Nell’Ambra Del Cuore, ascoltalo su Spotify

Ho scritto un racconto che si chiama nell’Ambra del Cuore.

Racconta la storia di un ragazzino in collegio, che chiede a Dio di svelargli quale sia la sua missione nel mondo.

È un racconto autobiografico soltanto in parte.
Attingo da alcune antichissime esperienze personali, le mie disavventure, le mie marachelle da seminarista.
Non si tratta, però, di autobiografia;
in fondo a chi dovrebbe interessare la mia vita?
Ho cercato soprattutto di fare un bel film, di porre questioni interessanti, e ho dovuto inventare molto.

E ora cosa vorrei?

Vorrei che chi mi sta ascoltando, potesse rivivere con gli occhi di Francesco la preadolescenza, l’età meravigliosa, eccitante e terribile, che segna l’inizio della libertà di scegliere.

Perciò.
In un collegio negli anni Novanta.
Un ragazzino ascolta le storie della Bibbia e immagina che Dio abbia un piano per lui e prova a comportarsi bene.
Ben presto, però, si accorge di non essere all’altezza delle proprie aspettative: non soltanto è il più ribelle del gruppo, è anche tremendamente pasticcione.

E non riesce a smettere di mettersi le dita nel naso.

Continua a cercare l’attenzione, dei compagni, degli adulti, di Dio.
La qual cosa gli procura un sacco di nemici.

Ecco, Francesco scoprirà quant’é difficile vivere stando alla sceneggiatura degli altri. Dovrà imparare a creare la propria storia, a fidarsi di sé.

Mentre sviluppavo il romanzo, mi tornavano in mente di continuo le parole di Margherita Fraire, una psicanalista, che avevo ascoltato in un programma di Radio 3 che si chiama Uomini e Profeti.
Dice che il femminismo ha fatto alle donne un grandissimo dono: la consapevolezza che non si può andare per il mondo senza avere un’idea di se stessi.

Non vale mica solo per le donne.

Quella di Francesco non è una storia educativa. Forse diventerà santo, forse no; se ci riuscirà, sarà soltanto mentre prova a essere se stesso. Da qui l’importanza della domanda che anima tutto romanzo: è bello essere amato da Dio, è bello essere amato dagli altri, ma tu cosa vuoi diventare?

Io trovo che sia una grande domanda anche oggi.

Se volete la risposta che mi sono dato io, vi basta ascoltare nell’Ambra del Cuore, su Spotify.

Nel ventre della balena

In questi mesi, ogni volta che mi trovo tra le mani un’opera prodotta negli Stati Uniti, avverto una strana sensazione. È una sensazione che altre persone mi hanno confidato di provare. Anche se io la sperimento nel 2025, non è una questione di oggi. Per esempio, ci pensava già lo scrittore Gabriel Garcia Marquez, molti anni fa.

Per me è un dilemma perché, a quarantasei anni, mi accorgo di aver avuto un’infanzia americana e non sono sicuro di essermene accorto. Sono cresciuto con Happy Days. Ho sognato il futuro tecnologico in cui siamo immersi, guardando Super Car e immaginando di essere Michel Knight. Beverly Hills 90210 e Willy Principe di Bel Air mi hanno divertito nei momenti di noia. Negli anni Duemila volevo fare una tesi di laurea su Matt Groening ed ero convinto che sarei diventato uno scrittore migliore se avessi potuto vivere a New York e non nella provincia veronese.

Col risultato che ieri, per esempio, al mercatino dell’usato, ho preso in mano una copia di Corri Coniglio, il primo romanzo di John Updike, un libro degli anni Sessanta, e leggendo la quarta di copertina ho pensato: Ma guarda, questo libro sembra parlare di me. E poi mi sono chiesto: Ma parla di me perché è un libro profondo o perché culturalmente io sono cresciuto dentro storie come questa?

Probabilmente la risposta sta nel mezzo.

Eppure, ogni volta che Trump parla, non posso fare a meno di chiedermi: come mi devo porre?

Da un lato, gli Stati Uniti producono ed esportano una cultura interessante. Ci sono opere come Better Call Saul che sono difficili da eguagliare: è scritta e girata in modo magistrale, è prodotta con mezzi economici rilevanti, rappresenta per certi versi l’opera contemporanea perfetta.

Dall’altro lato, però, la politica americana, il suo modo di porsi col mondo, sta diventando un ostacolo alla realizzazione di qualsiasi progetto che non sia il predominio culturale ed economico degli Stati Uniti. La cosa accade fin dalla Seconda Guerra mondiale ma oggi, con l’ascesa del discorso politico Make America Great Again, sta diventando innegabile.

L’estetica agisce come strumento di potere. È un tema troppo poco discusso, dovrebbe esserlo di più. Un prodotto culturale, un film, una canzone, una serie, è un prodotto e ogni prodotto, nel suo formato, nei suoi tempi, nella sua struttura, veicola logiche di potere. L’estetica mainstream è sorretta da un’economia, che a sua volta è sorretta da una politica. La presunta superiorità di una cultura su un’altra, la necessità di uno specifico gusto sembrano, a ben guardare, rapporti di forza commerciali: chi ha il potere di mettere cosa sul grande scaffale del mondo?

Spesso una cultura autoctona viene etichettata come indigena, minoritaria, perfino arretrata, da produzioni che hanno soltanto il vantaggio, grazie al sostegno politico, di godere di una distribuzione globale. Ma non è affatto scontato che una cultura poco conosciuta sia inferiore e una cultura molto diffusa sia migliore, almeno: non in termini di profondità e bellezza.

Dunque, che si fa, si rifiuta tutto o si glissa?

Mi sembra che sia una buona idea partire dalle relazioni, dagli esseri umani e non dai giudizi. Le discussioni politiche spesso si basano su un combattimento delle idee che, portato sul piano reale, a volte non ha motivo di essere. Innanzitutto, gli americani non sono il loro presidente, e negli Stati Uniti ho conosciuto brave persone. Inoltre, noi italiani mica siamo tanto meglio, mica siamo vittime.

Mi sono infuriato per le bombe sull’Iran e, tutt’oggi, sono dalla parte di Noam Chomsky per quanto riguarda questione di Gaza (è una guerra di egemonia, portata avanti per avere il controllo nel Medio Oriente).

E tuttavia, non credo che culturalmente parlando abbia senso diventare giacobini. Anche perché tutti noi, in un modo o nell’altro, usiamo la cultura americana per esprimerci, ci siamo dentro. Siamo dentro la sua tecnologia, dentro i suoi formati, dentro i suoi riferimenti. Per essere davvero coerenti, bisognerebbe essere luddisti e rifiutare tutto: smettere di usare le piattaforme, smettere di scrivere, smettere di produrre con questi mezzi. Ma è possibile?

Una buona domanda potrebbe essere: quale equilibrio possiamo trovare per coltivare il libero arbitrio all’interno di questo sistema?

Una delle possibili risposte è questa: non tutta la cultura americana è sintomo dell’egemonia. Ci sono opere che lavorano dentro il sistema per parlare dall’interno. Penso a Spike Lee, a Toni Morrison, a Junot Díaz: autori che usano le stesse armi del sistema, lingua, codici, narrazione, per raccontare storie di come si vive nel ventre della balena.

A tal proposito, c’è un esempio molto interessante: Cent’anni di solitudine. Márquez, in vita, ha sempre sostenuto che non avrebbe mai venduto a Hollywood i diritti del suo capolavoro. Oggi troviamo una realizzazione del classico colombiano su Netflix: diretta da due registe colombiane, con un casting colombiano e proprietà colombiana, anche se distribuita da un’azienda statunitense. Probabilmente non è la soluzione a tutto, ma è qualcosa.

Forse una possibile via, oggi, è questa e servono più storie così. Più storie dalle colonie. Non solo per parlare di schiavitù o ingiustizia, ma semplicemente per riaffermare un principio di decentramento dello sguardo. Anche se i centri di diffusione esercitano il loro fascino, bisogna imparare a nuotare nella cultura pop e continuare a parlare dal centro del proprio mondo: forse, se qualcosa si può fare, si può osservare che servono più storie di come la logica del potere si abbatte sulle colonie. Stiamo vivendo un momento in cui le corporations tolgono i mezzi di sussistenza alle piccole e medie imprese. Per quale motivo, per esempio, l’azienda di mamma e papà non ha gli stessi privilegi di quella di Jeff? Forse servono storie di piccole e medie imprese che subiscono la furia dei cambiamenti economici.

Queste storie hanno bisogno di essere raccontate e diffuse, perché le storie del vincitore le sta già raccontando l’egemonia.

Nel mondo pop, cultura e controcultura coesistono: bisogna imparare a nuotarci dentro, senza dimenticare che l’ombelico del mondo è dove sei tu.

Il futuro dell’editoria non è ancora scritto

Dove sono finiti tutti i lettori? In risposta a un dibattito che si interroga ancora una volta sul declino dei numeri dell’editoria tradizionale, scrivo questo lungo articolo in cui espongo il mio punto di vista di outsider, social media manager, lettore forte e scrittore. La mia idea è che non siano scomparsi. E la crisi dell’editoria non è solo italiana o settoriale, ma sistemica, legata a una trasformazione epocale in atto.

Il dibattito sul declino dell’editoria esiste già da molto tempo. Nel 2025 però riprende le mosse da qui:

Più libri, meno lettori: come muore l’editoria italiana.

Loredana Lipperini lancia un allarme: i dati delle vendite del 2024, diffusi dall’associazione nazionale degli editori, segnalano un calo dei lettori notevole. Quasi due milioni di libri in meno, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Lipperini è scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica, e pone l’accento sull’eccesso di quantità. Su quasi centomila titoli pubblicati ogni anno, il 30% non vende una copia, torna in casa editrice e poi al macero. La proliferazione dei titoli, poi, rende difficile quel lavoro di scelta che dovrebbe, per dirla con Calvino, dare il giusto spazio a “ciò che inferno non è”. La disaffezione dei lettori sarebbe in parte spiegabile con la crisi economica, in parte per la continua corsa ai bestseller modaioli degli editori. Secondo l’autrice bisogna pubblicare meno e chiude avvisando chi si affaccia oggi sulla scena che perseguire una carriera letteraria può tradursi in una realtà molto differente da quella sognata.

Il discorso sul declino dell’editoria viene ripreso, qualche mese dopo, sul Tascabile da Christian Raimo: La polemica si risolve con la politica.

Christian Raimo individua uno dei problemi dell’editoria contemporanea nella trasformazione, operata dal postmoderno, della narrativa in storytelling. Nella sua trasformazione, cioè, in uno strumento di controllo e vendita, e fa l’esempio dell’entrata in politica di Silvio Berlusconi, negli anni Ottanta. Di fatto quello che sembra suggerire è che nella logica del tardo capitalismo, la funzione educativa che letteratura ed editoria mantenevano grazie a figure come Calvino, Pavese e Ginzburg, oggi è venuta meno. Nell’epoca in cui tutto è passibile di storytelling, la narrazione è persuasiva, SEMPRE al servizio di un prodotto o di un progetto e MAI della verità (e io da social media manager glielo confermo, è avvenuto un cambio di canone estetico: dal modernismo siamo passati, come dice lui, al postmoderno, e spesso la gente guarda al mondo come guarda un volantino delle offerte, trovando esteticamente gradevoli i prodotti e qualche volta ha perfino senso che sia così). La soluzione, secondo Raimo, è politica: la narrazione deve tornare al servizio della verità, bisogna aiutare monetariamente le case editrici, bisogna supportare biblioteche, circoli letterari, istruzione, in modo da ricostruire le basi per una cittadinanza critica.

