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Pensiero estemporaneo

Per me queer in questo momento, nella mia pratica politica di vita, significa abbassare l’asticella. 

Significa riconoscere tutto quello che la norma mi e ci ha imposto, tutto quello che il sistema si aspetta da me – e qui è compreso anche quello che io mi aspetto da me – e decidere di non perseguirlo. Destrutturare pezzo per pezzo le aspettative su di me, sulla mia identità, sul mio lavoro, sulle mie relazioni affettive e amorose, sulla maternità, sulla femminilità, sul sesso, sul gioco, sull’attivismo politico. Destrutturarle verso il basso, destrutturare quella visione positivistica che ci vede in crescita, in evoluzione, in cui la vita non solo non è una scala di cristallo, ma non deve proprio più essere una scala. In cui l’obiettivo è lì, a portata di mano, non è qualcosa che ci sfugge sempre un pochino più avanti per farci muovere. In cui la conquista è essere felice e rivoluzionaria, e nient’altro – e hai detto poco. 

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Anche se io mi credevo assolta

Non so se vi sia mai capitato di avere un libro per le mani che vi attira e vi respinge al tempo stesso. In cui ogni capitolo è una mazzata talmente forte da portarti a cercare rifugio in Wordle, ma dieci minuti sei di nuovo lì come una calamita, incapace di smettere di soffrire (e non è il mio solito masochismo, questa volta).

Insomma, Stone Butch Blues di Leslie Feinberg. Lo trovate qui, in opensource in inglese, perché tra le altra cose Leslie Feinberg è stata un personaggio storico incredibile, googlate e andate a leggervi tutto quello che trovate.

Insomma, Stone Butch Blues non è certo una novità editoriale. È il romanzo di formazione delle lesbiche della generazione subito prima della mia, quello che Il pozzo della solitudine è stato per le lesbiche precedenti – e meno male che c’è stato un cambiamento, e anzi su questo cambiamento mi piacerebbe moltissimo indagare storicamente, su come dalla tristezza malinconica si sia passate alla rabbia, sempre con lo stesso sentimento di solitudine esistenziale ma con l’aggiunta della coscienza che l’unica salvezza è la comunità.

Ma sto divagando sul politico, come sempre quando non ho intenzione di affrontarmi.

Insomma, cos’è che mi ha devastata e attirata così tanto a sé? 

La violenza inaudita che lə protagonista* del libro affronta. La paura del proprio corpo (unə personaggio del libro dice a un certo punto qualcosa come “non è incredibile come ci facciano odiare il nostro corpo molto prima che impariamo ad amarlo?”), di quello che può fare e di quello che gli può essere fatto. La coscienza che si è prima di tutto un corpo, per gli altri (maschile sovraesteso voluto). E che questo corpo è femminile, checché tu ne voglia pensare, qualsiasi uso tu ne voglia fare. 

La violenza sottile che lə protagonista del libro affronta. Quella degli sguardi, dei rifiuti, delle parole fuori posto anche da parte degli amici. Il fatto di rappresentare un problema, una rivoluzione, un virus, una modificazione imprevista. La paura che questo comporta, nell* altr*. La paura che questo comporta, in sé.

La solitudine, rotta solo per caso. E i rischi che comporta rompere la solitudine. I pestaggi peggiori quando ci si sente felici. La protezione dell’anonimato, che non dipende solo dalle situazioni che non si vengono a creare, ma anche dalla coscienza di sé. E ci sono volte – molte volte – in cui la coscienza di sé è pericolosa. Traspare. Si vede. Chi indossa la felicità, chi indossa l’orgoglio. La paura, di nuovo.

L’esigenza, la necessità fisica della comunità. Una comunità di cui rivoluzionare le regole, nel caso.

