ELSA MORANTE
LA STORIA
EINAUDI 1974
Nel giugno del 1974, A 62 anni, Elsa Morante pubblicò un romanzo di ben 661 pagine intitolato LA STORIA , al quale aveva lavorato per tre anni.
Lo pubblicò, grazie all’intervento di Natalia Ginzburg, con la casa editrice Einaudi, ottenendo che fosse inserito nella collana economica degli Struzzi al modico prezzo di 2000 lire. La copertina riportava una foto di Robert Capa rappresentante un giovane morto nella guerra spagnola e il sottotitolo “uno scandalo che dura da 10000 anni”.
Eloquente la dedica: Por el analfabeta a quien escribo.
Tutti questi elementi ci dicono che l’intento dell’autrice era stato quello di scrivere per tutti e soprattutto di scrivere del popolo per il popolo, denunciando lo scandolo delle continue guerre che le genti subiscono dall’inizio della civiltà.
Per darci un’idea della gravità e universalità di questa vergogna, la Morante ci propone, in una vasta cornice/ affresco, in cui entrano in scena tanti altri personaggi sia umani che animali, una storia familiare, ambientata a Roma durante le Seconda Guerra Mondiale. E’ la storia della famiglia al femminile di Ida Ramundo, maestra elementare, vedova e di madre ebrea.
Ida vive nel quartiere di San Lorenzo insieme al figlio adolescente, il ribelle Ninnuzzo.
“Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio,…” che sta vagando solitario per il quartiere di San Lorenzo, la stupra e da questa violenza nasce Giuseppe che diventerà per tutti Useppe.
Lei, timorosa delle dicerie della gente, nasconde a tutti l’esistenza del bambino, per cui Useppe vivrà per lo più rinserrato e solitario dentro l’appartamento. Solo Ninnuzzo, che si è innamorato del fratello e non ha paura di niente e nessuno, lo presenta ai suoi amici e lo porta a fare qualche passeggiata. Ma l’adolescente, dopo l’8 settembre 1943, sempre più intemperante, lascia la scuola e riesce a farsi arruolare come volontario in un battaglione di Repubblichini. Ida, Useppe e il cane Blitz restano soli. Un giorno, mentre sono fuori per la spesa, l’intero palazzo dove abitano crolla sotto i bombardamenti alleati. Si salvano e Ida riesce a scappare nel quartiere periferico di Pietralata, rifugiandosi in uno stanzone invaso dagli sfollati. Qui vivono promiscuamente con altra gente, tra cui una numerosissima famiglia napoletana, i “mille”, che intratterranno con la loro vivacità Useppe, facendogli trascorrere nello stanzone il periodo più socievole e incantato della sua vita. Di questo periodo è anche l’episodio di Ida che, trovandosi alla stazione Tiburtina con in braccio il bambino, assiste paralizzata alla deportazione degli Ebrei.
Finalmente trovano una sistemazione dignitosa al Testaccio, prima ospiti di una sarta che affitta loro la camera del figlio Giovannino disperso in Russia, poi in un piccolo appartamento tutto loro. Ma, continuando l’occupazione tedesca, il cibo diventa introvabile anche a mercato nero e Ida fa miracoli per nutrire Useppe, giungendo perfino a rubarlo contro i suoi principi, mentre lei, sprigionando dal suo debole corpo un vigore animalesco, soffre la fame. Quando ormai è allo stremo delle forze arrivano gli alleati e Roma viene liberata. Nino che ben presto, insofferente alla disciplina, aveva lasciato i Fascisti e era diventato un valente e amato capo partigiano dei Castelli romani, si sposta a Napoli per dedicarsi a misteriosi traffici con certi suoi conoscenti. Talvolta torna a fare visita a Useppe, conducendolo a fare lunghe corse in moto o per presentargli Bella, la cagna di cui si prende cura, regalando così al bambino esperienze formidabili. Ora che la guerra è finita, sembrerebbe che la piccola storia di Ida e dei personaggi che la attorniano si possa concludere positivamente, invece si continua a morire e la fine di tutti i vari personaggi ancora una volta sia umani che animali sarà più che mai drammatica.
Rileggere il romanzo a distanza di 50 anni dalla sua uscita ti dà l’impressione di non averlo mai letto. Di essere stata commossa all’epoca dalle vicende dei protagonisti, ma di non aver colto la grandezza del libro e la sua originalità. Solo ora senti di avere in mano un capolavoro, un libro che dice qualcosa di assolutamente e universalmente vero sull’esistenza umana.
