L’ultimo Post

Avevo appena finito la maturità, e disperato dell’inedita solitudine dovuta alla fine dal liceo, con le idee molto poco chiare su quanto avrei dovuto fare dopo, decisi che era arrivato il momento di tenere una specie di diario aperto in cui riversare tutto il vuoto e la tristezza che mi divoravano. All’epoca era su Live Spaces, una piattaforma che poi fu inglobata da WordPress. Era il Giugno del 2006.

Grazie al blog conobbi persone che mi furono molto preziose, mi esercitai a scrivere e in qualche modo riuscii a crearmi un piccolissimo seguito. Decisi addirittura di aprirne un altro, sull’allora Splinder, dai toni ironici e minimalisti. Poi Splinder chiuse, divenne Blogspot, ma non mi piaceva, e qualche tempo dopo feci un reset mentale e aprii il nuovo blog con questo attuale sito.

Sono andato avanti così qualche anno, diradando gli articoli sempre di più, raccontando un po’ i fatti miei, infilando qualcosa di artistico ogni tanto, mentre i blog lentamente cominciarono a passare di moda in favore di scambi più rapidi e diretti. Allora mi sono detto che avrei potuto trasformare il blog in un mezzo per divulgare e condividere le mie passioni, ma lo sforzo che mettevo nello scrivere di film, giochi da tavolo e videogiochi non mi ha mai dato indietro molto.

Mi sono interrogato a lungo sul da farsi, ogni tanto cominciavo a scrivere una bozza di qualcosa, ma è sempre rimasta lì, finché non ho preso quella decisione che mi ero ripromesso di non prendere, mai e poi mai.
Chiudere.
Chiudere perché il pensiero di avere un blog sul quale non sento più il bisogno di scrivere è molto peggio di pensare che avevo un blog, ma ho deciso di non scriverci più. Così smette di essere una cosa appesa lì e mai usata, ma diventa più un puzzle, finito da tempo e che ora sta incorniciato alla parete.

È quindi una decisione che tutto sommato faccio in serenità, con lo scopo di dirottare su altri canali la mia voglia di condividere, un po’ come sto già facendo su Instagram, magari un po’ più spesso. Ma ho smesso di farmi questo, di darmi da solo ostacoli da superare senza che ci siano vere ricompense ad aspettarmi, ho smesso di torturarmi perché dovrei scrivere e non lo faccio, ho smesso di aver bisogno che le persone vengano a leggermi, a vedermi, e ora comincerò a scrivere perché le persone vedano qualcos’altro.

Non so chi si fermerà a leggere questo lungo articolo non molto interessante, e non sono tanto bravo con i saluti, perciò vi saluterò come sempre, con una canzone, e con un ultimo gioco, un po’ come se fosse un libro game.

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Per vedere come prosegue l’avventura, clicca QUI.

Flaminia

“Ho sempre voluto essere una fregna…”

Flaminia è un film strano.
Tanto per cominciare è un genere di film di cui non pensavo avrei avuto qualcosa da scrivere sul blog, dove di solito parlo di film che per me sono mostri sacri, e tuttavia sento il bisogno di parlarne.
E poi non è il film che ti aspetti di vedere quando entri in sala, dopo aver visto la locandina con Michela Giraud (regista e protagonista) in posa plastica con una cacca di piccione rosa sulla spalla.
Cercando di non fare troppe anticipazioni, il film parte con uno dei monologhi di Michela, che infatti è nota al grande pubblico come comica da stand up, e per tutta la prima parte ti presenta i personaggi in maniera ironica e dissacrante, con Flaminia schiava delle aspettative che l’alta borghesia romana (incarnata in sua madre e nelle sue “amiche”) ripongono su di lei, promessa in sposa a un uomo che non ama fino in fondo e fondamentalmente dispotica con chi non reputa al suo livello.
In questa vita in bilico a un certo punto irrompe la sorellastra, con un disturbo dello spettro autistico e cacciata dall’istituto in cui si trovava per aver dato fuoco a un materasso.
Ed è qui che, partendo da un rapporto a dir poco burrascoso, la loro relazione all’inizio forzata si evolve, e fa capire a Flaminia che la vita che stava scegliendo non era davvero quella che voleva, e i valori in cui pensava di credere erano coperti da un velo di ipocrisia, così da commedia sfrontata e dissacrante il film assume toni drammatici molto intensi, scene di panico e sofferenza, di catarsi e presa di coscienza e nonostante il finale aperto, il messaggio del film arriva.
Non fare sì che la società, le persone altre da noi decidano com’è giusto esistere, che ti facciano vergognare di come sei e come vivi, e accetta quello che sei e quello che ami senza giudizio.
Flaminia mi ha colpito perché è stato fatto con tanto cuore, contro ogni logica commerciale, e quel cuore si sente tutto.

“Posso dormire qui insieme a te?”

Flaminia e Ludovica in una scena del film

Scythe

Lo so, è passato un po’ di tempo, ma sapete com’è, la vita spesso, per quanto ci impegniamo, non ci permette di dedicarci a quello a cui davvero teniamo e per scrivere di un gioco quantomeno lo devo aver giocato di recente. Purtroppo non è questo il caso, ma si fa quel che si può.

  • Titolo: Scythe
  • Designer: Jamey Stegmaier
  • Persone in gioco: Da 1 a 5
  • Tempo di gioco: Circa 120 minuti
  • Meccaniche: Fazioni asimmetriche, controllo territorio
  • Scheda BoardGameGeek: >> QUI <<

Normalmente non impazzisco per giochi con miniature, in quanto non fervente appassionato di grandi classici come Arkham Horror, Zombicide e altri “American” su questo genere, ma Scythe è un eccezione, in quanto trattasi di uno degli strategici più stretti e tattici a cui mi sia capitato di giocare.