L’amore fusionale come fuga da sé, sì, ma come necessità impellente per non annegare nella violenza e nella solitudine di cui sopra, l’idea di avere un porto sicuro a cui tornare dopo tutto questo. Ma anche, al tempo stesso, l’idea che questo porto sia – debba essere – parte di te, perché non sia un rischio. L’asfissia che questo comporta. La fuga, il ritorno, l’elastico infinito delle relazioni insane. L’idea di accoglienza che il corpo di un’altra donna ti può dare, e solo quello. Il rifugio della mente e del corpo in un altro sé che ha quel piccolo grado di differenza per farti sentire accettata, e per accettare.

Sto lavorando molto sulle microviolenze, sulla rappresentazione della mia vita fortunata e felice, su tutta la polvere messa sotto il tappeto dagli anni della preadolescenza a oggi. Con quanta fatica le riconosco, con quanto snobismo e poca coscienza di me ho ascoltato in passato racconti di questo tipo. Quanto pesano gli sguardi, le parole, i non detti, le battute lanciate quasi per caso, la censura sul proprio corpo, le prese di distanza. Quanto la mia serafica esistenza mi ha fatto attraversare indenne tutto questo, pensando che nulla potesse ferirmi, facendomi trovare un posto dove stare in me stessa, nella mia casa, nelle braccia di qualcun* che sapevo doveva accogliermi, sì, ma anche darmi protezione e scudo agli occhi del mondo. Mi sono permessa di vivere attraverso uno status, dentro a uno status. Ero inattaccabile, così, e probabilmente trasmettevo questo messaggio al mondo intero. Stone. La goccia cinese, l’erosione interna.

Guardo i miei anfibi leggeri, a cui ho cambiato le stringhe recentemente – rosse sul nero della pelle. Soft butch, avrebbe detto Jess con disprezzo. Ancora tanti passi da fare.

*Sì, uso la schwa, perché Leslie Fienberg si identificava come persona non binaria è il romanzo (non) è autobiografico

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Piccola città (non scriverei post, se Guccini non mi fornisse tutti i titoli)

Su “Genova libera” mi sale il magone. 

“Genova si riconferma la Stalingrado d’Italia”, titolava Il Giornale all’indomani di non so più quale tornata elettorale. Prima pagina esposta in bacheca per anni dai miei genitori, una specie di monito familiare alla città intera. E ancora oggi mi trovo a commuovermi quando, svoltato l’angolo di un vicolo non particolarmente pittoresco, il muro mi restituisce un’enorme scritta: “Sorvegliami sta minchia”.

Genova ha cullato le mie notti mai troppo stanche, di quando mi scoprivo innamorata e adolescente – innamorata della mia stessa adolescenza – guardando la luna dalla sopraelevata, Guccini nelle orecchie e questo senso di famiglia infinita tutt’attorno a me.

Non ho creato gruppi, non ho creato relazioni: tutto quello che esisteva era la famiglia, ed era la città.

Papà che la amava inspirando a fondo e trotterellando per Sottoripa, mamma che la disdegnava dietro un vetro ma si immergeva nell’abbraccio fritto delle feste dell’Unità, nelle manifestazioni ché in salita si vede meglio quanti siamo.

Mi sono sempre sentita sicura per le strade. Ho sempre dato del tu allə compagnə. Sapevo che avrei trovato aiuto nei vicoli, in centro, nelle strade che tuttə percorrevamo. Correvo invece in Albaro, che sentivo estranea e distante, e ancora sogno il viale tra la fermata dell’autobus e casa mia, come se gli alberi nascondessero l’insidia della borghesia, un segreto di cui non mi sono mai sentita messa a parte – nonostante la vita lì, nonostante le sparute amicizie, nonostante le relazioni che mio malgrado intessevo. Non avrei potuto imparare prima a vedere gli altri. Avrei visto nei loro visi lo stupore, forse persino lo scherno. Quale ragazzina osa presentarsi al Lido non depilata, con un costume che suppongo non fosse consono? Chi sfreccia in monopattino da corsa vicino ai coni delle signore perbene, gusto pesca e spumante? Un tascapane a segarmi la spalla, lo straccetto bianco della pace di Emergency, sempre meno bianco, sempre più fondamentale per la mia identità. Neanche i pantaloni sono mai stati quelli giusti, e la divisa scolastica per fare educazione fisica mi rifiutavo di indossarla; il disprezzo del professore all’esame di terza media, quello sì, me lo ricordo: passava dalle parole, non dalla faccia che sputava noccioli di ciliegia in cortile, come se fosse il passatempo più originale del mondo. Anch’io provavo un malcelato disprezzo, in qugli stessi istanti: per la prof di italiano, stimata compagna, che rideva chioccia alle attenzioni di lui, ai suoi divertissement infantili. Mi sentivo tradita, probabilmente, più vicino all’intransigenza comunista di quell’altra prof, quella di cui ero innamorata senza che per anni lo abbia saputo – io, non lei, lei forse se ne era accorta ed è stata così saggia e cortese da tenersi lontana da me.

