. L’uomo, debole e affamato, deve destreggiarsi tra i vari ristoranti, tra le bancarelle, tra le offerte, gli assaggi, i crostini, i grissini, le bruschette, i piatti fumanti, i tagliolini, i ravioli, i paccheri, i profumi inebrianti di tartufo, tirando dritto fino alla meta. Non può mangiare nulla. Turrio – autore di tutte le lyrics – è qui profondamente allusivo, e la passeggiata dell’uomo assume fin da subito un’indefinita sfumatura metaforica, esistenziale. Il pezzo, che a tratti esprime perfino un animo jazz, si conclude con un inquieto tappeto di tastiere che accompagna il protagonista, dopo impensabili peripezie, all’interno della struttura ospedaliera dove verrà misteriosamente ricoverato.

Con Tuber magnatum gli Slow Learner hanno osato, e hanno avuto ragione. Tutta quest’ambizione, quest’ossessione per il dettaglio, questa voglia di rompere le regole e volare altissimi, tutto ciò non può lasciare indifferenti. Provateci. Che altro possiamo dirvi. Provateci. E se non vi piace al primo o al secondo ascolto, riprovateci ancora. Siamo certi che non ve ne pentirete.

Durata 71:55
1-Il sentiero
2-Albeggiare
3-Avvallamenti
4-Comete come te
5-Balto
6-Le stelle del Messico
7-Odissea

Formazione:
Mario Barzilli – chitarra
Lucia Taddei – basso
Nico Pertici – batteria
Franco Pertici – tastiera
Julio Turrio – voce e flauto