Ogni fazione ha una sua estetica e sue peculiari abilità, e questo aumenta anche il grado di immersione in questo setting europeo dieselpunk in degli anni ‘2o alternativi, con enormi Meca al nostro servizio e suggestive carte incontro che ti fanno entrare nel mondo di gioco con piccoli episodi di vita quotidiana. Il cuore di Scythe è il controllo delle aree del tabellone e il fatto che le risorse che ti servono per costruire Meca, edifici o villaggi non sono mai veramente tue, ma permangono sul tabellone fino a che non verranno usate, non per forza da te! Il combattimento, sebbene presente, non è mai centrale, ed è anzi quasi scoraggiato e sempre un azzardo. Mentre giochi la tensione è costante, anche perché la partita potrebbe finire all’improvviso, non appena una persona posiziona la sua ultima stellina su uno degli obbiettivi della partita. Potrai decidere di aumentare la tua popolarità con discreti guadagni, o sfruttare spietatamente ogni occasione, potrai accumulare potenza militare come deterrente, o attaccar briga per il controllo del territorio centrale, concentrarvi sulla costruzione dei Meca o su quella delle infrastrutture. Ogni strategia è possibile e ogni fazione si comporta in modo diverso.

Esiste anche una modalità Campagna in vari episodi che in un’altra vita mi piacerebbe tanto provare. Nel caso, ve ne parlerò!

Cosa adoro:

  • Asimmetria ed estrema variabilità
  • Ambientazione curata ed estetica ben fatta
  • Componenti di qualità (ma è uno standard di Stegmaier)

Cosa si può migliorare?

  • Non ben ottimizzato per due persone.
  • Sul tabellone scuro a volte degli elementi si perdono di vista.
La carne al fuoco è molta!

Il ragazzo e l’airone

“Il tuo nome significa Sincero, dev’essere per questo che emani un fetore di morte.”

Per parlare di quest’ultima opera dello Studio Ghibli sento di non avere la minima competenza, perché è talmente piena di simbolismi, rimandi e citazioni anche al mondo dell’arte da disorientarmi quasi.
Voglio comunque farlo come mio solito, di pancia, condividendo le cose che più mi hanno colpito e sperando di incuriosire chi volesse vederlo.

Parto dicendo che mi erano arrivate voci riguardo all’ineffabilità di questo film e di come non si capisse nulla di quello che succedeva, perciò ero già pronto e concentrato a cogliere ogni minimo indizio, ma alla fine, penso che non ce ne fosse bisogno. Non tanto perché non ci sia nulla da capire, anzi, ma perché è bello perdersi in questo film, perdersi nell’immaginario di Miyazaki sviluppato all’ennesima potenza, nei riferimenti ai suoi precedenti lavori, nei personaggi così familiari, nei colori così caldi, negli acquerelli dei fondali, in alcune delle sequenze più evocative che abbia mai visto in un film d’animazione, nelle musiche, nel mistero.

Senza fare particolari anticipazioni, la mia scena preferita è quando il giovane protagonista giunge in una terra sconosciuta, del tutto spaesato, davanti a un cancello dorato con una frase minacciosa scritta in cima, e nel frattempo una donna sconosciuta naviga nel mare tempestoso lì vicino con estrema maestria, e le onde e il vento e gli schizzi d’acqua sono animati così bene da non credere ai propri occhi, e la riguarderei tante volte solo per godere della bellezza delle animazioni.

Per concludere, dopo essersi dilungato come sempre in sguardi, silenzi, pasti e panorami, il film giunge a una conclusione prendendo alla sprovvista, mentre ancora si sta di cercando di metabolizzare il messaggio profondo che vuole lasciarci, forse più di uno, e arriva a farci interrogare sull’amore che abbiamo per la vita, per il bello, nel saper accettare i nostri lati meno buoni, nell’impossibilità a volte di tramandare ciò che è stato il lavoro di una vita, nella consapevolezza che la morte è un mistero troppo grande. Ecco, mentre stai pensando a tutte queste cose, il film finisce, e rimane una sola domanda alla fine, quella più importante, che è il titolo dell’opera in lingua originale:

“E voi, come vivrete?”

Una delle tante tavole belle da togliere il fiato.

Braci e Sensazioni

In questa notte sacra per alcune persone, mi sono ritrovato da solo vicino alle braci ardenti, a fare pensieri inconcludenti, a essere malinconico senza una vera ragione. Sarà che questi giorni finiscono troppo presto, la bolla che creano è un rifugio e un pretesto per ricordarsi le proprie radici, per tramutare i parenti in amici e dimenticarsi tutto il resto.

È come sentire di non meritarsi la gioia, perché dovuta solo alla fortuna in questo mondo che non fa che disfarsi, ma al tempo stesso la vita è solo una, non vale forse la pena tuffarsi, sfiorare la tua schiena con le dita, rivivere ancora una volta quella scena?

Alla fine di quest’anno non farò propositi, gli anni sono solo numeri, i giorni convenzioni e sto imparando a vivere ignorandoli, a rendere più veri tutti i momenti senza fare pigre distinzioni, ad abbracciare le persone e chiamar le cose con il loro nome, a sentire le mancanze, a cantare una canzone, a sentirmi ogni giorno un po’ più grande, senza rinunciare all’emozione.