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Il figlio ritrovato

Il mistero del lago (2017)

Assunta non parlava più con nessuno da anni. Faceva un’eccezione per Alessandro, quando erano soli, perché non voleva che lui serbasse, crescendo, un brutto ricordo della sua nonna. Con gli altri familiari comunicava con monosillabi e con i gesti, lo stretto indispensabile perché la casa funzionasse. Anche Totò, il marito, si era rassegnato al suo pallore inespressivo, a non vederla più sorridere e al suo lutto perenne. Perché il suo dolore non aveva scadenza e il lutto non si poteva calcolare in anni, partendo da una data incisa su una lapide, perché non c’era neanche una tomba sulla quale piangere. Non si era mai rassegnata alla scomparsa del suo primo figlio.

Renato era sparito una mattina d’autunno inoltrato, qualche giorno prima che partisse per la leva obbligatoria, e nessuno l’aveva più rivisto. Aveva lasciato intatte, nella sua camera, tutte le sue cose: i vestiti, la carta d’identità, il portafoglio con pochi soldi e, nella rimessa della cascina, la sua bicicletta. La notte prima era sceso al lago per gettare le lenze, dove era vietato pescare. Uno specchio d’acqua dolce, separato dal mare da una stretta lingua di pineta, che si riversava, per mezzo di un lungo canale con una piccola chiusa, in un più ampio bacino salato, comunicante con il mare. A nulla erano valse le successive ricerche, protratte per settimane, battendo i canneti palmo a palmo, e poi, sulla costa, le spiagge a nord e le scogliere aguzze, le grotte e le calette a sud del paese, quasi verso la fine della terra di Puglia. Persino i fondali di fronte alla marina erano stati perlustrati dai pescatori di ricci, con i loro specchi, fin dove la vista arrivava e il mare sprofondava.

Renato aveva sempre saputo di trasgredire la legge e lo aveva fatto per puro piacere, non certo per la necessità di portare a casa il cibo per il pranzo. Il podere assegnato a suo padre dalla riforma fondiaria, dopo la bonifica della zona paludosa circostante, forniva quasi tutto il necessario per vivere bene e neanche il pesce mancava perchè suo zio Gino, fratello di Totò, aveva una paranza al vecchio molo e quando tirava su le reti, metteva sempre da parte un cesto del pescato per la famiglia.

Il ragazzo ritornava al lago all’alba, facendosi strada fra la nebbia e le canne, e tirava piano le lenze, godendo della battaglia che iniziava con i grossi pesci che avevano abboccato durante la notte alle sue ghiotte esche. Le carpe combattevano fino all’ultimo, tirando il filo che si tendeva e vibrava come una corda di chitarra, facendogli protendere in avanti l’avambraccio con un movimento involontario. E quando, finalmente, riusciva a tirarle fuori dall’acqua, si torcevano repentinamente nell’ultimo tentativo di liberarsi, continuando a boccheggiare e a dibattersi, poi, nel cesto di vimini con cui Renato le portava a casa. E neanche l’espressione di disgusto di sua madre lo scoraggiava. La donna, abituata a pulire i pesci di mare, doveva frenare i conati di vomito nell’eviscerare quei bestioni di lago, che tardavamo a morire e che puzzavano di fango e “de lagnu”.

Ciò nonostante, Assunta cercava di cucinarli come meglio poteva, usando tutte le erbe aromatiche dell’orto e poi abbondando di aglio, cipolla e spezie per aggiustarne il gusto terroso. La guerra era finita da troppo poco tempo e, dopo la fame patita, le sembrava peccato buttare via un alimento, per quanto sgradevole fosse la sua preparazione.

-Perché mi porti questi pesci fetenti – si limitava a ripetere al figlio – Perché non vai a pescare sulla paranza di zio Gino? – aggiungeva sempre, ben sapendo che nulla sarebbe cambiato.

-E cusì u zziu Renatu cchiau a fija de lu rree e iddha e se lu purtau allu castellu! – raccontava ad Alessandro, ormai già troppo grande per ascoltare le favole della nonna. Inventava i suoi cunti usando il suo limitato lessico dialettale, avaro di termini e ricco di superlativi, come sapevano fare le nonne di una volta, quando non esistevano i libri di favole. Per descrivere la gioia, la cattiveria, lo stupore e l’incanto bastavano poche parole e l’espressione del viso, il socchiudere o sbarrare gli occhi, serrare le labbra o aprirle in un sorriso, stringere un pugno o simulare una carezza. Nelle sue storie scriveva sempre un finale bello e sospeso, Renato era un eroe antico, un soldato valoroso, un mago buono, un re magnanimo. Un personaggio che avrebbe girato il mondo e che, un giorno, sarebbe ritornato a casa sua, avrebbe narrato il suo incredibile destino e riabbracciato tutti. Assunta inventava racconti per il nipote ma, in fondo, alimentava la speranza del ritorno del figlio…

Le storie continuarono, con innumerevoli varianti fino a quando, un giorno, Alessandro si stancò delle favole e si sentì abbastanza grande da affrontare il padre.

-Dimmi la verità papà… – disse un pomeriggio a Franco, mentre la nonna era nell’orto a raccogliere delle verdure – Voglio sapere come è morto lo zio, ma dimmelo veramente!-

Franco sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di parlare “da adulto”, con suo figlio, di questo zio svanito nel nulla e sapeva anche che non avrebbe potuto fornirgli una risposta certa: non ce l’aveva! Poteva solo cercare di spiegare quello che sapeva, fargli una cronaca plausibile. Gli raccontò della sparizione, della sua partecipazione alle ricerche, anche dopo che i carabinieri, i parenti e la piccola comunità le aveva interrotte. Non c’era stato uno stop ufficiale, ma i tentativi erano andati scemando, le persone che frequentavano la casa per avere notizie avevano diradato le visite, il podere era ritornato ad una apparente tranquillità. Era stato quello il momento esatto dell’inizio della vera disperazione…

-Alessandro, credimi, vorrei sapere anch’io che fine ha fatto mio fratello – gli aveva detto, poi aveva aggiunto – Ne ho sofferto tanto. Renato era più grande di me ed era la persona che io avrei voluto essere: coraggioso, generoso e sempre allegro. La vita era uno spasso quando c’era lui, era una vita rumorosa, piena di cose che accadevano, di scherzi e di sorprese. Quella mattina scese al lago e scomparve nel nulla. Fu visto seduto sul muretto dello “strittu” da un contadino della masseria. Disse che ne stava lì immobile, fissando il canneto di fronte, come se dormisse ad occhi aperti, e non aveva risposto al saluto. La sua scomparsa ha fermato il tempo e da quel momento fatichiamo tutti ad avanzare, come se non avessimo più una direzione precisa e uguale velocità di recupero. Tua nonna da allora non è più la stessa. Tu non l’hai conosciuta com’era prima…-

Franco si alzò e andò a rovistare in fondo a un cassetto, tirando fuori una foto della madre da giovane – Guarda com’era bella! – disse al figlio, indicando la vecchia foto ingiallita – Io me la ricordo ancora così fino a quando c’era Renato, poi è invecchiata prematuramente e si è chiusa in sé stessa. Ma con te, almeno, parla… Tu ormai sei grande, lasciala fare, non le togliere la consolazione di raccontarsi un finale diverso. In realtà, anch’io sono convinto che sia morto per un incidente, forse in mare, e la corrente lo ha portato via e ora riposa su un fondale, fra i coralli e le stelle marine, come mi disse la mia maestra a scuola, per consolarmi –. Franco si voltò, per nascondere una lacrima, e aggiunse – Io so che ascolta le mie preghiere. Sì Alessandro, hai ragione tu, lo zio è morto e non tornerà mai più! Spero che, almeno a te, questo basti… –

Non preoccuparti, papà, – rispose Alessandro – ci penserò io alla nonna!- Ma già meditava di essere abbastanza grande per poter cercare una risposta a tutte le domande che erano rimaste senza soluzione, da troppo tempo, in quella casa. Quella notte chiese il permesso di rimanere a dormire dai nonni e Franco ne fu contento. Era certo che anche Assuntina ne avrebbe giovato.

-Sono contenta che ti sei fermato a dormire qui – disse la nonna al nipote – nel letto di tuo padre…Forse la vecchia rete ha ceduto e il materasso di lana è un po’ duro, vedo che sprofondi un po’, fai finta di essere su un’amaca…-

-Sto bene nonna, buonanotte…-

Alle prime luci dell’alba il sentiero che portava al lago era umido di rugiada. Dall’alto della collinetta lo specchio d’acqua appariva come un luogo fuori dal tempo, con i canneti sfumati dalla bruma e la superficie dell’acqua immobile che si colorava gradualmente dello stesso rosa dell’aurora. I versi degli uccelli che si risvegliavano cominciavano a riecheggiare nella vicina pineta, attraversata dalla brezza che proveniva dal mare e che si caricava degli odori intensi di resina di pino, di ginepro e di mirto.