Farro soffiato all’Eurospin

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Il farro soffiato, con cui negli ultimi tempi faccio tassativamente colazione, è meglio all’Eurospin o alla Pam? Perché dovrei andare alla Pam se quello dell’Eurospin senza miele mi piace di più ed è meno calorico e pure più a buon mercato? Se devo scendere giù a San Miniato Basso, e a quanto pare devo, nel caso in cui voglia davvero comprare dell’altro farro soffiato per le mie colazioni sane e leggere, mi chiedo, posso farlo in tuta o devo per forza mettermi un laborioso paio di jeans? Voglio davvero abbottonarmi dei jeans? Sentire quel gelo tremendo sulla pelle? Chi una volta sostenne che non si dovrebbe mai uscire con la tuta? Che è fuori luogo, inopportuno? Che chi si fa vedere in giro con la tuta – a meno che ovviamente non stia praticando uno sport – dovrebbe provare una qualche vergogna? Parlò letteralmente di vergogna o sto un filo esagerando? Sono io che drammatizzo? Perché questo discorso, sentito di sfuggita a una cena alcolica anni addietro, continua a tormentare il mio quotidiano? E se me ne fregassi e propendessi per l’opzione-tuta e durante il tragitto per l’Eurospin (dunque vado lì?) la macchina si fermasse di colpo? Se succedesse l’indicibile? Se dovessi, che so, sostituire una gomma? Quanto pagai la tuta della Nike? Se la sporcassi e fossi costretto a buttarla via? Perché dovrei indossarla se sussiste un rischio del genere, pur minimo? E se, giusto per ipotesi, per pura speculazione, non possedessi invece alcuna tuta firmata? Se fosse solo una mia fantasia, io e una tuta della Nike in accogliente cotone, sfoggiarla in giro (sempre che sia qualcosa da sfoggiare), poterla teoricamente indossare in due balletti per andare a fare la spesa dove mi pare e piace? Se solo mi dilettassi con l’idea allo scopo di poter infine contraddire – in maniera assai sottile – la persona-spara-sentenze di quella cena lontana? Ma il fatto di indossare non una tuta qualsiasi ma una tuta prestigiosa, di marca, non starebbe a indicare che la sto contraddicendo solo a metà? Che incarno una sottospecie di vigliacco? Perché sono ossessionato dalle macchine che si fermano e dalla sporcizia che ne deriva? Perché rimettere in sesto la macchina in avaria a bordo strada per quanto mi riguarda significa dover necessariamente rovinare la tuta della Nike? Non esistono alternative? Non posso usare uno straccio e stare attento? Sono folle se sostengo che la tizia della cena potrebbe aver avuto – indirettamente – un po’ di ragione? Aveva forse doti da sensitiva e prefigurava che potessero insorgere problemi di siffatta natura durante i tragitti? Magari era a conoscenza del fatto che controllo pochissimo le gomme dell’auto e che non le cambio quanto dovrei? Che prendo in pieno tutte le buche del mondo? Dovrei sentirmi in colpa per essere così negligente nei confronti del mio unico mezzo di trasporto? Ha senso ciò che sto supponendo riguardo le doti da sensitiva della tizia? Il discorso a cena non verteva su questioni di pubblico pudore, tralasciando integralmente quelle relative al valore economico del vestiario? O forse intendeva che bisogna vergognarsi di fare la spesa con la tuta sporca? Se così fosse, a voler essere puntigliosi, lo stesso ragionamento non potrebbe valere per i jeans o per ogni altro capo costoso? Non potrei sporcare qualsiasi cosa, nell’aggiustare una macchina? Sto davvero per indossare una tuta, nonostante tutto? Era una donna che me lo disse? Oppure un uomo attentissimo a dettagli del genere? Conosco sul serio uomini attentissimi a cosa indossano gli altri uomini? E se, invece, non avessi mai sentito nessuno sostenere quel discorso? Se fosse un falso? Se mi piacesse immaginare che qualcuno in passato abbia espresso un parere negativo sulla mia recente e cocciuta volontà di tuta, ammesso che sia cocciuta, solo per il gusto di autosabotarmi? Se la psicoanalisi avesse almeno un minimo di senso? Se entrassi all’Eurospin correndo, la butto lì, starei facendo dello sport e la tuta sarebbe giustificata? Se mi aggirassi tra le corsie mezzo sudato prendendo al volo pane e pasta e farro soffiato la tuta sarebbe giustificata? Anche se sporca? E se, vedendomi in tuta, la cassiera interessante dell’Eurospin – accenno di occhiaie, mai un sorriso – mi giudicasse sciatto, un uomo disgustosamente sciatto? Se vedere un uomo disgustosamente sciatto le rovinasse in qualche misura la giornata? Se tale visione contribuisse a farla rincasare di cattivo umore e quella sera, di conseguenza, litigasse col fidanzato? Per me sarebbe un vantaggio oppure no? Sarà eterosessuale, lei? Avrà un fidanzato? Dando per scontato che ce l’abbia, cosa dovrei pensare se nel giro di un mese finisse per lasciarlo anche a causa di quella litigata? Quanto sarebbe curioso se detestasse non tutte le tute ma solamente quelle firmate Nike? Se avesse frequentato in passato persone con tute della Nike che l’hanno ferita e da allora non potesse più