Ma per apprezzarlo va letto lentamente, con grande attenzione, va letto in profondità.
Colpisce innanzitutto la struttura generale consistente in otto parti narrative, introdotte dalla cronaca dei fatti storici accaduti nel periodo in cui si svolge la storia, cronache che appaiono come rulli compressori atti a schiacciare qualsiasi possibilità di salvezza sia dei singoli che dei popoli.
Ti rendi conto che, all’interno della struttura, la materia ha un aspetto composito fatto di tante cose: cronache, poesie, storie vere e fantastiche, digressioni continue, vicende che ne ricordano altre, profili completi di tanti personaggi secondari; un vortice che disorienta e allo stesso tempo affascina. Forse non è un romanzo senza difetti, ma è sicuramente un capolavoro al femminile. Solo una donna, con un profondo senso della maternità e della sacralità della vita, infatti può dare una lettura così crudamente realistica, senza appello tragica della storia dell’umanità. Una lettura della storia così decisa e sincera, così anticonformista.
“Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte.” (un sopravvissuto di Hiroshima) cita in exergo.
Come non concordare con la Morante? La sua analisi ci offre una verità valida in ogni tempo e in ogni luogo, quindi universale: la Storia è un assassinio interminabile, “Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (la Storia) che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. …”
Vista con gli occhi di chi la subisce, “la storia è un’organizzazione criminale” che procede nel tempo a ritmo di guerre e paci che generano altre guerre, dalle quali emergono e restano nella memoria storica solo alcuni individui. Quasi sempre proprio quelli che le hanno fomentate, promosse e capeggiate spesso per affermazione del proprio potere, megalomania, desiderio di conquista e rapina, riducendo la vita di milioni di esseri umani a un carnaio orribile di cui non si ricorderà nessuno. Le vittime, le cavie, gli innocenti che hanno dovuto subire torture, fame, malattie, morte scompariranno come non fossero mai esistiti. Da una parte il potere di pochi famosi e applauditi, dall’altra la tanta gente anonima usata e dimenticata. Ecco che Elsa Morante in questo romanzo sceglie di dare visibilità ad alcuni rappresentanti di coloro che non l’hanno mai avuta e “ce li fa patire”. Non sono eroi o comandanti, sono donne, bambini, povera gente travolta dalla forza cieca della storia oggi come ieri, qui come altrove, in una continua condizione di dolore universale.
Ma se La Storia sottopone la gente comune a una vita tragica (pensiamo solo ad alcuni personaggi del romanzo: Eppetondo divenuto il partigiano Mosca; la donna ebrea che corre verso il treno della deportazione; Giovannino, il soldatino italiano che muore congelato in Russia; i partigiani torturati e impiccati dai nazisti; i tre soldati tedeschi massacrati dai partigiani; i genitori di Ida che muoiono di disperazione l’uno, di paura l’altra; il giovane ebreo pensatore anarchico Davide), la visione disperata e disperante della vita di questa umanità che soffre e teme e cerca soluzioni di sopravvivenza è come mitigata e addolcita dalla fantasticheria fiabesca dell’autrice.
Sebbene i fatti siano narrati in maniera molto realistica, l’autrice sa renderli fiabeschi grazie alla sua sensibilità che le permette di far interagire umani e animali, di raccontare i sogni di tutti, di mettere in comunicazione Useppe con gli uccellini e con la cagna Bella tanto che quest’ultima diventerà per lui seconda madre e compagna di giochi in una visione incantata del mondo.
Non a caso nel 1968 Elsa Morante aveva pubblicato “Il mondo salvato dai ragazzini” dove celebrava la poesia come atto di resistenza, la bellezza come salvezza e i “felici pochi” (i ragazzini) come custodi della coscienza umana. I ragazzini (i felici pochi) rappresentano coloro che mantengono viva la coscienza, la bellezza e la capacità di meravigliarsi, fungendo da fulcro per la salvezza del mondo.
Anche in questo libro il ragazzino Useppe in qualche modo ”salva il mondo”. Useppe, che Carlo Bo definisce il personaggio più vivo della letteratura, nonostante la sua fragilità di ammalato, è “un poeta bambino”, “un miracolo di letizia” che riesce a vedere il mondo con occhi innocenti e a trasformare la desolazione in qualcosa di magico e pieno di amore in una continua capacità di meravigliarsi. Gli uccellini ripetono a Useppe “E’ tutto uno scherzo, è tutto uno scherzo” Cos’ è tutto uno scherzo? La storia, la vita, le vicende tragiche?