Alessandro si vestì velocemente, prese una coperta e saltò dalla finestra che dava nell’orto. Era meglio che i nonni non sapessero nulla di questa sua uscita. Raggiunse il lago in pochi minuti, nel punto in cui iniziava il canale denominato “lu strittu” e l’argine in muratura diventava abbastanza ampio da potercisi sedere, il muretto che conteneva la chiusa che separava l’acqua dolce da quella salata. Era lì che avevano visto l’ultima volta lo zio Renato, immobile mentre fissava qualcosa, come ipnotizzato.

Si sedette, si avvolse nella coperta e si mise a osservare il corso dell’acqua che defluiva lenta fra le canne, creando piccoli gorghi e facendo ondeggiare delle alghe lunghe e ricciolute. Non sapeva cosa cercare ma qualcosa gli diceva che doveva attendere lì. Piano piano, confortato dal calore della coperta e inebriato dall’aria fresca, sentì il sonno che gli toglieva le forze, e non volle resistere…

Uno sciacquio cadenzato lo fece svegliare e gli rivelò che qualcuno stava attraversando il canale. Tenendo ancora gli occhi socchiusi vide una figura di donna che, a piedi nudi, si dirigeva verso la chiusa, senza curarsi di bagnare la sua veste bianca che, alle sue spalle, aderiva all’acqua come un piccolo strascico. Gli passò vicino senza degnarlo di uno sguardo. Alessandro notò la sua carnagione bianca e i lunghissimi capelli scuri dai riflessi verdastri. Il ragazzo pensò che fosse una forestiera in vena di stranezze.

-Chi sei? – le chiese. La ragazza si fermò un attimo, si voltò e sembrò accorgersi di lui solo in quel momento.
-Chi sono io? Tu chi sei! – Gli rispose, quasi con rabbia. – sei in casa mia a chiedermi chi io sia? -.

-Mi chiamo Alessandro – rispose il ragazzo – e non sono mai entrato in casa tua. Qui al lago ci può stare chi vuole e senza chiedere il permesso a nessuno…-

-E invece ti sbagli, Qui sei in casa mia, il lago è casa mia, è la casa di mio padre. Noi abitiamo da sempre in questo luogo. Tu, invece, cosa fai qui a quest’ora? Non hai una casa dove andare a dormire?-.

-Sono qui per cercare una risposta – disse allora il ragazzo – se questa è la tua casa, tu e tuo padre potete aiutarmi. Molti anni fa, in questo posto, scomparve una persona della mia famiglia, si chiamava Renato, e da quel momento la vita di tante persone è stata stravolta. Devo sapere cosa gli è successo…-. -So di chi parli. Renato lo conoscevo bene. Veniva spesso a trovarmi, forse era innamorato di me, o del lago, o di entrambi. E anche a me piaceva, ma non capiva che il suo era un amore impossibile perché le nostre nature erano diverse. Mio padre, poi, non avrebbe mai acconsentito.

-Ma com’è possibile? – escamò Alessandro – Tu sei ancora così giovane e lui è scomparso da tanti anni! –

-Non ti meravigliare – rispose la donna – il mio tempo scorre diversamente dal tuo e, comunque, io non ho null’altro da dirti. Non ho risposte alle tue domande. Non sei abbastanza grande e forte da affrontare i segreti di questo lago. Ti conviene non conoscerli anche perché, poi, nessuno potrebbe garantirti il ritorno a una vita normale, alla tua vita. Vattene via e farò finta di non averti mai incontrato…-

-Non mi muoverò da qui – concluse il ragazzo – e aspetterò tuo padre, se sarà necessario, perché mi dia le informazioni che mi occorrono e, se avete fatto qualcosa allo zio, ve la farò pagare!-.

-Il piccolo uomo è coraggioso – disse la ragazza dai lunghi capelli verdi, con tono canzonatorio – Se lo sei veramente, oltrepassa la chiusa e aspettami nel canneto, ed è lì che ti metterò alla prova, ma è anche lì che potresti morire e rimanere per sempre in fondo al lago. Il vostro “amore”, i vostri ridicoli sentimenti, piccolo uomo, implicano sempre delle conseguenze che cambiano e sconvolgono la vita e, a volte, ve la tolgono. Alessandro era al centro del canneto, la ragazza lo prese per mano – Immergiti con me – gli disse – trattieni il respiro più che puoi – ti porterò da mio padre ma sappi già da ora non è qui che ritroverai Renato -.

Alessandro si lasciò andare mentre i capelli verdi della fanciulla lo circondavano e lo stringevano in una morsa dalla quale era impossibile liberarsi. Sentì un forte dolore alla testa mentre l’acqua salmastra gli risaliva le narici e gli invadeva la gola. Istintivamente gridò – Nonna! Nonna… e gli sembrò di vedere per un attimo il viso di Assunta. Poi sopraggiunse il buio e pensò che era forse così che si moriva.

-Si sta riprendendo… ma dovrò ricucirgli questa brutta lacerazione sulla nuca – disse il dottore – ma com’è successo signora Assunta? -.

-L’ho trovato giù allo strittu, era scivolato sulle pietre umide e aveva battuto la testa. Poco prima mi ero affacciata nella camera dove dormiva e, non avendolo trovato, ho preso lo scialle e sono uscita di casa a cercarlo. Non so chi mi abbia guidata fin lì, anzi ora credo di saperlo… Poi l’ho visto, disteso fra i sassi e privo di sensi. Inizialmente ho creduto che fosse morto e ho gridato a Dio tutta la mia disperazione. Gli ho chiesto di non togliermi anche lui! Me lo doveva lasciare. Aveva già Renato con sé, cosa voleva ancora ancora da me che non gli avessi già dato? Poi vidi che Alessandro si muoveva. E respirava! Dio..Dio… l’ho ringraziato! L’ho ringraziato per avermi riportata alla vita. Ho realizzato in quel momento che Renato non c’era più ma che mi era rimasto Alessandro, e non solo lui. Avevo mio marito Totò e l’altro mio figlio, Franco, che hanno vissuto tutti questi anni con il fantasma di me stessa, senza avermelo mai fatto pesare…-.

-Forse era il momento giusto per la rassegnazione, signora Assunta – rispose il dottore, mentre medicava la testa di Alessandro – perché non tutti affrontiamo il dolore allo stesso modo. Le persone sensibili come te, poi, tendono a sentirsi responsabili delle disgrazie che accadono ai propri cari, anche se sono inevitabili. Renato, non tornerà mai più, è vero. Prima non volevi sentirtelo dire. Ora lo hai ritrovato, dove è sempre stato: nel tuo cuore!-.

Alessandro guarì presto ma non si spiegò mai cosa fosse successo quella mattina presto, al lago. Forse per salvare la nonna dalla sua prigione di malinconia si era reso necessario che lui entrasse, anche se in sogno (ma era stato solo un sogno?), in una delle innumerevoli storie che lei gli aveva raccontato nel corso degli anni, quella della fata del lago, che faceva innamorare gli uomini per poi imprigionarli.

Come concludere questa storia se non con l’invito a visitare, al mattino presto, quel lago narrato e a sedervi sull’argine dellu strittu, a godere della sua magia. Se osserverete attentamente, sotto il pelo dell’acqua vedrete ondeggiare i lunghi capelli verdi della Naiade, la figlia del Lago, che fa da sentinella alla chiusa perché l’acqua salata, proveniente dal mare, non si mischi mai con quella dolce.

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Riti e rituali estivi salentini

Ricordo un rito che si svolgeva in questi giorni, durante la mia infanzia, nella mia sfera di vicinato. Era legato alla processione del Corpus Domini che sfilava nelle vie della città fra le calate delle coperte buone di broccato rosso e giallo oro, esposte dai balconi delle case. Era un rito religioso, naturalmente, dove la magia non era ammessa. Straordinaria, in verità, era l’autorizzazione – che si otteneva solo quella volta nel corso dell’anno –  di cogliere ogni tipo di fiore dai giardini privati e dai balconi. Quel giorno anche le mamme e le vicine di casa più fissate con le loro piante, quelle che requisivano le palline da tennis accidentalmente finite nella loro proprietà  e che tagliavano in due i palloni “Super Tele” calciati dai ragazzini, se solo sfioravano un giglio profumato o una comune lantana, aprivano le porte delle loro giardini e delle loro terrazze a tutti i bambini del vicinato. Si potevano cogliere tutte le  rose già sbocciate, i gerani, le margherite, le zinnie e le dalie precoci e i  gelsomini. Questi fiori venivano poi ridotti in in petali profumati e sistemati in cestini di vimini, pronti da gettare dalle terrazze più alte al passaggio della processione e del  baldacchino che proteggeva l’arciprete con l’ostensorio, preceduto dai
nuovi comunicati dell’anno, autorizzati a sfilare con l’abito della prima comunione, velocemente ripulito in tintoria dalle macchie di cioccolato e di spumone del rinfresco successivo alla cerimonia.

