Desiderami come dico io: il sesso ai tempi di Tinder

3 10 2025

Devo dire che di recente ho iniziato a rivalutare la mia esperienza di vita come omosessuale, che per molto tempo ho considerato soltanto svantaggiosa.

Prendiamo gli incontri online. Nel tempo sono giunto alla conclusione che il modo più sensato di usare questi strumenti sia per organizzare appuntamenti sessuali.

Vorrei però sottolineare un punto: non mi piace che funzioni così, la considero una semplice descrizione dei fatti, non un modello che appoggio o incoraggio. Sarebbe bello poter utilizzare le app per conoscersi con calma, uscire una prima volta per un caffè, rivedersi, magari fare sesso al secondo o al terzo incontro, insomma lasciare che la conoscenza cresca. Il problema è che lo strumento è costruito in modo consumistico e nella stragrande maggioranza dei casi l’incontro non si ripeterà. Ha quindi senso solo se si va subito a letto, perché almeno ci si porta a casa un orgasmo.

Credo che tutti gli utenti, a prescindere dal sesso, arrivino presto o tardi a capirlo: Tinder, Grindr o qualsiasi altra app servono principalmente a combinare incontri erotici con estranei. La conoscenza personale può esserci, ma resta cornice dell’incontro sessuale.

Da qui ho elaborato il mio piccolo algoritmo per usarle: un saluto cortese, seguito subito da una proposta erotica diretta, senza volgarità. Qualcuno ogni tanto risponde ed è sufficiente.

Qui però mi immedesimo nel maschio eterosessuale, che questa mia strategia così efficiente non può applicarla. Se propone subito un incontro sessuale viene percepito come inquietante e pervertito, come uno che vuole le donne solo per il loro corpo. È quindi costretto a girarci intorno, a mostrarsi gentile, a intrattenere una conversazione che ha come unico scopo la scopata, dopo la quale nel 99,9% dei casi i due si ghosteranno. Certo, esiste anche chi cerca solo sesso ma crede di volere amore, ma la sostanza non cambia. E quel che è peggio: se nel frattempo ha corteggiato con galanteria una ragazza che in realtà desiderava soltanto sessualmente, allora viene considerato un manipolatore, nuovamente inquietante e pervertito, perché voleva la donna solo per il corpo.

In sostanza, il problema del maschio etero non è il comportamento, che sia diretto o indiretto, onesto o disonesto, brusco o delicato. Il problema è che non gli è concesso desiderare le donne soltanto per il loro corpo. Deve necessariamente esibire un apprezzamento autentico per la loro interiorità, per il loro spirito, per il loro intelletto.

Eppure a volte, anzi spesso, vogliamo l’altro solo per il corpo, o almeno principalmente per quello. A volte l’altro è prima di tutto un oggetto di desiderio e nulla più. A volte vogliamo solo sesso. Mi capita di imbattermi in profili di ragazzi che si lamentano perché tutti cercano soltanto quello, perché nessuno li sa colpire nel profondo, perché ho mandato loro un messaggio standard copiato e incollato a molti altri. Questi ragazzi vogliono sentirsi speciali. Ma non lo sono, come non lo sono io. Da dove nasce questa pretesa di essere per me qualcosa di più di ciò che io sono per loro? Uno può diventare speciale, ma a priori non lo è, e l’altro potrà fingere di trovarti speciale (la specialità dei PUA) oppure dirti subito onestamente che non lo sei, ma che ciononostante lo hai colpito e vuole provarci.

In questo senso il maschio etero non può comportarsi bene o male, perché deve avere subito non le azioni giuste ma le *sensazioni* giuste: non deve pensare primariamente al sesso. Se lo fa, è già troppo tardi. Non c’è più un comportamento giusto o sbagliato, sono tutti sbagliati, è come se dovesse cavarsi l’occhio che ha indotto il peccato. Questa richiesta di un trattamento speciale e spirituale, che si accompagna però a un materialismo assoluto nell’esecuzione del rapporto, è un classico esempio psicologico di doppio legame: a parole ti si chiede una cosa, nei fatti l’opposto. Qualunque cosa tu faccia sei colpevole. Nei fatti si scoperà e basta, ed entrambi vogliono solo quello, ma non devi mai dirlo né nemmeno pensarlo.

Credo che questo sia un retaggio di un vecchio modo di percepire le relazioni. Il femminismo, lo vediamo ogni giorno, spesso riutilizza meccanismi e prospettive del tradizionalismo, interiorizzati troppo profondamente per scrollarseli subito di dosso. La donna deve concedersi solo a chi la apprezza in modo speciale, perché un tempo doveva concedersi solo a chi l’avrebbe sposata e mantenuta, altrimenti sarebbe finita sul lastrico. Questo approccio il femminismo lo rielabora come una forma di rispetto verso la donna, che non deve essere “oggettivata”, mentre l’oggettivazione è in realtà l’occupazione a tempo pieno dei cervelli e dei genitali umani. Devi vedere la modella di Onlyfans con le tette di fuori e immaginartela mentre prende la laurea, un altro bel doppio legame: a parole ti si dice una cosa mentre col corpo ti si dice l’opposto.

Probabilmente tutto ciò cambierà, perché è cambiata la situazione di base. Una donna ora può concedersi anche solo perché vuole scopare, non necessariamente per farsi sposare. Sta già cambiando: il fenomeno di Onlyfans, tanto detestato da tanti maître à penser del progressismo tradizionalista, indica che le donne oggi sono nella condizione di interagire con gli uomini senza preoccuparsi di doverli sposare. Non hanno più paura come un tempo di essere desiderate solo per il proprio corpo o solo per uno sfogo fisico. Non temono più che, dopo essersi concesse, abbiano sperperato tutto il proprio valore e siano rimaste senza valuta sessuale. Mi vuoi solo per il mio corpo? Va bene, patti chiari amicizia lunga. Credo che prima o poi arriveremo a un maggiore equilibrio.

Almeno questa parte me la sono risparmiata.

Ossequi





Il postmodernismo fa schifo (ma forse ci serve)

28 06 2025

Vivo un piccolo conflitto filosofico da qualche anno a questa parte.

Non ho mai nascosto il mio odio viscerale per il postmodernismo, in tutte le sue declinazioni. Non è che “non mi piace”: è che mi ripugna proprio nella sua pretesa di dissolvere ogni verità in un gioco di prospettive, nel suo godere della frantumazione, nel suo sabotare la possibilità stessa del discorso razionale.
Io credo nella dialettica, nella ricerca della verità come costruzione collettiva, orientata, imperfetta, ma possibile. Credo che si possa discutere, e che ci si possa avvicinare, almeno asintoticamente, a un’oggettività condivisa. Lo so che il linguaggio che usiamo è limitato – e per questo ne diffido – e so che ogni affermazione è figlia di un contesto. E allora? La soluzione non è buttare tutto in caciara epistemologica e dichiarare che ogni discorso è potere, ogni verità una maschera, eccetera.

Eppure – e qui sta il mio conflitto – mi è venuto il sospetto che forse qualcosa il postmodernismo lo fa. Qualcosa che forse a me non serve, ma forse alla società sì.

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Pensiamo alla pandemia del 2020, il più geniale esperimento sociale che Dio ci abbia regalato nell’ultimo secolo. Il dato scientifico c’era, e grosso modo era solido, ma attorno a quel dato si è costruita una narrazione di potere molto precisa. Obblighi, certificati, marginalizzazione del dissenso, gestione delle paure: tutto ciò non è “scienza”, è politica intorno alla scienza.
Ma chi è che ne ha parlato? Non la comunità scientifica, come mi sarei aspettato, ma solo alcuni filosofi, umanisti, pensatori ai margini. La focalizzazione sul contesto, sulla rete di significanti, sulle implicazioni, sulle strumentalizzazioni – quella che ti porta a dire: “attenzione, qui ci stanno vendendo una visione del mondo come se fosse un’equazione.”

Ancora più interessante è quello che succede oggi col discorso sul sesso.
Improvvisamente, il sesso “non è binario”, ci dicono da sinistra fior fior di scienziati da palcoscenico. Non perché ci siano nuove scoperte in biologia – non ci sono – ma perché si vorrebbe cambiare la modalità di lettura del dato biologico.
Il dato resta, ma si trasforma il contesto della domanda. Non si chiede più “com’è fatto il sesso?”, ma “come va letto il sesso?”.
E questa è una domanda filosofica, non scientifica. Come lo è la domanda “esistono le razze umane?”: la sinistra antirazzista ha una semplice risposta negativa, ma la questione è più complessa, perché dipende da cosa intendi per “razza”, da che uso politico o culturale vuoi fare di quella parola o di quella classificazione.

Ed è qui che entra la necessità (irritante) di un pensiero che dica: “attenzione, ciò che vi presentano come oggettivo è già intriso di scelte valoriali e politiche.” Un pensiero postmodernista nello spirito – anche se io quel termine lo uso come insulto. Forse serve qualcuno che faccia questo lavoro di smascheramento a favore di un pubblico che, senza quella voce, prenderebbe tutto per oro colato.

Io, personalmente, non ne ho alcun bisogno: questa è una delle poche certezze della mia vita.
Il dubbio, la decostruzione, l’analisi del linguaggio, li ho già incorporati nel mio modo di pensare. Chi approfondisce il mio pensiero riconosce spesso echi di scetticismo radicale, di destrutturazione, perfino un certo nichilismo epistemologico. C’è chi mi ha detto perfino che “la penso come Derrida”… onestamente dissento, però qualcosa in comune c’è: io metto sempre in crisi il discorso.
Ma per me è solo un passo necessario per ricostruire lo spazio di verità comune. Il postmodernismo, invece, sembra spesso compiacersi della crisi, farne una posa, uno strumento di disarticolazione politica.
Quanti animalisti radicali si rifanno a Derrida? Quanti attivisti usano Foucault come un manganello epistemico?

Il punto è che forse il postmodernismo io lo detesto perché a me non serve, per me è già superato.
Ma forse serve a tutti gli altri.
Forse viviamo in un’epoca in cui la verità è talmente frammentata, impacchettata, venduta e manipolata che serve qualcuno che la mandi in frantumi – solo per ricordarci che non è Dio a parlare nei comunicati stampa.

E questo mi infastidisce. Perché ho passato la vita a combattere quell’approccio.
Ma forse… il postmodernismo non serve a veicolare la verità.
Forse serve a distruggere la menzogna.

E io non so ancora se questo mi basta per sopportarlo.

Ossequi





Consigli (si spera) veramente utili per incel

20 06 2025

Oltre a essere un ex depresso, sono stato anche, per un certo periodo, un quasi-incel. Non nel senso che condividessi le idee della community, ma nel senso letterale: non scopavo. Dico “quasi incel” perché, quando sei gay, qualche sveltina qua e là ogni tanto alla fine riesci a rimediarla. Ma era un’eventualità rara e ogni volta mi lasciava più vuoto che soddisfatto.

Col tempo ho capito quello che, secondo me, è il vero peccato originale dell’incel medio e del suo modo di pensare, e quindi anche il mio. Ed è un errore doppio: sia strategico, nel senso di comportamento inefficace, sia strutturale, nel modo in cui si guarda al mondo delle relazioni.

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Il punto è questo: l’incel tende a concepire l’altro come un oggetto di desiderio nel senso letterale. Io ho voglia di sesso, quella persona lì può soddisfare il mio bisogno, proprio come un panino soddisfa la fame. L’altro non è un soggetto, ma un mezzo per colmare una mia mancanza.
Tutti notano che c’è un problema di oggettificazione, ma al tipico incel questa critica scivola addosso e in parte capisco il perché. Il problema che mi interessa di più è un altro ed è di ordine più pratico: si crea un’asimmetria di potere devastante.