A Christian Raimo risponde Stefano Jorio, sempre su Il Tascabile con un’altra riflessioneCoscienza politica, letteratura e industria,

Stefano Jorio, qui, risponde a Christian Raimo criticando la sua visione che lega la crisi della lettura in Italia solo a fattori esterni all’editoria. La diminuzione della lettura riflette la perdita di fiducia tra scrittori e lettori, non solo una questione di numeri o finanziamenti. La crisi culturale è parte di un fenomeno più ampio di omologazione e dominio mediatico anche nel settore editoriale. Per certi versi, secondo Jorio, se l’editoria viene ridimensionata, sarebbe un bene perché in quanto business replica la logica malata del tardo capitalismo. E fa l’esempio dei paper universitari che nessuno legge, in quanto tutto ciò che serve per fare carriera in accademia, sono le citazioni in bibliografia. Quanto meglio sarebbe se, per quanto scientifici, la stragrande maggioranza dei paper non venisse scritta?

Tutte queste analisi recano con sé una parte di verità. I numeri e le difficoltà del sistema e degli operatori, come descritti da Lipperini, sono reali. Lo storytelling, oggi, è un prodotto, ha ragione Raimo. E il fenomeno di omologazione di cui parla Jorio è innegabile. Però ho la sensazione che siano ragionamenti integrati. Fermo restando che, quando si parla di italiani e lettura, è difficile non pensare all’analfabetismo funzionale di cui parlava Tullio De Mauro, viene da chiedersi: ma chi leggeva prima, che fine ha fatto? E perché i nuovi lettori non sopperiscono alla diserzione degli affezionati? Come la pensa chi poi i libri li compra? Siamo sicuri che sia il calo della qualità ad alienare l’attenzione di vecchi e nuovi lettori?

2.  Allargare l’orizzonte.

Ora.

C’è un fattore sottinteso in tutte le analisi precedenti. Un fattore che (ha ragione Raimo) trova le sue cause nel capitalismo, che non è soltanto aggressivo, da trent’anni a questa parte è digitale. Riguarda tutti i settori creativi, non soltanto l’editoria.

Per esempio: la musica.

Nel Dicembre 2024 ha chiuso il Watergate, una delle discoteche più iconiche di Berlino. E a ucciderlo probabilmente non è stata la gentrificazione ma, insieme ad altri fattori, un cambiamento antropologico avvenuto con il covid: le generazioni più giovani preferiscono rimanere a casa. D’altronde online si trova tutta la musica del mondo. Quando si esce, si va a magari a un evento all’aperto, un grande concerto, ben pubblicizzato.

Come siamo arrivati a questo punto? Facciamo un passo indietro.

Dopo la digitalizzazione dei tardi anni Novanta, sono arrivate le piattaforme online che hanno offerto a tutti i musicisti la possibilità di diffondere con un semplice upload e apparentemente senza costi la propria musica.

Vent’anni più tardi, il settore della musica ha una dipendenza strutturale da YouTube e Spotify che raccolgono la gran parte del mercato streaming globale, diventando così un passaggio obbligato per gli artisti.

Come in editoria, anche nel settore musicale le piccole etichette perdono importanza, le grandi se la cavano. L’1% degli artisti intercetta il 90% delle entrate totali, mentre le major labels godono di accesso privilegiato alle playlist strategiche. Chi non se la cava sono i musicisti. Con pagamenti tra $0,003 e $0,005 per stream, servono migliaia di ascolti per la sostenibilità economica.

Per capire lo svantaggio degli artisti meno famosi o non famosi, bisogna guardare al modello di guadagno. Prendendo ad esempio Spotify, il modo in cui un artista viene pagato è detto ‘pro rata’. Secondo tale modello, tutti i soldi che arrivano dagli abbonamenti e dalla pubblicità vengono messi in un grande “calderone” mensile, poi distribuiti agli artisti in base a quanti ascolti hanno ottenuto rispetto al totale globale.

Il problema è che questo sistema favorisce molto i grandi artisti mainstream – anche se tu ascolti solo musica indie, i soldi del tuo abbonamento finiscono comunque per andare principalmente a Drake o Taylor Swift se loro hanno la maggior parte degli stream totali.

Per questo molti artisti e critici chiedono un sistema più equo dove ogni utente finanzi direttamente solo quello che ascolta; per ora Spotify non ha ancora cambiato approccio.

A un artista servono decine di migliaia di stream per guadagnare quanto avrebbe potuto con la vendita di mille CD. Magari Bjork esagera a dire che Spotify è la cosa che peggiore che sia successa ai musicisti, però viene da crederci.

L’influenza degli algoritmi ha effetti anche sulla creatività: per cercare di essere scelti, gli artisti scrivono brani sempre più brevi con attacchi immediati, si cerca di produrre uscite frequenti invece di album complessi, si pensano formati che funzionino per le playlist automatiche. L’Intelligenza artificiale accelera questi processi, satura il mercato di contenuti spazzatura e intensifica la pressione sugli artisti umani (che, se presto verranno sostituiti, almeno avranno finito di soffrire).

Si potrebbe dire che ai musicisti resta sempre l’alternativa di suonare dal vivo.

Quello che sta succedendo è che il mondo fisico si sta ristrutturando, guidato dal digitale: a Londra, per esempio, il sabato sera si sta a casa è il dj set live viene trasmesso via piattaforma, e magari il dj è un androide. Le riviste amano dire che la Gen Z sta ridefinendo il concetto di uscita secondo i propri bisogni, suggerendo che ci sia una volontà comune da parte di un gruppo di persone; è davvero così?

Com’è prevedibile, anche i locali, i club, i bar si stanno ridefinendo di conseguenza, attraversano un momento di transizione che non è chiaro a cosa porterà. Sempre a Londra, cito da The Digital Shift: How Technology is Transforming UK Nightlife , “Uno dei principali modi in cui la tecnologia sta trasformando la scena della vita notturna nel Regno Unito è attraverso esperienze di realtà virtuale e aumentata. I locali stanno utilizzando queste tecnologie innovative per creare esperienze uniche e completamente immersive, che fondono i mondi digitale e fisico. In questo modo possono offrire ai clienti esperienze coinvolgenti e memorabili, capaci di invogliarli a tornare ancora“.

Il tono dell’articolo è futuristico e celebrativo, ma a dire il vero succede così dappertutto: non è il futuro, è il presente. Un presente molto comune e diffuso.

Per esempio: il cinema.

Durante la cerimonia degli Oscar 2025, Sean Baker, il regista Anora, ha usato lo spazio del discorso del vincitore per sottolineare che il predominio dello streaming sta erodendo l’esperienza collettiva della visione cinematografica.

Si va sempre meno al cinema: è un fatto.

L’industria cinematografica ha seguito la stessa traiettoria di quella musicale: le piattaforme streaming si sono imposte come intermediari obbligati, trasformando radicalmente l’ecosistema. Netflix, Amazon Prime e le altre hanno sì aiutato le case di produzione e i registi a bypassare i distributori tradizionali, ma hanno finito per concentrare il potere decisionale nelle proprie mani.

Chi fa film si trova in una situazione analoga a quella dei musicisti: ai registi, che già vedono una diminuzione dei loro introiti, viene spesso negato l’accesso ai dati di performance delle proprie opere, perché sono dati sensibili, dati eventualmente impugnabili da avvocati, e si devono attenere agli accordi presi con i distributori digitali.

L”industria, poi, non è guidata da principi estetici, ma da algoritmi che tendono a privilegiare i dati di consumo: il panorama hollywoodiano si appiattisce su franchise, remake e contenuti già collaudati, sacrificando l’originalità per la sicurezza commerciale determinata dai dati di engagement, e tranne poche eccezioni, il mondo segue questa direzione.

(Vi siete mai chiesti perché il p*rno è, seppure in forme soft, così centrale nell’estetica dei social media? Il sesso e la sua rappresentazione sono qualcosa a cui la mente umana ha bisogno di tornare di continuo ed è facilmente sfruttabile come esca dal digitale).

In un contesto del genere, sono particolarmente sfavorite le narrazioni che hanno bisogno di tempo per essere apprezzate e costruirsi una nicchia di ammiratori. Il cinema d’autore sta diventando un prodotto di boutique, e al contempo sta sparendo la dimensione territoriale che permetteva la scoperta di opere cinematografiche particolari.

Le sale cinematografiche, soprattutto quelle indipendenti, faticano a reggere il confronto con il digitale. Come per i locali, molte sale chiudono e anche i multiplex che puntano su blockbuster ed eventi speciali sono spesso in difficoltà e devono alzare i prezzi, perdendo immediatamente la sfida con le piattaforme digitali che offrono una quantità infinita di prodotti a un prezzo estremamente più vantaggioso.

Un buon esempio della concorrenza che le piattaforme fanno ai cinema tradizionali è la strategia “day-and-date” di Netflix: ci sono novità che escono il giorno stesso al cinema e sulla piattaforma. Se puoi vederla da casa, perché uscire?

Da un punto di vista di economia di massa, di solito si tende a considerare positiva una situazione, rispetto a un’altra, quando soddisfa meglio i clienti. Eppure, a volte mi viene da chiedere, ma l’interesse del cliente è davvero la cosa più importante?

Mi rendo conto che questa riflessione potrebbe non piacere ai più, ma sono sicuro che milioni di piccoli imprenditori mi capiscono.

Come nel settore musicale, anche in quello cinematografico sta avvenendo, e forse è ormai avvenuto, un cambiamento antropologico guidato dal digitale. Con la promessa di rendere democratico l’accesso al mercato, le piattaforme digitali hanno creato un oligopolio ancora più concentrato, dove il mainstream algoritmico viene prima dell’indipendente, e il digitale prima dell’esperienza totalmente fisica.

Per esempio: l’editoria.

Nelle descrizioni offerte da Lipperini, Raimo e Jorio c’è un convitato di pietra che nessuno cita: Amazon. La famosa app per gli acquisti e per l’intrattenimento è la più scaricata negli smartphone del mondo occidentale. Per quanto quello del libro non sia il settore più remunerativo, è risaputo che per Bezos i libri, specialmente la science fiction, sono fonte di ispirazione. Il sogno della colonizzazione di Marte, di cui ha spesso parlato, sembra una proiezione quasi mitica (“come in cielo così in terra”), del tentativo di conquistare il mondo con le sue flotte di furgoncini.

Nel 2025, il colosso del commercio online gioca in editoria due partite: la vendita e i servizi agli autori.

Dal punto di vista della vendita, ormai quando cerchi un libro, per prima cosa guardi su Amazon. Esistono altre alternative, ma risulta l’opzione più veloce, semplice, vantaggiosa. La piattaforma è un campione imbattibile di quella che, nell’ambito del design, viene chiamata “customer centricity“. Ogni funzione del sistema è progettata attorno ai bisogni del cliente: dalla scelta, al pagamento, alla consegna, fino alla possibilità di restituzione. Questo vale anche per i venditori: non puoi fare l’editore nel 2025 e ignorare Amazon. Diversamente da quelli fisici, il negozio Amazon è sempre aperto, il che vuol dire che vende costantemente. La cosa più conveniente per una casa editrice è rifornire prima Amazon, in modo da essere sicura di avere il prodotto sempre in vetrina.

In realtà, più che di customer centricity, si dovrebbe parlare di platform centricity: il cliente avvia la ricerca ma da quel momento in poi gli algoritmi decidono cosa mostrare in base a quanta pubblicità hanno pagato gli editori. È un sistema pay-to-win: se vuoi che il tuo libro sia visibile, devi pagare per metterlo in evidenza. E se l’impressione iniziale è che il cliente sia al centro, in verità al centro sono i margini di guadagno dell’azienda.