sopportarle? Ma esiste una cassiera munita di occhiaie all’Eurospin, ora che ci penso? Che l’abbia notata alla Pam? Oppure alla Coop? Qual è il motivo per cui i supermercati a San Miniato Basso sono tutti così vicini tra loro? Vogliono che li confondiamo? A che scopo? E se invece non fosse una cassiera ma un cassiere e io fossi omosessuale e non volessi accettarlo? Se stessi raccontando tutto ciò per celare la mia omosessualità? Ed è vero che un collega della cassiera (mettiamo) dell’Eurospin mi ha rivelato il suo (di lei) nome e mi ha dato il suo (di lei) numero oppure in questo preciso momento me lo sto inventando per autoconvincermi di avere (con lei) una minima possibilità? Ha senso quel che ho appena scritto? Che poi, anche avessi il numero, e ne dubito, visto che non conosco nessun impiegato all’Eurospin (né alla Pam o alla Coop), troverei il coraggio di chiamarla? E se – azzardo – fossi indeciso tra Pam e Eurospin non tanto perché nella prima vendono farro soffiato migliore (falso) ma perché la cassiera su cui vorrei far colpo – presentandomi senza tuta – lavora in effetti alla Pam? Mi meriterei di uscire con la cassiera dell’Eurospin, o della Pam, insomma, con quella cassiera? Sarebbe un tipo giusto per me? Cosa penserebbe di un cliente, magari privo di tuta, che però appoggia sul nastro trasportatore tre o quattro tristi sacchetti di farro soffiato per volta? Ci sarà stato qualcuno nelle sue cene passate che ha espresso un’opinione forte e negativa a proposito degli uomini che comprano il farro soffiato? E se invece, perversamente, adesso volessi andare all’Eurospin (o alla Pam) in tuta proprio per fare brutta impressione sulla cassiera con le occhiaie (vista da lontano) troncando sul nascere ogni mia velleità e speranza? Così facendo non continuerei a supportare a distanza di anni e anni i convincimenti di quella tizia – al 70% donna, sì – della cena alcolica? Che tipo di speranza stavo coltivando, in fin dei conti? È giusto coltivare una speranza? Non si coltivano le piante, solo le piante? Perché è tutto segno? Sotto quante tonnellate di linguaggio si nasconde la realtà? Inoltre, siamo sinceri, mi piace davvero così tanto il farro soffiato? Sicuro che sia così leggero e salutare? Non dovevo parlare esclusivamente di farro soffiato e di come scricchiola nel latte caldo nelle mattine tiepide di primavera, se ho premesso che mi piace? Come mi sono infilato nel discorso sulle tute? Perché mi sono inventato il personaggio della cassiera? Me lo sono inventato? E se un giorno l’ex fidanzato di questa cassiera liminale mi incontrasse e fosse gentile con me, che so, alle poste, in un bar, in fila all’Eurospin, ignorando di esser diventato single e di aver sofferto come un cane anche per colpa mia? Come dovrei sentirmi? Non è assurdo, visto che io non avrò mai modo di conoscerne l’identità e che la cassiera potrebbe non esistere e lui uguale? E la sofferenza – i cani soffrono più di noi? – sarebbe giustificata oppure no, dal momento che sarebbe stato mollato da una tipa (inesistente?) rincasata una sera dal lavoro di pessimo umore solo per aver notato un cliente in tuta? Non dovrebbe al contrario sentirsi sollevato, lui, per il fatto di non frequentare più una simile cretina? Non dovrebbe stringermi la mano, pagarmi da bere, comprarmi una bella tuta della Nike, nel caso remoto in cui mi incontrasse? E non è un’assurdità anche questa, se lui – ammesso esista – in realtà non mi conosce e io non mi sono ancora presentato in tuta sul posto di lavoro della sua fidanzata immaginaria e se dunque non posso aver dato alcun concreto contributo alla loro separazione? Perché vorrei fare colpo o non vorrei fare colpo su una che – ammesso esista – potrebbe dimostrarsi tanto cretina? Ne ho bisogno, mi chiedo? Ho bisogno di comprare farro soffiato proprio adesso? Di quello senza miele? Perché sto per uscire e nell’armadio non trovo la tuta della Nike? Perché rovisto dappertutto e non la trovo? Se, come dovrei aver accennato sopra, non solo non possedessi una tuta della Nike ma proprio alcun tipo di tuta? Cosa significherebbe? Se non facessi sport da quando mi sono rotto il legamento crociato sciando (anche se non ho mai sciato in vita mia) e le avessi buttate tutte anni addietro? Se fossi un’altra persona, una di quelle frettolose che non fanno mai colazione? Non è vergognoso che una persona non faccia mai colazione? E se adesso, che assurdità, mi trovassi alla cassa dell’Eurospin con addosso i miei soliti freddissimi ma adeguati jeans? Se appoggiassi sul nastro trasportatore del farro soffiato – che credo di odiare – solo per permettere alla cassiera con le occhiaie di poter sfidare quell’opinione forte su uomini e farro che in teoria avrebbe sentito tanto tempo prima? Se puntassi a farla ricredere, a farle pensare Madonna che sciocchezza? Se usassi il farro soffiato per modificarle di poco poco il cervello? E se sorridesse, proprio ora? Se fosse qui davanti a me e avesse capito tutto e infine sorridesse?