Io ho bisogno. L’altro ha qualcosa che mi manca. Io sono povero, lui (o più spesso lei) è ricco. Io vado a mendicare attenzione, contatto, intimità. L’altro può scegliere se concedermeli oppure no. E quasi sempre, non lo fa. Perché dovrebbe? Non ne ha bisogno. Non ci guadagna nulla. Questa nozione di asimmetria non è una mia bizzarra trovata, ma l’idea alla base di tutte le teorie redpill: l’ipergamia. Le donne mantengono per sé stesse il “potere sessuale” rendendosi inaccessibili, comportandosi in un modo che ricorda quello con cui il monopolio di De Beers mantiene alto il prezzo dei diamanti immettendone pochi sul mercato.
Con questa mentalità, ogni tentativo di approccio diventa l’equivalente di un accattonaggio. “Per favore, concedimi qualcosa di te. Fammi l’elemosina del tuo corpo.” Ma la seduzione non funziona così. Nessuno è mai stato conquistato da un mendicante, se proprio va grassa in questo modo si ottiene un po’ di compassione.

Quando ci si rende conto che l’accattonaggio non funziona (e ci vuole poco a capirlo), molti fanno un salto di strategia. Se chi desidero non soddisfa il mio bisogno quando lo supplico, allora lo costringerò con l’inganno. È a quel punto che attecchiscono le pratiche da pick-up artist: tecniche di manipolazione psicologica finalizzata a imbrogliare l’altro perché soddisfi le nostra mancanza. Ma resta la stessa logica di partenza: non ho niente che possa interessare all’altro, quindi lo manipolo, lo inganno. È ancora accattonaggio, l’asimmetria è ancora tutta lì.

Ma il sesso non è mai asimmetrico, a meno che non si parli di stupro. Il sesso, in sé, è uno scambio. Si propone, non si chiede, non si elemosina. Non si va da qualcuno a dire: “mi manca questo, me lo dai?”. Si va e si dice: “ecco cosa ho da offrire, ti interessa?”

Chi frequenta il mondo redpill, o ne ha condiviso alcuni discorsi, parte spesso da un sentimento di frustrazione autentica. La sensazione di non avere spazio, di non essere desiderati, di essere invisibili. È una sofferenza reale, e non va derisa. Ma le risposte che si trovano in quei contesti rischiano di peggiorare il problema, perché ti convincono che tutto sia perso in partenza: che ci sia una lotta, una gerarchia, una “donna ricca” da fregare mentre tu, be’, tu sei un accattone, tu non vali niente.

Chi vive in modalità incel è spesso alla ricerca di “trucchi pratici” più che di grandi teorie. Ecco allora un consiglio semplice che si può mettere i pratica subito: approccia sempre con un’offerta, mai con una richiesta. Il tuo primo messaggio deve contenere una proposta interessante, non domandare un favore. A volte basta anche riformulare lo stesso concetto: non “verresti a cena con me?” ma “vorrei portarti al ristorante”. Non “posso toccarti?” ma “ti offro un massaggio”. Eccetera.

Pensa a cosa puoi dare. Pensa a cosa potrebbe rendere divertente o interessante uscire con te. Parti dell’idea che l’altro ha ottime ragioni di desiderarti, solo che ancora non lo sa.
Se proprio non ti viene in mente niente, allora quello è lo snodo da affrontare prima di tutto. Se in questo momento pensi di non avere nulla da offrire, allora inventatelo. Nessuno vuole regalare il proprio tempo (o il proprio corpo) a chi si sente vuoto, ma a chi porta qualcosa – anche solo un sorriso vero, una frase brillante, uno sguardo caldo – può venir voglia di dire sì.

Alla fine non hanno tutti i torti i redpill a leggere il sesso con un’ottica mercantile: tutto questo è un gioco di scambi, ma non è necessariamente una cosa negativa. Basta imparare a stare al tavolo.

Ossequi





Di determinismo e viaggi nel tempo

18 06 2025

Il libero arbitrio come limite epistemico

Il viaggio nel tempo è uno degli espedienti narrativi che tollero di meno. Non perché sia impossibile farlo funzionare in modo coerente — a volte ci si riesce — ma perché quasi sempre finisce per incrinare, più o meno visibilmente, il funzionamento della storia. Tuttavia, da un punto di vista filosofico, è un esperimento mentale estremamente fertile.

Il cuore di tutti i paradossi temporali, la ragione per cui l’espediente è così pernicioso, è, prevedibilmente, l’autoreferenzialità. È lo stesso meccanismo logico del paradosso del mentitore: “Tutto ciò che dico è falso.” Se è vero, allora è falso; se è falso, allora è vero. Un cortocircuito logico perfetto.

Applicato al tempo, questo cortocircuito prende la forma del paradosso del nonno: torno indietro per impedire la nascita di mio padre (e dunque la mia), ma se ci riesco, allora non nascerò mai, e quindi non potrò tornare indietro a impedirlo.

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Come se ne esce?
In realtà, in modo abbastanza semplice: il paradosso nasce solo in presenza della negazione. Se dico “tutto ciò che dico è falso”, crolla tutto. Ma se dico “tutto ciò che dico è vero”, nessun paradosso. È questa la soluzione scelta, ad esempio, dalla serie Dark. Il viaggio nel tempo non nega il passato: lo conferma. Ogni azione compiuta nel passato fa parte di una catena causale già avvenuta e quindi inalterabile. Il futuro è già passato, ogni evento in ogni momento della storia è già stato scritto. È il paradosso del mentitore eluso dicendo: “Dico la verità.”

Logicamente, non ci sono contraddizioni nell’idea di un loop eterno in cui il futuro continua a confermare il passato e dunque sé stesso. Ma è sufficiente per dire che “funziona”?

Ci sono, certo, problemi legati all’infrazione del principio di causalità: le cose causano sé stesse come neanche nelle fantasie più estreme dell’Aquinate. Ma non è questo il punto che voglio approfondire. Fin qui, il problema resta narrativo o metafisico. Dove invece la questione si fa interessante è sul piano dell’azione umana.

Cosa succede alla libertà quando ci troviamo in un universo perfettamente deterministico, o addirittura circolare, in cui ogni evento è già avvenuto? In serie come Dark, tutti i personaggi non fanno che emulare Edipo: nel tentativo di sfuggire al proprio destino, non fanno che realizzarlo.

Ma perché sforzarsi tanto di mutare l’immutabile? Se tutto è già scritto, che senso ha anche solo alzarsi dal letto la mattina?

Alcuni scienziati amano ripetere: “Il libero arbitrio è un’illusione, ma non smettete di crederci!” — perché temono che dal determinismo derivi naturalmente il nichilismo della volontà. I racconti sui loop temporali, da questo punto di vista, sono anche un esperimento psicologico: cosa succederebbe se sapessimo che tutto è scritto? Come ci comporteremmo?

Ma a ben vedere, la questione si è spostata. Non è più ontologica, è diventata psicologica, anzi: epistemologica. Il punto non è se tutto sia già scritto: quello, in sé, non ha alcun impatto sul nostro comportamento. Ciò che impatta davvero le nostre vite è un’altra cosa: non che tutto sia scritto, ma che sia stato letto. Non l’essere, ma la conoscenza.

Supponiamo che io sappia che dopodomani casa mia brucerà, e che tra le macerie troveranno un cadavere identificato come il mio. Questo accadrà inevitabilmente: qualunque cosa io faccia, contribuirà a quel risultato.

Tuttavia… ciò che so per certo è solo questo: che casa mia è bruciata, e che hanno trovato un cadavere, identificato come il mio. Ma chi può dire con certezza che ero davvero io? Esiste un insieme di universi possibili in cui questi eventi si verificano, e non in tutti io muoio: potrei aver inscenato la mia morte. Dunque, una strategia razionale potrebbe proprio essere questa: creare un universo in cui quel futuro si realizza… eppure sono vivo.

Nello spazio del possibile si apre allora qualcosa che somiglia a una forma di libertà.

Il paradosso del libero arbitrio nasce proprio qui: dal tentativo di conciliare due livelli distinti — la causalità fisica e la coscienza umana. Da un lato, il mondo sembra seguire leggi deterministiche; dall’altro, l’esperienza interiore ci presenta ogni scelta come aperta.

Questo scarto non si risolve cancellando uno dei due poli, ma interrogando i limiti della nostra conoscenza. Il libero arbitrio, allora, non è la facoltà di modificare il futuro in senso assoluto, ma la traduzione dei limiti strutturali e accidentali della nostra capacità di prevedere.

Un sistema non può calcolare pienamente il proprio comportamento senza contraddirsi, come mostra la teoria della computabilità. Allo stesso modo, la coscienza non può prevedere perfettamente se stessa: ogni decisione porta con sé un margine d’incertezza, un residuo ignoto. È lì che germina la libertà.

Il problema della libertà, dunque, non è (più) ontologico. È gnoseologico. Non riguarda l’essere, ma il nostro sapere. Non ci chiediamo se il mondo sia deterministico, ma se noi possiamo comprenderlo come tale. Il senso della libertà non sta nel poter spezzare le catene causali: emerge dalla nostra incapacità di vederle per intero.

Se sapessi con certezza che ogni mia azione è già contenuta nel corso degli eventi, forse mi immobilizzerei. Ma la verità è che questa certezza non l’ho. Finché non conosco tutto il futuro, resta sempre qualcosa che non so. Sulle cose che già so, non posso far nulla; ma posso ancora muovermi nello spazio di ciò che ignoro.

“Sì, ma anche ciò che non sai è già scritto” — obbietteranno alcuni frequentisti. E io, da bravo bayesiano, risponderò: quando scommettiamo su un esito, non conta solo la realtà, ma ciò che sappiamo su di essa. Se scommettessimo su un evento già accaduto, per esempio quale sia la carta la coperta in cima al mazzo, nessuno obbietterebbe che non sia una vera scommessa solo perché “la carta è già lì”: sì, è già lì, ma non sappiamo quale sia.

Siamo in uno degli universi possibili, un universo in cui tutto è scritto… ma non sappiamo in quale siamo. E allora ci muoviamo, esploriamo, agiamo — cercando, pezzo dopo pezzo, di scoprirlo.

Il libero arbitrio, in questo senso, non è il potere di cambiare il passato o il futuro, ma la facoltà di esplorare i margini d’incertezza in cui siamo immersi. È una forma di libertà epistemica: non il potere di modificare gli eventi, ma quello di riconoscere, lentamente, in quale corso degli eventi ci troviamo. E un attimo prima di morire, potremo anche dire di esserci riusciti.

In questo senso, il viaggio nel tempo diventa un esperimento bayesiano: ogni azione serve a ridurre l’ignoto, a restringere l’indeterminazione, a capire — tra le infinite diramazioni della realtà — in quale ramo dell’albero del tempo abbiamo preso dimora.

La libertà è allora figlia diretta dell’ignoranza. Ma il suo esercizio è una ricerca della conoscenza. Se sapessimo tutto, non ci sarebbe libertà — perché non ci sarebbe nulla da cercare. E questo, forse, ci racconta più di ogni altra cosa su cosa significhi essere umani.

Ossequi





Transfobia “forte” e “debole”: una proposta

10 06 2025

Uno dei principali ostacoli a un confronto costruttivo sul tema trans è che non parliamo la stessa lingua.
La parola transfobia viene usata da tutti, ma con significati molto diversi.

Per tutto il mondo TERF… pardon, gender critical, è transfobia solo quando qualcuno aggredisce fisicamente una persona trans gridandole in faccia insulti.

Per altri, è transfobia anche solo mettere in discussione certi usi del linguaggio inclusivo, tant’è che io stesso mi sono beccato spesso di transfobico per il mio rifiuto a usare lo schwa.

Il risultato? Un dialogo tra sordi. Da un lato c’è chi si sente etichettato come “transfobico” solo per aver espresso legittimi dubbi, magari su questioni di scarsa importanza, mentre dall’altro c’è chi dice o fa le peggiori mostruosità, ma sente il pubblico rispondere cose come “Naah, non è transfobia, dice solo di rinchiudere le persone trans, non di ucciderle!”

In questo contesto, parlare di transfobia è diventato quasi inutile perché il termine ha la peggiore fra tutte le colpe semantiche: è vago.