In tal senso, bisogna osservare che a fronte di una continua perdita di importanza della critica letteraria, musicale, cinematografica, il sistema di raccomandazioni – “i clienti hanno acquistato anche”, “libri simili” – è diventato il nuovo critico letterario. Ha sostituito i recensori, i librai che ti consigliavano, le riviste culturali. Un lavoro molto utile, buono e giusto che Fahrenheit su Radio 3 porta avanti è quello di segnalare libri prodotti da piccoli editori, mentre le review online vengono mostrate soprattutto per far guadagnare la piattaforma.

E poi c’è Amazon come fornitore di servizi per scrittori. Anche qui, come per YouTube e Spotify, all’inizio troviamo la promessa della libertà di poter partecipare. Se sei un aspirante scrittore, la prima delle barriere è la selezione degli editor. Quello che Amazon offre è una possibilità che d’un tratto ti svincola dal sistema dei rifiuti. Kindle Direct Publishing offre editing, copertine, marketing, distribuzione globale. Gli autori possono bypassare completamente le case editrici. D’un tratto sei dentro, e puoi dimostrare a tutti che sai arrivare dove vuoi. Addirittura, partecipando al programma Kindle Unlimited, come autore vieni pagato per pagine lette. Ed è un gran risultato, se lo confronti con la risposta mai ricevuta dall’editore X a cui hai inviato pieno di speranza il tuo manoscritto.

Non è proprio così, ovviamente. Kindle Unlimited richiede l’esclusività, limita cioè i canali di distribuzione alternativi. Gli autori ricevono soldi, molto pochi a dire il vero, ma non possono vendere altrove. Per contro, molti scrittori ammettono che “sarebbe un suicidio professionale abbandonare Amazon”, trovandosi così in balia di una piattaforma che detiene in pratica il mercato del self publishing e può modificare unilateralmente le regole senza che gli autori abbiano alcun potere contrattuale.

Amazon ha di fatto sostituito l’intero ecosistema tradizionale di intermediazione culturale – agenti, editori, critici – con un sistema algoritmico che utilizza dati di consumo per decidere quali titoli promuovere, applicando una logica “Moneyball” al mondo dei manoscritti.

Parallelamente, gli editori soffrono la guerra del prezzo e si vedono costretti a investire soltanto su progetti a resa sicura. Lo stesso succede alle librerie fisiche, tanto quelle di catena e ancor più quelle indipendenti: i lettori trovano tutto online, a prezzi scontati, con consegna immediata e gli spazi fisici di scoperta e socializzazione intorno ai libri passano in secondo piano.

Amazon, anche rispetto alle case editrici major e ai distributori nazionali, ha raggiunto una dimensione gigantesca, che lo rende il vero gate keeper della catena del valore editoriale, costringendo l’intera industria a ripensare ruoli e strategie.

La piattaforma di Bezos è studiata appositamente per farti saltare tutto il canale di vendita fisico: se stai cercando di guardare cose e rilassarti, magari neanche con l’idea di comprare, è perfino meglio di un centro commerciale. Hai il vantaggio che neanche devi alzarti dal divano di casa.

Dov’è che avete già sentito questa storia?

Per esempio i quotidiani e le riviste.

Dal 2024, Google presenta le “AI Overviews”: l’intelligenza artificiale riassume e risponde alle tue domande senza bisogno di visitare i siti web originali. Sembra comodo. Ma nasconde un meccanismo di sfruttamento.

Partiamo da come guadagnavano gli editori dei quotidiani prima della digitalizzazione. Ogni copia venduta generava un incasso. Inoltre, il numero di copie vendute serviva come prova di visibilità da offrire agli inserzionisti disposti a pagare per avere pubblicità. Più copie vendute, dal punto di vista di un editore, voleva dire più incasso e entrate generate dalla pubblicità.

Con il trasferimento dei quotidiani in rete, le vendite delle copie fisiche crollano. Sul web le notizie digitali sono gratis. Ciò di cui fa conto l’editore per pagare i costi è il traffico sul sito, che serve appunto per vendere spazi pubblicitari.

Ora, dopo quasi trent’anni di assestamento, quello che succede è che Google e Meta raccolgono i contenuti dai siti, li usano per tenere gli utenti sulle loro piattaforme e vendono pubblicità, basata sui dati degli utenti. Più tempo noi passiamo su quelle piattaforme, più quelle piattaforme guadagnano. Ecco il modello di business digitale per eccellenza: i guadagni maggiori in questo scorcio di secolo, si fanno vendendo i nostri dati di consumo agli inserzionisti.

Per tornare all’esempio di AI Overviews, è evidente che si tratta di un modo con cui Google usa i contenuti dei giornali per trattenere gli utenti sulla sua piattaforma. Gli utenti non cliccano più sui siti originali, quindi gli editori perdono traffico e ricavi. Ma Google continua a monetizzare quegli stessi contenuti.

Il problema degli editori è che senza Google digitalmente non esistono. E ormai s’è capito che il vero mercato è online. Gli editori sono costretti, pur di esistere, a fornire contenuti gratis al loro competitor diretti. In questa guerra per le visualizzazioni, c’è qualcuno che esce ancora più sconfitto: vi siete accorti che le edicole stanno morendo?

Dunque, allargando l’orizzonte.

Un discorso sullo stato dell’editoria, non può prescindere dall’osservazione comparata delle altre industrie creative e culturali. Come per musica e il cinema, anche in editoria la crisi del commercio fisico e del consumo offline trova le sue cause in un fattore comune, la digitalizzazione. Le piattaforme digitali si sono presentate all’inizio della transizione come “democratizzatrici” e si sono offerte come alternative agli intermediari tradizionali. Nel corso di trent’anni si sono trasformate nei nuovi oligopoli (Spotify per la musica, Netflix per il cinema, Amazon per l’editoria, Google per la ricerca online), spostando l’attenzione dal fisico al digitale.

3. Come e quando è iniziato tutto questo?

Quando Raimo sostiene che la narrazione è diventata uno strumento di persuasione, coglie nel segno. C’è un mito specifico, una storia globale, a cui noi, mondo, abbiamo creduto e continuiamo a credere. Iniziata negli anni Sessanta, con l’invenzione della rete, continua tutt’oggi, seppure declinata in modo più sinistro e ambiguo. La grande operazione di storytelling cui abbiamo creduto, cui stiamo credendo, è quella dell’ineluttabilità del futuro, così come ce lo prospetta la tecnologia. Una rivoluzione obbligatoria, da portare a termine. Una rivoluzione che aiuterà l’umanità a diventare migliore.

Questo mito fondativo nasce in opere come Understanding Media: The Extensions of Man (1964) di McLuhan. Quello che il digitale prometteva, un attimo prima che il villaggio diventasse infine globale, era di abbattere i confini culturali, le barriere comunicative. Non credo che McLuhan pensasse alle tasse, ai dazi, alle barriere commerciali, alle giuste tutele nazionali; rileggendolo oggi si sente ancora tutta la genuina curiosità per i “nuovi” mezzi di comunicazione che, d’un tratto, rendevano il mondo molto piccolo e conoscibile. Lo spirito umanista di quel tipo di pensiero è stato assorbito dal capitalismo californiano (vedi per esempio The Californian Ideology, di Barbook e Cameron, 1995) e oggi esiste, per lo più, come patina ideologica di un sistema colonialista che ha nello spazio digitale la sua America da conquistare.

Ci è stato chiesto di aprire i confini con la promessa di un mondo più libero. Ciò che è davvero accaduto, invece, è che le piattaforme digitali si sono inserite nel tessuto commerciale di tutto il mondo e si sono poste come intermediario tra cliente, produttore e prodotto, proponendosi dapprima come antagoniste virtuose al mercato tradizionale e poi come mercato principale.

In pochi decenni il digitale ha unificato vendita, pagamenti e distribuzione, spostando il potere dal commercio locale alle piattaforme globali, ora vere infrastrutture del mercato.

La libertà promessa dal digitale, in altre parole, non ha realmente modificato gli equilibri di potere del commercio fisico, ha semplicemente trasferito il controllo dalle vecchie strutture tradizionali alle nuove piattaforme tecnologiche, mantenendo inalterata la logica di fondo del sistema.

Non ce ne siamo accorti perché abbiamo creduto a una storia che promette di darci il potere. Ma se la miopia dei consumatori non stupisce, a fare scalpore è quella dei legislatori nazionali che, come nel caso del turismo, hanno permesso che la strada per la libertà diventasse l’unica strada possibile.

Un altro degli effetti della globalizzazione digitale è l’aumento vertiginoso della quantità di merci disponibili (se ne parla approfonditamente in questo articolo, intitolato The New Logic of Globalization, Uncertainty, Volatily and the Digital Economy, 2023-24). Tra la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila, i punti vendita fisici si sono trovati d’un tratto a competere con tutti i punti vendita del mondo. E l’enorme disponibilità di merce ha radicalmente mutato il rapporto tra domanda e offerta: oggi a determinare il valore di un bene non è più la scarsità, né la qualità. In un panorama caratterizzato da sovrabbondanza di contenuti, da rumore, da distrazioni costanti, a fare la differenza è la capacità di un produttore di raggiungere il pubblico di interesse, sostenendo con molta pubblicità un prodotto attrattivo.

(A proposito di product design, Aristotele raccomanda a chi sta progettando una storia di suscitare in chi legge paura, sgomento e orrore; ciò che si intuisce dai trend di oggi è che una storia di successo dà ragione al lettore).

In quanto produttori di cultura, scrittori ed editori non sono esenti dalla logica del sistema. Chi scrive, chi fa musica, chi fa cinema, anche se lo fa per seguire la propria ispirazione, deve accorgersi che il vero affare non lo fa mai l’artista. Esattamente come accade per il vino, per il vestiario di qualità, per la merce con filiera nobile introdotta nei supermercati, i profitti maggiori si concentrano nel trasporto, nell’introduzione sullo scaffale e nella gestione dei pagamenti, tre aspetti che sono ormai monopolio dell’economia digitale.

Vince il banco, raramente i giocatori.

Chi pubblica libri, come chi produce il vino o confeziona un prodotto alimentare, ottiene la quota più piccola del ricavo finale e, anzi, deve accollarsi i costi di introduzione nel mercato, di trasporto e di gestione dei pagamenti. Può benissimo essere che un’azienda vinicola vanti il migliore dei vini, ma ciò che di solito succede è che le aziende più strutturate, riescono a piazzare dei prodotti spesso mediocri e farne icone celebrate.

Che cosa vale davvero? In questo tipo di mondo, la verità, la profondità, il ragionamento ben espresso sulla natura dell’essere umano, che sono il centro di qualsiasi opera letteraria, stanno sullo stesso scaffale del sapone profumato, degli strumenti da giardinaggio, del nuovo modello di televisione o telefonino che ci viene offerto.

Viviamo in un mondo globale, invaso da merci di tutti i tipi, di tutte provenienze, di tutte le qualità, di tutti i costi, per lo più in una situazione di superiorità dell’offerta rispetto alla domanda. Questa è una cosa di cui parlava già Fredric Jameson nel suo Postmoderno: ovvero la logica culturale del tardo capitalismo (1989) e uno dei sentimenti che descrive è la nostalgia, il un senso di perdita, mentre ci aggiriamo tra le corsie dei supermercati, stipate di scaffali colmi di roba che sembra protendersi verso di noi, cercando di caderci nel carrello.

Nella logica culturale del tardo capitalismo, la domanda da farci, quando ci viene offerta qualche novità, dovrebbe essere: sono libero di dire no? E, domanda ancora più maliziosa: come viene preparata, evocata e diretta la mia scelta?

