“La Storia” di Elsa Morante: un capolavoro letterario tutto al femminile

ELSA MORANTE

LA STORIA

EINAUDI 1974

 

 

Nel giugno del 1974, A 62 anni, Elsa Morante pubblicò un romanzo di ben 661 pagine intitolato LA STORIA , al quale aveva lavorato per tre anni.

Lo pubblicò, grazie all’intervento di Natalia Ginzburg, con la casa editrice Einaudi, ottenendo che fosse inserito nella collana economica degli Struzzi al modico prezzo di 2000 lire. La copertina  riportava una foto di Robert Capa rappresentante un giovane morto nella guerra spagnola e il sottotitolo   “uno scandalo che dura da 10000 anni”. 

Eloquente la dedica: Por el analfabeta a quien escribo. 

Tutti questi elementi ci dicono che l’intento dell’autrice era stato quello di scrivere per tutti e soprattutto di scrivere del popolo per il popolo, denunciando lo scandolo delle continue guerre che le genti subiscono  dall’inizio della civiltà.

Per darci un’idea della gravità e universalità di questa vergogna, la Morante ci propone, in una vasta cornice/ affresco, in cui entrano in scena tanti altri personaggi sia umani che animali, una storia familiare, ambientata a Roma durante le Seconda Guerra Mondiale. E’ la storia della famiglia al femminile di Ida Ramundo, maestra elementare, vedova e di madre ebrea.

 Ida vive nel quartiere di San Lorenzo insieme al figlio adolescente, il ribelle Ninnuzzo.

 “Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio,…”   che sta vagando solitario per il quartiere di San Lorenzo, la stupra e da questa violenza nasce Giuseppe che diventerà per tutti Useppe.

 Lei, timorosa delle dicerie della gente, nasconde a tutti l’esistenza del bambino, per cui Useppe vivrà per lo più rinserrato e solitario dentro l’appartamento. Solo Ninnuzzo, che si è innamorato del fratello e non ha paura di niente e nessuno, lo presenta ai suoi amici e lo porta a fare qualche passeggiata. Ma l’adolescente, dopo l’8 settembre 1943, sempre più intemperante, lascia la scuola e riesce a farsi arruolare come volontario in un battaglione di Repubblichini. Ida, Useppe e il cane Blitz restano soli. Un giorno, mentre sono fuori per la spesa, l’intero palazzo dove abitano crolla sotto i bombardamenti alleati. Si salvano e Ida riesce a scappare nel quartiere periferico di Pietralata, rifugiandosi in uno stanzone invaso dagli sfollati. Qui vivono promiscuamente con altra gente, tra cui una numerosissima famiglia napoletana, i “mille”, che intratterranno con la loro vivacità Useppe, facendogli trascorrere nello stanzone il periodo più socievole e incantato della sua vita. Di questo periodo è anche l’episodio di Ida che, trovandosi alla stazione Tiburtina con in braccio il bambino, assiste paralizzata alla deportazione degli Ebrei.

Finalmente trovano una sistemazione dignitosa al Testaccio, prima ospiti di una sarta che affitta loro la camera del figlio Giovannino disperso in Russia, poi in un piccolo appartamento tutto loro. Ma, continuando l’occupazione tedesca, il cibo diventa introvabile anche a mercato nero e Ida fa miracoli per nutrire Useppe, giungendo perfino a rubarlo contro i suoi principi, mentre lei, sprigionando dal suo debole corpo un vigore animalesco, soffre la fame. Quando ormai è allo stremo delle forze arrivano gli alleati e Roma viene liberata. Nino che ben presto, insofferente alla disciplina, aveva lasciato i Fascisti e era diventato un valente e amato capo partigiano dei Castelli romani, si sposta a Napoli per dedicarsi a misteriosi traffici con certi suoi conoscenti. Talvolta torna a fare visita a Useppe, conducendolo a fare lunghe corse in moto o per presentargli Bella, la cagna di cui si prende cura, regalando così al bambino esperienze formidabili. Ora che la guerra è finita, sembrerebbe che la piccola storia di Ida e dei personaggi che la attorniano si possa concludere positivamente, invece si continua a morire e la fine di tutti i vari personaggi ancora una volta sia umani che animali sarà più che mai drammatica.

Rileggere il romanzo a distanza di 50 anni dalla sua uscita ti dà l’impressione di non averlo mai letto. Di essere stata commossa all’epoca dalle vicende dei protagonisti, ma di non aver colto la grandezza del libro e la sua originalità. Solo ora senti di avere in mano un capolavoro, un libro che dice qualcosa di assolutamente e universalmente vero sull’esistenza umana. 

Ma per apprezzarlo  va letto lentamente, con grande attenzione, va letto in profondità. 

Colpisce innanzitutto la struttura generale consistente in otto parti narrative, introdotte dalla cronaca dei fatti storici accaduti nel periodo in cui si svolge la storia, cronache che appaiono come rulli compressori atti a schiacciare qualsiasi possibilità di salvezza sia dei singoli che dei popoli.

Ti rendi conto che, all’interno della struttura, la materia ha un aspetto composito fatto di tante cose: cronache, poesie, storie vere e fantastiche, digressioni continue, vicende che ne ricordano altre, profili completi di tanti personaggi secondari; un vortice che disorienta e allo stesso tempo affascina. Forse non è un romanzo senza difetti, ma è sicuramente un capolavoro al femminile. Solo una donna, con un profondo senso della maternità e della sacralità della vita, infatti può dare una lettura così crudamente realistica, senza appello tragica della storia dell’umanità. Una lettura della storia così decisa e sincera, così anticonformista.

“Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte.” (un sopravvissuto di Hiroshima)  cita in exergo.

 Come non concordare con la Morante? La sua analisi ci offre una verità valida in ogni tempo e in ogni luogo, quindi universale: la Storia è un assassinio interminabile, “Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (la Storia) che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. …”

 Vista con gli occhi di chi la subisce,  “la storia è un’organizzazione criminale” che procede nel tempo a ritmo di guerre e paci che generano altre guerre, dalle quali emergono e restano nella memoria storica solo alcuni individui. Quasi sempre proprio quelli che le hanno fomentate, promosse e capeggiate spesso per affermazione del proprio potere, megalomania, desiderio di conquista e rapina, riducendo la vita di milioni di esseri umani a un carnaio orribile di cui non si ricorderà nessuno. Le vittime, le cavie, gli innocenti che hanno dovuto subire torture, fame, malattie, morte scompariranno come non fossero mai esistiti. Da una parte il potere di pochi famosi e applauditi, dall’altra la tanta gente anonima usata e dimenticata. Ecco che Elsa Morante in questo romanzo sceglie di dare visibilità ad alcuni rappresentanti di coloro che non l’hanno mai avuta e “ce li fa patire”. Non sono eroi o comandanti, sono donne, bambini, povera gente travolta dalla forza cieca della storia oggi come ieri, qui come altrove, in una continua condizione di dolore universale.