Per rendere la parola transfobia più utile, propongo dunque di definire la transfobia in due livelli chiaramente definiti.
Li chiameremo: Transfobia forte e Transfobia debole


Transfobia forte

Comprende tutte le parole e azioni che:

  • Negano o sminuiscono apertamente la dignità umana delle persone trans;
  • Alimentano odio, sospetto, disinformazione;
  • Rappresentano una minaccia concreta al benessere, alla dignità o ai diritti fondamentali delle persone trans (salute, casa, lavoro, protezione dalla violenza).

Esempi:

  • Dire o insinuare che le donne trans sono potenziali stupratori.
  • Promuovere campagne contro l’accesso delle persone trans a cure mediche.
  • Calunnia, insulto, violenza fisica o verbale (le microaggressioni non contano: qui parliamo di aggressioni vere).

Transfobia debole

Riguarda atteggiamenti e idee che, pur non violando direttamente i diritti delle persone trans, esprimono una forma di rifiuto o svalutazione del loro valore. Una definizione volutamente più ampia e più controversa.

Esempi:

  • Sostenere che “non si può cambiare sesso”, pur non negando il diritto a vivere come si vuole.
  • Non usare i pronomi scelti, magari per scetticismo ideologico.
  • Pensare che le identità trans siano “meno reali” di quelle cis.

Notiamo bene, adesso e prima di qualunque altra discussione: “Forte” e “Debole” non si riferiscono alla quantità di odio, ma alla forza della definizione.

Una è più stringente e più netta. L’altra più larga e più aperta a discussione.

Molti “scettici” sull’identità trans potrebbero riconoscersi nella definizione di transfobia debole, senza sentirsi transfobici. E va bene così: è proprio questo il senso della categoria, che ci si può discutere, ci si può confrontare a riguardo. Se ti rivedi nella definizione, potresti anche non essere davvero transfobico in senso stretto. Possiamo parlarne.

Se però ti riconosci nella transfobia forte, lì non ci sono margini di dubbio: si parla di chi fa danno, di chi odia e discrimina attivamente. E chi fa danno, va combattuto e isolato. Se ti riconosci nella definizione di transfobico forte, complimenti: sei uno stronzo.

Per esempio, prendiamo J.K. Rowling. Si presenta come voce razionale, come semplice critica. Ma guardiamo cosa dice, cosa amplifica: sospetto, panico morale, delegittimazione sistematica. Non parliamo solo di un mettere in dubbio la validità dell’identità trans su un piano teorico, parliamo proprio di un danno reale alla dignità di quelle persone. Quella è chiaramente transfobia forte.

D’altra parte, molte persone che non credono che le donne trans siano “tecnicamente” donne sono però d’accordo nel dire che trattarle con disprezzo o metterle in pericolo è ingiusto. Lì c’è almeno un minimo di rispetto umano. Possiamo parlare, anche se per alcuni potrebbe non essere agevole affrontare lo snodo.

Un’obiezione prevedibile, ora: sono certo che questa distinzione non piacerà a molti attivisti trans.
Questo perché c’è un bias cognitivo diffuso: si tende a pensare che un termine sia tanto più efficace quanto più viene usato, e allora fare delle distinzioni sembra quasi giustificare i comportamenti più sottili, come se la distinzione che propongo sminuisse l’accusa di transfobia.

Ma non è così che funziona il linguaggio. Un termine è efficace non quando abbraccia tutto, ma quando colpisce meglio, e per colpire meglio deve essere più preciso e limitato nei suoi obbiettivi.
Meglio usare la parola “transfobia” più raramente, ma assicurarsi che quando lo si fa colpisca nel segno.


La mia speranza è che la “transfobia forte” diventi la testa d’ariete: una definizione – e un’accusa – chiara, inconfutabile e giustamente infamante. E che la definizione di transfobia debole, proprio in quanto ambigua, possa almeno essere uno spazio di confronto civile.

Sarò troppo ottimista?

Ossequi





Parole di (poli)amore

2 12 2024

Due parole sul poliamore, ma con una premessa, anzi, due.

La prima è che non ho davvero nulla contro il concetto in sé, e non escludo di potermici un giorno trovare anche io. Non sembra probabile, ma sarebbe sciocco escluderlo a priori.

Seconda premessa, in realtà vorrei usare il tema per parlare di nuovo dello strano problema dell’identità in ocidente.

Perché la cosa strana di questa nuova moda di parlare di poliamore è… il vocabolario.

Mi spiego. Vediamo un po’ di situazioni in cui oggi si parla di “poliamore”.

Primo caso, un ragazzo che dichiara di avere sei partner diverse che sono per lui ugualmente importanti, che ama tutte allo stesso modo, cui dedica a tutte lo stesso tempo.

Ora, per le spietate leggi della matematica, se tu mangi, dormi, ti lavi e magari hai pure un lavoro e degli hobby, a ciascuna partner riesci a dedicare trenta minuti a settimana.

Certo non voglio entrare a giudicare quanto importanti emotivamente siano questi rapporti: una delle persone più importanti della mia vita è la mia migliore amica, la vedo in media una volta ogni due mesi. Però per descrivere questo tipo di situazione nella pratica noi un vocabolario ce l’abbiamo sempre avuto: parliamo di un ragazzo single che ha tante amiche strette. E magari ci scopa pure, però la parola c’è: è “single”, se dici quella parola la gente capisce più che bene che non ha un commitment fisso.

Secondo caso: questi due sono partner, hanno un rapporto stabile e intenso, ma hanno la convenzione implicita che possano avere anche altri rapporti fuori dalla coppia, più o meno intensi, più o meno erotici, più o meno importanti.

Anche per questa situazione, lasciamo stare i giudizi positivi o negativi o neutri o quel che è, il vocabolario ce l’abbiamo: la chiamiamo “coppia aperta”. Dillo e tutti capiscono quello che devono capire.

Terzo e ultimo caso: un gruppo ristrettissimo di persone, mai viste più di tre, che effettivamente vivono un rapporto paritario, sono partner, stringono un’alleanza di vita fuori da qualsiasi gerarchia.

Ecco, questo caso è rarissimo… In effetti non ne ho mai visto uno in vita mia. Però immagino che esista. E devo anche riconoscere che, per questo caso qui, la parola non ce l’abbiamo, o meglio, non ce l’avevamo. Parlare di “poliamore” qui è quasi doveroso.

Quindi, ok, esiste un caso rarisssimo in cui il termine ci serve… ma nella stragrande maggioranza delle occasioni in cui viene usato esso, semplicemente *non serviva*. Abbiamo già un’espressione che spiega la situazione, cui puoi eventualmente aggiungere delle precisazioni. “Sono single ma frequento un po’ di ragazzi e li amo tutti”, “sono in coppia ma posso affezionarmi ad altri e fare sesso con loro”. Abbiamo l’espressione, se proprio sentiamo il bisogno di chiarire spiegheremo meglio i dettagli. Non serve un termine apposito.

Mi ricorda la speculare e forse identica isteria del non-binarismo. Al di là della possibile esistenza di autentici non binari, quasi tutti quelli che si definiscono tali possono essere descritti altrettanto bene dal vocabolario che già avevamo: non serve inventarsi una nuova identità di genere per le ragazze coi capelli corti, ci basta sapere che sono ragazze. Non si capisce a che serva complicare il modo in cui parliamo se ciò in effetti non descrive più chiaramente le cose.

Il problema più profondo cui stiamo assistendo è l’implosione dell’individualismo capitalista. Il punto non è che uno voglia vedere rispettata la propria identità o la propria/le proprie relazioni, quanto che ci sia una fobia delle categorie che è fobia delle parole. Se dico che un ragazzo che frequenta sei ragazze in contemporanea è single l’impressione è che lo sto in qualche modo forzando o ingabbiando, perché come mi permetto di mettere quella situazione così unicissima magicissima specialissima dentro categorie che già tutti conosciamo? Come minimo devo inventarmi un termine apposito, se no non gli sto dando abbastanza attenzioni. La frenesia è quella del “non volersi inquadrare”, “non volersi ingabbaire”, “non volersi descrivere”, come se ogni descrittore di gruppo fosse una condanna a morte. Guarda che se dico “sei un uomo” non significa che non puoi mettere il rossetto, se dico “sei in coppia aperta” non sto dicendo che i rapporti che vivi non possano essere importanti. Sto semplicemente usando un’etichetta che ci è comoda.

No, dobbiamo far proliferare un numero infinito di etichette inutili, caotiche, prive di senso in alcuni casi, che non comunicano niente di più di quello che comunicavano quelle che avevamo prima.

E infatti la caratteristica comune di tutto questo nuovo vocabolario identitario, fateci caso, non è quanto esso comunichi… ma proprio quanto esso non comunichi.

“Sono in coppia”.

Risposta: “Sh ok. Se sono curioso ti chiederò altri dettagli sulla relazione.”

“Sono poliamoroso.”

Risposta: “Ah, ok. Non ho idea di cosa tu voglia dire, e non perché non conosca il termine ma perché ha un significato così vago che se non me lo spieghi non potrò mai capire cosa intendi nel tuo caso”.

Infatti vedo che quando sollevo questo tipo di critiche la replica è, non di rado, che la vecchia terminologia “non rispecchia esattisssimamenete proprio quella precisa esatta situazione”, e che questi termini deliberatamente vaghi vogliono essere “l’inizio di una conversazione”.

Porco cane, i termini che avevamo prima pure preludono a una conversazione. Non sono lì per descrivere esattamente specificamente proprio QUELLA situazione in cui TU ti trovi in QUESTA fase della tua vita. Servono a darmi un’indicazione. Ok, so che sei in coppia aperta, se voglio sapere altri dettagli, ripeto, SE, te li chiedo io dopo. Ma non è detto che voglia: chi ti ha detto che voglio conversare lungamente con te, quando magari ti ho appena conosciuto in pausa caffè e sto solo cercando di evitare i silenzi imbarazzanti con dello small talk? In pratica mi si vuole obbligare ad avere quella conversazione usando un’espressione così vaga da non dire niente, ma la mia risposta a quel punto sarà il meme di Frodo Baggins: alright, keep your secrets then. Comunicazione bloccata sul nascere e, attenzione: anche i rapporti importanti iniziano come superficiali e formali, così è già stato ucciso.

Ora il discorso tende a complciarsi esponenzialmente perché ha a che fare con la commistione e confusione e, perfino, perdita della distinzione fra sfera privata e pubblica. C’è questa presunzione che tutti vogliano sapere ogni più minuto dettaglio della nostra vita sessuale e sentimentale perché oggi si assume che così debba essere. Ma il punto è che esiste là fuori gente cui non importa sapere il numero esatto di persone con cui scopiamo e esattamente cosa si agita nei nostri tormentati cuori durante la scopata. Vogliono solo farsi un’idea. E la cosa buffa è che sotto il pretesto di volerli aiutare a farsela, gli confondiamo solo le idee.

Ossequi





Il Mediocre Trionfatore

2 10 2024

Una gag ricorrente fra me e i miei amici e il mio sfottò bonario verso Vera Gheno, la “sociolinguista” cui dobbiamo l’invenzione sconvolgente che ha più cambiato il nostro mondo: lo schwa come desinenza “inclusiva”.

La sfotto così spesso Ghera Veno perché, fondamentalmente, trovo tutto il fenomeno che la accompagna una fantastica, seppur triste, barzelletta umana. Però la mia, ammetto, scarsa simpatia per lei non è dovuta tanto alla differenza filosofica fra me e lei (non parlo di differenza “politica” perché, checché ne pensi lei, giocare a riallineare le letterine si chiama Scrabble, non politica), quando ad un altro fattore: la mia avversione a quello che definisco “il mediocre trionfatore”.

La mamma ha fatto l* gnocc*

Parliamo di quei soggetti che non hanno mai creato niente di originale e sono privi del benché minimo talento ma riescono a ottenere spropositati successi grazie a botte di culo o perché, be’, la gente è scema.

Vena Ghero è diventata famosa fondamentalmente per la sua geniale trovata dello schwa.