Oggi si riscoprono altri riti: la preparazione nottetempo di acque beneauguranti, infusi, nocini. Andar per fratte a raccogliere erbe officinali (e zecche). Riti pagani, perciò “neutri” che si fanno anche negli asili, come laboratorio didattico, con buona pace di coloro che non tollerano attività ispirate dalla religione (ovviamente la Cattolica). Manca la lettura dei fondi di caffè, l’individuazione del malocchio dalla forma dell’olio stillato nel piatto colmo d’acqua e, per non farci mancare nulla, il potere predittivo dei lombrichi tagliati. Anche queste pratiche facevano parte della vita dei nostri avi, in un tempo abbastanza remoto e oscuro dove la miseria e l’ignoranza la facevano da padrone. E non c’erano davvero le nobili e romantiche intenzioni dell’attuale ripescaggio in salsa new age.

Notti magiche dove tanti aspiranti maghi e sedicenti fattucchiere pasticciano nei bacili, giusto per darsi una mossa e aver qualcosa da raccontare e, possibilmente, da istagrammare. Notti che nascono per ricongiungere l’uomo e il litio delle batterie degli smartphone con l’anima della natura e che finiscono nella squallida normalità del fracasso dei mezzi della raccolta differenziata e nella puzza di bruciato delle stoppie (nella migliore delle ipotesi). Più avanti arriveranno i riti veri e concreti, quelli che richiedono forza fisica e cervicale salda. Quelli della preparazione delle conserve di pomodoro, delle marmellate, dei concentrati di peperoni rossi. Dei fichi da seccare, da esporre al sole al mattino e da ritirare alla sera, prima che cada l’umidità notturna. Dimenticavo che oggi i fichi costano un occhio della testa e per organizzare un paio di cannizzi pieni ci vorrebbe un piccolo capitale. Lì il gioco si farà duro e solo i duri scenderanno in campo. Tutti gli altri saranno al mare.

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Al supermercato

Mi fa quasi tenerezza la parsimonia dignitosa di una giovanissima coppia che seleziona, parlando piano, i tortellini più economici per la cena di capodanno e mi irrita l’arroganza e la taccagneria delle persone che ostentano tenori di vita elevati e che si danno una “ripulita” alla verdura per farla pesare di meno. Poi, cambiando reparto, massacrano i banconisti con pretese assurde, li incalzano sui prezzi, ci ripensano più volte sulla scelta e poi protestano se si sforano di pochi grammi i cinquanta di bresaola richiesti. Se no, salta la dieta…
I nostri vecchi, a una persona che avesse fatto consapevolmente una brutta figura pur di non sborsare qualche lira in più, gli avrebbero detto: “Va’ minate nu parite susu” (Fatti seppellire dalla vergogna). Ma questa gente ha tanta opinione di sé, e tanto poco rispetto per il tempo e il lavoro degli altri, che quello che accade all’esterno della loro bolla di egoismo e narcisismo, e che non procuri loro un qualsiasi vantaggio, vale meno che zero.

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Ultima Domenica di Avvento

Ultima domenica di avvento.

Parte 1

Dopo una serie interminabile di rotonde, da attraversare imboccando immancabilmente sempre la terza uscita, siamo arrivati, con l’indispensabile anticipo che connota lo stereotipo del meridionale ansioso, nella piazza principale della città. Fa freddissimo e il sole basso di questo periodo, schermato dalla facciata del duomo, illumina e riscalda solo uno spicchio residuale della piazza. In quell’angolo si è stretto un gruppetto di anziani, beandosi di quel tepore, forse utilizzando al contrario la stessa geometria con la quale seguono l’ombra d’estate. Gli anziani di oggi non disdegnano il piumino, come quelli invecchiati nel Novecento, ma, quando fa freddo davvero, se si sta fermi sulle proprie gambe non c’è imbottitura economica che possa fronteggiarlo a lungo, specie se alla bassa temperatura si aggiunge il nostro jentu salentino. Mentre ci guardiamo in giro, giusto per familiarizzare con il luogo, apprezziamo l’architettura della piazza, dove la cupola della chiesa e alcune palme resistenti al punteruolo rosso rendono il paesaggio ormai insolito e vagamente orientaleggiante. La lunga fiancata del duomo cinge quasi un lato intero della piazza e si contrappone a un palazzo che si erige sul lato opposto, una sorta di vecchio maniero rimaneggiato nel corso dei secoli, dall’aspetto drammaticamente austero. A un tratto il portone del castello si apre lentamente, tanto lentamente che rimango inchiodato in attesa di veder uscire chissà chi. Sul portale imponente campeggia un grande stemma araldico, della stessa pietra della chiesa, un carparo dal caldo color biscotto. Sembra messo là per intimorire chi si voglia avventurare in una sorta di largo viale che conduce al palazzo, insieme a vistosi cartelli e ai dissuasori in cemento che ne indicano la proprietà privata. Appena il portone si spalanca, una vettura sportiva ne scivola fuori, marciando con un filo di gas e con una certa classe – bisogna riconoscerlo al conducente – giacché a quell’auto basterebbe davvero una minima pressione sull’acceleratore per turbare la pace del centro storico. Per un attimo il mormorio allegro degli anziani si zittisce, per riprendere dopo che l’auto scompare definitivamente dietro a un angolo. Viene facile ipotizzare che il personaggio appena transitato offra spunti di conversazione a ogni sua apparizione…

Parte 2

Entriamo in chiesa con un anticipo di venti minuti buoni, anche per non intorpidirci per il freddo. I banchi sono ancora tutti vuoti ma c’è un certo fermento e un viavai di persone lungo le navate. E’ una messa speciale? No, è la messa domenicale delle 10,30 della Quarta Domenica di Avvento, al termine della quale, quindi a messa finita, ci sarà un piccolo rito familiare al quale siamo invitati. Ci sediamo a uno dei primi banchi di noce chiaro. Immediatamente una donna si avvicina e ci informa che il primo banco è riservato e che lo sono anche quelli immediatamente successivi, senza specificare quali siano, perché verranno occupati dai bambini più piccoli. Questo vale anche per la signora novantenne che è con noi e che avrebbe gradito rimanere davanti per seguire meglio la messa. Arretriamo di diverse posizioni. Altre due signore si avvicinano e ci avvertono che stiamo occupando un banco destinato ai ragazzi, forse quelli delle scuole medie. Scaliamo ancora di alcune posizioni (siamo quasi vicino al portale di uscita) ma qualcuno, sempre gentilmente ma con fermezza, ci informa che quelli sono i banchi dei boy scout e, infatti, arrivano presto i capi scout in bermuda di velluto blu e ginocchia (ovviamente) a vista. Troviamo posto, infine, nella terzultima fila e, finalmente, becchiamo un banco non riservato perché nessuno ci dice nulla.
Dopo pochi minuti la chiesa si riempie totalmente di persone di tutte le età. Come ci era stato detto, arrivano i bambini delle elementari, poi quelli delle medie e, infine, i giovani e i boy scout, già citati. Gli adulti, compresi gli anziani, prendono posto dietro, i più fortunati seduti e il resto in piedi, nelle navate laterali e in una cappella secondaria, protetta da un cancello di ferro battuto, che si apre nella navata di destra; là dentro i banchi sono rivolti in altra direzione rispetto all’altare maggiore ma molti scelgono di sistemarsi in quella zona, accontentandosi di ascoltare soltanto. Ai fedeli rimasti in piedi e dietro alle colonne, dove non c’è visibilità, l’organizzazione perfetta della chiesa offre, però, un un impianto audio potente e degli schermi a led. Nulla potrà sfuggire di quello che accadrà sull’altare. Ciò non toglie che qualche personaggio mmutatu e mpellucciatu, arrivi all’ultimo momento, pretendendo di sedersi in buona posizione con la classica scusa del: “Se ci stringiamo un attimino ci stiamo tutti!”.
Da ultra sessantenne ho diritto alle riduzioni al cinema, nei musei (ma non in quelli esteri, dove la qualifica di turista annulla le prerogative riservate all’anzianità) e del martedì del pensionato alla CONAD, per cui occupo a pieno titolo il mio posto a sedere e non mi faccio impietosire da nessuno, specie se ha atteso l’ultimo minuto per andare in chiesa. Un meridionale ansioso trova odiosi i meridionali ritardatari, – Eccu, è riatu iddru, ca…. ca…. E pretende puru cu se ssetta!-.

Da quella posizione mi rendo conto che la situazione generale presenta una certa anomalia, ma in positivo. Non ho mai visto tanti giovani a messa, e pazienza se non i bambini, ma almeno i giovani e gli scout in particolare, non cedono il posto – come creanza vorrebbe – agli anziani, che rimangono appoggiati con la schiena lungo i muri e sulle colonne. Ma il perché dei posti riservati è presto detto, e anche perché gli anziani prediligano quella messa nonostante l’affollamento. Il sacerdote è giovane e microfonato. All’omelia, invece di fare una predica classica, scende fra i banchi, interroga i ragazzi, ascolta le loro riflessioni (alcune già evidentemente preparate in anticipo), fa domande aperte e aspetta le loro risposte. Li invita ripetutamente a non chiudersi in casa durante le vacanze di Natale, a uscire e a cercare contatti con le persone più introverse e distanti. A fare pace e dirimere piccole e grandi questioni non risolte. Chiede volontari per il presepe vivente, per sostituire i figuranti titolari influenzati. Nel sollecitare i ragazzi, le “manda a dire” evidentemente anche agli adulti presenti, ma tutto risulta estremamente naturale e convincente, nulla che possa sembrare pre confezionato. Infine invita tutti, ma proprio tutti, a non rimanere a casa dopo la cena della vigilia: -Cosa rimanete a fare in casa, dopo aver cenato? – Mangiate, scambiatevi i regali e poi correte qui in chiesa a fare la veglia di Natale, la faremo tutti insieme!