Ma se La  Storia sottopone  la gente comune a una vita tragica (pensiamo  solo ad alcuni personaggi del romanzo: Eppetondo divenuto il partigiano Mosca; la donna ebrea che corre verso il treno della deportazione; Giovannino, il soldatino italiano che muore congelato in Russia; i partigiani torturati e impiccati dai nazisti; i tre soldati tedeschi massacrati dai partigiani; i genitori di Ida  che muoiono di disperazione l’uno, di paura l’altra; il giovane ebreo pensatore anarchico Davide), la visione disperata e disperante della vita di questa umanità che soffre e teme e cerca soluzioni di sopravvivenza è come mitigata e addolcita dalla fantasticheria fiabesca dell’autrice.

Sebbene i fatti siano narrati in maniera molto realistica, l’autrice sa renderli fiabeschi grazie alla sua sensibilità che le permette di far interagire umani e animali, di raccontare i sogni di tutti, di mettere in comunicazione Useppe con gli uccellini e con la cagna Bella tanto che quest’ultima diventerà per lui seconda madre e compagna di giochi in una visione incantata del mondo.

Non a caso nel 1968  Elsa Morante aveva pubblicato “Il mondo salvato dai ragazzini” dove   celebrava la poesia come atto di resistenza, la bellezza come salvezza e i “felici pochi” (i ragazzini) come custodi della coscienza umana. I ragazzini (i felici pochi) rappresentano coloro che mantengono viva la coscienza, la bellezza e la capacità di meravigliarsi, fungendo da fulcro per la salvezza del mondo.

Anche in questo libro il ragazzino Useppe in qualche modo ”salva il mondo”. Useppe, che Carlo Bo definisce il personaggio più vivo della letteratura, nonostante la sua fragilità di ammalato, è “un poeta bambino”, “un miracolo di letizia” che riesce a vedere il mondo con occhi innocenti e a trasformare la desolazione in qualcosa di magico e pieno di amore in una continua capacità di meravigliarsi. Gli uccellini ripetono a Useppe “E’ tutto uno scherzo, è tutto uno scherzo” Cos’ è tutto uno scherzo? La storia, la vita, le vicende tragiche?

E per questo lo amiamo, come amiamo la madre Ida che, a detta dell’autrice, è una donna rimasta bambina; una piccola borghese, psicologicamente disarmata, che si trova a districarsi tra le spire dalla grande Storia, che subisce nella condizione di persona spaventata da tutto ciò che la circonda. Teme i Tedeschi, perché mezza ebrea, teme i vicini che possono criticare il suo bastardino, teme di farsi vedere affamata o maleducata o in disordine nello stanzone di Pietralata; teme, quando è preda del dolore più terribile e si rende conto di non riuscire più a gestire la classe, di essere licenziata per scarso rendimento; teme il giudizio del dottore che dovrebbe curare Useppe. Però Ida ama. E’ madre e fa tutto quello che è in suo potere e capacità per i figli. Ninnuzzo odia le regole e lei, quando lo vede più tranquillo, pensa ancora al vecchio sogno di aiutarlo a laurearsi. Useppe si ammala, cambia il proprio carattere, perde la socievolezza, lei soffre e cerca di porvi riparo con le sue uniche forze. In aiuto ha solo la cagna lasciatagli in eredità da Nino. Certo fosse stata meno timida, più sicura di sé forse avrebbe fronteggiato con maggiore successo la malattia di Useppe. Ma Ida è questa Ida e le vogliamo bene per come è, per quello che è riuscita a fare.   E’ un personaggio azzeccato e realistico. Quante donne c’erano a quei tempi, semplici donne di casa, al massimo impiegate come maestre, che non si permettevano di avere idee politiche e subivano in silenzio il potere che le schiacciava?  Inoltre, con la sua capacità unica di narrare l’infanzia  e l’adolescenza che si era già fatta apprezzare in L’isola di Arturo, Elsa ci regala pure la figura di un altro adolescente incredibilmente amabile nelle sue aberrazioni.  E’ Ninnuzzo, il figlio sano, robusto, nell’ immaginazione di Ida invincibile e immortale, totalmente amante della vita di cui l’autrice ci fa sentire le confuse, appassionate aspirazioni, l’intolleranza, la ribellione a ogni regola sociale, la megalomania ma anche la capacità del fare, del trovare soluzioni alternative, di inventarsi una vita che deve essere sempre  avventurosa. Nino è un personaggio complesso, vivace, che colpisce, si fa amare e si fa piangere quando anche lui soccombe al rullo della storia.

Anche tanti altri personaggi ci diventano conosciuti e cari perché la Morante sa attardarsi nel raccontarci la loro storia, nel presentarceli nella loro interezza.  E’ come se si divertisse a ricamarli pazientemente i suoi personaggi, dando spazio anche al racconto dei loro sogni, mai chiari e sempre avventurosi.  E allora quelle che sembrano lunghe digressioni o divagazioni o deviazioni dalla trama, questa sua capacità di perdersi o giocare con i dettagli altro non è che  la sua efficace tecnica scrittoria che ci permette di entrare a fondo nelle scene e parteciparvi.

Il libro contiene tante pagine splendide che meriterebbero letture ad alta voce come quelle del lavoro in fabbrica, o del crollo del palazzo sotto il bombardamento, o dell’assalto al camion di farina che ricorda l’assalto ai forni dei Promessi sposi, ma anche la reale corsa ai sacchi di farina dei Palestinesi affamati dell’anno 2025 d.C . 

Si tace alla fine della storia perché il dolore di Ida è entrato in noi.  L’autrice è stata capace magicamente di farci entrare nella Storia e di farcela vivere in prima persona tanto che la sensazione di disperazione e dolorosità che da essa si sprigiona è in grado di inseguirci per giorni.

Ed è un bene, perché nell’attuale periodo storico, così caotico a livello di equilibri mondiali, con in atto terribili guerre che non riusciamo a far cessare e  le fabbriche di armi che lavorano di nuovo  a pieno ritmo, fermarsi a riflettere su quanto sia “scandalosa la storia” e cosa può fare ognuno di noi per contribuire a evitare nuove carneficine è innanzitutto un dovere umano.