Vorrei ora esaminare i di lei meriti a questo riguardo, ma per farlo accantonerò la differenza filosofica, e quindi reciterò nel resto del post la parte di uno di quei cialtroni che si sentono intelligenti a pappagallare che “il linguaggio modifica il pensiero” o “il linguaggio è il mondo”. Ovviamente, a partire da adesso.

Dunque, è innegabile che la battaglia di Vega Reno è non solo giusta ma necessaria, e l’esigenza di neutrallizzare il linguaggio è una priorità politica che le discriminazioni sul lavoro o nell’accesso alle cure mediche gli fanno una sega.

Esaminiamo dunque il contributo di Ghena Vero in tal senso.

Già 15 anni fa, quando per la prima volta iniziai a frequentare ambienti dell’attivismo LGBT, c’era questa giustissima e sacrosanta lotta per il linguaggio inclusivo, e a quei tempi già si usava l’asterisco.

L’idea era semplice: sostituitamo l’ultima lettera del sostantivo o dell’articolo con un segno jolly, l’asterisco, che possa rappresentare qualsiasi lettera, in modo da rendere le parole neutre e inclusive (*momento meta: ragazzi, mi sta facendo fisicamente male scrivere così, mi serve una pausa*).

L’idea era semplice ma aveva degli ovvi difetti linguistici. Il più importante di tutti è che il sistema delle declinazioni, in italiano, spesso non coinvolge solo l’ultima lettera. Le parole in -tore/-trice, per esempio, ma anche quelle in -co/ca che al plurale fanno -ci/-che. E più grave ancora, gli articoli, che non sono mica lo/la e li/le, ma il/lo/la e i/gli/le. Una forma come l*, con il carattere jolly, non include davvero tutti gli articoli che la lingua italiana utilizza e una cosa come “l* cantanti” è semplicemente oscena.

C’era poi un problema minore ma più evidente: l’asterisco non ha un suono associato, è impronunciabile e la lingua non si scrive soltanto, si parla anche. Questo problema è molto minore rispetto all’altro ma si nota prima, appena uno prova a leggere il testo ad alta voce.

Come possiamo progredire rispetto a questi problemi? Ci servirebbe un* linguista!

Ed ecco il genio intellettuale e umano di Vera Gheno, che inventa lo schwa. Cioè, mica lo inventa, decide di usarlo in questo modo. Funzionalmente identico nell’uso all’asterisco, praticamente è usato come un asterisco scritto in un modo diverso. Non risolve nessuno dei problemi dell’asterisco, eccetto, uno, e anche quello male: lo schwa, invece che impronunciabile, è solo incredibilmente astruso da pronunciare per un madrelingua italiano al punto che nessuno lo pronuncia mai. Ma almeno, teoricamente, c’è un suono che la nostra bocca può emettere che vi corrisponda.

Insomma Vera Gheno ha appiccicato un suono strambo all’asterisco.

Ok, a me sembra che non serva un genio o un titolato linguista per inventarsi una roba simile. Non serve neanche una persona intelligente. Penso francamente che io a tredici anni avrei potuto inventarmela questa cosa o una simile; non l’ho fatto perché nessuno a tredici anni è venuto a supplicarmi di inventarmi una soluzione per il fatto che l’asterisco è impronunciabile, ma se l’avessero fatto era ovvio scrivere “be’, allora appiccichiamoci sopra un suono”. DI certo non serve un accademico per questo, e se la mettiamo così, anche ORA sono capace di trovare una soluzione migliore dello schwa: usiamo la lettera “u”, invece: non ti obbliga a cambiare il setting della tastiera, non devi spingere al suicidio i dislessici, e soprattutto la gente non deve scervellarsi a contorcere le corde vocali per capire come si pronuncia la u. Invece dell’asterisco, usiamo la u, allora: contrariamente alla schwa, magari c’è anche qualcuno là fuori che la userebbe nel parlato.

Certo, la -u non risolve tutti i problemi causati al sistema di declinazione dell’italiano che stiamo causando cercando di eliminare il genere, come non lo fa lo schwa, come non lo fa l’asterisco.

Onestamente, non vedo come si potrebbe risolverli quei problemi, visto che stiamo parlando dell’impalcatura della lingua… ma è anche vero che io non sono un linguista, solo uno che ha prestato attenzione a scuola e ama la lingua italiana. Forse, dico forse, un linguista può vedere una raffinata soluzione che solo i suoi studi permettono di vedere. Ci ha pensato, Vera Gheno? Quale ingegnosa soluzione avrà tirato fuori la nostra?

Interrogata su come declinerebbe la parola “amico” usando lo schwa, visto che al plurale cambia fra C dura e C morbida a seconda del genere, la nostra replica che “ci ha riflettuto a lungo” e che visto che la c dura nella declinazione si presenta più spesso, deciderebbe “a maggioranza” usando sempre la c dura.

Be’ ci voleva una titolata linguista per questo complicato processo cognitivo, voglio dire, dottorato minimo, meglio due dottorati per fare questi tre step: riconoscere che la c di amici non si pronuncia come la c di amiche, contare che la c dura si usa in tre casi e la c morbida solo in uno, dedurre che 3>1.

Lo abbiamo appurato, Vera Gheno sa contare fino a 3, la metà di quello che sa fare un corvo; immagino che ad un corso di sociolinguistica il programma intero consista nell’arrivare a 10. E ci ha dovuto riflettere a lungo sulla cosa, perché una volta arrivata a 2 tendeva ad arenarsi.

Allora, io non so se Vera gheno scrive libri interessanti in cui magari dimostra di saper contare pure fino a 20, ma al momento ciò che l’ha resa famosa è… il nulla. Io sono una persona abituata all’idea che per dare un contributo all’umanità deve lavorare come un mulo. Questa è famosa per saper contare fino a 3.

Da questo momento sono di nuovo io con tutta la formazione filosofica solida che ho sempre avuto, e posso ammettere tranquillamente che per Vera Gheno, come disse il poeta, “non so se provare invidia o un certo senso di ribrezzo”. Invidia principalmente per le sue capacità di vendita.

Io non sono bravo a vendere, è il mio più grosso limite. Provo sempre sincera invidia verso chi è così bravo a vendere da riuscire a vendere a prezzi astronomici perfino il nulla. Vera Gheno non si è limitata a vendere “una soluzione senza problema”, come l’ha definita Yasmina Pani, ma una non-soluzione ad un non-problema. C’è un’abilità in questo, ma è un’abilità che francamente non ammiro per nulla.

Ossequi.





Barbie e il problema dell’identità

9 08 2023

Esce Barbie, il film evento di Greta Gerwig. Un film che scatena delle controversie, particolarmente riguardo alla sua trattazione di temi come il femminismo e il patriarcato, e attira addirittura da parte di alcuni l’accusa di essere un film misandrico, che “odia gli uomini”

Personalmente credo che abbia perfettamente ragione chi rigetta, almeno in parte, questa tesi e sottolinea che Barbie non è un film sul femminismo o sul patriarcato, ma sull’identità e gli stereotipi. È stra-vero. Femminismo e patriarcato sono temi di Barbie, ma non sono il tema di Barbie. Il tema di Barbie è l’identità.

Tuttavia, è proprio lì che Barbie mostra più gravemente i suoi limiti, nonchè i limiti dell’ideologia che gli sta dietro.

Il messaggio finale di Barbie è “trova la tua identità al di là di ogni stereotipo di genere”.
Bisogna riconoscere al film una certa coerenza in questo. È vero, sì, gli stereotipi legati agli uomini, ai Ken patriarcali, sono molto più severamente criticati di quelli legati alle Barbie, e in questo c’è una chiara asimmetria. Quest’accusa è valida e fondata. Ma fermarsi lì significa mancare il punto: Barbie effettivamente ce l’ha con gli stereotipi di genere, tutti. Diciamo che ne odia alcuni un po’ più di altri, ma il messaggio è coerente.
E non è un messaggio nuovo o originale o rivoluzionario. Di questi tempi, in effetti, è il messaggio più banale di tutti, praticamente tutti i film che escono hanno lo stesso messaggio ed è il messaggio di cui si è appropriata la critica sociale progressista, che si sintetizza in: bisogna abbattere gli stereotipi, gli stereotipi sono oppressivi, gli stereotipi sono il nemico.

Ma ecco… ne siamo sicuri?

Intendiamoci: essere forzati in ogni modo a entrare in un certo schema è doloroso. Sentirsi forzare addosso un’identità è una pena infinita, quanto dover indossare a forza scarpe due taglie più piccole. Se non lo so io che sono omosessuale bipolare e in odore di Asperger. E tuttavia, proprio in quanto io in quegli schemi non sono mai riuscito a stare, so anche come ci si sente nel momento in cui ti trovi fuori da ogni schema, in cui ti sei in qualche modo “liberato”. Per un omosessuale quel momento è il coming out, e per alcuni può essere un momento molto delicato. Puoi trovarti a uscire da una gabbia in cui sei stato per anni o lustri o decadi… e ti trovi libero ma nel deserto, perché non hai indicazioni su come ricostruire la tua immagine, la tua vita e, soprattutto, ti manca il punto di riferimento più importante: una comunità di gente simile a te.
In realtà la comunità esiste, ovviamente, ma devi andartela a cercare e la parte più divertente è che, non appena ti riesca di trovare una comunità che un po’ ti somiglia… ecco che essa ti accoglie ma ti suggerisce anche caldamente di rientrare in una serie di schemi: ecco come essere un maschio omosessuale, ecco come essere una lesbica modello eccetera. Rispetti questi requisiti, di certo faciliteranno l’elaborazione della sua candidatura.

Questa mia non è da intendersi una critica ad una specifica comunità ma solo come un esempio che dice tanto, perché ogni comunità fa questo, è il prezzo per starci dentro. Ogni comunità ti fa pressione per aderire a degli schemi. A volte questa pressione è più pesante o perfino schiacciante, come nei totalitarismi, a volte è più leggera, ma non ci sono eccezioni a questa regola: si deve stare assieme, si deve cercare di trovare cosa da fare assieme, idee da condividere, musiche da ascoltare eccetera eccetera. Quindi, schemi in cui rientrare. Non sei costretto a rientrare in tutti gli schemi, ma ogni schematismo che ti renda riconoscibile e ti faccia parte di un gruppo facilita l’integrazione.
Non è per forza un male, questo: stare assieme agli altri in una comunità ci serve per definirci anche come individui, ma per stare insieme agli altri dobbiamo anche abbracciarne alcuni schemi.
E questi schemi sono quelli che poi diventano gli stereotipi, e non sono tutti quanti il male assoluto, dipende da con quanta forza siano imposti e quanto siano esclusivi e totalizzanti. Per dire, la società tende a proporre ai maschi di interessarsi agli sport competitivi, c’è un po’ di pressione in tal senso. Ok, io li odio: mi sia data la possibilità di rifiutare la proposta. Ma, personalmente, non sento come oppressivo il fatto in sé che ci sia questa proposta privilegiata rivolta ai maschi. L’alternativa è essere senza proposte o direzioni, e non è detto che non avere neanche proposte sia meglio. Per questo gli adolescenti formano branchi in cui ascoltano tutti la stessa musica e vestono tutti allo stesso modo, perché è quella la via attraverso cui si possono “identificare” e, alla fine, trovare un equilibro fra il sé la comunità. Quei quadri di riferimento, al livello di proposta, di indicazione, tornano utili.

Ma secondo alcuni questi schemi, tutti questi schemi, sono malvagi e da combattere. Greta Gerwig pare pensarla così. Il pensiero femminista cui Barbie si ispira è dichiaratamente non soddisfatto dal sapere soltanto che le donne non sono più obbligate a diventare madri, e che non ricevono più neanche grosse pressioni sociali in tal senso. A questo femminismo non basta che quegli schemi non vengano imposti, non chiede altri schemi alternativi, modelli più vari e differenziati a disposizione (altrimenti la bambola Barbie, con tutte le sue infinite variazioni sul tema, dovrebbe essere una soluzione più che soddisfacente), bensì è insoddisfatto che esistano schemi e modelli, punto. Una donna, ma anche un uomo, non deve guardare un film, leggere un libro, vedere un cartellone pubblicitario, ascoltare un podcast, e trovarvi un’indicazione su come costruire la propria identità sessuata. Se succede è il male, è l’oppressione, è… boh? Il patriarcato?