4. La democratizzazione dei mezzi di produzione.

Non più tardi di ieri ho letto un articolo in cui il CEO di NVIDIA annunciava al mondo che la rivoluzione tecnologica dell’intelligenza artificiale è inarrestabile e renderà tutti autori. Stanno, ovviamente, cercando di vendere vendendo GPU. Ma è un fatto. Nel 2025 tutti hanno le stesse competenze grammaticali e di esposizione perché l’intelligenza artificiale andrà a sopperire alle lacune intellettuali. Un’affermazione che se per certi aspetti suscita entusiasmi, per altri può provocare angoscia, un’ambigua sensazione descritta bene in questo articolo del New Yorker: Will Humanities Survive Artificial Intelligence?

Eppure, questo processo che Open AI sta portando avanti, non nasce nel 2025. Se dovessi dire chi abbia dato il via alla democratizzazione degli strumenti del lavoro intellettuale, penserei a Facebook, prima di chiamarsi Meta, quando comprava le app con cui non poteva competere, come Instagram e WhatsApp, e rubava i tools distintivi alle app che si rifiutavano di farsi comprare, come Snapchat.

Perché darsi la pena di questa guerra per poi offrire gratis agli utenti degli strumenti costati milioni di dollari?

Facebook ha intuito tre cose geniali e, allo stesso tempo, letali: ognuno di noi, se dotato degli strumenti necessari, può essere un artista e, se messi in competizione, gli esseri umani tenderanno a ingaggiare una lotta continua per stabilire chi è il migliore, senza accorgersi di come la cosa può essere usata per controllare. E per l’appunto, Facebook ha fatto proprio questo: mentre tutti eravamo impegnati nella lotta per la produzione dei contenuti, ha venduto i nostri dati sul comportamento di acquisto al miglior offerente.

Questa dinamica, ben nota a chi si occupa di pubblicità online, sembra aver stupito molto il senato americano, in occasione dello scandalo di Cambridge-Analytica che nel 2018 ha raccolto i dati di 87 milioni di persone, usandoli per scopi politici.

Con l’ascesa del Grande Social, la democratizzazione che nella fase iniziale del web aveva riguardato le aziende, si è estesa agli utenti che, a loro volta, hanno cominciato a diventare produttori. La qual cosa ha sì dato l’opportunità a molti aspiranti scrittori di vedersi finalmente pubblicati, ma ha anche messo sullo stesso piano scrittori e non scrittori, in quanto entrambi produttori di contenuti, e ha gettato le basi per una continua sovrabbondanza del testo, di qualsiasi forma di testo, soprattutto testo non letterario, soprattutto testo breve e provocatorio, come i tweet di Donald Trump.

Non è sorprendente: di fatto la letteratura si è vista affiancare dallo status, ed entrambi sono diventati un prodotto abbondante e gratuito. Questo non vuol dire che nessuno ci guadagna. Donald Trump, che è una celebrity, ha guadagnato una presidenza. Ma i maggiori beneficiari dei contenuti gratuiti, così come abbiamo visto succedere per i quotidiani online, sono le piattaforme che raccolgono dati sui nostri comportamenti online che poi rivendono agli inserzionisti.

Un modo molto neutro di porre la questione è questo: “Nel modello di business dei contenuti generati dagli utenti (UGC), la piattaforma fornisce redditi per i creator, i creator forniscono contenuti per i visualizzatori, e i visualizzatori forniscono entrate pubblicitarie alla piattaforma, formando un triangolo relazionale“. Il punto da precisare è che pochi creator vengono pagati, la maggior parte produce gratis ed è essenziale che il costo del prodotto rimanga zero e che sia di facilissimo consumo, sono incoraggiati i contenuti che riguarda i bisogni umani più emotivi, in modo che il meccanismo di raccolta dei dati continui a funzionare.

Oggi pubblicare vuol dire qualcosa di molto diverso rispetto al 2008 e coinvolge la fotocamera di uno smartphone e alcune abilità teatrali. La linea estetica che ha prevalso è ben rappresentata da quell’antico claim di YouTube: broadcast yourself.

Può non piacere, ma dalla prima decade degli anni Duemila siamo diventati tutti autori. Siamo tutti editori, almeno di noi stessi, grazie a Meta, grazie al Self Publishing. Ma abbiamo pochissime probabilità di essere pagati per i contenuti che creiamo. Be’, a meno che non diventiamo celebrità, nel qual caso grazie alla feticizzazione del nostra personalità potremo alzare i prezzi il mercato accetterà di pagare.

La buona notizia, per così dire, è che, se diventi famoso, guadagni veramente bene. Il modello vincente nel 2025 è quello di OnlyFans: milioni di content creator non pagati alla base, poche celebrità pagatissime in cima, e le piattaforme che guadagnano su tutto.

Per tornare alla questione editoriale in Italia (e in tutto il resto del mondo, a quanto pare), nonostante l’invito pubblicare di meno di Lipperini, siamo avviati verso un mondo in cui si pubblicherà di più, e l’ingresso sulla scena dell’intelligenza artificiale non spingerà certo verso la decrescita felice.

Fermo restando che la democratizzazione degli strumenti di pubblicazione ha sicuramente portato enormi benefici a molte persone che prima non potevano esprimersi, mi restano dei dubbi. La realtà sta pericolosamente assomigliando a Infinite Jest, la distopia concepita da David Foster Wallace. Nel mondo si diffonde via VHS una droga che costringe le persone a vivere, incollate notte e giorno, allo schermo per potere assorbirla meglio, e il contenuto del video è uno sketch comico potente e infinito, che conduce lo spettatore alla morte dalle risate. Sembra il 2025. Con la differenza che a produrre i video siamo noi. Forse sto esagerando, però una cosa mi manca sul serio: lo spazio mentale per assaporare una linea ben allineata di parole, per notare una certa luce del tardo pomeriggio, un breve momento di silenzio prima che il frigo riprenda il ronzio di insetto metallico. Quello spazio libero è stato mangiato dalle notifiche, dalla mia paura di perdermi qualcosa.

5. Persuasive Design

Dunque, come viene evocata la nostra scelta? Quanto siamo liberi?

Non credo che oggi si pubblichi soprattutto spazzatura. Se ne pubblica tanta, certo. Ma, in mezzo a tanta produzione culturale, ci sono opere letterarie di altissimo livello (forse perché viviamo un momento storico che ci avvicina all’estinzione di massa, e alcuni lo presentono, o anche semplicemente perché scriviamo in molti e le chance che qualcosa di bello venga scritto aumentano).

Nei casi migliori, nei casi sublimi, si tratta di opere che sanno parlare in modo onesto al cuore umano. Perché queste non diventano famose? Per parlare al cuore umano, bisogna che il cuore umano abbia il tempo di prestare attenzione. Bisogna che non soffra costantemente di fear of missing out.

Purtroppo per gli scrittori e per gli editori, la qualità non è il punto centrale. Libri stupendi continuano e continueranno a uscire ma non verranno letti perché l’attenzione dei lettori… è sui dispositivi digitali.

Alejandro Zenter, Università di Dallas, in questo paper, The Impact of Digitization on Print Book Sales: Analysis using Genre Exposure Heterogeneity, mette direttamente in correlazione l’ascesa della digitalizzazione all’inizio degli anni Duemila e la diminuzione delle vendite delle copie fisiche. La questione, però, nel 2025 è se l’intero ecosistema mobile si stia sostituendo o no a quello fisico. Per esempio, sul New Yorker, Jay Caspian Kang parla di come la sua esperienza di lettura con il digitale sia cambiata. Abbandona facilmente i titoli, rilegge ossessivamente gli stessi testi. Acquista e-reader alternativi ma i tentativi falliscono. Il problema non sono gli algoritmi ma il dispositivo stesso.

Più di qualcuno mi ha risposto scrollando le spalle e dicendo che “il cambiamento è sempre successo”, “grazie a queste tecnologie ora si possono fare cose che prima non si potevano fare”, “hai nostalgia del passato”. In realtà queste risposte illustrano bene uno dei concetti chiave esposti da Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza: dietro al valore d’uso promesso, le piattaforme esigono un valore di scambio, ovvero la nostra disponibilità a operare entro le loro regole.

Ora, questo patto non è migliorabile? Per avere il digitale devo per forza diventare dipendente da un dispositivo?

Non è una novità, se n’è già parlato. Tuttavia è scienza, non opinione. Le notifiche, il colore rosso che crea un senso d’allarme artificiale, lo scroll infinito, il tasto refresh che imita il gesto delle slot machine, gli algoritmi che ci spingono dentro “rabbit holes” di contenuti sempre più capaci di provocare il sistema nervoso, ecco, queste sono soltanto alcune delle tecniche di controllo messe in atto costantemente da uno smartphone. Perciò é importante riconoscere non si tratta di un prodotto dell’evoluzione naturale del commercio, la cultura tech è il risultato di un attento sistema di progettazione, intenzionale, che ha come scopo la cattura dell’attenzione dell’essere umano, al fine di mantenerlo attivo sul dispositivo. E si può avere un digitale diverso.

Alle persone che reagiscono con un’alzata di spalle, vorrei rispondere: ma non vi accorgete che la gente guida con i telefoni in mano? Che con i telefonini ormai ci stiamo perfino scopando?

La narrativa della “democratizzazione”, quella del valore d’uso, sono almeno in parte una copertura per quello che sta realmente accadendo: le aziende tecnologiche hanno capito come dirottare la base neurologica dell’attenzione umana, e la stanno usando per spingere gli esseri umani verso il digitale, per tenerli legati ai dispositivi, e il calo delle attività offline (tra cui ogni attività che richiede impegno mentale sostenuto) è provocato da questa battaglia per la colonizzazione economica.

In questa pagina, The Magic of Persuasive Design, Tristan Harris, consulente etico per la tecnologia che probabilmente non pochi di voi hanno visto su The Social Dilemma (2020), raccoglie molti interventi che analizzano i modi sistematici con cui la nostra mente viene aggirata e usata. Gli studi ormai sono numerosi; mi limito a citare per esempio questo che riassume a grandi linee il concetto di gratificazione intermittente: il rilascio di un premio a intervalli irregolari costringe l’utente a ripetere con maggiore frequenza i comportamenti che generano profitti per la piattaforma. La serietà dei risultati giustificherebbe perfino la richiesta ai legislatori di far comparire, in caratteri digitali sul corpo del telefonino, la scritta “nuoce gravemente alla salute”, come per l’alcol e il tabacco.

Questo paper della Cornell University, per esempio, intende dimostrare come negli ultimi 70 anni l’attenzione è sempre stata trasformata in denaro grazie alla pubblicità. Ma a portare la cattura dell’attenzione a una scala senza precedenti, sfruttando bias cognitivi ed emozioni, con effetti dannosi su salute, democrazia ed economia, è il web.

L’Unione Europea parla esplicitamente di ‘digital addiction’, sta investigando e invoca una trasformazione da attention economy a ethic design qui e qui, dove si chiede un Digital Fairness Act.

In questo articolo della European Business Review (!) l’IA è paragonata a una nuova colonizzazione: gestisce, prevede e manipola, rimodella il pensiero umano ed erode autonomia e senso critico, trasforma l’attenzione in merce da profitto. La cosa con cui non sono d’accordo è che avveniva anche prima dell’immissione sul mercato di ChatGPT, la colonizzazione è l’intenzione di fondo con cui il digitale è costruito. Alla luce dei fatti, uno smartphone è uno strumento di intermediazione che permette a qualsiasi corporation di avere accesso alla nostra attenzione, in qualsiasi momento.