Un sacerdote dotato di un grande carisma, indubbiamente, un comunicatore che sa governare la sua parrocchia con empatia e con l’entusiasmo della gioventù. In poche parole, quello che dovrebbe essere prima di tutto un sacerdote: un pastore!

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Supercazzole di San Silvestro


Sto guardando, così, per sfizio, i menù dei cenoni di San Silvestro e li sto trovando quasi tutti molto divertenti. Indubbiamente non c’è nulla da ridere ma, magari, c’è da rallegrarsi nel leggere quelli delle associazioni benefiche a favore dei senza tetto, quelli dei circoli degli anziani e delle parrocchie. Questi menù sono essenziali, con poche ma significative portate della tradizione. Si tratta di lasagne, tortellini, cosce di pollo arrosto con patate, cotechino con lenticchie, verdura e frutta di stagione. Immancabile, infine, il panettone accompagnato dallo spumante, per festeggiare il nuovo anno. È il cibo che scalda anche l’anima.
Molte delle pietanze proposte dai ristoranti e pub, invece, sembrano concepite per stordire il potenziale cliente, più o meno con il sistema della supercazzola. I titoli, infatti, rimandano quasi alla magia, agli ingredienti di pozioni e di formule, a qualcosa che va immaginato e che non c’è, sulla falsariga dell’agnello scappato dalle patate al forno. Ecco che appare la “polvere di porcini”, che a me fa pensare immediatamente a uno starnuto, “l’odor di tartufo” che rimanda all’aringa affumicata che, durante la guerra, si appendeva per la coda in cucina per aromatizzare, per sfregamento, le fette di pane. C’è la “briciola di frisella alla polvere di agrumi”, “il velo di patè de fois”, “le vele di parmigiano”, “l’impalpabile di olive baresane”, “la catalana di frutta”, “la stregata”, che sottintende un qualcosa che è stato irrorato di liquore. Ma poi c’è anche qualcosa di più concreto, tipo il risotto invecchiato 18 mesi in botte di rovere, i “petali” di anatra e di seppia (anche questa definizione, rubata alla botanica, è per scoraggiare le proteste dei commensali sulla scarsezza della porzione…). In alcuni posti, poi, la povera l’anatra, che – ahiessa! – va molto di moda, viene sostituita dal “germano reale”. Basta l’aggettivo a nobilitare il menù. Dovremmo iniziare a non mangiare gli animali belli. Io un germano reale non lo mangerei mai. Lo so che è discriminatorio ma sarebbe già qualcosa.
Il crumble di taralli (taralli stumpati), poi, suggerisce il riutilizzo dei frammenti che rimangono nella busta dopo aver mangiato tutti i taralli interi, quel misto di briciole e di pezzetti che i nostri nonni davano generosamente alle galline.Tutti gli ingredienti del cenone arrivano, poi, da una precisa località ed è giusto che si sappia. I capperi e l’uvetta direttamente da Pantelleria, i limoni da Sorrento, le alici dal Cantabrico, le burrate da Andria, il capocollo da Martina Franca. Solo le paste fresche sono fatte in casa – ma sarà vero? – perché quello è un indice di genuinità, anche se scrivere “in casa” su un menù non è chic e si preferisce indicare “homemade”.
Potrei continuare all’infinito ma mi fermo con “I caldi dello chef”, che saranno pure ottimi antipasti ma il termine lascia pensare a qualcosa di caldo e strettamente personale dello chef.

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Viaggio di ritorno

Ogni volta che inizio un viaggio di ritorno, appena poso il piede sul mezzo che mi porterà a casa, penso che sarei rimasto volentieri ancora qualche giorno a godere dei panorami montani, fluviali e lacustri del Nord. Penso di non essere l’unico ad avere di questi pensieri, ma sicuramente sono stato l’unico ad avere riletto più volte “Nelle vene quell’acqua d’argento”, il primo romanzo di Dario Franceschini (sì, proprio lui), ambientato sulle rive del Po. Sarei rimasto ancora non solo nei luoghi ameni, ma anche della confusione delle città, fra il Medioevo e il Rinascimento, senza snobbare il Liberty e l’Art Deco, nella cordiale antipatia delle persone e nell’apparente asetticità e perfezione di alcuni posti, dove si accede quasi per invito e non arriva l’odore acre della povertà e dell’emarginazione perché, probabilmente, viene tenuta a debita distanza dalla discriminante economica in primis e dalla security in tutti gli altri casi.

Ho scritto altre volte di questa forte attrazione e l’ho attribuita al fatto che da bambino, subito dopo aver imparato a leggere, sono precipitato senza paracadute nella consapevolezza dell’esistenza di un resto del mondo infinitamente più spettacolare e complesso del paese natio che racchiudeva tutto il microcosmo della mia giovane esistenza. Le letture sono state una forma di imprinting e gli articoli e i romanzi condensati di Selezione del Reader’s Digest un ideale trampolino di lancio verso viaggi ideali, dove la fantasia ha compensato l’inesperienza.

Rientrare nel Salento, dove tutto sembra rimanere immoto, mi pesa ogni volta, quindi, perché anche a vivere nella cartolina turistica più ambita ci si stanca e si finisce per replicare se stessi, come le immagini dei passanti fissate per sempre in una foto d’epoca, in un tempo che da ragazzo mi sembrava infinito ma che, improvvisamente, è diventato breve e impellente.

Poi, però, immancabilmente accade qualcosa che mi fa ritornare più volentieri sui miei passi. A volte è un incontro, altre volte una scoperta inattesa dove tutto sembrava acquisito e scontato. Questa volta la sorpresa è stata quella di entrare nel territorio salentino e di trovare, da Brindisi in giù, una spettacolare infiorata di calendula e acetosella. Ettari ed ettari di prato, ma anche di uliveti, dove il giallo limone dell’acetosella si alterna con l’arancione vivo della calendula. Poi, di tanto in tanto, sprazzi di macchia mediterranea punteggiata di bacche rosse. Il Salento tutto profuma di miele e di limone, come se i campi fossero stati seminati dell’una o dell’altra essenza. Se non è questo un “bentornato” ditemi voi cos’è.

NB. Prima che intervenga un guastatore ricordandomi, a ragione, dell’inquinamento, del triangolo dei tumori e di quant’altro di nefasto accade, qui da noi, nel frattempo… Ne parleremo un’altra volta!

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Il guanto marrone

Il guanto marrone.

Quando riparti per tornare a casa è d’uso dire e scrivere che nel posto in cui sei stato hai lasciato qualcosa di tuo. Diciamolo pure, noi privilegiati che abbiamo potuto scegliere il viaggio come unico “vizio” della vita, che questa è una frase fatta, scioccamente fatua e vanitosa, che nasconde anche un pizzico di snobismo e l’ostentazione di presunte e cosmopolite sensibilità personali. Questa volta ho lasciato in Germania, invece, un bel guanto di pelle marrone e, essendo questo un oggetto che ha generato un fatto concreto, mi ha impedito quel godimento tutto “intellettuale” della partenza, riportandomi a riflessioni molto più pratiche. Infatti ho realizzato che, in qualche modo, è un sollievo averlo perso, quel guanto, finalmente e definitivamente. I guanti si perdono uno alla volta ma, come accade per le cose che si comprano e si usano in coppia, quello che si perde vale per due, giacché l’altro diventa inutilizzabile nonostante rimanga ancora perfettamente efficiente. Se ripenso ai miei guanti durate i viaggi invernali, non mi focalizzo – infatti – sulle mani calde ma ricordo un pacchetto regalo di tanti (ma tanti) anni fa e poi rivedo alcune scene che riaffiorano, accompagnate dall’eco di alcune frasi ricorrenti: “Ho preso i guanti? Dove li ho messi? Nelle tasche del giubbotto… Non ci sono!”; “Hai visto i miei guanti? Speravo li avessi presi tu. Sì, lo so che non li prendi mai ma era giusto per escludere anche le possibilità improbabili”; “Eppure erano sulla mensola della camera, quella sotto lo specchio!”; “Ah! Li ho messi nel borsello! Neanche qui…”; “Forse nello zaino?”; “Fermi tutti! Ho dimenticato i guanti in albergo! Risalgo in camera… Anzi no, li ho in tasca al giaccone!”. Oppure a raccogliere uno di quei guanti da terra, caduto accidentalmente mentre estraevo dallo zaino o dalla tasca un altro oggetto, era stato uno sconosciuto che mi aveva rincorso in una piazza affollata per restituirmelo. E così via, anno dopo anno, inverno dopo inverno.
Non bisognerebbe affezionarsi mai agli oggetti e, men che meno, agli indumenti perché la loro cura – a volte – impegna più dei vantaggi che si ottengono nel loro uso effettivo, anche se con essi ci hai girato il mondo. E’ un retaggio della nostra educazione del Novecento post bellico, un’era durante la quale il “pile” non esisteva, quella che prevedeva i vestiti per la settimana e quelli della domenica (e la cura di tutti, indistintamente, per farli durare a lungo).
Quando riparti per tornare a casa è anche d’uso dire e scrivere che porti con te alcune cose del luogo che hai visitato. Io porto a casa le foto, i ricordi dei bei momenti e i magneti per il frigo. Questa volta mi riporto a casa, non so ancora perché, anche il guanto che mi è rimasto!

