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Trilogia epica


A pagina 2 gli Atlanti Rizzoli
Sul comodino della Rambaldi
Fabio Lombardi – Milano – cronista in Mediaset per TG4 e TG5 (seguì i casi della Banda della Uno Bianca, i delitti di Cogne e Garlasco e della strage di Erba) lavora per Quarto Grado e ha pubblicato il romanzo L’istinto dei calamari.
“Drago porse a Leonida la busta prelevata poco prima nel laboratorio segreto, gonfia, piena di banconote.
“Questi sono per iniziare, ma sono in grado di dartene altri.” Lucomagno aprì la busta e ne valutò il contenuto con maggiore precisione. “Ci sono almeno cinquemila euro qui. Cosa vuoi che ci faccia?”
“Leonida, voglio che tu mi aiuti a cercare Thomas, a capire cosa gli sia successo.”
“Siamo amici, non mi devi pagare.”
“No, siamo amici ma questo è un impegno che potrebbe portarti via tempo, e che richiederà che tu affronti delle spese. Ho bisogno che qualcuno faccia questo per me, qualcuno che io pagherò per il suo lavoro, e preferisco che sia tu a svolgerlo. Mi fido di te. Però è giusto che io ti paghi. E poi, sono soldi di Thomas.”
Dell’esercito delle carriole restano solo fantasmi e su tutto incombe la strega Bura. La bella Jasna li ha convocati per comunicazioni urgenti. La fine del mosaico è vicina e devono stringere un patto. Alla riunione partecipa anche Thomas. Si conoscono da quando erano bambini. Clotilde sta morendo, ma li aiuterà con l’ultimo incantesimo di protezione per fermare Bura. È per lei che devono portare a termine il rito. Ma non sempre i desideri vengono esauditi, non basta volere fortemente qualcosa per ottenerla. Solo col passare degli anni Thomas capirà che quello era già l’inizio della fine e che la maledizione di Bura li avrebbe investiti comunque.
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Recensione di Patrizia Debicke
In L’ultima cosa che sai, Paolo Roversi accompagna Enrico Radeschi lontano dalla inquieta Milano dei grattacieli per riportarlo nella caldo umida pancia della Bassa padana, dove il tempo par scorrere con la stessa paciosa lentezza del Po e la memoria ha l’abitudine di riemergere nei momenti meno opportuni.
Il romanzo si muove su un doppio binario narrativo, ma trova il proprio baricentro più emotivo tra fitte nebbie, tranquilli argini e paesi dove tutti sanno almeno qualcosa, ma nessuno a ben pensare dice davvero tutto e ogni sguardo pesa più di una parola.
Radeschi rientra a Capo di Ponte Emilia per Pasqua come si torna in un luogo dell’anima: con il desiderio di ritrovare le radici e il timore di riattizzare lontani ricordi talvolta dolenti. La recente separazione dal Danese brucia ancora, Milano gli è diventata improvvisamente stretta, e il viaggio sul Giallone, la sua Vespa gialla del ’74, affettiva presenza piuttosto che mezzo di trasporto, assume quasi il valore di un iniziatico ritorno. Il paese lo accoglie con i suoi afrori di terra bagnata, di legna umida e di cucine accese, ma anche con un cadavere ritrovato nella golena del Po e sistemato secondo un antico e inquietante rituale.
L’atmosfera della Bassa è senz’altro uno degli elementi più azzeccati del romanzo. Roversi la costruisce per accumulo di immagini: la nebbia che inghiotte i campi, il fiume che scorre torbido e paziente, i pioppeti che sembrano custodire segreti più vecchi degli uomini. Il Po’ non è un semplice sfondo ma diventa un personaggio silenzioso, un naturale archivio di colpe e verità sepolte. L’idea del “Tribunale delle Acque”, leggenda che affonda le radici nell’epoca dei Gonzaga, si innesta perfettamente in questo paesaggio sospeso tra storia e mito, rendendo palpabile e plausibile l’orrore che riaffiora dal passato.
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Recensione di Patrizia Debicke
In Il silenzio dei colpevoli, Angela Marsons accompagna il lettore in un territorio narrativo oscuro e vischioso, dove l’aria sa di metallo, fango e segreti imputriditi nel tempo. L’ambientazione è uno degli assi portanti del romanzo: zone industriali abbandonate, riserve naturali apparentemente serene, ma uffici di polizia solcati da corridoi carichi di tensione. Ogni luogo pare quasi custodire una parziale verità, un frammento di menzogna incastrato nel paesaggio, come se la stessa geografia del Somerset partecipasse al crudele gioco dell’assassino.