Si nota lo sbilanciamento di potere? No? Quando vi svegliate di notte e d’istinto prendete in mano il telefono e vi sorbite quaranta minuti di contenuti non richiesti che si agganciano direttamente ai vostri istinti primordiali, provate a chiamare il CEO di Google e chiedere spiegazioni.

Questo cambiamento antropologico non è naturale, è indotto. E lo è fin dalle fasi di progettazione. Tutta l’esperienza online è progettata per catturare e dirigere l’attenzione e i comportamenti d’acquisto degli utenti.

L’argomento è discusso, com’è ovvio e giusto che sia, può anche essere che stiamo assistendo al ridimensionamento dell’oggetto libro, dopo quasi cinquecento anni di vita; su The Atlantic, per esempio, qui si dice che molti studenti della Gen Z arrivano all’università impreparati a leggere interi libri. Diversi insegnanti universitari, nelle 33 interviste condotte, raccontano che gli studenti si sentono sopraffatti dall’idea di dover leggere più testi completi in un semestre e tendono a bloccarsi quando incontrano idee complesse.

Ma davvero queste persone non leggono? Non mi sembra realistico; leggere è uno dei modi attraverso cui facciamo esperienza anche nel digitale. Si è persa, viene da supporre, la capacità di seguire una narrazione lunga, basata sul meccanismo della pagina da girare e della sensazione di progressione logica che l’oggetto libro offre e che il digitale invece non possiede.

Il problema principale dell’editoria, della musica, del cinema o della grafica è il cambiamento antropologico in atto: la nostra attenzione, dal momento in cui ci svegliamo fino a quando andiamo a letto e mentre sogniamo, è catturata dai dispositivi che stanno ristrutturando i valori, il ritmo e lo stile della nostra lettura.

Il vero problema, un problema che riguarda ormai tutto il pianeta, è che la lettura, come qualsiasi processo umano, passa oggi attraverso un dispositivo che è diventato il centro nevralgico di tutte le monetizzazioni, di tutte le attività, e che questo dispositivo, lungi dall’essere il telecomando con cui noi comandiamo il nostro ambiente, come ci è stato promesso, è all’apparir del vero il telecomando con cui veniamo controllati, attraverso il dirottamento sistematico della nostra attenzione, l’analisi della nostra impronta. La lettura, come attività, come esperienza, come hobby non sta morendo, si sta trasformando, ma non è una trasformazione naturale, è indotta, costruita sugli interessi del capitalismo digitale, non su quelli dell’essere umano o dell’ambiente.

È questo a sottrarre le condizioni cognitive necessarie alla scelta, a rubare tempo alle attività non digitali, non una generica “preferenza” degli utenti o un cambiamento naturale del gusto, come probabilmente ChatGPT e Claude tenteranno di suggerire. . Se l’attenzione umana viene sistematicamente dirottata attraverso tecniche di design manipolativo, allora il “libero mercato delle idee” non esiste più. Non è che la gente “preferisce” contenuti brevi e immediati – è che viene condizionata a preferirli attraverso meccanismi neurobiologici specifici. E si tratta di un problema sistemico, con cui tutte le industrie creative devono confrontarsi

6.

So che quello che ho presentato può sembrare un modo orribile e darwinistico di vedere le cose. So che dovrei sforzarmi di vedere la situazione attuale più in termini di cooperazione che di antagonismo. Ma tendo a pensare che Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (2019, LUISS University Press) abbai avuto una grande intuizione. Il cambiamento antropologico a cui stiamo assistendo, non è una naturale evoluzione. La natura, per dirla tutta, tende all’equilibrio, il capitalismo al cambiamento intensificato. Proprio mentre scrivo questo pezzo, Microsoft è riuscito a scaricare un aggiornamento nel mio laptop e mi ritrovo su questo foglio elettronico un’icona “copilot” che si sta offrendo di riscrivere al posto mio.

Ma col tempo che risparmio nella riscrittura, che ci dovrei fare esattamente? Marck Zuckenberg un’idea ce l’ha.

La nostra capacità di attenzione viene trasformata dalle piattaforme e nessuno sta controllando dove andiamo. L’impatto del digitale sull’emotività, sulla sessualità, sulle dipendenze non è quasi argomento di conversazione, anche se esistono studi che mettono in luce non pochi aspetti negativi della tecnologia. Siamo continuamente distratti e la nostra mente è attraversata da emozioni virali (lo sdegno per qualcosa di molto lontano) e da pulsioni e compulsioni inspiegabili se non con il bisogno delle piattaforme di farci desiderare per poi farci acquistare.

Ironia della sorte, ciò di cui avremmo molto bisogno, è dell’arte mitica: quella che, per dirla nei termini di Joseph Campbell, anziché annebbiarci la mente con la stimolazione sensoriale, ci aiuta a vedere da vicino la natura umana. Il compito più alto che la letteratura si sia mai assegnata è risvegliare la coscienza: aprire gli occhi dell’essere umano e accendere in lei o in lui la meraviglia per il creato e il desiderio di accordarsi e partecipare con il cuore al ciclo universale di nascita, vita e morte. Mica sempre, ma non di rado, la letteratura, ci riesce: vedere Shakespeare a teatro ti insegna cos’è una scelta e di fronte a quali porte girevoli ti mette. Affidarsi completamente alla tecnologia, senza voler investigare, significa lasciare che qualcuno scelga al tuo posto.

Non mi sfuggono gli aspetti positivi del digitale. Quando si parla di diminuzione delle vendite dei libri, bisogna tenere conto del fatto che ci sono centinaia di milioni di scrittori e scrittrici in tutto il mondo che leggono storie non pubblicate, storie che non sono ancora prodotti e che forse non lo diventeranno mai: email, pdf, pagine word, newsletter, sono il modo contemporaneo in cui nel 2025 sei sia lettore, sia scrittore. E questa è una cosa meravigliosa, questo vuole dire che c’è una parte vitale dell’editoria che sopravvive al declino della tradizione.

Ma per avere questa dimensione, siamo davvero costretti ad accettare tutta la dipendenza da dispositivo che ci viene indotta?

Com’è ovvio, scissi o interi, ce la caveremo. O forse no. Può darsi che questa mutazione ci aiuti a sviluppare un tipo di attenzione diversa. Anzi, credo che in realtà sia già accaduto: la nuova forma di attenzione prevede la disattenzione come forma base.

Però il timore resta, se non ce ne accorgiamo, se non ci sforziamo di creare un mondo diverso, stiamo andando verso un futuro in cui molte cose perderanno importanza perché sono offline. Una cosa che il persuasive design o i miti tecnologici non menzionano mai è che il tempo passa, anche mentre siamo impegnati a scrollare sul telefonino. Ricordate, Roy Batty, alla fine di Blade Runner?

“All these moments will be lost like tears in the rain. Time to die”.

A meno che non troviamo un nuovo equilibrio; e lo possiamo fare come consumatori e cittadini.

7.

Le soluzioni: esistono ma non sono facili.

C’è un paradosso kafkiano che merita di essere sottolineato: sto lavorando a un testo critico nei confronti delle Big Tech usando un software prodotto proprio da una Big Tech. Non è un dettaglio marginale, è emblematico della situazione. Anche gli strumenti che usiamo per analizzare e criticare il sistema sono plasmati dai suoi presupposti, dai suoi bias, dalle sue logiche di funzionamento.

Questo crea dei pregiudizi di base difficili da evitare. Per esempio, un modello come ChatGPT, per sua natura, tende a leggere la tecnologia come inevitabile e ineluttabile, mentre chi scrive può apparire “nostalgico” o contrario al progresso.

Mi pare chiaro che il punto non è opporsi al progresso tecnologico in sé, ma evidenziare le disfunzioni e le concentrazioni di potere che rischiano di determinare il nostro futuro culturale e cognitivo.

In altre parole, ci troviamo in un doppio vincolo: usare la tecnologia per criticare la tecnologia, lavorare con strumenti che incorporano già certi assunti sul mondo, e al contempo cercare di immaginare alternative che restituiscano autonomia ai cittadini e agli autori.

È un contesto in cui la resistenza culturale e politica non è solo necessaria, ma strutturalmente complicata: come tutti voi, anch’io scrivo da dentro il ventre della balena con lo scopo di riaffermare il bisogno umano di essere anche disconnesso.

Forse dobbiamo accettare che anche la lettura sia un processo tra online e offline: onlife, per citare Luciano Floridi. Attenzione, però: capire una storia lunga e immersiva non è la stessa cosa che capire una story di Instagram. La lettura profonda richiede tempo, concentrazione e memoria, qualità che il mondo digitale frammentato mette sempre più alla prova. E ciò mi porta a supporre che accettare senza chiedere ulteriori garanzie in termini di ethic design sia sbagliato.

Ancora prima della politica, la consapevolezza è fondamentale.

Ci stiamo rendendo conto che quella del futuro inevitabile è una mitologia? O, più precisamente, ci stiamo accorgendo che consideriamo realistica a una storia prodotta dal tecno-capitalismo, una narrazione che ci fa sembrare inevitabile quello che invece è una scelta di sistema?

Dietro alla promessa di democratizzazione e progresso, si nascondono conseguenze reali e spesso pericolose: il consumo massiccio di energia, la concentrazione di potere, la progressiva distruzione del mercato del lavoro tradizionale, sono solo alcuni degli aspetti negativi.

Chi non vuole che il mondo prosegua in questa direzione, chi vuole cambiare almeno un po’ le cose, chi vuole che la forma libro continui a esistere nel mondo, deve partire dalla consapevolezza. La prima soluzione possibile è sensibilizzare se stessi e gli altri sul problema cognitivo che stiamo affrontando.

Chi vuole un mondo diverso, deve associarsi e cercare di dare spazio al mondo che desidera: ha ragione Raimo, la soluzione è politica. Deve coinvolgere simultaneamente quattro dimensioni: quella politica, attraverso la regolamentazione (l’Unione Europea per esempio sta cercando di limitare il design manipolativo di Shein, per esempio) e la tutale del copyright e delle filiere di prestigio (la Danimarca ha tolto l’iva dai libri, per esempio); quella economica, sviluppando modelli alternativi (per esempio, esiste un telefonino che si chiama Light Phone e ha come scopo quello di essere il meno invasivo possibile); quella culturale educando all’offline; e quella collettiva coordinando azioni comuni, come richiedere ai nostri politici regole severe a cui i social media debbano attenersi per svolgere la loro attività, e paesi come la Corea del Sud, il Giappone, la Grecia, l’Australia e molti altri, lo stanno facendo: perché l’Italia no? Perché Meloni preferisce avere l’appoggio delle multinazionali americane alla salute dei suoi cittadini?

Fino a che non riusciamo a farci ascoltare dalla politica, dobbiamo lavorare sulla consapevolezza individuale: dobbiamo essere noi il cambiamento che desideriamo vedere nel mondo (altro cosa che Chatgpt e Claude tenderanno a sottovalutare, non avendo un corpo, non avendo coscienza)

Il futuro della cultura non dipende soltanto dalla qualità o quantità dei contenuti, ma dalla nostra capacità politica di proteggere le condizioni cognitive e temporali che rendono possibile l’esperienza culturale profonda, come il teatro, la lettura, la danza, la pittura e qualsiasi altra attività importante per l’essere umano. E l’impegno delle persone interessate può salvare ettari di bosco sacro.

Il cambiamento che sta investendo l’editoria non riguarda solo l’editoria ma tutte le industrie creative che devono confrontarsi con uno stile di vita definito dalle piattaforme digitali. Questo dato di fatto pone molti interrogativi: è un cambiamento inevitabile? Desiderabile? Quali sono i pro e i contro? Nessuno cita mai l’ambiente, ma internet è ormai chiaramente annoverabile tra le voci inquinanti. Dal punto di vista del commercio etico, l’attenzione ci viene rubata? Ci viene data la possibilità reale di scegliere? Qualche legislatore sta vigilando?