Hauntologie del bacino remiero II

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[…] Passate le ore, la vista si fa speciale. Rubo dettagli crescenti all’oscurità oltre la bolla. Opalescenze effimere, venature blu. L’inspessirsi dei contorni. C’è un molo con un paio di barche ormeggiate. C’è una sfera – un pallone – sulla riva di fronte a me, freme impercettibile nell’abbraccio delle piante lacustri. Germogliano un po’ a sorpresa, dal suolo disperato, fantasie brevi e lineari. Le barche di famiglie che solcano lo specchio una domenica pomeriggio di aprile, i visi espansi dei bambini, quelli dei genitori che scrutano i bambini confidando nella memorabilità a lungo termine della messa in scena. I palloni spediti nell’acqua durante sfiancanti sfide di calcio tra padri trentenni sul prato presso la struttura della Canottieri San Miniato (posso ipotizzare competizioni serrate, body tecnici, cappellini con visiera, il frullare effervescente dei remi). A corollario, panini alla mortadella addentati sulle panche di legno nell’indaco del crepuscolo, aneddoti biascicati, bottiglie verticali che stillano l’ultima goccia di birra nelle bocche stanche. Foto, naturalmente, infinità di foto – riaffrontate decenni dopo sapranno suscitare, però, solo una sottospecie di dolore. Anziani che passeggiano. Frisbee sospesi controsole. Dibattersi sconcio di carpe perforate. E poi il lago come soggetto, il mistero artificiale di una pozza a forma di luccio, il lago che dà e che toglie – affoga i figli e fa strillare le madri, custodisce cormorani e cicogne, droghe, tresche, strazia tatticamente le terre limitrofe barattandole per la salvezza della nobile piana pisana. Il lago magnetico e chiuso che non emana, come stereotipo richiederebbe, nessuna nebbiolina mistica. Soppressa sul nascere l’ambiguità, la minima vaghezza – la fredda aria di dicembre sfoggia il nitore impareggiabile di un’ottima idea. Nera la barca prossima alla riva. L’altra, più grande, verte sul paglierino. Il pallone è distintamente sgonfio e di un arancio immalinconito dalla penuria di luce. Tengo le gambe distese con i piedi tra i pedali, la schiena aderente al sedile. Il collo se ne sta dritto e consegna il capo alla convessità del poggiatesta. A cosa stai pensando? Le orecchie frusciano di liquido e teoria. Gli occhi restano vigili, tersi – non ho sonno. Comincia a far tardi ma non ho sonno. Nell’andirivieni monotono del respiro perlustro il buio che mi si srotola davanti, vagamente motivato, quasi avessi colto l’ingranare di un processo, avessi capito che dal recesso può eruttare da un momento all’altro la totalità del possibile – Nessie, i dinosauri, Jurassic Park, l’umanità annientata. I sassi bianchi sotto le paratie a destra, disciplina e angoli retti. La moltiplicazione dei moli dall’altra parte. Una bandiera appassita in cima a un palo. La superficie delle acque divisa in due fette più o meno simmetriche dal taglio della luna piena. Una vignetta antica e lisa dalle intemperie, slovena o austriaca, chi ricorda più. L’usura della gomma del volante. E il respiro, ancora. Lo stupefacente respiro. Tiepido e rauco di una raucedine filamentosa e appiccicaticcia. Isolarlo significa realizzare la precarietà sostanziale di un oggetto biologico, la sua continua scommessa contro l’improbabile. Sono qui. Nonostante tutto sono qui. A intervalli regolari abbasso di cinque centimetri il finestrino – il brulicare sommesso della terra, ingordo macinare energia per energia – mirando a un equilibrio impossibile tra condensa e clima interno sopportabile. Nel premere l’interruttore sullo sportello tocco l’indolenza del vetro che scende, una ribellione, un progresso fallito. Talvolta tossisco brutale per spezzare un flusso, teatralizzando l’atto a uso e consumo di un pubblico assente – un pizzicore in fondo alla gola è un cancro immondo da espellere all’istante con tutta la forza del corpo. […]