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Non si può dire bravo a un maestro

(Non si può dire bravo a un maestro…)
Un odore che ho apprezzato con gli anni e che prima, da ragazzino, mi sembrava estremamente sgradevole è il profumo di cattedrale, un insieme complesso di aria ferma e fredda che sembra risalire dalle cripte, di legni antichi, d’incenso liturgico e di ceri accesi.
Sono stato tre giorni in montagna ma nulla, neanche l’aria gelida del ritorno in albergo a tarda sera, superando il ponte su un canale semi ghiacciato, mi ha scatenato i brividi quanto un profumo di cattedrale che ho sentito questa mattina, nella penombra di una chiesa gotica mentre un coro minimo di due persone cantava i normali canti della messa che a me risuonavano come inni gioiosi. Erano una suora e un bambino, quest’ ultimo non avrà avuto più di undici o dodici anni; lei con un viso che non nascondeva le imperfezioni del tempo ma che non aveva ancora perso i tratti della gioventù e il bambino che sembrava uscito dal Novecento e da un film del realismo italiano, vestito da adulto e con i capelli cortissimi, quasi una rasatura militare, come si usava fare un tempo ai piccoli collegiali. Insieme accompagnavano la funzione in onore di San Siro, del quale oggi è la ricorrenza. La suora cantava e, nel mentre, suonava l’organo con maestria: girava le pagine dello spartito, cambiava i registri, accendeva pulsanti luminosi e, intanto, spingeva le leve della pedana con i piedi che calzavamo semplici scarpe di pelle nera, scarpe essenziali senza nulla di femminile, da suora, appunto.
Alla fine del rito alcuni fedeli si sono avvicinati all’organo. Qualcuno si complimentava, la suora ringraziava con un cenno della testa e poi abbassava gli occhi, quasi imbarazzata. Qualche signora ha anche accarezzato la testa rasata del bambino, mi è sembrato un gesto d’altri tempi. Lui accennava un sorrisetto e ritornava serio, con gli occhi tristi sempre rivolti alla suora. Avrei voluto anch’io avvicinarmi e fare loro i miei complimenti, ma avevo ancora la pelle d’oca e quei due mi sembravano così preziosi e delicati, quasi fragili, che ho temuto che potessi dire qualcosa di inappropriato. Per fare i complimenti a persone che sono su un altro piano bisognerebbe uscire dall’autocompiacimento di fare un gesto forse più utile a chi lo fa, ed essere ugualmente umili e degni. Non si dovrebbe mai dire “bravo!” a un maestro. Si può ringraziare sempre, però, e apprezzare la bellezza della sua opera. Ho preso quello che ho potuto, quindi, riempiendomi i polmoni di profumo di cattedrale, e mi porto, con gratitudine, tutto a casa.

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Fior di biancospino

FIOR DI BIANCOSPINO

Ho sentito delle voci, minuscole e lontane, parlare fitto fitto. Mi sono guardato intorno ma c’era davvero un forte vento e quel vocio insistente arrivava a tratti e scompariva, trasportato dalle folate più vigorose che non smuovevano certo i tronchi massicci dei cipressi ma erano sufficienti a farne ondeggiare vistosamente le cime. Poi, finalmente, sono apparse due anziane con i capelli bianchissimi e scompigliati; sono sbucate da dietro a una vecchia tomba coperta di licheni, procedendo con piccoli passi attutiti dalle suole di gomma e dal muschio spesso di uno stretto passaggio esposto alla tramontana. Erano davvero così minute che non superavano, in altezza, gli steli di avena fatua che spuntava lungo il muro di cinta; entrambe molto simili, forse sorelle, solo una delle due portava occhiali spessi, così spessi che i suoi occhi sembravano precipitati nei cerchi infiniti delle lenti. Erano piccolissime, ma questo penso di averlo già detto, come le loro voci sottili che, se non avessero avuto quel tono acuto, quasi ruvido, e il fiato un po’ corto della vecchiaia, avrebbero potuto ricordare quelle di due bambine, sorprese dai grandi mentre si raccontano i loro segreti e s’incalzano vicendevolmente.

Una delle due camminava davanti, con un vasetto di vetro vuoto in una mano, facendo strada all’altra, che sembrava annaspare un po’ perché portava fra le braccia un enorme mazzo di steli di biancospino che le coprivano parzialmente il viso e le ricadevano sulle spalle, come un grande bouquet davvero mal confezionato e sbilanciato nei volumi. Solo quando mi sono passate vicino ho notato che, in realtà, i rami fioriti erano stati già legati con lo spago e selezionati per lunghezza: corti, medi e lunghissimi. Non ho potuto fare a meno di seguirle con gli occhi finchè non sono sparite dietro a una siepe. Anche loro mi hanno osservato, forse con sospetto. Neanche a loro, probabilmente, accade di incontrare un individuo che fa da palo alla porta di una cappella, reggendo panni per spolverare e un grosso cilindro di carta da cucina.

Nella mezz’ora successiva le piccole signore si sono fatte sentire più di una volta, segno che avevano continuato ad accudire diverse tombe, là intorno, e a riempire i vasi dei loro defunti con i cespi di biancospino. Poi sono ritornate nella zona dov’ero io, con gli ultimi rametti rimasti, quelli più corti, e con il vasetto di vetro ricolmo d’acqua. Si sono fermate nei pressi del piccolo rettangolo di terra dove riposano i bimbi nati senza vita. Quanti pietosi eufemismi c’inventiamo per evitare dolorose parole di morte! La terra non è lieve mai a nessuno e il riposo non s’addice a chi non l’ha mai calpestata o l’ha appena sfiorata. Pace, forse solo la parola “pace” può essere tollerabile, ma solo perché è vaga e astratta e ha il profumo del desiderio irrealizzato.

Una delle due è entrata nella terra e ha versato l’acqua in un vaso di ceramica legato a una minuscola croce di marmo nascosta dall’erba. Poi ha atteso che l’altra le confermasse che il biancospino era ben sistemato. Finita l’operazione, hanno convenuto che avrebbero anticipato di qualche giorno la visita successiva perché il biancospino è delicato e, sotto il sole, sarebbe durato poco; sono rimaste qualche istante in silenzio, una di fianco all’altra, forse il tempo dedicato a una preghiera.

Poi hanno ripreso a conversare fitto fitto. Indicavano un angolo preciso di quel campo dove cresce una pianta di rosa, già carica di nuovi germogli e circondata da un anello di pratoline, che viene amorevolmente curata tutti i giorni. Si ripetevano, forse, la storia di quella rosa.

Aprile 2021

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Profumi

Non tutti i giorni nascono uguali. Non tutte le notti portano un sonno ristoratore. Certe notti non dormo. Non tutti miei pensieri sono sereni e belli, come quelli che seleziono per poi scriverli in un post. Certe volte sono grigi, indefiniti come le larve che si rigirano su se stesse quando sollevi una pietra. Preferiresti non aver toccato quella pietra e non aver sconvolto quel piccolo mondo sotterraneo. Certi pensieri nascono come larve sottoterra e si manifestano nonostante la mia stessa censura pesi come quella pietra. Trovano percorsi segreti per sfuggire al mio controllo. Posso provare a fare due passi, o a canticchiare una canzone, per sciogliere la tensione, ma sono certo che quella canzone sarà comunque un motivo del passato che riaffiora dai meandri della mia memoria e sarà del tutto inadeguata a combattere, pur con tutta la sua carica evocativa, contro i mostri di questo mondo moderno. Non mi serve mangiare, neanche bere. Non mi servirebbe neanche dare un pugno al muro o rompere un suppellettile, sfoghi che non mi appartengono. Cerco, allora, dei pensieri positivi. Gli stessi che sollecitano gli anestesisti a chi si deve addormentare per subire un’operazione. Quelli belli, quelli buoni, che non mi mancano perché sono quelli che piacciono anche agli altri e ne ho sempre una buona scorta…

Certe mattine tace anche la televisione. Ci sarebbe un’infinità di canali da cambiare, tanto da rendere impossibile una decisione definitiva. Non c’è nulla di più alienante della ricerca affannosa del programma giusto. Potrei andare direttamente su un canale preciso, che già conosco, ma evito di farlo perché, in fondo in fondo, non rinnego un giro nel tossico bestiario del trash televisivo. Certe mattine non ascolto neanche la mia musica preferita perché lo stereo è in un’altra stanza e poi non so uscire da quella ristretta rosa di cantanti e gruppi che mi piacciono; penso che non sia proprio il caso di contaminare la bella musica con una pessima mattinata.