(Franca Canapini)

I GIORNI DI VETRO

NICOLETTA VERNA

 

I GIORNI DI VETRO

 

EINAUDI 2024

I giorni di vetro di Nicoletta Verna  è un romanzo di ben 434 pagine “bellissimo”, “tremendamente crudo, terribilmente straziante”, “spietato e atroce”, a detta di numerosi commentatori, che ha già ricevuto diversi premi letterari.

Si tratta di un vasto e potente affresco storico del ventennio fascista, così come viene visto e vissuto dai romagnoli di Castrocaro con qualche accenno anche a quelli  di Forlì, il “cittadone” e del villaggio  di Tavolicci.

L’autrice, nata a Forlì nel 1976, è lontana da quel periodo storico eppure ne deve aver sentito raccontare a lungo in famiglia se ne è rimasta così attratta da dedicargli una storia del tutto verosimile condotta con accuratezza storica;  lei stessa ci informa che le vicende romanzate sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti.

Il romanzo cattura il lettore già dall’inizio grazie al linguaggio scorrevole e sintetico, declinato nella sua variabilità a seconda delle vicende narrate e dei personaggi in azione.

Nella prima parte, dove il focus è sulla nascita della protagonista Redenta con tutto il contorno di persone ad essa afferenti, colpisce l’uso di molti termini dialettali a volte   comprensibili solo dal contesto, ma che servono a rendere la vivacità e la rudezza dei rapporti interpersonali di questa gente povera e incolta, incapace di esprimere altrimenti i propri stati d’animo. Anche le vicende più drammatiche sono condotte come se l’autrice guardasse i suoi personaggi dall’esterno con benevolo umorismo… nero, tanto che talvolta il dramma si trasforma in farsa e le vicende assumono sfumature grottesche.

 Nel prosieguo l’attenzione del lettore è tenuta desta anche dai rapidi cambiamenti di scena e di tempi che riservano costanti sorprese nello svolgimento della trama e per questo solo alla fine ci si rende conto dalla struttura molto complessa del romanzo. Infatti consiste nella narrazione in prima persona di due storie, quella di Redenta e quella di Iris, che ad un certo punto s’incontrano e s’intrecciano indissolubilmente nei capitoli finali. Preponderante è la storia di Redenta, la purina, la scarognata, la scema del paese, a giudizio dei paesani; la mite che nasce a Castrocaro il giorno del delitto Matteotti e che, oltre a tardare nel camminare e nel parlare, sarà colpita dalla poliomielite restandone sciancata.  Si è avverata la predizione del guaritore Zambutèn al quale, dopo la morte dei primi tre figli, la madre aveva chiesto aiuto: lei vivrà ma si porterà addosso la scarogna, per permettere alle sorelle nate dopo di lei di vivere e di essere sane.  La seconda storia è quella di Iris, nata un anno prima a Tavolicci da una straordinaria madre maestra.  Iris rappresenta il controcanto di Redenta ed è emblema della donna studiosa, emancipata, indotta dalla passione amorosa a scegliere la lotta partigiana a fianco del comandante Diaz.

Entrambe le donne hanno a che fare con i due personaggi principali maschili, Bruno e Vetro.  Bruno è un orfano allevato dalla Fafina, infermiera tuttofare e nonna di Redenta. Da piccoli i due hanno vissuto insieme in casa della Fafina diventando profondamente amici.  Bruno è l‘unico che, al di là dei pregiudizi, “vede” la fragilità e la forza di Redenta e la protegge, anche ricorrendo alla violenza quando qualcuno la dileggia, infatti il ragazzo odia le ingiustizie, di fronte alle quali ha sempre reazioni feroci. Divenuti adulti, promette di sposarla, ma poi scompare da Castrocaro, senza dare più notizie di sé. Dopo l’8 settembre 1943 diventerà il comandante partigiano Diaz, famoso nel territorio per le coraggiose imprese contro i nazifascisti.  Vetro è il bel gerarca fascista di Castrocaro, amico di Primo, padre di Redenta,  e del generale Graziani. A sorpresa, per fare un favore all’amico Primo, chiede in sposa Redenta con buona pace della madre Adalgisa, che temeva non la volesse in moglie nessuno. Però, sotto l’apparenza dell’uomo beneducato si rivela lapersonificazione del male assoluto. E’ un fascista della prima ora che, durante la guerra di Etiopia si è macchiato, insieme a Primo, dei delitti più atroci, e ne ha riportato la perdita di un occhio sostituito con un occhio di vetro.  

A questo punto del racconto diventa chiaro anche il titolo che assume un doppio   significato: può  indicare i giorni della guerra fatti di fame, pericoli mortali, prevaricazioni e violenza totale, in cui ognuno diviene fragile come il vetro, ma anche I giorni in cui Vetro, marito di Redenta, comandante del battaglione M IX settembre, ovvero il Male, sfoga tutta la sua perversione in straordinarie sevizie e torture sia in casa su Redenta prima e Iris poi, sia alle casermette sugli antifascisti catturati. Si è prefissato di catturare Diaz e alla fine lo scontro tra i due,  scontro tra giustizia e sopraffazione, tra bene e  male,  avverrà, aggiungendo atrocità a atrocità.

Ma tra tanti orrori, si fa avanti Redenta. Ormai fisicamente e psicologicamente sul limitare tra i vivi e i morti.

Redenta  trova la forza per uscire dalla sottomissione e, empatica, pietosa, caritatevole com’è, riesce a compiere con straordinario coraggio azioni di cui nessuno l’avrebbe creduta capace.  

Il libro brulica di tanti altri personaggi ben profilati che s’imprimono nella memoria del lettore come l’Adalgisa, Primo, Marianna e Vittoria sorelle di Redenta, i signori Verità, Aurelio, la madre maestra di Iris, il padre, il fratellino, i marchesi antifascisti, gli orfani, Zambutèn, quasi tutti rappresentati di un popolo povero e incolto, preda di pregiudizi e credenze magiche, esposto allo scandalo della storia. Indimenticabile la Fafina, nonna di Redenta, che ha studiato da infermiera e lavora nell’ambulatorio del dottore del paese. E’ una donna che ha saputo difendersi dalle prevaricazioni maschili e sa aiutare, limitatamente ai suoi mezzi, anche i familiari.  