La prima, la prof di italiano, mi sembrava tradire con quella risata tutto quello che le avevo dato in tre anni, la nostra intesa politica che ritenevo esclusiva. Vedevo in quel riso tutti i compromessi di una vita, i suoi tailleur colorati, le sue borse firmate uguali a quelle di tutte le altre insegnanti. 

Poi sarei diventata borghese anch’io. Quando tutte le altre vie mi sembravano difficili. Quando la felicità sembrava a portata di mano nel chiuso di casa mia, perché quella d’origine era stata troppo aperta, e alla fine aveva fatto corrente. Y los niños son rubiecitos y con otros rubiecitos van juntitos al colegio high.

E ora che mi trovo a soffrire di claustrofobia agli aperitivi, ora che sogno di aprire porte e finestre e mi trovo momentaneamente senza chiavi, ora che quel sogno di famiglia perfetto mi sembra così lontano – e non posso che pensare a quanto sono stata fortunata -, ora che cerco di abbracciare le mie contraddizioni come già fece mia madre prima di me e di correre felice in faccia al mondo con il mio Mac sotto braccio, ma senza alcuna cura per i buchi nei pantaloni – no, questo lei non è mai riuscita a farlo -, ora anche Genova mi sembra essere stata matrigna. 

Dov’è il mio posto in quel comunismo un po’ asfittico della Sala Chiamata? (Già con mio padre si diceva che forse saremmo statə altro, la tentazione del Partito d’Azione o quella dell’anarchia – uno dei tanti discorsi che non si è più fatto in tempo a fare). 

Genova sa davvero proteggermi ora? Non sento più il grembo, non sento più le strade sicure – che le fanno le donne che le attraversano, ma cosa sono io? E dove sono le altre? Genova oggi mi sembra una città maschio, con il suo fallo Lanterna che illumina il mare per chi arriva, ma mai i vicoli per chi è già qui. 

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Vent’anni dopo

Avevo dieci anni e mezzo.

Leggevo romanzi resistenziali, ma parlavo ancora di tifo quando discutevo di politica. Sapevo che bisognava tifare per Al Gore, e contro Berlusconi.

Il mio esame di quinta elementare era stato un trionfo. Avevo fatto ridere tutta la commissione d’esame parlando delle incongruenze cinematografiche di Stand by me, e avevo assistito allo stupore di una maestra che non era la mia quando avevo consegnato lo scritto di italiano con molto anticipo. “Una bambina dice di avere già finito” “Chi è?” “V.” “Allora è vero”. Avevo scritto una poesia sui colori, o sulle farfalle, à la Neruda. Ero il trionfo della saccenza e della genialità, come solo le bambine a dieci anni possono essere.

Stavamo traslocando. Mia mamma aveva compiuto un’altra delle sue follie abitative, e dopo undici mesi dal precedente affrontavamo un altro trasloco, la settimana prima del G8, in un luglio tremendamente assolato. Non si trovavano i cassonetti dell’immondizia, ammassati chissà dove per impedire che venissero bruciati. Non avevamo il gas, o la caffettiera, o forse entrambe le cose. Andammo al bar a farci riempire un thermos di caffè per la mattina dopo – mia mamma non si alzava prima di tre caffè. Il barista li contò uno a uno, versandoli nel thermos. 