La trama si apre con il rinvenimento di un corpo bestialmente martoriato, in un’area industriale fredda e impersonale. Non è soltanto la violenza subita dalla vittima a colpire, bensì il sospetto che si porrà intorno a quell’omicidio. La reazione della moglie, Diane Phipps, introduce infatti subito una crepa inquietante, un’incrinatura emotiva che Kim Stone avverte prima ancora di riuscire a decifrarla. Quando poi l’intera famiglia scompare nel nulla, la narrazione scivola in una dimensione dove l’assenza conta più della presenza e le domande irrisolte superano le risposte.
Il ritrovamento di un secondo corpo, inchiodato al suolo in una riserva naturale, allarga lo spettro dell’indagine e rinforza il contrasto tra la brutalità dei gesti e l’ingannevole quiete degli spazi aperti. Marsons opera con chirurgica precisione sul contrasto fra natura e violenza, lasciando emergere l’idea che ovunque possa trasudare il male se un segreto riesce a sopravvivere.
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Stralcio dall’articolo del professor Salvatore Francesco Lattaruolo
La scelta di ricreare le avventure di interpreti femminili dell’ epos apparenta in primis una pattuglia di scrittrici nate negli anni Settanta ed esordienti nel presente Millennio: Antonella Lattanzi, Teresa Ciabatti, Ilaria Bernardini, Veronica Raimo, Caterina Bonvicini, Chiara Valerio, Valeria Parrella, Michela Murgia. Ciascuna di loro, in una collettanea uscita alla fine del secondo decennio del secolo. […]

In siffatto quadro pulviscolare e atomizzato spicca il caso più coerente e sistematico di Marilù Oliva. La cinquantenne bolognese ha all’attivo una consolidata bibliografia che la accredita come una delle voci di tendenza nel panorama femminile italiano di scritture marginali nate dalla nostalgia del classico. Con la sua opera più fresca sull’ Iliade, finalista del Premio Bancarella, Oliva ha concluso una trilogia gender a tema, inaugurata con un’Odissea e proseguita con un’Eneide, dando vita a un ciclo completo legato dal vincolo di una studiata continuità. L’interesse per il repertorio epico tradizionale è diventata una delle costanti del curricolo letterario della narratrice emiliana, che la smarca dalle sperimentazioni più isolate e sporadiche delle sue colleghe coetanee.

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Sul comodino della Rambaldi
Christine Von Borries – nasce a Barcellona da madre italiana e padre tedesco, dopo la laurea in giurisprudenza lavora come pubblico ministero ad Alba, Prato, Palermo e dal 2005 a Firenze.
Ha pubblicato i romanzi: Le unghie rosse di Alina e A noi donne basta uno sguardo.
“Valeria riemerse da un pozzo profondissimo, senza che il cervello fosse capace di mandare segnali intellegibili al corpo. Era stesa sul fianco, con un braccio attorno a suo figlio David che dormiva supino e fu assalita dall’angoscia. Non pensava di farcela ad affrontare tutto, i tre figli, l’operazione del piccolo, la rabbia verso Mario, l’indagine per omicidio. Suo padre e sua madre non la aiutavano, troppo impegnati tra il lavoro e le serate trascorse a cena con gli amici, in teatro, ai concerti. Il padre lavorava come manager in una multinazionale americana che fabbricava motori per auto e spesso era via per lavoro. La madre aveva aperto tanti anni prima una sartoria con una decina di dipendenti, ed era una donna forte, decisa, poco incline alle smancerie e alle confidenze.”
Nelle aule del Tribunale di Firenze si celebra la decima udienza del processo dell’anno. L’amministratore delegato della Safe Word,Attilio Bergamini, è accusato di bancarotta fraudolenta.Centinaia di creditori inferociti si sono costituiti parte civile. Per anni ha vinto appalti del Ministero della difesa e ora è indagato con altri componenti del consiglio d’amministrazione e del collegio sindacale, che dicono di non essersi accorti in tempo che la società, in stato di insolvenza, avesse già accumulato un passivo di oltre 20 milioni di euro.