E per questo lo amiamo, come amiamo la madre Ida che, a detta dell’autrice, è una donna rimasta bambina; una piccola borghese, psicologicamente disarmata, che si trova a districarsi tra le spire dalla grande Storia, che subisce nella condizione di persona spaventata da tutto ciò che la circonda. Teme i Tedeschi, perché mezza ebrea, teme i vicini che possono criticare il suo bastardino, teme di farsi vedere affamata o maleducata o in disordine nello stanzone di Pietralata; teme, quando è preda del dolore più terribile e si rende conto di non riuscire più a gestire la classe, di essere licenziata per scarso rendimento; teme il giudizio del dottore che dovrebbe curare Useppe. Però Ida ama. E’ madre e fa tutto quello che è in suo potere e capacità per i figli. Ninnuzzo odia le regole e lei, quando lo vede più tranquillo, pensa ancora al vecchio sogno di aiutarlo a laurearsi. Useppe si ammala, cambia il proprio carattere, perde la socievolezza, lei soffre e cerca di porvi riparo con le sue uniche forze. In aiuto ha solo la cagna lasciatagli in eredità da Nino. Certo fosse stata meno timida, più sicura di sé forse avrebbe fronteggiato con maggiore successo la malattia di Useppe. Ma Ida è questa Ida e le vogliamo bene per come è, per quello che è riuscita a fare. E’ un personaggio azzeccato e realistico. Quante donne c’erano a quei tempi, semplici donne di casa, al massimo impiegate come maestre, che non si permettevano di avere idee politiche e subivano in silenzio il potere che le schiacciava? Inoltre, con la sua capacità unica di narrare l’infanzia e l’adolescenza che si era già fatta apprezzare in L’isola di Arturo, Elsa ci regala pure la figura di un altro adolescente incredibilmente amabile nelle sue aberrazioni. E’ Ninnuzzo, il figlio sano, robusto, nell’ immaginazione di Ida invincibile e immortale, totalmente amante della vita di cui l’autrice ci fa sentire le confuse, appassionate aspirazioni, l’intolleranza, la ribellione a ogni regola sociale, la megalomania ma anche la capacità del fare, del trovare soluzioni alternative, di inventarsi una vita che deve essere sempre avventurosa. Nino è un personaggio complesso, vivace, che colpisce, si fa amare e si fa piangere quando anche lui soccombe al rullo della storia.
Anche tanti altri personaggi ci diventano conosciuti e cari perché la Morante sa attardarsi nel raccontarci la loro storia, nel presentarceli nella loro interezza. E’ come se si divertisse a ricamarli pazientemente i suoi personaggi, dando spazio anche al racconto dei loro sogni, mai chiari e sempre avventurosi. E allora quelle che sembrano lunghe digressioni o divagazioni o deviazioni dalla trama, questa sua capacità di perdersi o giocare con i dettagli altro non è che la sua efficace tecnica scrittoria che ci permette di entrare a fondo nelle scene e parteciparvi.
Il libro contiene tante pagine splendide che meriterebbero letture ad alta voce come quelle del lavoro in fabbrica, o del crollo del palazzo sotto il bombardamento, o dell’assalto al camion di farina che ricorda l’assalto ai forni dei Promessi sposi, ma anche la reale corsa ai sacchi di farina dei Palestinesi affamati dell’anno 2025 d.C .
Si tace alla fine della storia perché il dolore di Ida è entrato in noi. L’autrice è stata capace magicamente di farci entrare nella Storia e di farcela vivere in prima persona tanto che la sensazione di disperazione e dolorosità che da essa si sprigiona è in grado di inseguirci per giorni.
Ed è un bene, perché nell’attuale periodo storico, così caotico a livello di equilibri mondiali, con in atto terribili guerre che non riusciamo a far cessare e le fabbriche di armi che lavorano di nuovo a pieno ritmo, fermarsi a riflettere su quanto sia “scandalosa la storia” e cosa può fare ognuno di noi per contribuire a evitare nuove carneficine è innanzitutto un dovere umano.
(Franca Canapini)