Su certe cose si può scherzare solo fino a un certo punto

[…] Un viaggio, ancora senza testimoni. Uno può inventarsi di tutto. San Miniato-Andalusia in pieno inverno, giusto a ridosso della fine del mondo. Un aereo economico, scovato per caso, sondando vie di fuga in una notte insonne. L’atterraggio a Siviglia sotto la pioggia, la pista mesta e lucida che riflette l’illuminazione aeroportuale. La penuria di turisti, K-way e ombrelli tascabili. La noia delle carrozze di cavalli del centro, le zingare che fanno l’elemosina, i tori ammazzati che incombono sui tavoli delle trattorie semivuote, sguardi dritti e fissi e stolidi. Tortillas, gazpacho, liquori rossi, dessert di crema bianca che tendi a riprovare. Avventori placidi spesso solitari che mangiano con l’indice sul telefonino. Odore infantile di pane caldo dalle cucine. Menù poliglotti. Cameriere che schioccano avanti e indietro sul pavimento di legno. Ero là. Fissai lemmi spagnoli. Spaventai gatti. Portai a termine sessioni di lavoro svogliate nei bar con Wi-Fi e vista sul canale e sulle palme strane. Camminai chilometri. Visitai la cattedrale, l’Alcázar, la prolissità di Piazza di Spagna. Camminai di notte, in particolare, alla ricerca di niente e nessuno, bevendo un bicchiere qua e là, masticando tranci di pizza freddi in intimi esercizi con la serranda abbassata. Tolsi le tende qualche giorno dopo. Scelsi una vettura giapponese, all’autonoleggio, mi passò le chiavi un ragazzo dalla mascella sovradimensionata avvertendomi che l’autoradio non funzionava. Con calma, su strade secondarie, scesi verso sud. Non avevo scadenze. Una puntata dentro un paesino in stile western location di quantità di film. Una mongolfiera a spicchi panna e magenta immobile nel cielo cupo (copertina di un ipotetico album). Una sosta di un pomeriggio soltanto a Cadice, i cui stabilimenti balneari spogliati di tutto irradiano lo stesso un’energia, una radioattività, rimandano a decenni addietro, a euforie postbelliche, connubi cemento-sabbia che d’estate – come vederlo – funzionano ancora alla grande. Una lunga dormita in un albergo di pareti rosa a Conil de la Frontera. Un succo di frutta rancido nel frigobar. La donna biondo platino alla reception già con la mascherina e la sensazione di essere l’unico cliente da settimane, una premonizione collettiva. Nessuno in giro, nessuno – il vento, l’ira del mare e niente più. E poi ancora più nel profondo, verso l’Africa. L’attraversamento del parco naturale, le mucche, i cavalli bradi, le pale eoliche che ruotano all’impazzata. A cosa stai pensando? Tarifa, l’obiettivo. Il profilo nebuloso dell’altro continente oltre la processione di navi commerciali. Un mare a destra e un altro a sinistra. Il centro fitto di vie e di locali chiusi e di mille varianti di salmastro. Le spiagge sull’oceano, primordiali, esangui, sterminate. La furia delle acque spumeggianti e i surfisti punti neri che fanno capolino tra le onde. Le strade battute solo da saltuari camper targati Germania e Olanda. Essere sulla linea di confine, al limitare dell’ordine. Guardare ad ovest, dove il giorno finisce, da un bar con affaccio sul mare scosso da folate furibonde. Ordinare una birra. Una seconda. Avere un’idea grandiosa, realmente grandiosa, e poi smarrirla per sempre. […]

Hauntologie del bacino remiero

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Vivere è un’impossibilità collettiva
Climax

[…] È sabato sera, e questo è un lago. Potevo andare dappertutto, ma eccomi qui. Un uomo al cospetto di un lago: scena già vista, tipizzata dall’arte pittorica. Con la luna che sgocciola ossessiva sulle acque cioccolata fondente e i filamenti nervosi (chiamiamoli così) della vegetazione, sottili e assolutamente neri in controluce, che si piegano dalle rive a strapiombo. L’aria paralizzata, la soppressione di cause ed effetti. Nientemeno che uno stallo. Solo di tanto in tanto sfilano ombre indistinte, forse nutrie, anatre, svolazzi di pipistrelli. Solo di rado una stella nell’angolo in alto a destra del parabrezza, per millesimi di secondo, sembra pulsare più ansiosa delle altre. Tentativi fiacchi, in ogni caso. Non smuovono niente di niente.