Ma qui Barbie diventa strano, perché l’umore che traspare dal film non è il senso di oppressione dovuto a stereotipi invasivi, quanto il disorientamento di chi si sente senza indicazioni. In questo senso, il monologo femminista contro il patriarcato che il film ci propone sembra curiosamente schizofrenico, o quanto meno diretto al nemico sbagliato. Il patriarcato non mette le donne in nessuna “dissonanza cognitiva”, come il film lo accusa: sotto il patriarcato le donne devono essere mamme o suore o al più puttane; dove sarebbe la dissonanza cognitiva? Mi pare chiarissimo e lineare: sei una cittadina di serie B che deve fare faccende di casa e sfornare bambini. Sotto il patriarcato il problema delle donne che “devono comandare ma non essere troppo cattive”, o che “devono avere i soldi ma non posso chiedere soldi” non esiste: sotto il patriarcato comandano gli uomini e gli uomini hanno i soldi, le donne lavano i piatti, se no che patriarcato è? Qual è questo patriarcato in cui le donne hanno il potere e il denaro? Quanto meno, uno in PESSIMA salute. Di che stiamo parlando? E d’altro canto, il discorso tira delle chiare bordate proprio al femminismo, come il problema di “riconoscere che il sistema è truccato [in favore degli uomini] e al contempo esservi grata”. La richiesta di “riconoscere che il sistema è truccato” non viene certo dal patriarcato, viene dal femminismo; il patriarcato ti vuole “grata” e basta, di certo non ti crea nessuna dissonanza cognitiva chiedendoti anche di metterlo in discussione. Greta Gerwig, insomma, pare turbata dal femminismo tanto quanto dal patriarcato. Da Barbie come dai bambolotti. Il disagio espresso da quel discorso sembra, paradossalmente, piuttosto collegato alla crisi del patriarcato: alla confusione che deriva da un mondo che il giorno prima ti dava indicazioni fin troppo dirette e severe e che da un giorno all’altro ti lascia da solo, o in questo caso da sola, a dover decidere chi diventare senza alcuna direttiva.

E questo in effetti è Barbie. La bambola, intendo. Un simbolo di infinita potenzialità, di illimitate possibilità identitarie, la donna che può essere tutto e proprio per questo non sa più chi essere. Il simbolo della piena autodeterminazione che però porta con sé anche lo smarrimento, il senso di inadeguatezza di chi si trova capitano di una nave durante una tempesta e il giorno prima era il mozzo.

Barbie è un film che confonde e che non ha una lettura semplice e univoca e che ha scatenato reazioni contrastanti, e credo che questa sia la ragione: Barbie è fondamentalmente un film contraddittorio, senza orizzonti chiari. Vuole denunciare tutti gli schemi che sono oppressivi e dannosi, eppure al fondo esprime col suo linguaggio il disagio che deriva da non avere schemi. Per questo le Barbie col “cervello lavato” dai Ken stanno così bene: hanno degli schemi molto precisi e semplici. E quando esse vengono “liberate” non è perché il monologo ha rivelato le contraddizioni della loro condizione – che non ci sono: sono univocamente subalterne – bensì ha creato delle contraddizioni. Perché la libertà ha in sé il contraddittorio, il paradosso, l’incertezza, l’equilibrismo.

E l’unico modo in cui il film riesce a passarla liscia in questa contraddizione è perché manca completamente di pars construens. Ken rinuncia agli stereotipi della virilità e ad essere un riflesso di Barbie, ma non abbiamo diea di cosa ne sarà dopo di lui. Barbie decide di diventare umana e coltivare la propria identità, ma non abbiamo idea di come lo farà, di che tipo di donna diventerà. Se la mia esperienza dice qualcosa, per loro la parte più difficile rischia di essere proprio quella che viene adesso. E con difficile, intendo: potrebbero trovarsi a rimpiangere i tempi più semplici.
Nessuno si accorge di quanto Barbie sia confuso e non sappia cosa vuole davvero, perché il film si ferma nel momento in cui dovrebbe dare la risposta più importante: chi saranno Barbie e Ken, ora che sono usciti dagli stereotipi?
Greta Gerwig non ritiene di avere responsabilità di dare una risposta. Ci limita a dirci che è molto complicato essere umani. Cosa che sapevamo già. È sufficiente? Specie dopo che ce lo dicono tutti i film usciti negli ultimi vent’anni? Chi va a distruggere gli schemi già noti non ha la responsabilità di suggerire a propria volta una via alternativa? Basta scaricare sul pubblico questo compito a casa?

No. Per me no.





La Normale, il merito, il capitalismo

10 03 2022

Ha sollevato un certo polverone, l’anno scorso, il discorso di due studentesse della Scuola Normale Superiore di Pisa alla cerimonia del Perfezionamento (sarebbe il dottorato ma con un nome più figo), molto critico verso la Scuola stessa, accusata di aver ceduto alle lusinghe del capitalismo ed essersi trasformata in una mostruosa università-azienda.

Come sia possibile accusare di essere diventata un’università-azienda un’istituzione pubblica più vecchia dello stato italiano resta un mistero, ma alle ragazze va dato almeno un merito: hanno attratto l’attenzione su alcuni problemi interni della scuola, seppure hanno dovuto avvolgere la pillola nell’unica capsula che rende digeribile qualsiasi cosa agli intellettuali italiani, ovvero una dolce patina di goloso pseudo-marxismo.

Ma direi, purché se ne parli, bene così.

Non tutti sanno che il sottoscritto è un normalista; non pubblicizzo troppo la cosa per ragioni che saranno chiare alla fine del post, ma da qualche parte a casa dei miei c’è un tubo con la pergamena del diploma di licenza. Il mio rapporto col passato in Normale non è conflittuale ma neppure idilliaco, e credo che la mia esperienza possa aiutare a capire meglio la Normale, cosa dà, cosa non dà, e soprattutto cosa prende.

Ma per parlare di questo servirà una piccola autobiografia professionale che inquadri chi sono stato come studente e chi sono come professionista. Pazientate.

Mi diplomai al liceo classico con 100/100, ma nella classe peggiore della scuola. Cambiavamo professori ogni anno e molti di loro erano incompetenti. Penso nessuno dubiterebbe che fossi il migliore della classe, e uno dei migliori della scuola, ma il problema era che si trattava di una classe pessima che mi fornì una formazione terribilmente lacunosa… specialmente nelle materie scientifiche. Un po’ problematico, se come me nella vita avevi sempre sognato solo di fare il ricercatore.

Fatto sta che alla fine del quinto anno di liceo ero preparato decentemente in biologia, indecentemente in matematica, e la mia preparazione in fisica e chimica era semplicemente assente, come non averle fatte.

Fu mia madre ad avere l’idea che potessi tentare di entrare in Normale, esclusivamente sulla base di una fiducia sconfinata nel mio cervello e nelle sue potenzialità. Ma l’idea mi stuzzicava, la retorica dell’eccellenza mi ha sempre sedotto; mi piace sentirmi più intelligente degli altri e la Normale è il posto ideale per quelli così. Il problema è che l’esame verteva su tre materie: biologia, matematica, una a scelta fra chimica e fisica. Io capivo qualcosa solo della prima. Possibile recuperare qualcosa come tre anni di programma di matematica e fisica in tre mesi?
Be’, sembrava un lavoro per me.

Presi un insegnante privato per recuperare tutta la matematica e fisica che non avevo fatto a scuola e i tre mesi dell’estate dopo la maturità li passai tutti sui libri, ben conscio che con quei presupposti l’impresa di entrare alla Normale fosse virtualmente impossibile. Se non che, faccio lo scritto di biologia e matematica e… toh. Lo passo. Non ci credevo nemmeno io, fu un’assoluta sorpresa. Purtroppo, all’orale non andò altrettanto bene, perché lì c’era anche fisica, e onestamente non ero riuscito a recuperare anche quella.

Mi iscrissi all’università in un’altra città, e ringraziai comunque la fatica che quell’esame d’ingresso mi aveva costretto a fare: mi divorai la triennale in quattro e quattr’otto e gli esami di matematica e fisica furono forse i più facili di tutti, a quel punto. Sviluppai addirittura un interesse particolare per la biomatematica, al punto che fui uno dei forse sei studenti su trecento che seguirono un corso di complementi di matematica per la biologia. Quando ero prossimo alla laurea, la Normale mi ricontattò per propormi un corso di orientamento, casomai fossi interessato a ritentare da loro per la specialistica. Accettai e, subito dopo la laurea rifeci il test d’ingresso da loro, stavolta superandolo agevolmente ed entrando dunque alla Normale al quarto anno. È dunque importante capire subito un aspetto della mia esperienza in Normale che la rende poco comune: io non sono nato e cresciuto normalista, come la maggior parte di loro, quanto piuttosto sono stato adottato in un secondo momento, sono un normalista “ibrido”, se vogliamo. Se da un lato ciò significa che non ho goduto i momenti più belli e significativi della vita di un normalista, significa anche che sono rimasto in gran parte estraneo e naive rispetto a certe dinamiche interne. Ed è inoltre importante anche sottolineare che la mia esperienza in Normale è un’esperienza da biologo, e i biologi sono in Normale una ristretta minoranza, anche se adeguatamente rispettata e finanziata.

Ciò detto, quei tre anni (me ne servì uno extra per la tesi) furono infernali per me, ma non a causa della Normale. Avevo già avvisaglie di depressione prima del trasloco a Pisa, ma dopo divenne conclamata a causa di tutta una serie di problemi personali. Inevitabilmente la mia carriera accademica ne fu impattata, anche se non abbastanza da farmi deragliare del tutto.

Fintanto che si trattava di dare esami, infatti, andò tutto piuttosto bene, di solito riuscivo a prendere 27 anche non aprendo libro. Il primo, grosso colpo che presi fu quando entrai in un laboratorio per la tesi. Ci rimasi credo tre o sei mesi, non saprei dire di preciso, ma fu un’esperienza disastrosa, forse perfino traumatica. La ragione? Semplicemente, gli esperimenti non mi riuscivano.

Quando parlai della cosa con il supervisor mi fu detto che “tu non stai riuscendo a fare gli esperimenti, e questa non è una fabbrica di tesi”. Fair enough. Lasciai dunque quel laboratorio, il che mi pareva la cosa più semplice a quel punto, e andai in un altro; questa volta andò meglio, anche perché questo era un lavoro più analitico, leggasi: più numeri e computer, meno pipette e reagenti, e gli esperimenti erano pochi e difficile sbagliarli… E poi a questo punto la mia priorità era riuscire a scrivere una tesi passabile e laurearmi, questo giochetto mi era già costato un anno e non volevo perdere il titolo.

Ci riuscii, mi laureai con 110/110. Senza lode. C’è gente là fuori che per uno scherzo del genere avrebbe commesso omicidi, ma io la presi con filosofia: ero consapevole che la lode è una cosa puramente simbolica, nei fatti, e comunque fui diciamo così simbolicamente “ricompensato” ottenendo la lode all’esame interno della Normale, cosa che non è così scontata. Mi iscrissi dunque a un PhD in un’università italiana.

Il PhD in questione andò malissimo, per una serie di ragioni, non ultimo il fatto che stavo iniziando a capire come forse fare gli esperimenti… be’, semplicemente non facesse per me. In laboratorio mi sentivo completamente inutile e quella situazione mi fece scivolare in una grave crisi vocazionale.

Ma nel mio PhD era obbligatorio un periodo di sei mesi all’estero, così mi mandarono in America e lì conobbi il mio supervisore in loco. Costui si rivelò una persona estremamente importante nel mio percorso, perché fece una cosa che nessuno aveva mai fatto prima: all’incirca il mio primo giorno di lavoro lì mi fece un lungo colloquio in cui parlammo delle mie aspettative, di quello che mi piace fare, di quelli che sono i miei talenti o le mie debolezze, di cosa mi avesse portato lì, di successi, di delusioni e incidenti.