Quando tante piccole cose della quotidianità sembra che mi remino contro, subentrano i falsi presentimenti, quelli innocui, ma che è difficile ignorare. Finisci per pensare che forse è così che si manifesta l’arrivo di qualcosa di inesorabile, quell’avvenimento che mi può cambiare definitivamente la vita. Qualunque cosa sia, meglio che non mi trovi supino, e già disponibile al peggio. Meglio la posizione fetale, con le membra contratte ma già pronte a uno slancio, al colpo di reni…

Un profumo improvviso di fiori: di rosa antica, di lavanda, gelsomino, forse anche di zagara… Si fonde, dapprima, con l’aroma dolciastro del caffè rimasto nell’aria. Annuso e rimango perplesso, sul divano, con le membra contratte. Non sono più certo di avere l’energia per scattare, né per il colpo di reni. Ricordo il racconto di un prozio: mi disse che, quella volta, in un santuario aveva sentito l’odore delle rose che manifestava la presenza del Santo. “Il profumo di fiori annuncia sempre i Santi – mi disse – così come quello dello zolfo segnala una forza demoniaca”. Qualunque cosa mi debba accadere, almeno sarò bene accompagnato…

Poi il profumo diventa più forte, riempie quasi la stanza. Il mio naso allenato, però, è perplesso da nuove sfumature artificiali di quell’odore intenso. Mi alzo dal divano e ne seguo la scia che proviene dall’ingresso di casa. Apro la porta all’improvviso e mi appare, sul pianerottolo, avvolto dalla luce, l’addetto alle pulizie delle scale. E’ un uomo alto, dai tratti nordici, che parla un buon italiano (utile per quando deve difendersi dalle accuse di non pulire sempre a regola d’arte) con un forte accento slavo. Non faccio in tempo a parlare che lui, indicandomi un prodotto sul suo carrello, mi dice: – Buon profumo, eh?

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Probabili Super Eroi

Non farò i casi di cronaca specifici, voglio mantenermi sul generale. Si parla di fatti che sconvolgono le famiglie e che trovano una vasta eco nell’opinione pubblica.

Il mio parere è che da quando siamo incapaci di difendere ed esercitare il buon senso del buon padre (e/o della buona madre) di famiglia, tutto è diventato politicamente scorretto, quindi retrogrado, quindi mortificante delle aspirazioni delle nuove generazioni. Nel principio di responsabilizzazione dei figli, che dovrebbe essere diverso dal consentire loro di fare tutto quello che vogliono, si è quasi insinuato l’effetto della deresponsabilizzazione dei genitori.

Nella sacrosanta difesa dei principi universali che ci guidano come la stella polare, siamo, però, ormai privi di “strumenti” perché quelli di cui siamo dotati sono ritenuti retaggio dell’ignoranza dei nostri avi, quali le punizioni in generale, scappellotto compreso, che sarebbero atteggiamenti rozzi e inadeguati al raggiungimento del risultato di educare i figli con metodi eticamente accettabili. Purtroppo, però, non siamo psicologi, educatori patentati e motivatori tanto convincenti da riuscire a fare presa sulle nuove generazioni solo con i ragionamenti. Inoltre siamo tutti invitati a uscire dalla miopia di chi ci ha preceduto, a mettere da parte la prudenza e a puntare l’obiettivo a futuri siderali, a mondi ideali senza barriere e a barriere coralline senza squali. A crescere persone senza lacci e lacciuoli, cosmopolite, che abbiano il mondo come prospettiva e non la provincia sonnecchiante. Insomma, dei probabili super eroi. Ci siamo tolti gli occhiali da vicino, proprio come i presbiti che sembrano guardar lontano solo perché hanno perso la facoltà di distinguere i dettagli di quello che è a portata di mano e che può fare del male nell’immediato in quella piccola, spietata, a volte micidiale, realtà spicciola che ci circonda.

E allora, se il buon senso non vale più, se “amministrare” una famiglia, un’azienda o una comunità è ritenuta un’azione solo economica, mentre diventa mortificante per chi voglia rispettare e far rispettare delle regole, appellarsi ai grandi sistemi, guardare alla Stella Polare è solo una forma di manifestare incapacità o, peggio, vigliaccheria.

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Pensieri di fine estate

C’è chi in estate ama la spiaggia, c’è chi preferisce lo scoglio. Il mare d’inverno ora piace quasi a tutti, mentre fino a pochi decenni fa era una preferenza degli stranieri e degli intellettuali intristiti, quelli che si arrovellano il cervello con i problemi esistenziali e che portano sulle spalle il peso dei mali del mondo (o almeno così credono). Il mare che riesci a raggiungere è sempre quello giusto; con il suo moto incessante e i suoi continui cambi d’umore scatena emozioni diverse e spesso sono proprio quelle che ti occorrono. Puoi trarre serenità, sedendoti su uno scoglio e ascoltando lo sciabordio della risacca fra i sassi, ma anche una forma di esaltazione, ammirando la forza delle onde di una burrasca. Il mare più suggestivo ed evocativo, a mio parere personale, è quello che si scorge da lontano. Ho sempre atteso quell’attimo nel quale appare all’orizzonte, alla fine della terra rossa e dei filari degli ulivi. Quella striscia d’azzurro che si scorge da un’altura e che, secondo il tempo e l’ora, può virare dal celeste chiaro, quasi argento, al cobalto. Mi ricorda i viaggi in Seicento quando, conquistata la sommità della collinetta di Montevergine di Palmariggi, a rischio di portare in ebollizione l’acqua del radiatore (perché la meccanica dell’utilitaria era inadeguata al peso dei passeggeri, sempre in sovrannumero), iniziava la lunga discesa che ci avrebbe spinto, con la marcia in folle, quasi fino alla “casa rossa”. Era quello il momento più bello. Da lassù si potevano vedere le navi in transito nel Canale e, dal colore del mare, si poteva già capire se, una volta arrivati in spiaggia, avremmo trovato la biancata o i cavalloni. Tanto ci saremmo divertiti lo stesso.

©️Fotomia #alimini #otranto

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Chi glielo fa fare?

Chi glielo fa fare?

Due ragazze sono entrate in acqua titubanti, dopo aver a lungo indugiato sul bagnasciuga. Hanno attraversato saltellando la prima secca che corre parallelamente alla battigia. Su quel cordone di sabbia sommerso l’acqua è bassa e trasparente, incolore come cristallo; oltre la secca il mare diventa più azzurro e profondo a ogni passo. Ridono e urlano al contempo perché l’acqua è davvero ghiacciata e inutilmente cercano di schivare le onde saltando e tenendo le braccia in alto. Poi si dicono qualcosa, si prendono per mano, fanno una sorta di girotondo e… Giù insieme!
Riemergono immediatamente, come se qualcuno le spingesse dal basso. Rimangono afone per qualche istante, come se lo shock termico le avesse paralizzate, poi si sbloccano e urlano più di prima.

-Chi glielo fa fare? – commenta, dalla riva, una disincantata donna, anziana ed eccentrica, che passeggia con il marito, un tipo ex hippy, smilzo, in slippino nero anni settanta e lunghi capelli grigi e radi. Sono diretti verso la Baia dei Turchi. Probabilmente hanno detto loro che non si può andare via da Otranto senza essere passati, almeno una volta, da quel posto.
Lui fuma e non si scompone, non si volge neanche a guardare la scena. Poi risponde a quella che non era, poi, neanche una domanda:
-La gioventù! È la gioventù che glielo fa fare…-.

    Pubblicato in: gastronomia, Racconti

    Fritto misto

    Se abbiamo passato un’infanzia indimenticabile lo dobbiamo anche al fatto che le nostre mamme non soffrivano la fobia della puzza di fritto. Vero è che, un tempo, la cucina era un ambiente circoscritto, separato dal soggiorno e spesso aperto su un giardino o su un balcone, mentre oggi, ahimè, molte soluzioni abitative moderne prevedono un unico ambiente con la zona cottura. I Divani & Divani, quindi, coesistono con i fornelli, spesso a distanza ravvicinata anche se sulle foto delle agenzie immobiliari, scattate con obiettivi furbi, questi “open space” sembrerebbero tutti piazze d’armi. In tali ambienti, per aspirare tutti i fumi di una frittura abbondante, occorrerebbe una cappa di tipo industriale e un Poltrone & Sofà che si impregni di molecole di olio esausto fluttuanti nell’aria non sarebbe un bell’odorare, per l’eventuale ospite. Bisogna riconoscerlo.
    A prescindere dal gusto, le massaie con tanti figli sapevano bene che con la frittura, una generosa manciata di pangrattato e un uovo si riusciva ad aumentare il volume dei prodotti di base: con una fettina di carne si facevano due cotolette, con un po’ di macinato… tante polpette! Con le verdure dell’orto c’era, poi, da sbizzarrirsi. Zucchine, melanzane, carciofi, cavolfiori e cuori di cicoria. Fritte erano un secondo, “montate” in una parmigiana, poi, erano un primo sontuoso ma dai costi sempre sostenibili. L’olio d’oliva di frantoio si comprava dal produttore a prezzi più che ragionevoli, a quei tempi, e si riutilizzava, anche se ora sappiamo che non è salutare.