Se il tempo viene rubato piuttosto che liberamente scelto per essere speso altrove, allora la regolamentazione diventa una questione cruciale che protegge l’autonomia cognitiva umana, non solo le industrie culturali. Ne saremo capaci? Lo vogliono i net citizens? O preferiscono il mondo così com’è? Ad ogni modo, l’impegno di un gruppo di persone può apportare grandi cambiamenti.

A Veronetta sta succedendo una cosa bella e un po’ fuori dall’ordinario: un vecchio cinema chiuso da anni, il Ciak, sta tornando a vivere grazie all’impegno diretto dei cittadini. Non c’è dietro un grande investitore o una multinazionale, ma una comunità che ha deciso di rimboccarsi le maniche per ridare al quartiere un luogo di incontro, di cultura e di socialità. Il progetto si chiama Ri-Ciak e raccoglie centinaia di soci che hanno messo tempo, energie e qualche soldo per riaprire le porte di via XX Settembre. Non si tratta solo di far ripartire una sala di proiezione, ma di creare uno spazio che possa ospitare rassegne, eventi, laboratori e momenti di convivialità. L’idea è che il cinema diventi un bene comune, qualcosa che appartiene a chi ci vive intorno, con una gestione democratica e partecipata. C’è già un accordo con l’Università e una rete di associazioni locali che danno una mano, mentre i lavori di ristrutturazione vanno avanti passo dopo passo, anche grazie a campagne di crowdfunding. È una sfida lunga, ma che racconta bene come un quartiere possa prendersi cura di sé stesso: non aspettando soluzioni dall’alto, ma costruendole dal basso, insieme.

Veder crescere esperienze di questo tipo mi dà fiducia: c’è speranza anche per l’editoria tradizionale, anche per la forma libro. Se molte persone ci credono e se gli editori trovano le giuste contromisure a questa situazione, in futuro parleremo ancora di andare in libreria a scegliere un saggio con cui nutrire la mente alla sera, sorseggiando un deca o un tè.

C’è uno spazio sacro da preservare. Serve un cambiamento culturale che riconosca il valore dell’esperienza “lenta” e profonda che caratterizza la lettura, l’ascolto musicale contemplativo, la visione cinematografica collettiva. Uno spazio che va difeso dal colonialismo digitale. La vera sfida è forse riuscire a mantenere spazi di resistenza cognitiva in un mondo progettato per la connessione continua. Perché una resistenza cognitiva abbia luogo e diventi resistenza politica, serve prima che le persone siano consapevoli del problema,

Più che l’editoria, è in gioco il modo in cui viene plasmata l’attenzione umana. E quindi, prima di qualsiasi cosa, è necessario un risveglio. La consapevolezza, dunque. Che ti è stata data della bigiotteria in cambio di una cosa molto preziosa, il tempo della tua vita.

Anche i ragazzi vogliono la rivoluzione

Introduzione: un dialogo necessario

Mi decido a scrivere di questo tema perché mi sento finalmente pronto per parlarne in modo costruttivo. La domanda che continua a risuonare nella mia mente è: Then, what are boys supposed to do?

Il discorso su cosa significhi essere un ragazzo o un uomo oggi procede a singhiozzo, emerge solo nei momenti di crisi per poi scomparire nuovamente. Questa intermittenza impedisce una riflessione profonda e sistemica. Il modo in cui la società italiana sta affrontando la questione maschile rivela un malessere collettivo che merita attenzione: da un lato, un’esaltazione della forza e dell’autosufficienza; dall’altro, una colpevolizzazione generalizzata che lascia i ragazzi senza strumenti per costruire un’identità positiva.

Premessa necessaria: un dialogo, non una contrapposizione

Non scrivo questo testo per rimettere al centro gli uomini in un’ottica reazionaria. Inizio riconoscendo, sulla scia di bell hooks in “La Volontà Di Guarire”, che le ferite che il patriarcato ha inferto alle donne sono superiori a quelle inflitte agli uomini. Come sottolinea hooks, il patriarcato danneggia tutti, ma con intensità e modalità differenti.

Voglio parlare delle ferite degli uomini per riconoscere che anche loro attraversano disorientamenti profondi. Intercettarli in quei momenti significa migliorare la situazione per tutti, non solo per gli uomini stessi.

Il “caso Cook”: uno spunto per una riflessione più ampia

Questa riflessione nasce da un episodio recente nel mondo editoriale. Lo scrittore britannico Jude Cook ha annunciato la fondazione di Conduit Books, una piccola casa editrice dedicata alla mascolinità contemporanea, con l’obiettivo di pubblicare tre libri all’anno su questo tema.

La sua iniziativa ha suscitato forti reazioni, soprattutto quando Cook ha motivato il progetto affermando che oggi gli uomini faticherebbero a trovare spazio nel panorama editoriale, oscurati da trend incentrati su autrici come Sally Rooney. Questa affermazione ha scatenato una comprensibile ondata di critiche, che ha presto travalicato i confini del dibattito culturale, trasformandosi in una vera e propria tempesta mediatica.

A mio avviso, il problema non è tanto l’idea di riservare attenzione alla soggettività maschile (che può avere un senso, anche se quello spazio non può essere preteso da altri, va costruito) quanto il modo in cui Cook lo fa. Propone infatti un modello fortemente competitivo e autoreferenziale: tre posti all’anno, per tre “migliori”, in base a criteri di successo estetico, commerciale o mediatico. È una logica che ricalca proprio quei meccanismi tossici da cui dovremmo emanciparci, e che finisce per perpetuare il problema invece di affrontarlo.

Ciò che mi ha colpito, però, è stata la veemenza con cui molte persone hanno reagito all’idea che gli uomini possano avere uno spazio di espressione emotiva. Da un lato c’è il timore legittimo che simili proposte mascherino una restaurazione del privilegio maschile in un settore che storicamente li ha già visti protagonisti. Dall’altro, ho letto molti commenti che ironizzavano su Cook stesso, accusandolo implicitamente di “non essere abbastanza uomo”. Con amara ironia, devo riconoscere che è stato attaccato proprio con quegli strumenti — derisione, silenziamento, svalutazione dei sentimenti — che il patriarcato ha usato per educare anche me.

Questa reazione collettiva, carica di confusione e sospetto, ha impedito un confronto autentico, soffocando anche gli eventuali spunti positivi. Invece di cogliere l’occasione per aprire una discussione sul disagio maschile e su un possibile modo diverso di raccontarlo, ci si è irrigiditi su posizioni binarie. E così si è rafforzato un vecchio stereotipo: che l’emotività sia prerogativa femminile, mentre all’uomo spetta solo, semmai, il compito di difendere quella altrui, come se la vulnerabilità non fosse un tratto umano, ma una concessione da meritarsi.

Il maschile che non parla di sé.

Dobbiamo partire, dunque, dal maschile che non parla di sé. Il maschile silenzioso, che non chiede aiuto e considera “femminile” tutto ciò che non è immediatamente utile o pratico, è probabilmente un prodotto dell’inizio del Novecento, quando si affermano gli stati-nazione, l’industrializzazione e, in Italia, l’ideologia fascista. Sotto il regime mussoliniano si assistette alla promozione esplicita di un culto della virilità, costruito come argine contro la presunta “effeminazione” della società moderna. Quel tipo di maschio era funzionale al sistema: si adattava alla gerarchia, credeva nel lavoro, difendeva la famiglia come una proprietà, e diffidava dei sentimenti (che sono roba da donne e impediscono l’azione).

Curiosamente, quell’archetipo è scomparso, ma alcuni tratti sembrano riemergere oggi, forse perché viviamo un’epoca che ripropone, sotto nuove vesti, gli stessi pilastri simbolici: il culto della personalità politica, la prestazione lavorativa continua come valore assoluto, e il mito riattivato dello Stato-nazione come baluardo identitario.

Chi della mia generazione ha la fortuna di avere ancora i genitori, sa certamente a cosa mi riferisco. Le mani di mio padre, per esempio, sono segnate, come tutto il suo corpo, dall’operatività e dalla fatica. Ho sempre ammirato la sua fede incrollabile nel lavoro come salvezza e missione, e la sua determinazione che, di fronte alle avversità, non ha mai avuto bisogno di spiegazioni: si è sempre tradotto in silenzio e in lavoro. Nessuna lamentela, nessun cedimento visibile. Sono grato a mio padre per la fatica cui si è sottoposto, consapevole che ha fatto ciò che poteva con gli strumenti che la vita gli ha offerto. Ma questa idea di maschile come forza lavoro silenziosa, come corpo muto e guerriero, è parte del problema. Come scrive bell hooks, è una ferita, perché annichilisce una parte del tuo essere, quella emotiva, necessaria al tuo funzionamento.

Il maschile non deve parlare per gli altri, né sopra gli altri. Ma è vitale che impari a parlare di sé. Del proprio corpo. Della propria stanchezza. Della propria salute mentale.

Essere maschi oggi: tra forza mitizzata e colpa storica

Forte o colpevole? L’approccio polarizzato dei media alla questione maschile risulta dannoso e insoddisfacente.

Da un lato, l’ala conservatrice, attraverso figure come Jordan Peterson o Andrew Tate, promuove di nuovo l’archetipo problematico dell’uomo forte, autarchico, dominante.

Il problema dell’essere o diventare forti è che non sempre ci si riesce. Inoltre, esercitarsi ad essere forti significa applicare a se stessi la violenza di un addestramento, mutilando la parte più vulnerabile di sé, una mutilazione storicamente celebrata come rito di passaggio dalla società patriarcale.

Al mito della forza maschile fanno da contraltare i dati che testimoniano una sofferenza diffusa:

  • Secondo i dati ISTAT più recenti (2024), gli uomini in Italia rappresentano quasi l’80% dei suicidi complessivi, con un incremento del 24% tra i giovani adulti nell’ultimo quinquennio.
  • Il tasso di abbandono scolastico precoce è sensibilmente più alto tra i ragazzi (16,4%) rispetto alle ragazze (11,2%).
  • Una ricerca del 2023 nelle periferie metropolitane ha mostrato come i ragazzi provenienti da contesti svantaggiati siano particolarmente vulnerabili ai messaggi di mascolinità tossica veicolati dai social media.

Dall’altro lato, l’approccio progressista non aiuta molto di più: inquadra spesso la questione in una prospettiva di colpevolizzazione storica: “Il tuo genere ha già goduto di privilegi, ora fatti da parte”. Questo atteggiamento non riconosce che un giovane, nel 2025, non porta responsabilità personale per ingiustizie storiche. È cruciale distinguere tra una necessaria consapevolezza dei privilegi strutturali e un’indiscriminata attribuzione di colpa individuale. Inoltre, avvalla in fondo il mito del maschio forte di inizio Novecento (“Stai buono perché lei è debole”).

Questa polarizzazione risulta insoddisfacente, perché ci riporta nel territorio dell’ideologia, allontanandoci dall’osservazione della realtà concreta e dalle esperienze vissute dai ragazzi e dagli uomini di oggi.

Ma è poi questa la realtà? L’unica cosa che si può davvero dire è che i ragazzi non nascono né forti né colpevoli. Come tutti, in quanto cuccioli, hanno bisogno di accudimento e protezione. Soprattutto contro le narrazioni che li dipingono come potenziali criminali e contro chi offre “soluzioni” che perpetuano stereotipi tossici.

Il soffocamento emotivo: anatomia di un’alienazione

Le narrazioni mediatiche hanno conseguenze concrete nella vita quotidiana dei ragazzi, manifestandosi in un rapporto alienato con la propria interiorità.