La scoperta arriva dritta dal passato. C’è stato un tempo di corse da queste parti, mentre afosi pomeriggi sfumavano in stordite veglie di cicale. Un tempo, nell’omertà collettiva, già gonfio di dati, di educazione all’assenza, di scissioni. Le corse erano tenaci routine di muscoli giovani e fiato allenato che attraversavano i paesini dietro al Pinocchio e spesso deviavano verso l’argine pedonale del bacino, lo sterrato punteggiato di duri ceppi d’erba che percorrevo in tutta la sua ellitticità prima di far ritorno sulla strada maestra. Scovai la nicchia uno di quei giorni, per caso, scendendo dal terrapieno per una pisciata. Uno squarcio tra gli arbusti, dietro l’imporsi di un faggio guardiano, largo sei o sette passi a dir tanto. Una spiaggetta scoscesa che portava a un nugolo di cannucce di palude affioranti dalla battigia. Presi a sostarvi, ogni volta. Sempre più a lungo. Le natiche sudate sulla terra secca, il lettore mp3 zittito, contemplavo il lago – a sinistra la manipolazione umana, sulla destra, rasente l’Arno, un’anomia verde insaturo – e i variegati chilometri fino al Serra, sul lato opposto, e al sole che gli franava alle spalle in uno spasmo di tempera. Buttare via minuti, se non ore. Buttarli via. Procrastinare qualcosa. Mentre l’insinuazione saliva pian piano dal profondo ergendosi a pensiero lucido, una certezza mai affrontata: […]

Poi tutto è finito, senza motivo, asfissiato come mille cose – dalla frenesia, dai ginocchi rotti. Finché stasera lo spettro non ha impugnato il volante spingendo la macchina verso la meta perseguita. Opacità di una strategia svanita giusto l’attimo del lamento basso e dentellato del freno a mano, ben tirato – al riconoscimento posteriore di uno spazio, alla sua significazione. Sono uscito verso le venti, questo è appurato, l’ho deciso io. Ho spento il PC e pure la televisione di sottofondo, che parlava ancora delle tre vittime dell’[…] e infine, una decina di minuti dopo, miracoli del teletrasporto, mi sono ritrovato qui. Un uomo che guarda un lago, sì. Scena semplice su cui sto insistendo fin troppo, me ne rendo conto, eppure, evidentemente, con una vaga salienza – altrimenti sarei altrove. Un uomo e un lago. Una coscienza e la natura circostante. La natura che, se la mettiamo nei termini giusti, scruta se stessa. Fa parte del novero di quelle immagini, sapete. Che riecheggiano dentro inspiegate. Una volta il […] mi raccontò che non riusciva a levarsi di dosso la visione di qualcuno che, di notte, penetra nella casa dei suoi per ucciderli a coltellate, con lui che, adulto e ben messo fisicamente, osserva la scena impaurito da sotto il letto matrimoniale. Come pure l’[…], meno emotivo: un pallone aerostatico che si schianta da qualche parte nella campagna samminiatese. Un uomo e un lago, la mia. Meno cinematografica, con un preciso referente nel reale. Se non credessi che Jung fosse perlopiù un cialtrone lo tirerei in ballo adesso, magari a sproposito, per darmi un tono. Immagini radicate, intendo – calli sinaptici. Immagini attorno a cui per qualche ragione si organizzano romanzi, che mettono in moto ossidati processi essenziali e poi – se il romanzo comincia a camminare con le proprie gambe – vengono sotterrate dalle stratificazioni della narrazione. Un uomo, recluso nella macchina inclinata (questa è la novità), e un lago. Né mediazioni né diversivi. Forse, al contrario di quanto sostenuto da principio, elemento non così frequente nella storia dell’arte. Ma ormai è andata […]

Verso Paesante

Ristai.

Tra i sedimenti

il tempo ha dissepolto

drappi di stelle

da un ciglio azzannato

ci strega un biancore lunare

di clausinelle, un balenio,

talvolta, di tante lucine:

alto incombeva

su questi poggi dilavati

gonfio di guizzi

oscuro e ponderoso il mare.