Le vicende sono tante come i personaggi e tutte hanno una loro ragione d’essere all’interno della narrazione ma ciò che colpisce di più e resta per giorni nella coscienza scossa del lettore è la violenza di quasi tutti. Fin dalle prime pagine è la violenza, l’unica risorsa nel bene e nel male con la quale si esprime la gente.

E’ violento Bruno quando deve combattere l’ingiustizia, sia che i rei siano i bastardi della Fafina o il suo datore di lavoro o i temibili fascisti. E’ violenta Adalgisa con il marito e con le figlie. Di una efferata violenza Primo, che diventa un fervente fascista e compie azioni indicibili nella guerra di Etiopia. Man mano che il regime si consolida, cresce il culto della violenza e la sua messa in atto che l’autrice a ragione non ci risparmia. A questo proposito, importante anche per fare i conti con il nostro passato storico il paragrafo 20,  dove l’autrice, pur nella finzione dei personaggi, racconta la tragica verità che sta a fondamento dell’imperialismo italiano della guerra di Etiopia.

Per niente rassicurante  l’idea che Nicoletta Verna ha della storia: non c’è da farsi illusioni,  l’essere umano è per sua natura crudele, lo sviluppo storico e l’affermarsi delle varie civiltà si è sempre ottenuto attraverso guerre, distruzioni e sopraffazione dei più deboli, in primis le donne che hanno subito e subiscono le più dure vessazioni.  

Questo concetto lo fa esprimere spesso ai suoi personaggi. Solo per fare qualche esempio leggiamo l’esaltazione della violenza da parte di Primo, il fascista:

“…Quando la Fafina ricordava quell’epoca (il biennio rosso)si faceva il segno della croce e pregava Dio Cristo che li perdonasse, i fascisti e gli altri per la violenza che avevano sparso.

Se per caso mio padre la sentiva, s’infuocava e si mettevano a litigare.

LA VIOLENZA, DICEVA LUI, ERA LA LINFA DELL’ITALIA, LA BUONA MADRE CHE LI AVEVA NUTRITI E SPINTI FRA LE BRACCIA DELLA CIVILTA’. NON POTEVA ESSERCI ORDINE NE’ PROGRESSO, SENZA VIOLENZA…”  

Oppure la riflessione di Iris, dopo essere stata informata da Diaz che il marchese per il quale stanno lavorando è stato radiato perché si è rifiutato di iscriversi al partito fascista…

“…Le molte cose che credevo di non capire, i fascisti, gli antifascisti, in realtà sono semplicissime: le ho sempre sapute. Ho studiato per 10 anni la storia e SONO CONSAPEVOLE CHE IL PROGRESSO SI BASA SUL SOPRUSO. POPOLI VIA VIA ANNIENTATI DA CHI ERA PIU’ FORTE E PIU’ POTENTE DI LORO. NESSUNA NOVITA’. QUELLO CHE FANNO ORA I FASCISTI E’ IDENTICO A QUELLO CHE HANNO FATTO GLI ALTRI PER MILLENNI… “

E infine la riflessione di Redenta che anche per fare il bene a volte ci vuole la violenza.

Adalgisa chiede allo Zambutèn un filtro per far morire Vetro. Alla risposta di Zambutèn che non può farlo perché la sua magia si indirizza solo a fare del bene, la donna risponde

“…DELLE VOLTE E’ LA VIOLENZA IL BENE. E VOI LO SAPETE. LO SANNO TUTTI…”

In una visione così cupa della storia dell’uomo, dal cui scandalo non ci si può liberare,

la speranza  che non tutto sia perduto è riposta nelle persone che come Redenta possiedono la grazia, cioè la pietà, la compassione verso gli altri esseri umani.

Ciascuno può scegliere da che parte stare: o la via della natura che conduce al conflitto e alla crudeltà o la via del cuore aperto nei confronti degli altri. L’unica luce sta nell’empatia, nella solidarietà e nell’aiuto concreto alle persone che soffrono. Esempio luminoso è la fragile e mite Redenta che trova la forza in se stessa per ribellarsi alle atrocità di Vetro, per mettere in salvo non se stessa che ormai si dà persa, ma Iris, l’antagonista, colei per la quale, lei crede, a torto, vittima dell’inganno del padre, Bruno non ha adempiuto alla sua promessa di sposarla.

I giorni di vetro è un romanzo storico dal messaggio quanto mai attuale in questi tempi caotici, in cui di nuovo la violenza comincia a farla da padrone, le fabbriche degli armamenti lavorano a pieno ritmo e certi  capi di Stato mirano a rifondare imperi piuttosto che a proteggere i propri popoli dallo “scandalo della storia”.

Possa la sua lettura farci provare un grande disgusto per la violenza e renderci più attenti e partecipi alla vita sociale, in difesa della pace e del benessere comune.

(Franca Canapini)

ARIA DI MORTE

Nell’aria spenta

forata a tratti

da qualche

uccello spaventato

gelido il venticello

sembra cullare la morte

Tremano le foglie estreme

dell’albicocco

Rabbrividisce il caco

senza più rifugio

per i suoi pomi arancio

Ed è un morire lento

delicato

che a sera lascia

grandi mani ruggine

inerti sul prato

23 novembre 2025

IN CENTO PAROLE

In cento parole

AA.VV.   IN POCHE PAROLE  ANTOLOGIA DI MICRONARRATIVA 2025, puntoacapo

 

 

  Mi pare che il microracconto stia al racconto lungo o al romanzo come l’Haiku sta alla poesia o al poema. Poche parole essenziali e tanto non detto, che stimola l’immaginazione. 

L’antologia  AA.VV.   IN POCHE PAROLE  ANTOLOGIA DI MICRONARRATIVA 2025, edita da puntoacapo, conferma la mia impressione. L’autore lancia un gancio, tu lo cogli e immagini il prima, il dopo, le cause, le conseguenze, i possibili sviluppi della microstoria.  Siccome qui gli autori sono svariati, anche i raccontini sono  diversi:  vita quotidiana, fiabe filosofiche, favolette, sogni,  incubi, sorprendenti punti di vista, finali a sorpresa. Da leggere. 

Le donne e la guerra 1

RENATA VIGANÒ

L’AGNESE VA A MORIRE

EINAUDI, 1949

Qui le donne reali e immaginate “sono in guerra”; combattono al pari degli uomini.

L’autrice infatti, ex tenente partigiana nelle valli di Comacchio, inventa e ci consegna un personaggio femminile ispirato a una partigiana conosciuta direttamente.

