Michael Supremo


La Lavanda


Compleanno


La Pasqua nella tradizione Iniziatica


Sulla spiaggia di notte



Sulla spiaggia di notte
sta una bambina con suo padre
guardando l’est, il cielo autunnale.
Attraverso l’oscurità,
mentre depredanti nuvole, funeree nuvole, in nere masse
sgorgando,
più basse cupe e veloci di traverso al cielo,
in mezzo a una trasparente chiara cintura di etere
lasciata libera a oriente,
ascende vasto e calmo Giove, signore degli astri,
e vicino a lui, solo poco più in alto,
nuotano le delicate sorelle, le Pleiadi.
Sulla spiaggia la bambina che tiene la mano del padre,
quelle nuvole funeree che si abbassano vittoriose per
divorare tutto,


guardando piange in silenzio.
Non piangere, bambina,
non piangere, mia cara,
con questi baci ch’io allontani le tue lacrime,
le nuvole depredanti non saranno più a lungo vittoriose,
non avranno a lungo il possesso del cielo, divorano le
stelle soltanto in apparenza,
Giove riemergerà, sii paziente, guarda ancora un’altra
notte, le Pleiadi emergeranno,
sono immortali, tutte quelle stelle dorate e inargentate
brilleranno ancora,
le stelle grandi e le piccole brilleranno ancora, durano,
i vasti soli immortali e le eterne, riflessive lune
brilleranno ancora.


Allora mia cara piangerai tu sola per Giove?
consideri tu sola la sepoltura delle stelle?
Qualcosa c’è,
(con le mie labbra calmandoti, io aggiungo in un
sussurro,
ti do il primo consiglio, il primo inganno,)
qualcosa c’è di più immortale anche delle stelle,
(molte le sepolture, molti i giorni e le notti che passano e
svaniscono)
qualcosa che durerà più a lungo anche del luminoso
Giove,
più a lungo del sole e di ogni ruotante satellite,
o delle irradianti sorelle, le Pleiadi.

La ballata delle donne


Un Canto di Natale


Racconto Tratto da “Canto di Natale” di Charles Dickens

…Corse alla finestra, l’aprì e sporse fuori la testa; niente nebbia, niente bruma; una giornata chiara, luminosa, gioviale, stimolante, fredda; un freddo che frustava il sangue e metteva voglia di ballare; un sole d’oro, un cielo incantevole; aria fresca e dolce; campane gioiose. Oh, splendido, splendido!
“Che giorno è oggi?”, gridò Scrooge, verso la strada, a un ragazzo vestito a festa, che forse si era fermato proprio per guardare lui.

“Eh…?”, rispose il ragazzo, con tutto lo stupore di cui era capace.
“Che giorno è oggi, mio bel figliolo?”, chiese Scrooge.
“oggi…”, replicò il ragazzo, “ma come? È Natale!”
“È Natale”, disse Scrooge a se stesso. “Non l’ho lasciato passare. Gli spiriti hanno fatto tutto in una notte sola.

Possono fare qualunque cosa vogliono, naturalmente; naturalmente, possono fare qualunque cosa vogliono!” “Senti, ragazzino.”
“Sì”, rispose il ragazzo.
“Sei un ragazzino intelligente”, disse Scrooge, “un ragazzino straordinario. Sai se hanno venduto quel tacchino che c’era appeso in mostra alla bottega? Non il tacchino piccolo, ma quello grosso.”
“Quale, quello grosso come me?”, rispose il ragazzino.
” – Che ragazzino delizioso! E un piacere parlare con lui. – Sì, figliolo mio.”
“C’è ancora appeso adesso”, replicò il ragazzo.
“C’è”, disse Scrooge. “Va’ a comperarlo.”
“È matto!”, rispose il ragazzo.
“No, no”, disse Scrooge. “Va’ a comperarlo, e di che lo portino qui, perché possa dare l’indirizzo dove deve essere mandato.

Ritorna col commesso e ti darò uno scellino; ritorna con lui in meno di cinque minuti e ti darò mezza corona.”

Il ragazzo partì come una palla di fucile; e chi avesse potuto far partire una palla con una velocità pari a metà della sua avrebbe dovuto avere la mano ben ferma sul grilletto.
“Lo voglio mandare a Bob Cratchit”, mormorò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando in una risata. “Non saprà chi è che glielo ha mandato. E grande il doppio di Tiny Tim. Nessuno ha mai fatto uno scherzo così ben riuscito come quello di mandare quel tacchino a Bob.”
La calligrafia con la quale scrisse l’indirizzo non era molto ferma; tuttavia, in un modo o nell’altro, lo scrisse, poi scese giù ad aprire la porta di strada per trovarsi pronto all’arrivo del commesso del pollaiolo. Mentre stava sulla porta, aspettandolo, gli cadde sott’occhio il batacchio.