A seguire, anche in ragione di ciò che avevamo discusso, mi propose una rosa di progetti su cui poter lavorare, e poiché nel nostro colloquio era venuto fuori che io sono un po’ meno bravo nel fare gli esperimenti e molto meglio nella parte di teoria, mi propose anche un piccolo side project che consisteva nell’analizzare quantitativamente alcune registrazioni sonore. Le registrazioni c’erano già, nessun esperimento da fare, solo stare al computer.

Gli altri progetti morirono più o meno miserevolmente, non foss’altro che perché non c’era tempo di svilupparli veramente… ma quello lì mi appassionò un sacco, ne tirai fuori un po’ di dati e mi permise di completare la mia tesi alla bell’e meglio. Il dottorato si concluse, con un paio di pubblicazioni a secondo o terzo nome. Mi piacerebbe dire “sansa infamia e sansa lodo”, ma qualunque addetto ai lavori può confermare che un esito del genere tende molto all’infamia. Anni sprecati.

O forse… no?

Perché ironicamente, quel piccolo progetto analitico, che in realtà non arrivò nemmeno alla pubblicazione, fu la cosa più importante cui mi sia mai dedicato. Mi indicò la via: io ero bravo in quello, io non sapevo fare gli esperimenti… ma sapevo analizzare i dati. Ed eccezionalmente bene. Avrei fatto solo quello, allora.

Mi armai di santa pazienza e dopo laurea e PhD, per un totale di nove anni di studi, mi misi a studiare statistica medica – altri due anni – ignorando lo scetticismo di chi pensava non fosse più tempo per me di rimettersi sui libri. Ma fu la scelta giusta. ICome biostatistico in nove mesi pubblicai due paper, uno a primo nome e uno da solo, molto meglio di quanto non fossi riuscito a fare in tre anni di dottorato.

Il resto non ci serve analizzarlo nel dettaglio, ma per riassumere: in sì e no cinque anni ho pubblicato circa venticinque articoli, cinque di questi a primo nome di cui uno a nome unico, e un altro come (co-)corresponding author, e ci tengo a sottolineare che il mio nome non è su quei venticinque articoli perché, tipo, ero nella stessa stanza di chi li ha scritti: nella maggior parte di essi l’analisi l’ho fatta tutta quanta io – naturale, essendo lo statistico – e negli altri ho comunque contribuito attivamente o all’analisi dei dati o alla scrittura.

Ora lavoro nel privato e, anche se mi è rimasto un pochino il cruccio di aver rinunciato all’idea di insegnare in università (e chi ha seguito qualche mio corso tenuto a studenti di master o in corsi residenziali dice che io sia un didatta particolarmente efficace), mi consolo pensando che il mio stipendio è significativamente superiore a quello di un professore universitario, e comunque continuo a fare ricerca anche ora con un discreto output.

Questa storia ha dunque un lieto fine.

Ma che ruolo ha la Normale in questo percorso a lieto fine? Mi ha aiutato? Mi ha abbattuto?

La risposta, che dice tutto nella sua semplicità, è: nessuno dei due. È stata irrilevante, ininfluente, una parentesi senza strascichi.

In Normale sono riuscito ad arrivare alla fine del percorso, vero… ma non sono riuscito a prendermi grandi soddisfazioni, e, quando feci un poco convinto tentativo di entrare al PhD – pardon, Perfezionalmento – da loro, non passai. Dal mio punto di vista possiamo dire in prima approssimazione che in Normale io abbia fallito, anche se tecnicamente sono arrivato alla fine e quindi ho fatto decisamente meglio di moltissimi altri. Non posso dare alla Normale la colpa dei miei fallimenti; non è colpa loro se sono distratto, non è colpa loro se alla quinta volta che l’esperimento fallisce io non me la sento di provare la sesta e piuttosto mi metto a piangere in posizione fetale sul pavimento. Non è colpa della Normale nemmeno la mia depressione.

Ma, ovviamente, non intendo nemmeno darle merito dei miei successi.

Lasciate che sottolinei un paio di cose per capirci meglio: la prima, la Normale è fissata con l’eccellenza. Ecco, se guardiamo il mio curriculum attuale, se guardiamo il ritmo della mia produzione accademica negli ultimi anni, o anche più materialisticamente se consideriamo il mio stipendio, io sono diventato esattamente un’eccellenza. Una di quelle su cui la Normale avrebbe buoni motivi di voler mettere la firma.

Altra cosa da notare: la Scuola Normale è letteralmente ossessionata dalla matematica; costringe i propri studenti di biologia a seguire corsi di matematica e fisica avanzata che al 99.999% dei biologi non serviranno assolutamente a niente, se non a vantarsi di averli seguiti, e di recente obbliga chi voglia entrare a biologia al quarto anno a superare una prova di matematica e fisica, la quale include argomenti che non sono presenti in nessun curriculum da biologo in Italia e nel mondo.

Insomma, ci tengono assai alla mate, pure troppo, si potrebbe sostenere efficacemente.

Alla luce di ciò… com’è possibile che un biologo che aveva nascosto dentro di sé un ottimo biostatistico, e quindi con un bel pallino per la biomatematica, sia stato tre anni dentro la Normale e sia passato completamente sotto il radar? Cioè, nessuno se n’è accorto, manco io. Si direbbe che ci tengano un sacco all’aspetto quantitativo della biologia, no? Nessuno che abbia pensato “mmmh… ma non ti pare che questo qui sia portato per i numeri?”? Fra l’altro… guardate cosa ho fatto pressoché da autodidatta, e immaginate cosa avrei potuto fare, invece, con una guida esperta, con un tutoring avanzato e una preparazione più formale sulle basi algebriche della statistica, del tipo che si può trovare in posti come, non so, non me ne viene in mente nessuno… magari la Scuola Normale Superiore di Pisa?

In realtà non è così sorprendente che sia andata così, perché, come dire… non ci sono corsi di biostatistica, in Normale. Sì, ok, un piccolo corso complementare facoltativo c’è, ma non c’è assolutamente un percorso formativo dedicato. Modello di Drude semplificato per la legge di Ohm locale? Yeah, fondamentale per un biologo, non possono non saperlo! Come funziona un test di ipotesi? Nah, troppo plebeo, possono studiarselo da soli. Difficile identificare un talento per la biostatistica se quella cosa lì proprio non è minimamente considerata nel curriculum.

Inoltre, e questo detto a loro difesa, la mia vocazione statistica era abbastanza nascosta, non c’è dubbio. C’è voluto un professore in America con vocazione alla santità per portarla alla luce. E chiariamolo: non è obbligatorio che un supervisore faccia questo tipo di lavoro, che si metta lì ad un tavolo a fare un discorso di orientamento come quello che fu fatto a me, che faccia quel miglio extra per cercare di tirare fuori i tuoi talenti nascosti, comprendere e tamponare le tue debolezze, cercare di far risplendere i tuoi punti di forza. Non è obbligatorio. Forse ci aspetteremmo che lo facesse, non so, un istituto di educazione di eccellenza, ma di certo non è uno standard of care. In Normale non l’hanno fatto, e a un certo punto uno può dire, “mica erano obbligati”.

Ma vedete, siamo dunque di fronte ad uno strano paradosso: un’istituzione fissata con l’eccellenza, e che considera l’approccio quantitativo ai problemi una sua punta di diamante, si lascia completamente sfuggire da sotto il naso uno studente che eccelle nell’approccio quantitativo. E questo è innegabilmente un dato interessante. Come accade una cosa del genere? Come si lega alle accuse fatte di recente alla Normale?

Apparentemente poco, perché in effetti quando accusano la Normale di essere diventata un’università-azienda (*cavalli che si imbizzarriscono come quando si nomina Frau Blucher*) pare che la accusino proprio della cosa di cui non puoi mai accusarla e che non è una colpa: il fatto di funzionare. La Normale, nella sua spietatezza assoluta, nella sua concentrazione totale ed esclusiva sul risultato, nel suo potare senza remore qualsiasi ramo che mostri un afide verdino su di un germoglio, funziona: produce ricerca di altissima qualità e personale tecnico-scientifico estremamente qualificato. Funziona, cazzo, ce l’avete con lei perché funziona, adesso?

Nah, quello secondo me è un tema che neanche necessiti discussione, la Normale è davvero un centro di ricerca di eccellenza. Tuttavia, occorre capire quali sono le dinamiche che la portano ad essere tale, e se mi chiedeste se la Normale sia un centro di formazione di eccellenza… probabilmente risponderei di no.

Nessuno poteva accorgersi che avessi un talento nascosto per la biometria, e semplicemente perché la Normale non scova talenti nascosti, non fa veramente orientamento, non coltiva amorevolmente piccoli germogli di cultura concimandoli col sapere e innaffiandoli con la motivazione, dando loro direzione e attenzione, fino a farne splendidi bonsai da frutto. La Normale più che lamarckiana è darwiniana: prende le (se)menti migliori che ci sono in giro (ragazzi brillanti), le butta per terra, ci sparge sopra un chilo di fertilizzante (i.e. soldi, tanti tanti soldi), quindi se ne va, se li scorda lì, torna dopo un po’ a vedere chi è sopravvissuto agli agenti atmosferici e ai parassiti.

Ovviamente, sopravvivono solo i più forti: il normalista di successo non è solo estremamente intelligente, ma sa anche già la propria strada, è altamente consapevole di sé e dei propri obbiettivi, ha una determinazione incrollabile, sopporta livelli di pressione assurdi ed è capace se necessario di dedizione maniacale al proprio lavoro. È un survivor, è la specie dominante in un ambiente incredibilmente ostile. Ma la domanda che viene da porci è: quando vediamo una specie che sa fare qualcosa di straordinario, come quei vermi che riescono a sopravvivere nelle sorgenti sulfuree… il merito è dell’ambiente? Cioè, il merito è di chi ha sistematicamente ucciso tutti i più deboli? Perché la Normale, essenzialmente, funziona così: manda avanti i forti attraverso lo sterminio dei deboli. Se quel vermetto rosso è così bravo da sopravvivere in una sorgente sulfurea, non è forse merito del verme, piuttosto che non delle sorgenti che alla fine hanno solo ucciso tutti gli altri?

A nessuno è mai importato molto che io fossi o meno portato per la statistica o per la matematica, perché solo un ingenuo può pensare che quella tortura di esame di matematica per biologi della Normale serva a saggiare che questi biologi siano abbastanza matematici da poter essere considerati biologi; solo un ingenuo può bersi davvero che “la preparazione in campo matematico e fisico data dall’università al biologo non è sufficiente” (wow, Scuola Normale, prima in Italia e nel mondo ad aver capito qual è la preparazione in matematica e fisica “sufficiente” per un biologo; mettiamolo nei suoi achievement nel campo della ricerca). No, tutto ciò non serve a preparare meglio, serve a selezionare di più. Queste cose servono a sterminare chi non ce la fa, sono selezione darwiniana. Quello è il metodo. Quando sorgono problemi coi suoi studenti, la Normale risponde sempre con la selezione: se qualcuno in Normale non ce la fa non è un errore o un problema per la Normale, se non nella misura in cui vuol dire che non era selezionato bene sin dal principio; dunque, la prossima volta bisognerà fare una selezione ancora più severa e precoce. Credo la Normale sia l’unico istituto d’istruzione che considera abbandoni ed espulsioni come dei successi, e che quasi si fregia di quante teste abbia falciato.

Dunque, ora possiamo dare risposta ad alcune domande che l’intervento delle studentesse, da cui prendevo spunto all’inizio, naturalmente scatena. Almeno dal mio punto di vista e per quanto la mia esperienza lo consenta.

È vero che la cultura dell’eccellenza in Normale è tossica come molti dicono?