Parto da me. Durante una giornata mi sento spesso sbagliato, non perché lo sia davvero, ma perché non corrispondo a come dovrei sentirmi secondo il mondo: pronto e desideroso di essere performante sul lavoro o in ambito finanziario. Dato che mi sento a disagio, cerco di soffocare i miei sentimenti anziché ascoltarli, perché mi dà fastidio sentirmi male e perché ascoltarmi significherebbe fermarmi a ragionare sulle cose che faccio quotidianamente.

Questo “uccidere i sentimenti” si manifesta principalmente nell’odio verso me stesso: per adeguarmi allo standard, cerco di trasformarmi, e questa non accettazione diventa un sentimento diffuso con cui convivo costantemente: “non sei davvero bravo come (inserire qui il nome del role model preferito)”.

Questa dinamica rientra in quella che lo psicologo James Mahalik ha definito “incongruenza di ruolo di genere” – la tensione psicologica che si verifica quando un individuo non riesce a conformarsi alle aspettative di genere imposte socialmente, con correlazioni significative con vari problemi di salute mentale.

L’odio verso se stessi è una forma sottile di violenza che può manifestarsi in comportamenti distruttivi: tutte le dipendenze mettono radici in quel sentimento di inadeguatezza. Non si odia l’altro, si odia la propria immagine insufficiente riflessa sul mondo.

La domanda cruciale per i ragazzi oggi non è tanto “forte o colpevole”, ma: chi sta cercando di controllarti attraverso il suggerimento di un modello a cui dovresti adeguarti?

Spazi di ascolto: una necessità, non un lusso

In realtà, Jude Cook su una cosa ha ragione: c’è bisogno di spazi di ascolto. Il maschile, a proposito del suo vero sé, è spesso molto silenzioso – caratteristica tradizionale della mascolinità. Purtroppo, del proprio stato di salute mentale è necessario saper parlare.

Lo psicologo Michael Addis, nel suo libro “Invisible Men”, documenta come gli uomini abbiano meno probabilità di cercare aiuto per problemi emotivi, con conseguenze spesso severe. In Italia, secondo uno studio del 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità, gli uomini accedono ai servizi di supporto psicologico in numero significativamente inferiore rispetto alle donne.

Questo silenzio ha radici nell’educazione differenziata: mentre alle bambine viene generalmente permesso di esprimere vulnerabilità, i bambini vengono spesso corretti quando manifestano paura o tristezza. William Pollack ha documentato come frasi quali “i maschi non piangono” vengano interiorizzate già in età prescolare, creando un “codice maschile” che impedisce l’espressione emotiva.

Un’indagine dell’Università di Padova del 2024 conferma che il 63% dei genitori italiani reagisce diversamente alle manifestazioni emotive dei figli maschi rispetto alle figlie, tollerando maggiormente l’espressione di vulnerabilità in queste ultime.

Due pesi, due misure: disparità nei discorsi di emancipazione

Negli ultimi decenni, è emerso con forza un discorso pubblico che incoraggia le ragazze a liberarsi dai condizionamenti, un discorso giusto e necessario, che ha prodotto un benefico cambio di immaginario. Per i ragazzi, invece, questo tipo di linguaggio è ancora raro, mentre l’insistenza mediatica su agonismo, proprietà, e successo sembra intensificarsi.

Come ha evidenziato la sociologa Raewyn Connell in “Masculinities”, mentre i movimenti femministi hanno costruito un corpus teorico per la liberazione femminile, i tentativi di articolare un discorso parallelo per i maschi sono stati più frammentari, oscillando tra reazioni conservatrici e approcci colpevolizzanti.

In Italia, questa disparità è evidente nei programmi scolastici: mentre esistono numerosi progetti per l’empowerment femminile (oltre 3.000 istituti nel 2024 secondo il Ministero dell’Istruzione), le iniziative volte a promuovere modelli di mascolinità positiva sono ancora sporadiche.

La nostra società continua a diffondere l’idea che, mentre le ragazze hanno bisogno di supporto emotivo, perché sono ragazze, i ragazzi sanno cavarsela da soli, perché sono ragazzi. A mio modo di vedere, entrambi le affermazioni sono stereotipate, la prima perché veicola l’idea del femminile come emotivo e debole, l’altra perché veicola un’idea, che non corrisponde al vero, di maschio intrinsecamente forte.

Intercettare i ragazzi dove li trovano le ideologie

La mancanza dei strumenti critici adeguati, rende i ragazzi particolarmente vulnerabili. Di strumenti critici, i ragazzi hanno assoluto bisogno, per costruire il loro personale set di contromisure alle difficoltà che inevitabilmente incontrano nella crescita.

Personaggi ambigui, come Andrew Tate, con i suoi video su come dominare il mondo dei soldi e delle donne, o le infinite ideologie cui fanno capo gli uomini forti, fanno presa su una sensazione di inadeguatezza: sei debole e il mondo ti rispetta solo se ti mostri forte, e quindi finisci per credere al primo che ti dà gli strumenti per cavartela.

La buona notizia è che, pezzo dopo pezzo, si diventa adulti: interi o divisi, si sopravvive. Ma a che prezzo? Spesso, il prezzo è rinunciare a una personale idea di sé per aderire a un’ideologia o inseguire una figura ideale, che non farà che alimentare insicurezza, odio, senso di inadeguatezza.

Paternità consapevole: un percorso personale e collettivo

Faccio questi ragionamenti, forse perché sono papà. Come padre, ciò che più mi preoccupa è riuscire a vedere mio figlio per chi è realmente, al di là degli stereotipi e delle mie proiezioni. Desidero che possa trovare un proprio equilibrio interiore, che non debba sentirsi sbagliato. Cerco quindi di avvicinarlo al linguaggio delle emozioni, chiedendogli: “Come ti senti oggi?”, “Cosa ti ha fatto paura?”, “Cosa ti ha reso felice?”.

Non so se sarà abbastanza. Quello che mi sembra di capire, però, è che l’elaborazione del dolore sia essenziale e possa essere insegnata. Tante volte, la semplice vicinanza fisica è curativa. Il sentimento di disperazione nasce quando ci si trova spaesati di fronte a un dolore che non si comprende. La vicinanza fisica è qualche volta un modo di dire non sei solo (e non sei sola).

Mi sembra importante che questo lavoro di accudimento lo facciano anche i padri, perché ragazzi e ragazze devono vedere le molte facce di una relazione; la difficoltà è che spesso i padri sono stati cresciuti dallo stesso sistema che ferisce i figli, e non sempre sono guariti.

E, quindi, la prima delle cose da fare, che i padri devono fare, è comprendere la propria vulnerabilità, la propria ferita, e se possibile, guarirla.

Non spazi commerciali, spazi d’elaborazione.

Il limite principale della proposta di Jude Cook è che lo spazio che intende dedicare al maschile è, di fatto, uno spazio commerciale. Paternità, mascolinità, disagio: diventano etichette da scaffale, prodotti da vendere sotto forma di libri. E quando si parla di libri, oggi, si parla spesso anche di società dello spettacolo — e quindi di visibilità, performance, mercato. Un terreno scivoloso, dove facilmente si smarriscono la complessità e la vulnerabilità che certi temi richiederebbero.

Ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono spazi di elaborazione. Spazi dove potersi sentire accolti, ascoltati, liberi di esprimersi anche in modo imperfetto. Sono essenziali, per tutti: adulti e ragazzi, donne e uomini. Per gli esseri umani, semplicemente. Perché siamo creature che vivono e crescono attraverso la connessione emotiva: ci aiuta a bilanciarci, a funzionare in accordo con gli altri e con noi stessi.

Quando le cose vanno male, ognuno di noi ha diritto a un posto dove poter esprimere ciò che sente, anche se imperfetto, alla persona che preferisce: “Per me il divorzio è stato difficile”, “Ho avuto un aborto di cui non ho mai parlato”, “Mio padre non mi capiva”, “Non sono mai riuscito in niente”, “Ho paura che ogni sforzo sia vano”, “il prof mi odia”. Sono cose che nella vita capitano, ma possono essere dei pesi insostenibili, soprattutto se ci ci sentiamo soli. E la solitudine, si sa, rende tutto più confuso, più buio, più spaventoso.

Al contrario, l’empatia è un antidoto potente: quando ci sentiamo ascoltati, smettiamo di sentirci così isolati. E da lì, forse, possiamo iniziare a vivere e agire meglio.

Ma accanto alla cura e all’amore, dobbiamo anche prepararci alla realtà: il mondo spesso sarà indisponibile. Questi spazi non si possono comprare, uno li deve costruire nella sua vita, attraverso la relazioni. E qualche volta anche attraverso la terapia. Per questo chi è genitore, o adulto in generale, dovrebbe cercare di conoscere la propria ferita e prendersene cura, per trasmettere ai ragazzi la capacità di volersi bene anche quando uno spazio adatto a farlo non c’è. Nel caso specifico dei maschi, prendersi cura di sé senza aspettarsi che la mamma, la fidanzata, la moglie lo facciano al posto tuo è atto rivoluzionario. Vuol dire che hai compreso di poter fare molto per te nella tua vita. E, d’un tratto, libera il tuo cuore dalla rabbia e dal senso di ingiustizia subita.

Conclusione: una rivoluzione d’amor proprio

ll momento che bisogna imparare a gestire è la solitudine: quando il mondo non risponde ai tuoi bisogni e le difficoltà si accavallano, è lì che si attiva lo stereotipo dell’uomo duro, quello che non chiede aiuto, e aggiusta le situazioni con la violenza. Ai ragazzi dobbiamo insegnare ad amarsi, anche nella notte, anche quando il resto del mondo non è disponibile o si rifiuta di farlo: conoscere la propria ferita e curare la propria salute mentale non è debolezza, è amore per sé stessi.

Come dice Margherita Fraire in questa puntata di Uomini e Profeti, il primo essere con cui veniamo a contatto quando nasciamo siamo noi stessi, e da quel rapporto nasce tutto il resto. Le ragazze già lo sanno, grazie al lavoro di generazioni di donne prima di loro. Anche i ragazzi hanno bisogno di quel pensiero rivoluzionario: l’amore per sé stessi come primo atto di resistenza contro modelli oppressivi, come fondamento di un’identità autentica. In fin dei conti, è proprio questo che ha fatto il femminismo per le donne: ha fatto loro capire che l’idea di se stesse viene prima dell’idea che di loro ha il mondo.

La rivoluzione degli uomini non deve oscurare quella degli altri, è un discorso che va fatto dentro di sé, in parallelo alle altre rivoluzioni. Collettivamente, poi, per quanto riguarda l’aspetto civile e politico, non si tratta di mettere in competizione le sofferenze, né di negare che le donne sono colpite in misura maggiore dal sistema, ma di riconoscere che la liberazione da modelli di genere oppressivi è un obiettivo comune, che richiede percorsi diversificati ma complementari. Liberando gli uomini dalla gabbia della mascolinità tossica contribuiamo anche alla liberazione delle donne dalla corrispondente oppressione patriarcale.

I fantasmi in Amatissima di Toni Morrison (e non solo)

Parlo di Amatissima di Toni Morrison, di scrittura e di memoria. E di mia nonna, che sentiva ancora gli stivali di mio nonno sul vialetto, anche dopo la sua morte.

Quanto sono cruciali per voi i fantasmi? Per me sono fondamentali, nella scrittura e nella vita.