Mio papà tornava dalla redazione allarmato. Sistemavano brandine per gli inviati da Roma. Lui avrebbe dormito a casa – l’unità familiare era indistruttibile, forse troppo. 

I lavori in casa li faceva un uomo uruguayano, Bill. Scoprimmo che era scappato dalla dittatura, quando il rumore costante degli elicotteri sulle nostre teste lo faceva tremare. 

Un uomo di sua conoscenza era stato fermato in centro storico: portava con sé una latta di tonno, di quelle grandi, regalo di sua madre. La polizia gliel’aveva fatta brillare – “Tuna! Tuna!”, gridava lui. Pesce e olio per tutti i vicoli.

Nicola veniva sempre ad aiutarci per il trasloco. Non si faceva nulla senza di lui. Andò via, dopo qualche giorno. Tornò il giorno successivo. Io ero seduta in studio, tra il divano semiaperto e le scatole di cartone intonse. Leggevo Sale sulla neve. “Guarda un po’ chi c’è”, disse mia mamma. Ricordo Nicola in ingresso, felice di quella sua gioia travolgente e napoletana, di rivedermi dopo così poco tempo. O la gioia era la mia?

L’antenna della tv non era ancora stata collegata, e non ce ne sarebbe stato il tempo. Prendeva bene se attaccata con lo scotch al ripiano alto di una libreria blu con i montanti color legno – credo che l’ikea non la produca più. Ogni tanto lo scotch cedeva.

Dicevano che i manifestanti avrebbero tirato sangue infetto e vipere sulla polizia, dall’alto, forse con degli elicotteri. Non ero sicura di capire di cosa potesse essere infetto il sangue.

In piazzale Kennedy e ai giardini Giovi il cielo era plumbeo. Parlava una vecchia femminista, con cui mia madre aveva un rapporto di amore-odio – con il femminismo in generale, in effetti, non solo con lei. Non credo fossimo rimaste ad ascoltarla, ma sento ancora l’eccitazione intellettuale intorno a me. Aveva già un che di erotico, credo. Tutti i miei ricordi sono impregnati di sessualità – dov’è l’origine e dove la conseguenza? So di essermi masturbata nell’odore inconfondibile delle scatole da trasloco.

Mia sorella che ci saluta per andare a vedere Manu Chao, con lei le spalle rassicuranti di Stefano. Non avrei mai smesso di vederle tali, anche dopo che il loro amore era finito da un pezzo. Al funerale di mia mamma, è la sua presenza quella che ha fatto da detonatore al mio pianto.

Una lunga camminata con mia mamma, il cielo viola. Camminare con lei nella città deserta aveva il sapore dell’inconsueto – e non era solo la città. 

La macchina guasta davanti al Tribunale, fatta brillare – risate, per me non del tutto comprensibili.

Il giovedì sarei andata anch’io in manifestazione. Non c’era da preoccuparsi, ma comunque stiamo attenti. Volevo mettere la maglietta dei Modena City Ramblers: me l’aveva portata mia sorella da un concerto a cui sarei dovuta andare anch’io, ma poi si era scoperto che si esibivano troppo tardi, erano gli ultimi in scaletta. Cocente delusione, maglietta di compensazione. Veto materno: “Tu e io ci vestiamo eleganti, se dobbiamo scappare è più facile”. Una maglietta rosa con il colletto. Mai messa prima, e mai più indossata dopo. Il colletto prudeva.