    PS = Lo yogurt greco con il caffè sa di vomito. Probabilmente avrai già visto cento ricette del tiramisù dove sostituiscono il mascarpone con lo yogurt greco. Ci stai pensando… Non ci provare!

    Pubblicato in: Racconti, Riflessioni

    Salento

    Finita la pizzica, le sagre di agosto, il saccheggio del turismo di massa e gli incendi sulle litoranee, si contano i morti. Tanti, troppi, per incidenti stradali e poi anche tante morti in mare, spesso per imprudenza. E cosa dire dei Pronto Soccorso? Sono stati presi d’assalto, a volte letteralmente, a danno degli operatori. In aggiunta agli interventi di routine, per piccoli e grandi problemi di salute rapportati all’aumento della popolazione, anche malori di minorenni per abuso da alcool.
    Siamo stati dispensati, quest’anno, dal fatto cruento di cronaca nera, dal delitto ammantato di mistero, dalle storie torve di amore a senso unico e di morte, e dal conseguente turismo morboso, anche se risulta che, se si è di strada, un salto ad Avetrana in molti lo fanno ancora. Sarà perché la fiction e le riproposizioni delle inchieste televisive sul caso di Sarah non sono mai cessate.

    Ci rimane un po’ d’amaro in bocca, la preoccupazione per le bollette, il caldo e lo scirocco che si ripresenta dopo due giorni di maestrale, come se fosse ancora agosto, e anche questo, francamente, ha rotto le scatole.

    Nell’ultimo fine settimana in molti sono ritornati sulle spiagge. Altri, parlo dei bagnanti locali, non se ne sono mai allontanati, visto che non è che ci sia tanto altro da fare nel tempo libero a Lecce e provincia. Sconfinare in Valle d’Itria? Si potrebbe, e in effetti ogni tanto si fa, ma con la sindrome de u cuzziddhru che esce dalla sua conchiglia quel tanto necessario, per poi rintanarvisi di scatto. E poi, diciamocelo chiaro, con i popoli pugliesi che ci sovrastano, solo dal punto di vista geografico, sia ben chiaro, non è che corra tutta questa simpatia reciproca. Ci devono la servitù di passaggio, come per legge, e la sosta di rito al Panificio l’Assunta, in quel di Monopoli, e noi li tolleriamo se vengono a fare il weekend da noi. Tanto con una certa mestizia perché, anche calcisticamente, usciamo tutti da una domenica di pessimi risultati.

    Il mare è ancora caldissimo e i colori sono caraibici, occasione per un ulteriore selfie in costume da bagno, alla ricerca dei commenti un po’ invidiosi e stupiti di parenti e amici che sono ritornati nel Nord Italia già da qualche settimana e che hanno avuto un concreto assaggio di autunno. Una magra rivalsa per il salentino che, volente o nolente, deve essere sempre carnale, pizzicato e “core presciatu”, condannato a vivere nella cartolina tutto l’anno, come un attore costretto a recitare sempre lo stesso ruolo e con la stessa compagnia e scenografia. Ha scoperto da poco, inoltre, che il Salento è stato per decenni una discarica ideale per sostanze tossiche e che, a dispetto della sua fama di terra a basso rischio, sarebbe, invece, anche a rischio tsunami, come quello avvenuto nel 1743 e del quale non c’è più traccia nell’atavica memoria. Un’onda catastrofica, prima o poi, ci spazzerà via, ma riceveremo un “allert” sul telefonino, in modo da poter guadagnare la sommità di una delle serre salentine.
    Chi sta al Nord, riconosciamolo, incassa e raramente ripaga, se non con le emoticons. Potrebbe rispondere fotografando i panorami, il foliage autunnale nei boschi, i porcini alla griglia, le lente danze al suono della musica soporifera delle regioni alpine, lo stile di vita e tutte le altre opportunità delle città della loro terra d’adozione, ma le radici salentine, è vero, prescindono anche dalla oggettiva bellezza, dai contesti e dai vantaggi di vivere al Nord, prescindono quasi da tutto. Ci sono salentini che hanno tagliato con un mosto alieno il loro sangue di primitivo e negramaro, con il risultato di aver reso eteree e quasi impalpabili le loro “esse” e aver raddoppiato le loro “zeta”, e quelli che, al Nord, non ci hanno neanche provato a mimetizzarsi. Quelli che continuano eroicamente a parlare, con il loro linguaggio ricco di asperità, della loro terra come se fosse l’unica al mondo dove si possa ambire di vivere felicemente e di morire in grazia di Dio, magari con le briciole del pasticciotto sui baffi.

    Pubblicato in: Racconti, Riflessioni, Storie di strada

    Ricompense

    Ricompense 2023

    Una domenica mattina di agosto. Sono in coda all’uscita nord di Otranto, diretto alle spiagge degli Alimini. La coda non è causata solo dal traffico ma anche dai parcheggi selvaggi e dalle manovre di qualsiasi tipo che gli automobilisti e i camperisti azzardano per raggiungere un supermercato, sostare e ripartire verso varie destinazioni lungo la Costa Est. A un tratto tutto sembra disciplinarsi, finalmente l’ingorgo si sblocca e tutte le auto ripartono insieme. Arrivo alla rotatoria e mi accorgo di un uomo che si trova sul ciglio della strada e che sembra preso da una strana fretta. Sta cercando d’interrompere il flusso di automobili, dove non si potrebbe, per passare sul lato opposto. Nessuno, infatti, si ferma perché lui è fuori dalle strisce ed è proprio sulla curvatura della rotonda. Sembra un personaggio uscito da una favola per bambini: un mago! Magrissimo, vestito con indumenti ampi, ha capelli lunghi, di un bianco ingiallito che un tempo poteva essere biondo, sfilacciati, che spuntano sotto le falde di un cappello di paglia. Ha un aspetto teatrale, un viso da fauno. Mi ricorda lo spaventapasseri buono del mondo di Oz.

    Rallento con prudenza e poi mi fermo. L’auto che proviene dalla direzione opposta si adegua e fa lo stesso. Abbiamo bloccato il traffico nei due sensi di marcia. Creatosi il varco, l’uomo attraversa la strada con grandi falcate ma, prima di saltare con un balzo sul marciapiede, con un gesto ampio ed elegante del braccio si toglie il cappello di paglia e, sorridendo come se stesse chiudendo un numero su un palcoscenico, mi fa un inchino con una grazia inaspettata, come farebbe un ballerino consumato che ringrazia il suo pubblico per l’applauso ricevuto.

    Mi godo questa ricompensa. Forse l’ho riconosciuto, quando lui si è voltato, scavando nei miei ricordi di ragazzo, ma la magia del suo inchino è intatta. Il suo gesto mi ha riempito la giornata di buonumore e benevolenza. C’era da aspettarselo, da un mago.

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    Storie di strada

    Esco da un ambulatorio medico e mi avvio verso la macchina, che ho parcheggiato in una stradina alberata su un solo lato. A un tratto mi volto, indotto da uno scalpiccio di passi dietro di me. Beninteso: non è un viale di ghiaia ma quello che ascolto e il rumore del pietrisco dell’asfalto sotto le suole. Dietro di me c’è un giovane papà che tiene per mano il suo bambino di circa cinque anni. Ci azzecco sempre con l’età dei ragazzini, se non sono cinque saranno sei, non di più.
    Il piccolo è un ometto che sembra la versione in scala ridotta del padre, uguale quasi in tutto, se non nel colore dei capelli, perfino nell’abbigliamento e nel modo di camminare. Sembrerebbe una passeggiata tranquilla, ma
    noto anche che il ragazzino ha una vistosa medicazione su un sopracciglio. Cosa gli sarà accaduto? Cerco di ripescare dall’antologia dei numerosi accidenti occorsi a mio figlio, più o meno a quell’età, e concludo che si possa essere trattato di una caduta in bicicletta, quella più frequente, connessa all’irrefrenabile istinto di libertà favorito dalle due ruote.
    Il padre sta parlando sommessamente al telefono, probabilmente sta rassicurando la mamma, che forse è al lavoro o, chissà, è rimasta in casa ad accudire un fratellino più piccolo. Fare congetture, farsi dei film su una scena che dura pochi fotogrammi, rende meno monotona la vita.
    Poi l’uomo passa il telefono al bambino. La persona che è in linea, quella che io ipotizzo sia la mamma, gli parla ininterrottamente, perché sento il bambino prendere fiato più volte per rispondere, ma poi si interrompe dopo la prima sillaba, senza riuscire ad avere la parola. Poi ci riesce: – Allora… Sì, mi ha fatto un po’ male e ho pianto tanto… – esordisce.
    Il ragazzino non ha ancora capacità di parlare con un filo di voce, né gli interessa la riservatezza, tanto che le sue parole rimbalzano, nette e argentine, sulla facciata piatta di un palazzone che corre sul lato non alberato della strada.

    -Due, due…- continua il piccolo – me ne hanno messi due (punti n.d r.). Io ho pianto tanto ma solo al primo. Al secondo non ho pianto più!
    Si sono fermati un attimo, era troppo importante quello che doveva dire per continuare contemporaneamente a camminare. Il padre gli fa una breve carezza sulla “spina” dei capelli biondi, evidentemente orgoglioso di cotanto ometto.
    Qualcosa mi suggerisce che questo ragazzino, da grande, sarà un “grande” uomo.