Per parlare di fantasmi, devo parlare di Amatissima di Toni Morrison. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato a Ponte Milvio a Roma, nell’antica sede di Minimum Fax, dove stavo frequentando un corso di scrittura. A parlarmene era una grandissima scrittrice e amica, Carola Susani. Più tardi, ne ho trovato una copia usata su una delle bancarelle fuori dalla Stazione Termini, l’ho comprata con l’idea di leggerlo “prima o poi”. È rimasto quindici anni nella mia biblioteca; ogni tanto lo prendevo in mano, lo aprivo, mi sembrava bello, e lo riponevo sullo scaffale.

Fino a qualche settimana fa, quando ho scoperto che la RAI ne ha prodotto una versione radiofonica. Sono un grande estimatore dei radiodrammi di mamma RAI, spulcio di frequente il catalogo di Ad Alta Voce e scelgo un libro da ascoltare. E quando ho trovato Amatissima, ho iniziato ad ascoltare la prima puntata e contemporaneamente a leggere il libro.

La prima cosa che ho scoperto è che molte opere che negli anni mi sono piaciute e mi erano sembrate nuovissime, affondano in realtà le radici in Amatissima. Per esempio, il capolavoro di Toni Morrison viene citato apertamente in La Ferrovia Sotterranea di Colson Whitehead, da cui Amazon ha tratto una serie TV. Ma esistono anche connessioni profonde e meno evidenti con altri libri, insospettabili, e uno di questi è La favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Díaz, un altro dei miei libri preferiti.

Ora, Amatissima, è un’opera meravigliosa, di quelle che ti fanno commuovere e ti conducono per mano dentro le esperienze tragiche della Storia. La vicenda è presto detta: si racconta di una casa alla fine dell’Ottocento, abitata da una donna nera che è riuscita a fuggire da uno stato schiavista del sud degli Stati Uniti. E la narratrice, con una voce ricca, dettagliata, sensuale, ci porta a conoscere le persone, i luoghi, le storie che si raccolgono attorno a quella donna.

Per chi si occupa di scrittura leggere Amatissima verrà molto utile per diverse ragioni. La prima delle quali è che è un esempio paradigmatico di show don’t tell. Nonostante la musica sontuosa che ricalca la parlata nera, il testo dice molto meno di quello che sembra e suggerisce molto di più. È una storia che richiede la partecipazione attiva del lettore: mentre leggi devi colmare gli spazi con la tua immaginazione. Quella di suggerire è un’arte che sta scomparendo, perché in quest’epoca di economia dell’attenzione, gli scrittori hanno paura di non essere capiti e tendono a essere didascalici, a comunicare in maniera efficace, cioè a non lasciare niente di sott’inteso. Toni Morrisson ha una grande fiducia nelle nostre capacità di leggere tra le righe e non ci vuole insegnare niente.


Fin dall’inizio emerge dalla pagina più di quello che le parole stesse dicono. Si racconta di una casa abitata da una famiglia nera, fuggita da uno stato schiavista del sud degli Stati Uniti. E, a mano a mano, che scorrono le scene ci si rende conto che qualcosa non va. La protagonista continua ad alludere a una figlia morta in fasce che infesta la casa e non la lascia vivere in pace, al punto che lei se ne sente ossessionata. Questa ossessione, però, non viene detta apertamente. Per farcelo capire, Morrison fa entrare in scena una giovane donna che è in cerca di una madre e si comporta in modo tanto enigmatico e strano che, a un certo punto, sei costretto a fermarti per chiederti: ma vuoi vedere che quella donna è il fantasma della bambina?


È un’idea forte.

Quel fantasma accende le sinapsi del lettore, lo costringe a dubitare, a osservare meglio, a fare collegamenti, a capire il senso del dolore. Non voglio rivelare altri dettagli del libro, perciò mi limito a osservare che Amatissima è un grandissimo lavoro sul fantasma: su qualcosa, cioè, che sfugge agli storici, agli scienziati, ai dottori, agli economisti, ma che non per questo smette di esistere.

Ho conosciuto soltanto un’altra persona così brava a raccontare la vita attraverso i fantasmi: mia nonna. Ha vissuto in Veneto fino a quasi cent’anni, ha visto la Seconda Guerra Mondiale, suo marito è stato prima in guerra e poi disertore, e lei è rimasta a casa con otto figli di cui gliene sono morti tre, poi è stata l’ora di suo marito, che di ritorno da una delle sue passeggiate al fiume, è stato investito. Quando non è più stata in grado di abitare da sola, mia madre l’ha convinta a venire da noi. Ho avuto veramente tanta fortuna a poter godere della sua presenza per tantissimo tempo. E ancora di più a non essere troppo impegnato in qualche attività, così da poterle prestare orecchio. I fantasmi fiorivano dai suoi racconti. Ha continuato a sentire i passi di mio nonno sul vialetto di casa per molti anni dopo la sua morte. E se le facevi notare che era morto, lei ti rispondeva: “È lui. È di ritorno dal fiume. Riconosco gli stivali.”


Da persona allegra, seppure con qualche ferita ancora bruciante, l’ho vista diventare negli anni una vecchietta inconsolabile a cui tutto dava noia. Io le chiedevo: “Nonna, perché non sei felice, considerato tutto il tempo e le cose che hai vissuto?”
Ma lei non sapeva rispondermi. È che a un certo punto tutte le persone con cui aveva condiviso qualcosa erano morte e i fantasmi avevano preso il sopravvento. Le parlavi e confondeva i piani del tempo: aveva paura che qualcuno le rubasse i figli piccoli, ti chiamava col nome di persone che lei aveva conosciuto negli anni Cinquanta ed eravamo nel 2007. Il corpo era nella cucina di mia madre ma con la mente, tornava e ritornava là dove la realtà le aveva spezzato il cuore.

Come deve leggere uno scrittore?

Nel 1927 Viktor Šklovskij scrive:

Se volete diventare scrittori, dovete esaminare un libro con la stessa attenzione con cui un orologiaio esamina un orologio.

Le automobili si esaminano così: i più stupidi di tutti si dirigono verso l’automobile e stringono la la peretta del clacson -questo è il primo livello di stupidità. Chi di macchine un po’ se ne intende ma sopravvaluta tuttavia le sue conoscenze, si avvicina alla macchina e manovra la leva del cambio -anche questo è stupido e dannoso, perché non si può toccare una cosa che non ci appartiene, di cui è responsabile un altro operaio.

L’uomo che davvero se ne intende esamina l’automobile con calma e capisce subito a cosa serve cosa, perché ha tanti cilindri e perché ha le ruote grandi, e come funziona il cambio, e come mai il dietro della macchina si restringe e il radiatore non è cromato.

Ecco come bisogna leggere.

Prima di tutto bisogna imparare a smembrare un’opera. Tanto per cominciare bisogna separare nel modo più semplice la descrizione della natura dalla caratterizzazione dei protagonisti, dopodiché lo scrittore deve considerare come parlano i personaggi: se si esprimono a monologhi, ovvero se ciascuno di loro parla a lungo da solo, o se invece si scambiano frasi, poi bisogna vedere come il modo di parlare di parlare di un personaggio sia legato al suo carattere. Bisogna analizzare come si annoda l’intreccio all’opera, a partire da cosa comincia la storia il cui sviluppo rappresenta la molla che governa l’intero romanzo. Occorre considerare se questa storia si sviluppa fin da subito. Vedere si vi sono state inserite altre storie e come è stato costruito il dénoument. Questo lavoro di analisi delle opere altrui è molto importante perché lo scrittore possa conservare la sua autonomia.

[…] Le biciclette si fanno di serie, tutte identiche l’una all’altra. Le opere letterarie vengono diffuse a stampa, eppure ogni singola opera letteraria deve essere un’invenzione a se stante -una nuova bicicletta, una bicicletta d’altro tipo. Dobbiamo figurarci perché ha le ruote, perché ha il manubrio. Farsi un’idea precisa del lavoro di un altro scrittore ci permette di non copiarlo, cosa che in letteratura è vietata e si chiama plagio, e di utilizzare invece il suo metodo per l’elaborazione di un nuovo materiale.

[Lo Scrittore E La Sua Tecnica, Viktor Šklovskij, Trad. Pia Pera. 1999 Liberal Libri SRL, Firenze]

Post Scriptum: nel trascrivere questo brano ho guardato il telefonino sei volte.

Il mio racconto “Un Bravo Ragazzo” in “Arterie” per Osservatorio Cattedrale.

È lunedì sera, in tv danno un film di serie B: un ragazzo e una ragazza mollano la scuola per darsi alle rapine. Il telefono squilla. La voce flautata di Vanessa dice: «Hey, Matt».

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Così inizia il mio racconto, pubblicato su Arterie, una raccolta a cui ho avuto la fortuna di partecipare grazie alla scuola di scrittura di Cattedrale Magazine

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Una delle cose che apprezzo di Cattedrale è che non si limita a formarti, ma ti offre un vero spazio di espressione. Ti mette in dialogo con editor professionali, fornisce una preparazione di alto livello e ti permette di misurarti in un contesto concreto. Non è scontato.

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Il progetto nasce in collaborazione con Scuola del libro, che ha coinvolto i suoi partecipanti nell’editing, e con Racconti edizioni, che ha curato la selezione.

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La si può – come si dice sempre in questi casi – scaricare gratuitamente qui.

Tagliare il nervo, di Anna Pazos

E se l’essere giovani non ci mettesse al riparo da nulla? Tagliare Il Nervo (Nottetempo editore) Anna Pazos racconta gli anni confusi che sbocciano a ridosso della laurea e si protraggono fino a lambire i trent’anni.

Laureanda in giornalismo, la protagonista partecipa al Progetto Erasmus nel tentativo di portare a termine una ricerca sulla comunità ebraica a Salonicco. La ritroviamo laureata a Gerusalemme dove prova la carriera di reporter dal fronte, già intuendo che non potrà perseguirla. Poi ci racconta la sbandata per un carismatico fotografo di guerra che accetta di seguirla in barca a vela. C’è un ritorno a casa – ma senza una resa al groviglio di destini incrociati che sono il luogo di nascita, l’infanzia, la famiglia di appartenenza.

Segue invece un’altra partenza, per Brooklyn. Cui succedono altri rimpatri, altri arrivederci. Andare, tornare. La protagonista sembra aspettarsi un radicamento che non avverrà. Le cose intanto non smettono di accaderle: il nervo cui il titolo allude è quello di un dente trascurato, ormai da devitalizzare. Torna alla mente la frase di Calvino: “alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”. Anna Pazos sembra voler dire che il tempo passato a essere giovani comunque conta.

L’influenza della famiglia nella scrittura: il percorso di Eudora Welty

On One’s Writer Beginnings di Eudora Welty è un’opera che esplora le radici della scrittura. Pubblicato nel 1983 e tradotto in italiano come Come sono diventata scrittrice (per Minimum Fax, 2011, trad Isabella Zani, copertina Riccardo Falcinelli), il libro è frutto di conferenze tenute all’Università di Harvard, che portano l’autrice a chiedersi: “Come sono diventata la scrittrice che sono?”. I tre racconti autobiografici offrono una riflessione sulla famiglia, sui sensi e sull’arte della scrittura, intrecciando memoria personale e osservazione del mondo.

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Amico Mio, di Gianmarco Perale.

Amico Mio mi ricorda Taxi Driver e il Piccolo Principe; di quest’ultimo ha la purezza, del primo ha la ferocia. Con parole semplici e un’architettura leggera questa novella va a toccare un tasto delicato e profondo: il bisogno di essere ricambiati quando si ama una persona. Tante volte s’è detto che i maschi non hanno il coraggio di dissotterrare i sentimenti. Gianmarco Perale lo fa, ci porta sotto la superficie, nel luogo dove desiderio e realtà si scontrano e si rischia di incontrare la propria ombra.