Alcuni frammenti di corteo. Lo striscione dei migranti, giallo ed enorme, con i buchi per far passare le facce e il vento, “scuola Leoncavallo”, diceva mia mamma. L’arco di palloncini. “Stiamo con il servizio d’ordine dei portuali”. Il corteo che si divide perché l’arco di palloncini non passa sotto agli alberi di via Piave – ora gli alberi non ci sono più. La galleria fatta di corsa, un po’ per paura, un po’ per scaramanzia, un po’ per fare casino. Ogni volta che vedo la foto di Uliano Lucas provo quella stessa sensazione nelle gambe. Mia mamma che ulula e ride, apotropaica. L’unico bar aperto preso d’assalto pacificamente: avremmo potuto non pagare, ma “è proprio in questi momenti che è importante fare le cose fatte bene”. Il bar avrebbe continuato a essere tra i preferiti di mia mamma; faceva un buon aperitivo, con crostini di pane e salsina agrodolce. “Mutande! Mutande!” urlato alla gente alle finestre. Mi faceva ridere, avevo pur sempre dieci anni. “Siam tre piccoli porcellin, Berlusconi Bush Putin, mai nessun ci dividerà, ma ci siam noi qua”. La voce stentorea di Nicola che scandisce gli slogan. I limoni nella borsa di mia mamma. Il numero dell’avvocato sul braccio e sulla gamba, “il braccio si può rompere”. 

La sera, in macchina con mia mamma a prendere papà ai confini della zona rossa. Lui seduto sul marciapiede nella città sempre più deserta. Mia mamma che fa una qualche battuta sulla sua scarsa eleganza. Io mi sento protetta dal loro amore. 

Il venerdì non si esce. Tensione con mia sorella, che non è in piazza ma neanche a casa – dov’era? Nicola ne approfitta per mettere su le mensole per i macinini. Spunta ogni tanto con la testa nella porta dello studio, a guardare le notizie, il trapano in mano. “Bastardi”, dice, e ha le lacrime agli occhi. Avevo visto mia mamma piangere alla morte di mio nonno, molti anni prima. Non ho più dieci anni. La televisione parla di un morto, forse due, forse una ragazza. So che non può essere mia sorella, ma al tempo stesso sono convinta che lo sia. Lo scotch ogni tanto cede, l’antenna cade. Sono diventata grande.

La sera i miei genitori litigano. Qualcuno deve stare a casa con me, mia mamma non accetta di essere lei. Mio padre sbotta “È il mio lavoro!”. Raggiungono un compromesso orario. Tre ore, in mattinata, andrà mia mamma. Poi verrà a dargli il cambio. “E se tu stessi un po’ da sola?”. Ricordo il terrore talmente bene che ho il dubbio di esserci rimasta davvero, da sola, per un’oretta – ma mi sembra implausibile. La telefonata a mia nonna: “Chiunque citofoni, tu apri, mi raccomando, ci siamo noi lì sotto, e se non siamo noi va bene uguale”. 

Mia mamma rientra, trafelata. È scappata, ha incontrato i black bloc – i black bloc sono infiltrati, non ci sono dubbi in casa mia -, ha incontrato anche una famiglia, ha fatto di corsa da Villetta Cambiaso fino a casa, avrebbe dovuto invitarli, non ha avuto la prontezza, chissà dove sono adesso, io devo andare, sì ma stai attento.

Di nuovo la tv, di nuovo l’antenna che cade. Nicola che urla “Assassini, assassini” in faccia agli sbirri. Non c’ero, ma ho il ricordo vivido nella memoria, come quello di mia mamma che corre, come quello di mio papà che scappa nell’autosilo di Corte Lambruschini e pensa “sono un coglione, se mi beccano qua non trovano neanche il mio cadavere”. Vent’anni prima aveva rischiato la vita, in pieno periodo brigatista, cercando la pipa all’interno dell’eskimo passando davanti alla Questura: fucili spianati, perquisizione, bastava uno dal grilletto facile e una p38 messa nella mano del corpo ancora caldo. Il senno del poi, mai quello del prima. 

Mia sorella e Nicola rifugiati a casa di Scintilla, a portare acqua e indicazioni a chi scappa sui bricchi. Nicola e Luigi ubriachi di rabbia e vino rosso. “Ci riporta a casa Luigi, appena torna sobrio”. 