Agnese è una delle tantissime persone che la guerra non l’hanno voluta, ma ne hanno subito tutto l’orrore. Lei, contadina e lavandaia, con l’amato marito a carico perché ammalato di tisi si trova nel ciclone.

Dopo l’8 settembre, l’invasione tedesca d’Italia, la formazione delle Repubblica di salò, i Tedeschi catturano il marito (Palita) il suo unico affetto e lo deportano perché antifascista. Lei capisce che, debole e ammalato, morirà, non lo vedrà più. Le rimane il gatto caro a Palita, ma un Tedesco ubriaco gli spara uccidendolo. Il dispiacere si trasforma in furia, e quando il Tedesco Kurt si addormenta, gli spacca la testa con il calcio del mitra.

E’ così che “L’Agnese va a morire”. Presa coscienza di ciò che ha fatto, corre ad avvertire i partigiani, per i quali già faceva la staffetta, del pericolo di rappresaglia. Intanto i Tedeschi sterminano i vicini e le incendiano la casa.

Ora non ha più niente della vecchia vita. Inizia la sua seconda vita di attempata, grossa donna goffa, lavoratrice instancabile fino a sanguinare per la causa, per la libertà dal nazifascismo e soprattutto per quei giovani combattenti per i quali diverrà la “grande madre”.

Tante e terribili le prove che dovrà affrontare prima della morte annunciata.

Agnese è la donna che conosce e accetta il SACRIFICIO per il bene degli altri, prima del marito poi del comandante, dei giovani combattenti, della causa. E’ la donna all’inizio timida e ubbidiente che non si prende mai cura di sé, pur avendone bisogno. Serve tutti, vuole il bene di tutti prima del suo e affronta prove estreme per nutrirli, scaldarli, curarli.

Vittima dei potenti che decidono le guerre e le fanno subire alla povera gente, sola, Agnese si ribella all’ingiustizia, alla derisione, alla crudeltà, sceglie da che parte stare e “fa quello che va fatto”.

Giorno dopo giorno, vicenda dopo vicenda, impara, trova soluzioni ai problemi, diviene sempre più consapevole e sicura di sé: lei è lì perché i Tedeschi le hanno ucciso Palita e il gatto di Palita e lei ha ucciso il tedesco che ha ucciso il gatto. Lei è lì per aiutare, fare, rifocillare e non si riposa mai, anche quando sente che il cuore non ce la fa più.

E’una storia dura quella di Agnese che ci racconta la lotta partigiana nelle valli di Comacchio con grande realistica crudezza. I Tedeschi ammazzano i singoli, compiono stragi, torturano, impiccano, sbudellano donne; i partigiani, relegati nei casotti delle paludi, d’estate dentro i canneti, d’inverno nelle case allagate o isolate dalla palude ghiacciata, organizzano azioni, assalti, colpi. A volte tornano vittoriosi contando i nemici uccisi, a volte sconfitti contando i propri morti.

Intanto gli angloamericani bombardano e distruggono paesi e campagne. Paracadutano armi e viveri per i partigiani ma, in vista dell’inverno, rallentano la marcia verso Nord, lasciandoli soli. Mitragliano pure dove non dovrebbero, distruggendo anche i rifugi dei resistenti e alla fine della vicenda, nell’azione partigiana che prevede di oltrepassare le linee nemiche per unirsi agli alleati, quest’ultimi sparano nel mucchio uccidendo consapevolmente anche i patrioti.

Poco dopo anche la grande madre viene riconosciuta dal maresciallo amico di Kurt e viene abbattuta. Tanto lo si sapeva fin dall’inizio che per lei non ci sarebbe stata speranza di futuro.

Renata Viganò ci offre un quadro impietoso e realistico di ciò che è la guerra, ogni guerra. Il coraggio dei combattenti, il loro sacrificio, come quello della titanica Agnese, non ne riscatta gli orrori, la bestialità, l’abbrutimento di tutti.

Da augurarsi che possano avverarsi le parole che  Agnese rivolge al giovane Clinto nel salutarlo

“…Dopo sarà un’altra cosa. Io sono vecchia e non ho più nessuno. Ma voialtri tornerete a casa vostra. Potrete dirlo quello che avete patito, e allora tutti ci penseranno prima di farne un’altra di guerre…”

 

Ecco…PENSIAMOCI!

 

 

(Franca Canapini)

RESISTENZA. delle donne afghane

POEMETTO IN TRE BATTUTE

*

Dietro la città ostile

davanti fili tesi

ma non vedrete la mia resa.

Ho rivestito il corpo

di grazia e di bellezza

sotto le lunghe ciglia e il velo

mantengo l’equilibrio della mente

non mi potete fare niente.

Ho un grande cuore caldo

lo conservo per l’Uomo

che la donna non teme

a lui solo svelerò

la mia chioma selvaggia.

*

C’è questa sfinitezza

come un senso di morte

una fine indesiderata

Amarezza che innesca

il bisogno di un rifugio

:una ricerca di spensieratezza

una rincorsa all’infanzia.

Se avessimo qualcosa da raggiungere

si potrebbe desiderare

se avessimo qualcosa da afferrare

potremmo muoverci più in fretta

ma ciò che amavo è perduto

ora toglie il respiro, mi scava dentro

e si dilata un pozzo di vuoto.

Dormire, dimenticare dimenticare

che sono preda imprigionata.

Dormire, sognare sognare.

Vestirsi di giallo allora!

Vestirsi di luce!

Ruotare sollevarsi danzare

insieme ai bambini gioiosi

insieme agli angeli felici

danzare ruotare innalzarsi

tra fiori di stelle leggera

leggera leggera volare!