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    La potatura

    La potatura (2020).

    Decisero di alleggerire, con una potatura chirurgica, gli alberi che seguivano il muro di cinta del nostro cortile: un enorme abete e un’altra splendida conifera, un cedro del Libano che sembrava abbracciare il mondo con i suoi rami bassi, che si piegavano verso la terra, e assorbire l’energia dell’universo con le cime più alte, protese al cielo. Erano cresciuti tanto che ormai avevano superato i terzi piani, invasivi rispetto ai fabbricati; un fortunale avrebbe potuto sradicarli, o rompere i rami più grossi creando danni alle cose e alle persone. Ci dissero che era un sacrificio necessario.

    Fu così che, dopo una mattinata di fragore di motoseghe e di versamento di lacrime e bile a ogni tonfo prodotto dai rami tagliati che precipitavano nel cassone del camion, riapparvero le palazzine verdi di fronte, quelle che, per almeno vent’anni, erano rimaste nascoste da quella barriera impenetrabile verde argento, casa di numerose famiglie di gazza ladra, postazione strategica dei rapaci notturni e luogo di riposo delle tortore che, sconfinando in tarda mattinata dal parco vicino, si dondolavano un po’ sulle cime più flessibili prima di atterrare per beccare i pezzetti di pane avanzato. Come dice la leggenda, che è pura realtà, gli alberi sono gli unici organismi viventi che spargono profumi mentre l’uomo li ferisce o li uccide e quella mattina il profumo balsamico delle resine e quello aromatico di legni tagliati saturò l’aria a lungo.

    Riapparvero, con i palazzi, anche i balconi dei nostri dirimpettai. Iniziammo a salutare di nuovo i vicini dalle finestre, giacché non avevamo mai smesso di farlo incontrandoci per strada, ma rivedersi da quella prospettiva, dopo tanti anni, era diverso, era un percorso forzato, indietro nel tempo. Dover rinunciare alla privacy dei nostri affacci in un primo momento ci infastidì ma ci costò di meno quando realizzammo che, in realtà, avevamo ben poco da nascondere (che già non si conoscesse, gli uni degli altri) e che potevamo condividere di nuovo i piccoli sprazzi di quotidianità che ci avevano accomunato quando eravamo giovani coppie appena trasferite nel nuovo quartiere. È una forma di confidenza rassicurante, discreta e leggera, quella che si acquisisce con le persone che ci abitano di fronte, a prescindere dalla reale conoscenza e frequentazione.

    Anche le auto erano cambiate, nei rispettivi cortili. Erano cresciute le cilindrate ed erano quasi sparite le piccole utilitarie. Bisognava ricominciare ad attribuire le macchine alle famiglie proprietarie, ammettendo che, sia da una parte che dall’altra del muro di cinta, le auto erano molte di più e i bambini a giocare molti di meno, quasi nessuno. E’ vero che i luoghi e i quartieri invecchiano con le persone che li abitano, a prescindere dal benessere raggiunto. Almeno fino al primo ricambio generazionale… Fortunatamente, di quel parco macchine degli anni 80 resisteva ancora una Fiat Cinquecento color avorio, già anziana a quei tempi. Ora era avvolta con cura in un grande telo di cellophane, ormai reso quasi opaco dal sole e dalla polvere. Il proprietario l’aveva conservata per sé, ma anche per noi.

    Affacciati ai balconi ci riscoprimmo invecchiati. Non c’erano più vasi fioriti di gerani ricadenti e amarilli rossi, come un tempo. Al loro posto c’erano i secchi e i sacchi della raccolta differenziata. Guardare di fronte era come guardarsi allo specchio e già qualcuno non c’era più.

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    La danza

    La danza.

    Una gazza sta banchettando, sul ciglio della strada, con le interiora di un piccolo riccio, finito sotto le ruote di un’auto. Con ettari ed ettari di macchia mediterranea, boschetti, pinete e campi ricchi di insetti succulenti e di frutti maturi perché mai avrà voluto sconfinare sull’asfalto?
    Lo ha rigirato sulla schiena per evitare le spine del dorso e ora lo becca nella pancia. Se un veicolo le passa vicino si ripara sul guardrail per poi ritornare subito dopo, saltellando con le ali bianche e nere ben aperte, proprio come un avvoltoio. La morte del riccio è vita per la gazza e non importa se il riccio era timido e il suo musetto appuntito faceva tenerezza. La gazza è prepotente e spietata nello strappare e ingoiare i pezzi di budella ma il pranzo le è stato servito e nulla le si può rimproverare. Gli uccelli sono espressivi solo nei cartoni animati, dal vivo hanno lo sguardo fisso, come in un fotogramma. E quello sguardo fisso è una maschera senza sentimenti che sembra tarata sull’indole, sulle abitudini, sull’istinto predatorio. Il cerchio della vita, comunque, lo impariamo sempre troppo tardi e non ci abituiamo mai.
    Non ci si abitua alla malattia e alla morte dei bambini, ad esempio, e la frase di un Santo, incisa sul basamento di una statua di un’ospedale, che tuona così: “Lo so che stai soffrendo ma non preoccuparti perché c’è Dio che pensa a te” suona come una beffa. Ecco, quando sono i piccoli che soffrono, quelli che in agosto dovrebbero sfinirsi di tuffi e scorribande in bicicletta invece di occupare un letto bianco, si rischia di pronunciare le peggiori blasfemie. Meglio una bestemmia laica, allora, sull’ingiustizia e sulla spietatezza della vita umana e su quel cerchio, quell’abbraccio che sembra accomunarci tutti come nella “Danza” di Matisse e che, invece, taluni accarezza e accompagna e altri stritola, come un ingranaggio malefico.

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    Melassa

    Melassa

    So già che non andrò in Paradiso. Probabilmente ci sarei andato se fossi morto prima dell’età puberale, quando avevo ancora al mio attivo la purezza dell’età e il cordone francescano dei Cordigeri che mi cingeva il cappotto, ma non sarebbe stata una valida consolazione per i miei genitori e le mie sorelle. Non credo, parimenti, di meritarmi – almeno a tutt’oggi – l’Inferno e spero che le nefandezze che dovessi mai compiere da oggi in poi vengano sommate nelle azioni inconsapevoli causate dalla senilità.

    “Non ho giocato per paura di offenderti – Cantava Nino Manfredi in “Per Grazia Ricevuta” (1971), e continuava:
    ” Non ho mangiato fragole per fartene fioretto
    È con la bocca amara che vengo a parlarti
    Ma non mi metterò l’abito buono
    Mi presenterò a te vestito di stracci
    Come ho vissuto…”.
    Vestito dignitosamente, ecco, e senza millantare credito.

    Quindi mi rassegno a un lungo soggiorno in Purgatorio, ben consapevole che sarebbe un atto di favoritismo perché spesso non peccai non per fede e rigore morale, ma solo per pigrizia, perché sarebbe stato uno spreco di energie.
    Il Purgatorio me lo immagino come un vecchio villaggio turistico degli anni 80, in disarmo e già saccheggiato di tutto, invaso dalle erbacce, in un eterno autunno inoltrato, mentre la pioggia entra dai vetri rotti e il vento fischia nelle guarnizioni delle finestre. Dalle pene da scontare in Purgatorio, che andrò a conciliare senza protestare, però, voglio sperare che mi verranno detratte tutte le giornate di scirocco che ho vissuto. Giusto per darne un senso… In subordine, anche quelle di tramontana mputtanuta.

    Pubblicato in: Racconti, Storie di strada

    Viva le nonne

    Viva le nonne.

    A un certo punto del pomeriggio vedo un po’ di movimento sotto a uno degli ombrelloni di un gruppo numeroso. Manca all’appello un bambino e, come spesso accade, ognuno pensava che stesse con uno degli adulti, fino a quando non si sono resi conto che tutti gli adulti erano stesi a prendere il sole, o a dormire, e che che mancava solo il bambino.
    Si mobilitano tutti alla sua ricerca, compresa la nonna che ha sempre un occhio sui nipoti, passando da un ombrellone all’altro con asciugamani, merende e bibite. Anche lei si è distratta e non se ne fa una ragione.
    Dopo pochi minuti rientrano, il bambino non si era perso ma era nell’area giochi.
    La nonna si lascia cadere sul lettino e, rivolgendosi alla figlia (la madre del bambino ), le dice: – Con questo spavento ho perso dieci anni di vita! –
    La figlia, anche lei molto provata, invece di cercare di calmarla, la attacca: – Mamma, tu non devi preoccuparti per i bambini. Sei qui per fare il bagno, no? E vai a fare il bagno!-.
    Lo dice a fin di bene, ovvio, per scaricarla dalla responsabilità, ma per chi si dedica ai nipoti a tempo pieno – con evidente beneficio per tutti – può suonare come un mancato riconoscimento di quello che dà.
    Infatti l’anziana incassa e poi le risponde, con un filo di sarcasmo:

    • E quindi? Sempre in acqua dovrei stare?