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Traduzione di Bruno Forzan
Disegni di Chihiro Sakurada
Recensione di Linda Cester
“- Noi messaggeri delle stelle aspiriamo a illuminare il cammino, a guidare almeno in parte un’umanità disorientata.- A quelle parole dello chef, noi tutti annuimmo in silenzio. – Dunque, tra poco arriverà dicembre. È una stagione particolare per gli esseri umani. Anche quest’anno, la vigilia di Natale il Caffè della Luna Piena ha intenzione di organizzare un’apertura speciale…-”
Il Caffè della Luna Piena è un posto davvero magico. Gestito da un enorme gatto tigrato, non accetta le ordinazioni dai clienti, propone pietanze speciali pensate appositamente per loro dallo chef e appare ogni volta in un posto diverso, solo nelle notti di luna piena o in quelle di novilunio. A Natale il Caffè fa un’eccezione alla regola, prevedendo delle aperture straordinarie quando la luna è particolarmente bella. Ed è così che Satomi, Koyuki e Junko, tre giovani donne dai destini incrociati, si ritrovano, inaspettatamente e ognuna in un’occasione diversa, a degustare piatti deliziosi fra i tavolini del caffè, attirate dalla sua atmosfera magnetica e avvolgente, riflettendo sulla propria vita. Satomi combattuta tra carriera e famiglia, Koyuki che ripensa alla morte prematura del padre, Junko che deve ricucire i rapporti con la famiglia d’origine. Ognuna con le proprie resistenze, i propri dubbi e le ferite emotive che ogni scelta o avvenimento accaduto hanno generato. E sarà proprio lì, di fronte a un “tè freddo alle stelline scintillanti” o a un “Montblanc del Novilunio”, che tutte troveranno il coraggio di guardare nel profondo della propria anima, alla scoperta dei loro veri desideri.
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Sul comodino della Rambaldi
Piera Rampino – Laureata in giurisprudenza, ha collaborato alla redazione di dizionari di terminologia giuridica, lavorando nei settori della traduzione e della ricerca linguistica applicata, e si occupa di revisione e analisi di testi normativi. Il morto presunto è il suo romanzo d’esordio.
“Comunque, quando una cosa alla fine va bene, uno non ci pensa più che poteva andar male! Per questo la prima volta che il dottore mi ha chiesto l’opinione, al suocero non ci pensavo proprio… altrimenti lo dicevo subito: dottore, non resti morto neanche un po’, se no poi lo diventa davvero… e mi dica lei se non avevo ragione, dopotutto!”.
Il pubblico ministero guardò fissamente la giacca strapazzata del custode e si risedette, scordando l’articolata domanda che aveva elaborato in silenzio durante quell’ultimo soliloquio. Dopo qualche momento, il custode levò incerto gli occhi allo scanno. “Che faccio?”, domandò.
“Se l’accusa ha terminato”, rispose il giudice in tono interrogativo.
“Sì, sì…”.
“L’avvocato intende controinterrogare?”.
“Eh? No”.
“Allora il teste può accomodarsi”.
Un brutto lunedì, il dottor Cosimo Praticò, sposato con due figli, funzionario della Pubblica Amministrazione, abituato a risolvere i problemi e le insidie burocratiche degli altri, si trova improvvisamente a doversi difendere da un errore dell’anagrafe che lo dà per morto da qualche giorno.
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Recensione di Patrizia Debicke
In Mandorla amara Cristina Cassar Scalia costruisce un giallo estivo dal sapore ingannevole, in cui l’apparente dolcezza del paesaggio siciliano convive con un veleno sottile e intrigante, in grado di insinuarsi nelle relazioni e nelle vite dei personaggi. È un romanzo estivo che si spalanca su quel mare, immobile e sfolgorante, tra la costa catanese e le Eolie ma ohimé già pronto a trasformare il suo favoloso scenario da cartolina in una terrificante camera mortuaria a cielo aperto.
Un grande panfilo privato, l’Elmond, alla deriva sotto il sole, rivelerà infatti ben sette corpi allineati nel silenzio, con l’ inconfondibile odore del cianuro mascherato dal latte di mandorla. Tra le vittime due dei Lavinaio padre e figlio minore. Per l’ennesima volta, la Sicilia ha colpito, senza accordare sconti.
L’ambientazione, splendida e intrigante, non funge da semplice sfondo, ma par quasi vivere intensamente insieme alla storia. Il caldo opprimente di luglio, l’azzurro accecante del mare, le isole che paiono quasi gareggiare tra bellezza e isolamento, con Palermo e Catania sempre tenacemente divise da distanze non solo geografiche.
Ogni luogo è attraversato da una costante tensione, neppure il paesaggio partecipasse all’indagine, suggerendo nuove piste e celando verità.
Come sempre la narrazione di Cristina Cassar Scalia evitando il facile folclore, restituisce una Sicilia concreta, viva, fatta di strade, porti, case assolate e talvolta pesanti silenzi.
Al centro ancora una volta domina Vanina Guarrasi, giovane vicequestore capace di leggere una scena del crimine con chirurgica precisione, ma incapace di mettere ordine nella propria vita emotiva.
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