* 

Brocche di rame con coperchio chiuso

una accanto all’altra_________ in attesa

un armonioso esercito di vinte

eppure sotto la cappa c’è un vulcano

Aspettiamo

le trombe ardite della riscossa

Verrà il momento

maschio che ci minacci con le armi in mano

maschio che ci stupri per riempirci di spavento

povero bruto che vieni da lontano

dalla dura legge dell’assoggettamento

a dio al villaggio ai padri

alle madri bestie da soma

Povere noi, poveri no tutti costretti

a ripercorrere la via dell’odio

Suoneranno le trombe

Verrà il momento

 (anni 2021/22)

 

 

 

Anno 2020 d.C. L’UMANO SOTTO ATTACCO

POEMETTO IN OTTO BATTUTE

I- Il grido

 

Sovrasta l’imponderabile

schiaccia l’imprevedibile

non ricordavi – non te ne concedevi il tempo –

anche se scritto e riscritto

nelle pieghe dei secoli dei secoli

che le Moire sulle nostre teste

follemente turbinassero

e fosse Medusa a pietrificarci il passo

Nell’universo preciso della tecnica

tra nuvole di ciano 

l’umano si contrae

bloccato il passo

sfumato il progetto

l’io ridimensiona

RAL-LEN-TA-RE

voltarsi indietro

guardarsi intorno

vedersi dentro

ME-DI-TA-RE

: ovunque ovunque

c’è una pioggia di morte

una pioggia feroce di dolore

II- Il sogno

Giorno dopo giorno il sogno [1] 

si colorava di nuove epifanie

come una piaga mai sanata

 o risorgiva

che rilasciava lenta

vaganti capillari d’acqua

Era stato all’alba e permaneva

:un geroglifico nella pietra

traslucida del tempo

Era un messaggio denso

un richiamo

Era la fonte

un’indecifrabile profezia

inviata dal caos buio dell’universo

una meteora fumigante scagliata

nella carne tenera della coscienza

III- Il nemico invisibile 

Sgusciò in un soffio d’aria

s’insinuò sotto le porte

Strisciò sui pavimenti

risalì tavoli e divani

L’aria lo spingeva

a ciondolii di teste

e sguardi assenti

Li penetrò e li invase

uno ad uno lentamente

-a tutti inceneriva il tempo

il micidiale drago piumato-

Il buio calò dalle finestre

spense gli ultimi lamenti

IV- Il coro dei morti  

– Allucinante film vero –

Un bruco enorme scivolava lento

orrendo, si snodava nel silenzio

Furono i carri della sera

che ammutolirono le genti

Insostenibile

il riemergere a coscienza

di morti le miriadi infinite 

ammucchiate dalla storia

La pietà è un fiore tenero di pace

ma in guerra ognuno

atterrisce e raggelato tace

mentre sordo ovunque  

bisbiglia il coro dei morti

“Senza odori, senza sapori

senza colori, senza rumori

senza freddo, senza caldo

-al buio nel buio

come fossimo mai stati-

Se fummo esseri senzienti

non lo ricordiamo

il pianto vostro

nell’infinito nulla

noi non lo sentiamo”

V- La sosta 

Gli armadi spalancati

Inutili ormai i tanti abiti 

penzolavano allineati

La pausa – la sosta

la pausa nella casa

la sosta nel pensiero

il pensiero che ondeggiava

il prima – l’ora – il dopo

confondeva nell’attesa

Eppure bisognava raccontarlo

quello che era e quello che era stato

ora che il mondo più sicuro

si scopriva fragile

 incerto

devastato

Eppure bisognava

tentare d’immaginarlo

un futuro per tutti!

Imprigionati in una bolla

bisognava riscoprirlo

l’uomo!

Il sibilo di quel vento di morte

bisognava decifrarlo!

VI- Scienza e  natura

Riprese a elaborare il genio umano

Tornarono a bollire  

i laboratori della scienza

mentre intorno al Grande Lutto

esultava la Natura  

Ovunque, lungo costa

si avvistavano delfini

uccelli ripopolavano l’aria

tartarughe invadevano le spiagge

anatre passeggiavano per i borghi

si diradavano le nuvole di smog

e, a volte, come in un delirio di potenza

sui fiori dei susini nevicava

Dal suolo – dai selciati – dai muri fessurati

tenace spuntava erba nuova

In retrovia, rifugiata nelle tane

impotente la gente li spiava

 VII- Stupore e resilienza

In retrovia non sembrava vero

La morte imperversava a folgori

repentine falciando l’aria

L’ infimo nemico  

il quasi-niente

procedeva tenace

per mutazioni e salti di specie

e rapido attecchiva

nel corpo degli umani 

Si diffuse e dilagò

 falò inestinguibile

in ogni angolo della terra

Ora – lugubri – i carri della sera

si snodavano in tutti i Continenti

In ogni dove si scavavano

trincee di morte

– globalizzati il virus le cure la sorte –

Distanziati – isolati – mascherati   

eravamo tutti lì

diversi per età, pelle

lingue, pensieri, averi  

ma tutti esposti alla minaccia mortale

di un impercettibile drago piumato 

 

 VIII- Dicembre  

Popolazione mondiale: 7.834.000.000

Impossibile per la mente contenerne

le unità reali, immaginarne tutti i corpi

i bisogni, le aspirazioni,  i pensieri

Tutte queste menti in attrito con il male!

In quest’inverno di terremoti, piogge, alluvioni

fango, neve, sovrastati da un nemico invisibile

79.500.000 profughi stanno vagando 

per il Mondo senza mezzi

Chiusi nel tepore delle case, quasi inetti

anche a difendere noi stessi, vorremmo

non vedere, non sentire, non parlare

vorremmo accucciarci, addormentarci

sfuggirne la visione insopportabile

Li vedi camminare a piedi nudi nella neve

e potresti essere tu che scappi

tu che speri di trovare aiuto e non l’ottieni

potresti essere tu che hai freddo, fame

soffri, ti ammali  – solo – nella neve

ti abbandoni e muori

DATEMI PENSIERI SEMPLICI, operazioni facili

8 miliardi di NOI tra inizio e fine

attraversando il cerchio di fuoco del dolore!

Riuscite a contenere

tutte queste morti

queste vite straziate

le fughe verso l’ignoto

le inimmaginabili avventure?

Arranchiamo spaesati

tra onde di morte/vita

crudeltà/eroismo

follia/dolore

indifferenza/amore!

Triste inverno di grandi nebbie

di sguardi stanchi

di prigionie apatiche

inverno di noia!

Inermi, a primavera cullavamo

rose di speranza

ora guardiamo con sospetto perfino

ai camion dei vaccini

che, insperati, giungono a salvarci.

(Franca Canapini- Inedito)

[1] Un mio sogno del 21dicembre 2019, che in seguito si è rivelato quasi premonitore

Inaspettatamente oggi l’amica FERNANDA CAPRILLI mi ha sorpreso con questa bellissima recensione donandomi una grande gioia. GRAZIE FERNANDA!