Ora

un’arsa tabaccaia

una cascina disfatta

e sotto una coltre di ramaglia

qualche muro disperso

e tu di tra le rovine

mi dici ascolta

lo senti? Lo sento:

come sommerso

è questo il reame

tuttora inespugnato del silenzio.

Nuova Giuncheto A/R

Immagine di Cottombro Studio // https://www.pexels.com/it-it/@cottonbro/Afferra, apri, infila. Negli anni ha sviluppato una buona abilità manuale. E imparato a discriminare differenze insospettabili sulla qualità della carta messa a disposizione di volta in volta dai clienti. Quella che si piega senza difficoltà, quella rigida, quella impermeabile al sudore e alle piogge. Ci sono tipi di carta che paiono fatti apposta per trasformarsi in un tubo di semplice introduzione. Il grosso dei volantini lo tiene con la sinistra, tra pollice e indice, talvolta – quando esagera col carico – appoggiandoli al petto per non farli cadere. La destra è per le operazioni più complesse. La destra ne pesca uno e uno solo – si sono raccomandati –, spalanca la cassetta della posta col dorso e lo infila dentro con la sveltezza di una lingua di rana. Ficcalo bene dentro. Ficcalo almeno per ¾, che non cada ma che non ingolfi. Così prescrivono al corso di formazione per DtD classica, che dura un fine settimana e si tiene annualmente nella sala conferenze di qualche grosso Hilton nella periferia di Firemprato, laddove un tizio in cravatta e occhiali professionalizzanti, in una manciata di ore, colloca poche salienti nozioni nelle teste di un numero di inoccupati più o meno giovani. In quell’occasione – la Full Immersion – propongono un campionario di slide, video, consigli pratici. Forniscono mappe. Svelano i segreti delle cassette postali (hanno segreti). Insegnano tecniche tibetane di stretching. Sostengono che è bene sorridere e dare il buongiorno. Camminare svelti – ma senza affannarsi. Ficcarlo bene dentro. Farglielo inghiottire bene. Mai procedere a zig zag, è dilettantesco e inefficiente: prima un lato della strada e poi l’altro. Bene sempre organizzarsi la giornata la sera precedente dando un’occhiata alla mappa della zona assegnata e portarsi dietro uno zaino comodo (magari traspirante) ma capiente, che possa contenerne oltre il migliaio. Scarpe comode. Pantaloni comodi, larghi, che non irritino la pelle inguinale. Inoltre consigliano – tra un “capillare” e l’altro – di non dimenticare i fazzolettini di carta con cui asciugarsi le mani bagnate, un paio di snack energizzanti, una bottiglia d’acqua da ricaricare qua e là. Bevete molto, oltre il necessario. E scaricate dove potete. Prendono molto seriamente il problema. Ottimi i giardinetti e le stradine secondarie, dicono. Consigliato anche farsi amico qualche barista nei punti strategici che non faccia troppe storie se chiedete loro la chiave tre o quattro volte la settimana.

[Un giorno ha stabilito che camminare sarebbe stata la sua vita. Eppure c’è stato un passato nell’acqua. C’è stato un bambino che sguazzava settimana dopo settimana nell’immenso acquario accanto al porto di Pisa in mezzo a pesci variopinti e delfini e meduse depotenziate (comunque belle), sorvolando prati d’alghe e infinite ramificazioni coralline. L’infanzia nell’acqua salata. La maschera, la gomma dolce del boccaglio. I trampolini – lingue assetate. Gli squali che fanno paura anche se hanno dimensioni ridotte e si trovano nell’altra vasca, segregati oltre il vetro. È vero che sono ciechi? È vero che hanno sempre fame? Quel bambino era tutt’ossa e nuotava nella placenta sterminata con altri bambini, amici e non, nei fine settimana, con la sorella più grande e con i genitori, il padre dalla testa lucida e la madre con i fianchi larghi e il sorriso più bianco che ci sia.

Ormai non ci pensa quasi più. Ma qualche volta sì. ]