Io e mamma di nuovo in macchina, di nuovo a prendere mio papà. Colonne di camionette della Finanza nella curva che porta alla Diaz. (Io ero in macchina per dare una scusa a mia mamma, lo capisco solo ora).

Durante un’interrogazione di italiano, in prima media, pochi mesi dopo, il mio compagno di classe Costa descriveva i giorni del G8 con le parole della gente per bene: hanno messo a ferro e fuoco la città, hanno distrutto tutto, io li ho visti perché andavo al mare al Lido. Ricordo una rabbia cieca, le lacrime che affioravano, e io che non sapevo come dirgli che aveva torto, come sbattergli in faccia la mia adultità arrivata improvvisamente il 20 luglio 2001, molto prima delle mestruazioni, molto prima che fossi pronta. 

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Insomma, stiamo insieme, ma ognuno a casa sua.

Credi, è così, se ti rapporterai

alla problematica gli spazi troverai.

Analizza il ruolo e la globalità,

gratificazioni e conflittualità.

Mangia insieme a noi, sai non c’è un granchè.

Siedi dove vuoi, un minestrone c’è.

Il formaggio è là, pepe non ce n’è.

Prendi il vino, dai, e bevi un altro po’

insieme a noi.

È chiaro che l’emotività

nell’istituzione dinamica non ha.

Ottica e dialettica dell’autonomia,

insomma, stiamo insieme,

ma ognuno a casa sua.

Mangia insieme a noi, sai non c’è un granchè.

Siedi dove vuoi, un minestrone c’è.

Il formaggio è là, pepe non ce n’è.

Prendi il vino, dai, e bevi un altro po’

insieme a noi.

Su, resta qui, una tregua in più,

paranoia e recupero, non socializzi più.

A livello umano una risposta c’è:

son problemi tuoi, che cosa vuoi da me?

Mangia insieme a noi, sai non c’è un granchè.

Siedi dove vuoi, un minestrone c’è.

Il formaggio è là, pepe non ce n’è.

Prendi il vino, dai, e bevi un altro po’

insieme a noi.

Mangia insieme a noi,

siedi dove vuoi,

sai non c’è un granchè,

prendi il vino, dai,

e vattene se vuoi.

Un’intera vita a pensare che la canzone della fine di un amore è Arcimboldo, per poi ritrovarsi con Mangia insieme a noi.

Anche i ricchi piangono, anche i comunisti soffrono per amore, e ognuno ha il vocabolario che ha.

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Parigi è sempre una buona idea

Mi capita talvolta di scrivere e poi dimenticarmente completamente.Ho trovato questa specie di poesia che avevo scritto un paio di anni fa. Sono sicura che è mia, non è plagio.Visto che mi è piaciuta, la metto qui, va’.

In memoria di quei due

Scappammo a Parigi

con la paura di essere inseguiti

più dai nostri fantasmi che

dai nostri creditori.

Le fiamme che ci avevano mosso –

la passione, 

il sesso, 

la politica –

restavano ardenti in un vagone letto

mentre cavalcavamo lontano

da noi,

da noi,

da noi.

Quello che eravamo diventati

era tutto lì

nei nostri sguardi sicuri alla stazione

nelle nostre guide colorate

nella carta di credito invece dei soldi cambiati in banca

Ancora una volta la frontiera si sarebbe aperta

ancora una volta saremmo passati

ancora una volta saremmo tornati indietro

carichi di dubbi

carichi d’amore

carichi di Parigi.

Avevamo fardelli, qua

fardelli teneri e ingombranti

fardelli che amavamo e avremmo amato

fino all’ultimo respiro –

ma presto.

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Non essere più figlia

Guardare le serie tv, da sempre, mi fa male. Qualunque sia la trama, riemergo da una serie tv a pezzi, con un senso di incomprensione della mia vita, di inutilità, di prospettive tagliate. 