Franca Canapini, Una luce perenne contro l’oscurità, Edizioni Helicon, 2025

 

Quando Federico Garcia Lorca pronuncia la sua Alocución al pueblo de Fuente Vaqueros siamo nel 1931, un anno importante per la storia della Spagna che vide la proclamazione della Repubblica e il volontario esilio di re Alfonso XIII. Nel clima entusiasta suscitato dal trionfo dei progressisti diventa centrale il tema della Cultura, considerata strumento fondamentale per aiutare il popolo ad uscire dall’ignoranza, dalla miseria e dall’oscurantismo in cui lo avevano tenuto le forze reazionarie e la Chiesa.

È in questo contesto politico e culturale che nel settembre 1931 Lorca legge la sua Alocución in occasione dell’inaugurazione della Biblioteca Pubblica di Fuente Vaqueros, suo luogo natale, non lontano da Granada. La decisione di non parlare a braccio come facevano gli oratori nasce in lui da una precisa scelta, perché – dice – la parola scritta è molto più stabile e duratura e tale che può essere letta anche da altri. Esprime poi la sua gratitudine per questo paesello, del quale tesse l’elogio arrivando a dire che «gli abitanti di questo paese possiedono sentimenti artistici autoctoni […]. Sentimento artistico e senso di allegria che è come dire senso della vita». Al contrario – dice Lorca – esistono milioni di uomini che «parlano, vivono, guardano, mangiano ma sono morti» perché non hanno un’idea o una fede o il desiderio di uscire dal buio in cui si trovano, molto spesso per mancanza di mezzi, costretti a una vita di stenti il cui unico scopo è la sopravvivenza. Ma – dice Lorca – «Non solo di pane vive l’uomo»: «Se fossi un accattone, non chiederei un pane ma mezzo pane e un libro». Puntuale nel commento Franca Canapini osserva che questa che può essere considerata una provocazione, in realtà sta a significare che ai bisognosi siano dati non solo i mezzi per sopravvivere, ma anche gli strumenti per la formazione di uno spirito critico che li liberi dalla schiavitù intellettuale, grazie alla quale altri decidono per loro.

E arriviamo così alla famosa affermazione del capitolo 7 «Libri! Libri!» una parola magica che sta a significare – dice Lorca -: «amore, amore, e che la gente deve chiedere come chiede il pane e come anela la pioggia per i propri campi seminati».

Da qui la sua felicità per l’inaugurazione della Biblioteca Pubblica di Fuente Vaqueros, perché, dice, lo sforzo per produrre un libro è enorme e per questo «Il libro è senza dubbio l’opera maggiore dell’umanità»; così quando un popolo dorme o se ne sta quieto come «l’acqua di uno stagno in un giorno senza vento», un libro o alcuni libri hanno il potere di scuoterlo e «indicargli nuovi orizzonti d’eccellenza e concordia». E partendo dal concetto che «tutto il mondo civilizzato è governato da alcuni libri», come afferma Voltaire, Lorca ripercorre a grandi linee la storia della scrittura partendo dalle incisioni graffite sulla roccia per approdare alla diffusione della carta e, infine, alla stampa e all’evoluzione delle tecniche che l’hanno caratterizzata e hanno consentito di realizzare il libro di carta, destinato a segnare una profonda differenza rispetto a tutte le trasformazioni che lo avevano preceduto, in quanto da questo momento – dice Lorca – il libro diventa «un tremendo fattore sociale». Contro il libro infatti non valgono le persecuzioni né le fiamme perché  «potete far scomparire un’opera, ma non potete tagliare le teste che hanno appreso da essa»: grande, importante affermazione che ci fa pensare al tremendo rogo dei libri avvenuto in Germania solo due anni dopo, (maggio 1933), durante il quale furono bruciati venticinquemila libri ritenuti pericolosi.

E tornando alla Biblioteca di Fuente, Lorca si augura che libri e lettori crescano a dismisura perché – afferma – «non lavoriamo per noi ma per le generazioni che verranno dopo», che è poi in sostanza «il sentimento vero della vita».

Si giunge quindi al finale, ai ringraziamenti a quanti hanno voluto questa Biblioteca in particolare al Partito Socialista e al sindaco di Fuente fino a giungere a quell’ultimo saluto a tutti che ha il sapore di una poesia che nasce dall’anima: «E un saluto a tutti. Ai vivi e ai morti, giacché vivi e morti compongono un paese. Ai vivi per augurargli felicità e ai morti per ricordarli con affetto perché rappresentano la tradizione del popolo e perché è grazie a loro se siamo tutti qui».  Dopo questo congedo che può essere considerato un testamento universale, come afferma Lorenzo Spurio, l’impegno di Lorca proseguirà sia in poesia che nel teatro con la fondazione della celebre Barraca, in cui spenderà gran parte delle sue energie.

Federico Garcia Lorca morirà durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939) cui seguirà la lunga dittatura fascista di Francisco Franco (1936 – 1975).

Non mi soffermo sul prezioso lavoro svolto da Franca Canapini perché molto è già stato detto anche da Lorenzo Spurio sia in prefazione al testo che in una recensione. Devo a lei il piacere di aver potuto gustare sia in lingua che in traduzione un testo che non conoscevo e che mi pare tanto più significativo per i tempi in cui viviamo. Franca Canapini ha infatti prodotto non solo una scansione tematica che consente di seguire il percorso culturale e ideale di Lorca, ma anche un’attualizzazione dei problemi che ci aiuta a riflettere sull’oggi in vista del futuro. Di questo le siamo profondamente grati.

Arezzo, 7 giugno 2025

Fernanda Caprilli

 

Ecco…quando un piccolo libro, “un saggio a modo mio” e cioè artigianale, può generare in una lettrice attenta così tante e varie riflessioni…l’autrice non può che esserne appagata.


GRAZIE  GEMMA  MONDANELLI!!

 Una luce perenne contro l’oscurità

Alocución al pueblo de Fuente Vaqueros

Di Federico García Lorca

Traduzione e note a cura di Franca Canapini

Prefazione di Lorenzo Spurio

Non ho mai approfondito l‘opera di Federico García Lorca anche se ho sempre conosciuto, fino dal periodo scolastico, alcune sue composizioni poetiche come il molto noto e apprezzato “ Lamento per  Ignacio” e ho sempre trovato qua e là la foto di un bellissimo giovane aristocratico ed elegante ( che valorizza anche la copertina di questo libro) che contrastava a volte con l’idea di rivoluzionario che, nell’immaginario collettivo, caratterizzava il personaggio.