Secondo me, sì, e con orgoglio. L’idea di eccellenza che la Normale coltiva non ha a che vedere col coltivare gli intelletti fino a portarli al successo accademico o lavorativo, quanto con la selezione di soggetti che, per i propri tratti caratteriali e intellettuali, il successo lo avrebbero avuto comunque, e si basa tutta sull’idea del survival of the fittest. Per essere normalista devi costantemente dimostrartene degno, superando una dopo l’altra tutte le prove del fuoco e del sangue che la Scuola ti mette davanti, e al primo fallimento sei fuori, indipendentemente da quanto tu possa oggettivamente valere e aver dimostrato di valere. Ma nella vita il successo professionale ha senz’altro a che vedere con intelligenza e voglia di mettersi in gioco, ma va ben oltre, e l’idea sottaciuta che l’eccellenza consti tutta di questa attitudine da carrarmato accademico è semplicemente sbagliata. Ironicamente, la Normale aiuta proprio gente che non aveva alcun bisogno di aiuto, se non forse, ça va sans dire, aiuto economico.

È colpa del capitalismo, tutto ciò?

Ma che cazzo c’entra, dai, la Normale ha duecento anni ed è sempre stata così. Please. Adesso sarà colpa di Bezos pure quello che ha fatto Napoleone. Capisco che dire “è colpa del capitalismo” fa fare bella figura, ma NO, i problemi della Normale non sono colpa del capitalismo.

Però, però, però… se si va a vedere qual è il contributo oggettivo della Normale alla formazione dei suoi studenti, difficile non identificare il soldo come quello preponderante. Nessuno può accusare la Normale di non spalancarti le porte dei laboratori più all’avanguardia, di non metterti a disposizione i macchinari più fantascientifici e non ultimo di non mantenerti all’università gratis dai due ai cinque anni. Questi fattori innegabilmente esistono, la Normale ti dà una marcia in più in termini economici e poi con la sua reputazione e i suoi collegamenti. Ma se parliamo di talento, la Normale non solo non te lo dà, ma neanche lo coltiva o alimenta con particolare amorevolezza. Direi che essenzialmente il talento lo prende e basta, lo coscrive; prende talento, rende soldi e reputazione. Non solo: la reputazione si regge poi sugli studenti e sul loro successo, quindi la reputazione della Normale, con tutti gli agganci e ciò che ne consegue, in effetti è “talento riciclato”, raffinato e restituito, lo stesso talento che ha preso agli studenti. Fa un po’ come certi canali youtube che ti chiedono di mandare loro i tuoi video e poi ti fanno il favore di usarli per ottenere traffico sul loro canale… E tu magari accetti perché quella pubblicità ti fa comodo, ma i contenuti restano i tuoi, quel canale non ha fatto niente. Eccetto, of course, fornire soldi e pubblicità.

Non direi che sia così capitalista, come approccio, anche se può sembrarlo da quanto detto sin qui; la persona che ha voluto spendere un po’ più di tempo ed energie su di me io l’ho trovata in America, patria del capitalismo. In generale, nel contesto capitalista, malgrado vi sia un interesse a “spremere” l’impiegato il più possibile (e questo è l’unico aspetto che vedono i marxisti) esistono anche nozioni collegate a ritorno dell’investimento e produttività. Quale azienda, dopo aver investito un patrimonio per formare un tecnico altamente specializzato per anni, lo butterebbe fuori a calci senza batter ciglio solo perché il suo rendimento è sceso un peluzzo sotto l’abituale? Notare che non è che se uno esce dalla Normale la sua carriera è finita, eh, tutt’altro: se passi dalla Normale, e riesci a non suicidarti, dopo quasi sempre fai una bellissima carriera, con o senza il pezzo di carta del diploma in mano. Solo che se ti cacciano magari la tua carriera la vai a fare da un’altra parte, non dentro la Normale… alla “concorrenza”, potremmo dire. In senso aziendale non ha alcun senso investire tanto in qualcuno e poi mandarlo alla concorrenza, no?

Senonché, la Normale non ha concorrenza in senso proprio, e finanziamenti e produttività sono entrambi garantiti, i primi anche solo dal nome della SNS, la seconda dal fatto che quelli che entrano lì dentro hanno il Quoziente Intellettivo medio di Lex Luthor sotto steroidi. Nessuna azienda funziona così e la Scuola Normale non è un’azienda. La Normale funziona come funziona proprio perché può muoversi al di fuori di qualunque logica aziendale, perché il capitale che essa accumula è tutto simbolico e si quantifica in “reputazione”.

Non la definirei affatto un’università-azienda. La Normale è più che altro il culmine evolutivo del sistema universitario italiano.

Qual è la filosofia nelle università?

Ti ho preso sotto la mia ala, ergo ora possiedo la tua anima; sei fortunato ad essere qui dentro, ringrazia sempre; devi dare di più di adesso, indipendentemente da quanto stai già dando; non c’è limite a quanto si possa spremere un ricercatore, uscirà sempre sugo e comunque bisogna essere competitivi mica pizza e fichi; lo studente è come il carbone, se lo spremi a volte va in pezzi e a volte esce un diamante (cit.); le vacanze sono per falliti… etc etc.

Una filosofia in genere disastrosa che genera abbandoni, depressione, stress, burnout, precarietà… e che non ultimo abbassa la qualità della ricerca, perché non è affatto vero che lo studente (o il dottorando o il postdoc) più lo spremi e più produce. Ecco, la differenza è che in Normale, nonostante ciò, la qualità della ricerca non cala, a riprova che, se hai una fiumana di soldi e sei costantemente rifornito di cervelloni stachanovisti da spremere come gialli limoni maturi, quel sistema funziona.

E per come ragiono io, che sono un pragmatico… be’, ragazzi, basta che funzioni, no? Va perfettamente bene. Va detto che non è male che esista un’istituzione universitaria in Italia che seppure secondo standard discutibili valuti davvero il merito, grande assente dal nostro paese, e lo ricompensi anche economicamente in una misura che non permetta di barare sull’ISEE per accedervi. E va anche detto che in effetti non sta scritto da nessuna parte che uno studente debba poter avere accesso a tutto ciò che la Normale offre: è tutto un di più, è tutta una possibilità extra che ti viene data; malgrado non si tratti esattamente di un “regalo”, viene da dire che a caval donato non si guarda in bocca. Se vogliono dare delle risorse extra solo a chi supera una selezione selvaggiamente spietata, insomma, alla fine è una libera scelta di come utilizzare quei soldi, e si sa che i soldi pubblici ognuno li usa come vuole.

Dunque, che problema c’è?

Ok, a parte l’occasionale casualty il problema è che la Normale funziona bene come sistema chiuso, ma è estremamente problematica se guardi cosa rappresenta nel vasto ecosistema universitario italiano.  La Normale non ha inventato i suoi metodi da spremiagrumi, tutto l’universo ricerca in Italia li usa (e in buona parte anche fuori), è tutto selvaggiamente competitivo e in modo tutt’altro che sano, e normalmente se applichi quei metodi ad un non-normalista… no, non ottieni un diamante. E a dire il vero, spesso non lo ottieni neanche dal normalista, il diamante, solo che in quel caso basta cacciare via l’indegno e la prossima volta selezioniamo di più, raddoppiamo le prove di matematica, ci infiliamo un esame di ingegneria termonucleare per biologi e problem solved, baby.

La Normale fa da rinforzo positivo ad un sistema malato, ne dà validazione ai più alti livelli, lo giustifica e, purificandolo dalle imperfezioni umane del non-normalista, lo santifica. L’ideale accademico in Italia è la Normale, tutti provano a fare come lei… e a parte che, come obbiettivo, è molto discutibile (ok, saremo pure geni noialtri, ma l’università è fatta anche per chi ha un QI sotto il 135), non è una via praticabile senza avere accesso alle risorse della Normale.

Da qui in avanti potrebbe essere tutta una lunga disamina del mondo dell’accademia e del perché è così deprimente, con la nota a margine che in Normale pure o peggio, è che tutto ciò ha ben poco a che vedere con l’università-azienda, ma se possibile con l’opposto. Per esempio, nel settore privato c’è un’enfasi costante sul lavoro di squadra, sul saper fare la propria parte e far funzionare il team. In università l’enfasi è sempre sul singolo geniale ricercatore, sul suo famoso contributo di ricerca originale, il ricercatore è costantemente spronato a fare da solo e a farsi dare quel benedetto primo nome sull’articolo. E nella Normale devi essere ancora più solitario e geniale, di conseguenza. E potremmo fare una disamina della filosofia superomistica che anima l’ideologia dell’eccellenza in Normale, un concetto per cui lì si coltiva il Genio, e Genio è l’individuo che sa trionfare sull’ambiente ostile, in perfetta solitudine.

Però andremmo oltre gli scopi di questo pezzo. Credo che l’obbiettivo di questo scritto sia un altro: riportare l’attenzione su ciò che non va nell’università. Ed ecco, per me questo potrebbe essere un primo passo: iniziamo a smitizzare la Normale di Pisa.

Ossequi.

EDIT

C’ho questa bizzarra fisima che, dopo aver pubblicato articoli di un certo successo (questo qui al momento ha circa 500 letture in poche ore) e leggo alcune critiche, li edito per rispondervi.

Lo farò anche stavolta, però… ragazzi, che squallore, veramente. Il livello è più basso del solito, stavolta, vero e proprio odio a tratti.

Tenore delle critiche:

“L’autore parla troppo di sé stesso”.

Ho scritto questo articolo perché io sono normalista, sono esperienze vissute e viste da vicino. Dopo il discorso delle studentesse altri ex-allievi si sono espressi, e molto più severamente e in disaccordo con loro di me. Questa esperienza è parte del mio vissuto, è l’esempio più vivo che possiedo di ciò che voglio dire. A qualcuno darà fastidio, ad altri piacerà, ma la pretesa che non parli di quello che ho vissuto…
E lascia stare poi quegli altri che “generalizza la sua esperienza individuale”, come se in tre anni là dentro tu non potessi conoscere decine di normalisti e osservare TUTTO quello che vivono e fanno.

“L’autore è un pomposo narcisista pieno di sé”

Ma ho anche dei difetti.
Ma poi, veramente, raramente vedrete qualcuno esporre con tanta franchezza i propri limiti e i propri difetti. Io sono un eccellente biostatistico e, come ho sottolineato, un pessimo, pessimo laboratorista. Quando lasciai il laboratorio in cui mi ero trovato tanto male ci fu più di una persona a me vicina che suggerì che potessi addirittura essere stato sabotato. E io a queste rispondevo e rispondo sempre: “no, è semplicemente che non ero bravo”.
Cosa cazzo di altro volete, che metta un saio e chiede l’elemosina come San Francesco per mostrarvi la mia umiltà? In certe cose faccio schifo alla merda e in altre sono un fenomeno, sono conscio di entrambe.

“Non è anticapitalista”

I più con la bava alla bocca sono questi, quelli che hanno deciso che mi odiano appena si sono accorti che sono anti-comunista e hanno decretato che ogni cosa che scrivo è sbagliata. Perfino quando loro hanno detto la stessa identica cosa. Se io dico “la retorica dell’eccellenza in Normale è tossica” sono una merda umana, se un altro dice “la retorica dell’eccellenza in Normale è tossica – perché capitalismo brutto” è un genio. Anche se, senza falsa modestia, io la scrivo molto meglio. Fa la differenza il colore della maglietta.
Non me ne vergogno, non sono particolarmente di sinistra, sono un centrista e anzi tendo a destra. Deal with it. Mostrate la maturità di saper comprendere un testo senza schiumare come idrofobi solo perché chi l’ha scritto non ha la vostra stessa estrazione politica.

“Non capisci niente di marxismo”

Cinquemila parole di articolo. Ho usato la parola ‘marxismo’ due volte. DUE VOLTE. Una delle due fra parentesi.
Facciamo così: visto che vi danno tanto fastidio, quelle due frasi saltatele a pie pari, ok? Fate finta non ci siano, così riuscirete a leggere il resto senza crisi epilettiche.

“Non ha capito il discorso delle ragazze”

Il discorso l’ho capito così tanto che sono in gran parte d’accordo con loro; dissento solo sulla tiritera che “colpa del capitalismo cattivo”. Se foste abbastanza intelligenti da saper comprendere un testo ve ne sareste accorti. Che avreste detto se davvero avessi cercato di demolire quello che hanno detto pezzo per pezzo, come Claudio Giunta per esempio? Vi sto antipatico perché pensate mi creda più intelligente dei miei lettori; no, non di tutti i miei lettori, solo di voi che non capite un cazzo di niente.