Ho appena realizzato che le serie tv hanno sempre dei figli come protagonisti – o storie importanti che riguardano il fatto di essere figli. Quasi mai il fatto di averne. Il rapporto con i genitori – di solito complesso, contrastato, mai lineare; ma a volte, invece, anche fin troppo felice e poco credibile – è uno dei temi portanti della narrazione di questo inizio secolo. Non solo nelle serie tv, credo, ma dovrei fermarmi a riflettere molto più di quanto abbia intenzione di fare ora. E sarebbe anche una riflessione sociologica importante: perché abbiamo bisogno di sentirci figli? È un bisogno di protezione, di sostengo, di supporto? È il rifiuto della crescita, delle responsabilità?

I genitori sono una barriera tra sé e la morte. Siamo abituati a vedere la vita come un percorso diretto, una linea del tempo che va dalla nascita alla morte. Linea più o meno lunga, più o meno arzigogolata – ma indietro non si torna, e questa certezza fa parte della nostra natura umana (è culturale?). Ma tra il punto della nascita e quello della morte ci sono degli ostacoli. Persone che ci fanno da schermo. I bambini lo sanno benissimo: prima muoiono i vecchi. I bisnonni, se ci sono. I nonni. La morte dei genitori non esiste nella mente di un bambino, ma esiste in quella di un adolescente. Chi ha più anni muore prima, e ogni morte è uno schermo in meno che ci separa dalla nostra, di morte.

Quando sono morti i miei genitori la mia linea del tempo – quella immaginata, quella reale non si conosce mai – era ancora molto lunga. Credo che la vista della morte, là in fondo, mi abbia abbagliata. Era una prospettiva divenuta improvvisamente reale, e quella linea del tempo sembrava così vuota, nel frattempo. Mi sono affrettata a riempirla. Non c’era più niente che potesse fare da barriera, però potevo avere un sacco di distrazioni nel frattempo. Così tante cose da fare che al sole della morte, là in fondo, non avevo tempo di badare. 

Ha funzionato. Quando ho rialzato gli occhi la linea era un pochino più corta, un pochino più piena. Io non ero più figlia, e finché non l’ho capito non sono riuscita a essere madre.

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Dogs don’t wear pants

Su Mubi (già ce l’avete Mubi, il trappolone del capitalismo-in-abbonamento per noi intellettualoidi di sinistra?) ho beccato questo film di cui non avevo mai sentito parlare – oh, magari se ne è parlato un sacco, invece.

Sinossi (con spolier! Ma cosa vuoi spoilerare di un film finlandese…): affermato cardiochirurgo depresso dopo la morte per annegamento della moglie. Ha provato a salvarla, non ci è riuscito. Per puro caso capita nel dungeon di una Prodomme, e capisce che è il suo destino. Va a farsi fare breath control pesante; in subspace rivede la moglie. Rischia di rimanerci. La Prodomme non lo vuole più vedere. Lui la stalkera. Lei lo minaccia ma al tempo stesso lo tenta, dicendogli “Ti farà molto più male di quanto tu possa sopportarne”. Lui le dice “Ok, fammi quello che vuoi, senza safeword, però poi mi soffochi”. Lei gli toglie un dente (!). Lo avvolge nel domopack (il cardiochirurgo, non il dente), e poi capisce che lui sta cercando di morire e rifiuta di proseguire il gioco. Si amano. Fine. 

La recensione di Mubi dice che “Lo straordinario ibrido di Valkeapää, che incorpora horror, commedia, dramma e romanticismo, è un’incursione nel seducente mondo del BDSM che presenta il sesso in maniera positiva”, e il giudizio mi affascina molto. Si vede che il regista ne sa (o si è affidato a un* brav* consulente), ma le situazioni sono sempre decisamente all’estremo – nulla di SSC, ho persino qualche dubbio sul RACK. 

Vero è che i due, incontrandosi e giocando, stanno meglio. Vero è che l’indagine sul potenziale catartico del BDSM è condotta con assoluta onestà. Vero è, anche, che è un film che non fa sconti a nessuno e nessuno assolve, ma neanche condanna. 