Ho trovato quindi estremamente importante questa opera di Franca Canapini che  con un sapiente lavoro di traduzione ed esplicativo, ci conduce passo, passo alla conoscenza di uno dei discorsi pronunciati dal Nostro in occasione della apertura nel suo paese di nascita di una biblioteca comunale.

Preceduta da una bellissima prefazione di uno studioso dell’Autore, Lorenzo Spurio, la traduzione di tale discorso si snoda con un impianto didattico del testo, ma non solo, anche con un racconto estremamente gradevole e illuminante dell’autrice che trasmette questa alocución  ‘che sommuove i cuori’  in maniera niente affatto monotona, ma anzi molto dinamica e circostanziata.

Nel 1931 Lorca tiene questo discorso, uno dei tanti della sua breve vita, ma   particolarmente  significativo e Franca è là con lui, procede titolando ogni paragrafo degno di questo nome, raccontandolo in maniera sintetica con parole sue affinché nella pagine successive possiamo gustarci la sua traduzione corredata, per chi avesse le competenze e la curiosità di fare raffronti linguistici,  con il testo in lingua originale.

Illustrazioni completano la sezione del discorso analizzata e così si procede passo, passo fino a che l’autrice ci accompagna verso la lettura  integrale con testo spagnolo a fronte.

Sembra una cosa piccola la partecipazione di Lorca all’inaugurazione della biblioteca del suo piccolo paese vicino a Granada. Ma per chi ama i libri e la lettura non è così, ma anzi è un atto rivoluzionario di ‘tremendo’ impatto emotivo. Il poeta è fortemente coinvolto, direi commosso e di questo suo paese ricorda tutto, ciò che hanno realizzato  per la comunità i suoi antenati, cosa ha fatto sua madre maestra, che ha insegnato a leggere a tanti compaesani. È commosso Lorca perché un paese così piccolo si è  elevato talmente da  promuovere la lettura, l’informazione e per questo considera un grande onore poter partecipare non con un discorso orale, ma scritto, che si possa volendo rileggere e possa rimanere nella memoria di coloro che hanno partecipato e anche di coloro che verranno dopo.

In effetti non so come avremmo potuto, anche ascoltandolo di persona, avere quelle emozioni che solo una lettura può dare, anche se ovviamente il discorso orale  permette di godere  dei toni di voce, delle espressioni del viso, della gestualità dell’oratore. Cosa che del resto possiamo  immaginare, visto che l’oratore tende a descrivere i suoi stati d’animo.

L’importanza dei libri e dei lettori non è negoziabile. Niente più del libro apre le porte del sapere. Gli uomini muoiono, ma non i libri che restano a testimoniare idee, sentimenti, cose concrete e astratte, paesaggi, usi costumi conquiste umane, rivoluzioni sociali e prettamente personali.

L’allocuzione serve a fare riflettere su concetti democratici imprescindibili, sulla libertà di pensiero che è alla base di ogni democrazia e che soltanto i libri possono sviluppare. Commuove anche noi questo pensare così autentico, ma anche così semplice e delicato di un intellettuale impegnato sul campo come Lorca, che dopo pochi anni morirà senza che sia stato mai trovato il suo corpo di combattente.

Penso che Franca abbia tradotto con sapienza e studio accurato una lingua non sua senza distorcerne lo stile autentico, e conservando anche parole che a volte sembrano desuete. La traduzione non è poca cosa, perché bisogna interpretare senza distorcere non solo il senso, ma appunto anche lo stile, rispettando la scelta  personale delle parole, solo così si ha pienamente idea di ciò che l’autore vuole trasmettere. Nella traduzione l’onestà di chi traduce si deve sposare con la necessità di rendere onore pienamente a chi ha voluto dire proprio quello, né di più, né di meno, spesso sacrificando anche le proprie  personali convinzioni e forse… ambizioni stilistiche e semantiche.

È dunque un lavoro pregevole quello che ci propone Franca Canapini, non solo per il contenuto del discorso molto alto, ricco di generosità e di altruismo che ci apre ancora una volta la prospettiva sulla grandezza di Lorca, ma anche perché è una guida alla comprensione di un testo destinato a rimanere nell’animo come esempio di grandezza e di magnanimità realizzatosi in un periodo storico molto complesso in cui una parola poteva condannarti per sempre e, sostenere attraverso i libri l’evoluzione autonoma del pensiero, poteva costituire un atto rivoluzionario difficile da tollerare.

E forse fu uno dei tanti atti che non fu tollerato.

Gemma Mondanelli

Il graditissimo commento dell’amica CARMEN  LAMA al mio libro UNA LUCE PERENNE CONTRO L’OSCURITA’

Quando, come una carezza, ti giunge conforto alle tue fatiche da un’amica poetessa, saggista e ex Dirigente scolastica

Cara Franca,


mi è piaciuto moltissimo, l’ho letto con attenzione, ma senza poter interrompere, perché mi “trascinava” sempre avanti.
Menomale che avevo iniziato la lettura nel momento in cui sapevo di poter avere a disposizione quasi tutto il pomeriggio (sabato).
Per me è davvero un lavoro importante, perché oltre all’attualità del Discorso, c’è dentro anche molta ricchezza, la storia del libro, pur conosciuta, in quel contesto ha molto senso, perché evidenzia quanta fatica e quanta strada e in quanto lungo tempo si sia arrivati al “libro per tutti”. E questa è una bella opportunità per chi sappia coglierla!

Il tuo lavoro di suddivisione del discorso in parti, ogni volta ben presentate, è essenziale perché aiuta a cogliere gli aspetti più significativi ed è bella anche la tua “sottolineatura” di frasi , che anche riprendi in alcuni titoli dei capitoli, per dirigere lì l’attenzione del lettore.

Hai fatto un lavoro anche di traduzione che non è affatto da sottovalutare, perché solo così si dà a molti più lettori la possibilità di conoscere e comprendere l’argomento. E anche di sapere che questo Discorso “esiste”.

Mi sono piaciute molto sia la tua Introduzione, sia la Prefazione. Quest’ultima ha ben valorizzato il tuo lavoro, puoi essere molto soddisfatta.

Ora penso che occorrerebbe una divulgazione ampia, ad esempio nelle scuole.
Allora, raggiunta la moltitudine degli studenti, almeno delle secondarie superiori, penso che si potrebbe eliminare (o almeno diminuire di molto) quel 27% di non lettori e il libro avrebbe non solo la fortuna che merita, ma anche avrebbe raggiunto lo scopo per il quale l’hai scritto…

Sarebbe bello si realizzassero i suoi suggerimenti sulla divulgazione!