Be’, che dire. Fin qui squallido. Veramente squallido. Tuttavia, se guardo la ratio like/commenti degli hater, sembra essere 65/35, quindi c’è ancora speranza per il mondo, e poi la maggior parte di quei 35 non hanno alta aspettativa di vita perché il Protocollo di Milwaukee funziona solo in una minoranza di casi. Ma un consiglio: se decidete di lasciare un pungente commento a questo articolo, pijiateve prima ‘na camomilla.





Se il MOIGE fosse femminista

30 09 2021

Voglio spendere due parole sul caso tragicomico delle accuse di sessismo verso lo scultore Emanuele Stifano, reo di aver ritratto la Spigolatrice di Sapri appena velata, di modo che se ne vede il fondoschiena più o meno come fosse nuda.

Alla fine di questo post, sarà necessario innanzitutto che vi chiediate tutti come siamo arrivati a questo.

Il nudo si è sempre utilizzato nell’arte senza bisogno di particolari giustificazioni, semplicemente perché il corpo umano è affascinante per gli artisti. Stifano scolpisce quasi sempre nudi e ha dichiarato che fosse stato per lui la spigolatrice l’avrebbe fatta proprio nuda, perché è il suo modo di lavorare (e se guardate le altre sue statue, come il Palinuro, vedrete che è vero). Perfino quella professoressa che per giustificare la tirata moralista ha dovuto tirare in ballo il “decorum” ( il buon vecchio “senso del pudore” il cui oltraggio è punito per legge e che si usa proprio per censurare i capezzoli delle donne), diventata virale su facebook per l’enorme numero di parole con cui è riuscita a dire “è un’indecenza signora mia”, ha ammesso che quell’uso del nudo è sedimentato nell’arte, forse consapevole che se lo avesse negato si sarebbe giocata qualsiasi straccio di credibilità in questo campo.

L’idea che mostrare il culo su una statua sia in sé, solo perché si è mostrato il culo (manco fosse un fallo eretto o una vagina bagnata) “sessualizzazione” è una barzelletta, è di una stupidità quasi commovente, spingerebbe a fornire un sussidio di invalidità a chi la propone.

I più furberrimi infatti se ne accorgono e inventano dunque giustificazioni più fantasiose ed elaborate per il loro “signora mia, che indecenza oggigiorno!”, tipo: “il problema non è il culo, è che un culo troppo sexy” (non come quello dei bronzi di Riace, del David, o le tette della Libertà di Delacroix, che sono tutti cessi); “il problema è che il culo non ha a che fare con il tema della statua” (mentre il pisello di fuori del David è integrale al mito biblico, e di certo non puoi rappresentare adeguatamente l’allegoria di Libertà senza mostrarne il seno); “le spigolatrici non si vestivano davvero così e non avevano il culo così allenato” (mentre i guerrieri greci notoriamente andavano in guerra seminudi e avevano il pene di un bambino di otto anni). Argomenti che farebbero ridere se non facessero piangere: sono gay, io, ero cresciuto in un mondo in cui la sinistra appoggiava la liberazione sessuale, in cui il progressista provocava e scandalizzava talora anche gratuitamente, e ora mi tocca vedere la schiera dei progressisti trasformatisi in zelanti guardiani del “decorum”… O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo.

Se dovessimo prendere sul serio quelle argomentazioni, si dedurrebbe che tutti costoro siano disposti ad accettare il nudo artistico come idea, sì: ma solo come una cosa del passato, defunta, che sta nei testi e nelle sculture antiche; se uno si permette di fare nudo artistico oggi – e quindi applicando standard estetici contemporanei – è una specie di mostro pervertito. Che coincidenza: tutti gli standard estetici della storia vanno bene e non sono sessualizzazione… tranne quelli che piacciono a noi italiani del 2021.

Forse ai nostri critici sarebbe andato bene se Stifano avesse scolpito una donna coi fianchi un po’ più larghi e il seno più piccino, insomma imitando di maniera gli standard neoclassici? Domanda che non avrà risposta, ma “devi per forza farla nello stile che piace a me se no è immorale” è comunque una pretesa che non puoi avanzare ad un artista: Stifano scolpisce nudi ispirandosi all’idea del corpo perfetto, e dunque renderà il corpo perfetto secondo standard che sono più o meno consapevolmente i suoi e del suo tempo: non ottocenteschi, non greco-classici. Certo, avrebbe potuto voler usare uno stile che evocasse nella mente l’immagine esatta della donna ottocentesca di ceto basso, magari ispirandosi a dipinti e sculture del tempo, e quindi creare la donna ottocentesca perfetta secondo l’uomo dell’ottocento, insomma darci una rievocazione ottecentesca, insomma ottocentare l’ottocento con l’ottocentazione dell’ottocento ottocentizzato… Avrebbe potuto. Invece ha fatto una scelta artistica diversa: enfatizzare quello che lui vede come corpo femminile archetipico. Ovviamente, non è davvero “archetipico” nel senso di universale e atemporale… ma nessuno degli archetipi femminili ritratti nell’arte classica è davvero al di sopra del suo tempo, l’arte è influenzata dal suo contesto anche quando si ispira all’idea di eterno, e quando il millenial pensa al corpo femminile in quanto tale non gli viene certo in mente quello della Primavera di Botticelli.

È quasi penoso vedere tanti omini e donnine arrampicarsi sugli specchi per dare interpretazioni diverse dell’opera, ma è davvero così semplice: è un nudo artistico, si è sempre fatto e non è che rappresentare un culo è più o meno sessista a seconda dei canoni estetici cui quel culo risponde; al massimo può renderlo sessista una posa provocante, un contesto ambiguo… ma non certo il fatto che sia bello o brutto, secco o ciccione, sodo o cadente.

In effetti, la Venere Callipigia citata da alcuni è già un esempio di una statua molto più erotica, ambigua e seducente della Spigolatrice, pur se non ha “il culo di una pin-up”. Sì, avete letto bene, tutti voi che dite che NON BISONNIA PARAGONALLLEEE SONO TOPPO DIVESSE; forse avete ragione, sono molto diverse: nella Venere c’è dell’erotismo, la posa è morbida e lei si guarda proprio le chiappe richiamando l’attenzione su di esse, mentre la spigolatrice è rigida come un palo, una posa quasi militare (sicuramente una scelta artistica precisa, visto che celebra il Risorgimento) che è estremamente anti-sesso. La verità è che tutto questo preteso “erotismo” e questa immaginaria “sessualizzazione” non discendono in alcun modo dalla posa o dall’espressione ritratti nella statua; essi derivano, nell’anima dei critici, dalla sola somma di due fattori: nudità e avvenenza. Se una donna è nuda ed è bella, automaticamente è “sessualizzata”. Mi raccomando, potete stare nude solo se siete brutte. E se qualcuno di voi si sta chiedendo se forse il vero pervertito non sia colui che di fronte ad un bel nudo femminile è capace solo di pensare alle scopate che ne discendono, mi spiace: siete maschilisti.

In realtà quella che nudo+bellezza=porno è una posizione del tutto insostenibile, e visto che i critici non possono affrontare direttamente questo snodo, il fatto che l’opera sia chiaramente un nudo non-erotico, perché farebbe naufragare la polemica in un oceano di peti mentali, allora ci si gira intorno. La trovata più brillante è quella di chi cerca di imitare (parodiare) Wilde e dice “la statua è innanzitutto brutta”, e poi aggiunge subito dopo “ed è anche immorale” (sì, esattamente come avrebbe fatto Wilde! Wilde coniugava sempre giudizi estetici e condanne morali). Come se il bacchettone fosse in realtà un esteta, come se le ragioni dell’immoralità affondassero in quelle della bruttezza, così fai lo slalom fra le – a quel punto ovvie – accuse di moralismo censorio che ti saresti guadagnato di diritto. No, lo sapete benissimo che non è vero, non la trovate né solo né principalmente “brutta”; ne siete principalmente offesi. Se davvero la riteneste solo brutta, se davvero il vostro fosse solo un giudizio di gusto, non giustifichereste le accuse pagliaccesche di sessismo verso l’autore, come quelle di Laura Boldrini, invece siete tutti a bordo di quella barca infame. Siete come quelli che quando sentono del black humor arruffano le penne e dicono “non mi piace non perché è immorale, ma perché non fa ridere!”. Tesoro, la ragione per cui non ti fa ridere che sei troppo impegnato a scandalizzarti, perché sei un cazzo di moralista bacchettone rompipalle, non perché se troppo intelligente e hai un gusto particolarmente raffinato, come vorresti farci credere.

… Ma visto che sempre di moralismo bacchettone si tratta, c’è qualche differenza fra questo moralismo di sinistra e il classico moralismo cristiano-conservatore tipo MOIGE, o è proprio la stessa cosa sotto un’altra veste?
Una differenza c’è: che dal punto di vista etico questo metodo qui è molto peggio, e la chiave di lettura per capirlo ce la dà la cheerleader di ogni battaglia cazzona, Lorenzo Tosa. Leggiamo le parole di questo genio:

“[…] non posso credere che qualcuno davvero non riesca a capire la differenza enorme tra libertà sessuale e sessualizzazione della donna.
La differenza tra la scelta delle donne e la scelta dell’artista (stranamente uomo).
Che non capiate la differenza tra una donna che, liberamente, sceglie di mostrarsi nuda o svestita senza dover chiedere il permesso a nessun uomo o marito o dover rendere conto a bigotti e bacchettoni e una statua che dovrebbe rappresentare una contadina dell’800 e ideali risorgimentali, e non certo gli stereotipi estetici di un maschio contemporaneo o un catalogo di Victoria’s Secret.”

Ecco il pezzo che ci mancava! Vedete, il vero problema, se ci fossero dubbi, non è il fatto che un artista del 2021 usi standard estetici del 2021 – anche se, dai, che il problema sia quello come scusa pare quasi convincente, se uno ha il QI a due cifre – piuttosto è che l’autore è un uomo. Se la stessa identica statua l’avesse fatta una donna, Tosa sarebbe lì in prima fila a difendere l’alto valore etico, artistico ed emancipatorio dell’opera.
Dando così una luce tutta nuova al concetto stesso del “fare due pesi e due misure”.
Nel pensiero morale classico fare due pesi e due misure è considerata la più abominevole aberrazione morale, perché contravviene alla base di ogni ragionamento etico: il principio di equità. Ma se quella distorsione la travesti da lotta progressista per l’uguaglianza, se ad essere ingiustamente discriminato e vittima di gratuito pregiudizio è il Mostro del momento, ovvero il famoso “maschio bianco eterosessuale” (parliamo di archetipi! Ma sarà eterosessuale, Stifano?), ecco che fare due pesi e due misure non solo è giustificato, ma è perfino nobile, doveroso, e sono sicuro che possiamo tirar fuori un Foucault, un Derrida o qualche altro filosofo francese per spennellare questa idiozia di una patina di finezza intellettuale.

E se qualcuno di voi ha un brividino nel vedere che si stia vendendo per elementare discorso morale la madre di tutte le aberrazioni morali, ovvero il giudicare un atto non in base a intento e impatto ma sulla sola base dell’identità di chi lo compie, se lo tenga stretto quel brivido, perché questa è l’etica che ci vende la sinistra nel 2021, e va sorvegliata strettamente perché tenterà, tenta già, di imporla a tutti.

Caro Emanuele, il mio suggerimento è: la prossima volta resta anonimo e firmati Emanuela. Non solo potrai continuare a ritrarre uomini in tutte le pose e velature che desideri (mai stato un problema, sono solo maschi dopotutto), ma potrai anche ritrarre le donne in qualsiasi posa desideri, anche piegate a novanta con un uccello in bocca e uno dietro ed un tatuaggio sul culo che dice “FUCK ME”; sarà empowering.

Almeno per un po’; perché la triste verità è che qui neanche le donne sono davvero al sicuro…

Ossequi








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