Insomma, alla fine mi è piaciuto. E no, non lo so se è l’immagine che vorrei che il mondo avesse del BDSM (ma, breath control ed estrazione del dente a parte, alcune scene sono di grandissimo erotismo) – però è un’immagine sincera, nella sua estremizzazione. Ma estremizzare non è forse il compito dell’arte? Con tutta l’ironia del caso, per di più.

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Questo post è di un anno e mezzo fa. Ma era sepolto nelle bozze.

Scrivevo tempo fa (due anni!) di aver usato una tesi sul femminismo per capire cose di me, e non avevo capito un bel niente, pur avendo ragione. 

Ci è voluto più tempo, più stupore e anche un po’ più di dolore, per arrivare al punto vero.

Etichette sparse, peggio di un discount al venerdì sera:

Poliamorista. Amo fermamente due persone, allo stato attuale. Dello stesso amore? No, di amori completamente diversi. Di un amore travolgente, passionale, libero, imprevisto, ma non per questo meno pensato; di un amore confortante e confortevole, riflettuto, progettuale e stabile. Non hanno gradi diversi, sono su scale non comparabili. 

Omosessuale. Eh! Quando improvvisamente è stato tutto chiaro. La negazione del corpo, il bdsm come rifugio, evitamento del contatto, standardizzazione di ruoli, definizione di rituali. In modo da non dover pensare a cosa stavo facendo, in modo da non avere potere sul mio corpo sessuale. La scoperta del corpo (mio e altrui), della fantasia, del desiderio fisico, dei particolari, dell’eccitazione ingiustificata. Una mano che fuma, un muscolo che si flette senza servosterzo. Un culo! Uh, chi l’aveva mai considerato, il culo!

Biaffettiva. La tranquillità con le donne, la sfida con gli uomini. Il riconoscersi, e il non riconoscersi affatto. Lo specchio e il vetro, la sicurezza del patriarcato e la rivoluzione del femminismo. Proteggere ed essere protetta. Mischiare gli elementi e agitare prima dell’uso.

Bdsmer, kinky, il nome che volete voi. Qualche tentennamento, in proposito: facevo bdsm solo per stare con gli uomini? Uh, proprio no. Ma forse un po’ meno voglia di dimostrare, un po’ più di bisogno di lasciarsi andare, di abbandonarsi. Qualche scoperta sul piano fisico, molte sul piano psicologico. Un bdsm meno pensato, ma forse più consapevole? Work in progress.

E poi la scoperta di un mondo. 

Un mondo mio, intimo, personale, negato e abbruttito fino a questo momento. Una rivendicazione che non vorrebbe conoscere mezze misure – e in parte non le ha conosciute. 

Un mondo, là fuori, che conoscevo a livello intellettuale, letterario, saggistico, e che si è improvvisamente popolato di esseri umani, con tutti i loro * e @. 

Qualche esperienza nuova in ambito bdsm. Innumerevoli esperienze nuove nella vita. Danni collaterali a strafottere, prese di coscienza rivoluzionarie. 

Una tesi da scrivere, decisioni da prendere, persone da proteggere – libertad. 

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Un uomo incinto de quater mes

Vi detesto.

Le vostre pose plastiche, le corde che non si accavallano mai, i capezzoli perfettamente eretti e il cazzo maestoso e simmetrico anche a riposo.

I segni splendono, rossinerisaturi. Non sono mai sbiaditi, mai sfumati. Non c’è un brufolo sui vostri culi perfetti. 

Sono corpi veri!

Sono vere esperienze!

Nessuna ha il corpo da modella. Vestite addirittura una 44. Va’ che roba, questa è persino – persino! – la cicatrice di un cesareo. 

Ritocca: “Migliora”.

[Stenterete a crederlo, ma non c’è acredine in questo mio. Trattasi di riproposizione ironica di un serissimo pensiero intellettuale.]

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