“A questo vorrò bene finché vivo”, gridò Scrooge, accarezzandolo con le mani. “E dire che prima lo avevo appena guardato! Che espressione onesta c’è in quella faccia! E un batacchio magnifico. Ma ecco il tacchino. Hello, come state? Buon Natale!”

Si vestì dei suoi abiti migliori, e finalmente uscì in strada. In questo momento la gente stava uscendo dalle case, così come egli l’aveva vista in compagnia dello Spettro del Natale Presente. E Scrooge, camminando con le mani dietro la schiena, guardava tutti quanti con un sorriso compiaciuto. Per dirla in breve, aveva l’aria così irresistibilmente piacevole che tre o quattro tipi di buon umore dissero “buon giorno, signore, buon Natale”, e Scrooge disse spesso, più tardi, che di tutti i suoni gioiosi che egli aveva mai udito, quelli al suo orecchio erano stati i più gioiosi.
Non aveva fatto molta strada, quando vide venirgli incontro quel signore imponente che il giorno prima era entrato nel suo ufficio dicendo: “La ditta Scrooge e Marley, credo”.

Sentì un colpo al cuore nel pensare all’occhiata che gli avrebbe dato il vecchio signore nel momento in cui si fossero incontrati; ma conosceva ormai quale strada gli si apriva diritta dinanzi e la prese.
“Caro signore”, disse Scrooge, affrettando il passo, e prendendo il vecchio per ambe le mani, “come state? Spero che abbiate avuto successo ieri. E stato molto gentile da parte vostra. Buon Natale, signore!”
“Il signor Scrooge?”
“Sì”, disse Scrooge: “questo è il mio nome, e ho paura che non vi riesca molto gradito. Permettetemi di chiedervi scusa, e vogliate avere la bontà… ” e qui Scrooge gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
“Signore Iddio!”, gridò il signore, come se gli fosse stato mozzato il fiato.

“Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?”
“Per favore”, disse Scrooge, “neanche un soldo di meno. In questa somma, vi assicuro, sono compresi molti arretrati. Volete farmi questo favore?”

“Ma, caro signore”, disse l’altro, stringendogli la mano, “non so che cosa dire di fronte a una simile munifi…”
“Non dite niente, vi prego”, replicò Scrooge. “Venite a trovarmi. Verrete a trovarmi?”
“Ma certo”, esclamò il vecchio signore, ed era chiaro che diceva sul serio.
“Grazie”, disse Scrooge, “vi sono molto obbligato.

Vi ringrazio mille volte. Dio vi benedica.”

Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la gente che si affrettava in tutte le direzioni, accarezzò bambini sulla testa, rivolse la parola ai mendicanti, guardò dentro le cucine delle case e dentro le finestre, e trovò che tutto quanto gli procurava piacere. Non aveva mai sognato che una passeggiata, che una cosa qualunque potesse dargli tanta felicità. Nel pomeriggio si diresse verso la casa di suo nipote.
Passò e ripassò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di avere il coraggio di andar su e bussare. Finalmente si decise e lo fece.
“E in casa il vostro padrone, mia cara?”, disse Scrooge alla domestica. Ragazza graziosa, davvero!
“Sì, signore.”


“Dov’è, amor mio?”, disse Scrooge.
“E in sala da pranzo, insieme con la signora. Vi accompagno di sopra, col vostro permesso.”
“Grazie, lui mi conosce”, disse Scrooge, che aveva già la mano sulla maniglia della sala da pranzo. “Entrerò qui, mia cara.”
Fece girare la maniglia pian piano, e si affacciò alla porta semiaperta. Stavano guardando la tavola apparecchiata con un gran lusso, perché i padroni di casa, quando sono giovani, sono sempre nervosi su questo punto e vogliono esser sicuri che tutto sia in perfetto ordine.
“Fred!”, disse Scrooge.


Signore! come trasalì la sua nipote acquisita! Per un attimo Scrooge si era scordato che c’era anche lei, seduta in un angolo, col panchettino sotto i piedi; altrimenti non lo avrebbe fatto di certo.
“Ma come, benedetto Iddio”, gridò Fred, “chi è mai?”
“Sono io, tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Vuoi lasciarmi entrare, Fred?”
Lasciarlo entrare! E un miracolo che, stringendogli la mano, non gli staccasse addirittura il braccio. Si sentì a casa propria in cinque minuti. Non c’era nulla che potesse essere più cordiale. Sua nipote aveva esattamente lo stesso aspetto, e così Topper quando arrivò, e così la sorellina paffutella quando arrivò e così tutti quanti quando arrivarono. Festa meravigliosa, giochi meravigliosi, armonia meravigliosa, felicità meravigliosa.
Però la mattina seguente arrivò presto in ufficio. Oh, se ci arrivò presto! Solo poter arrivare per primo e sorprendere Bob Cratchit che arrivava in ritardo: era questa la cosa che più gli stava a cuore.
E vi riuscì; sì, vi riuscì. L’orologio batté le nove – niente Bob; le nove e un quarto – niente Bob. Era ben diciotto minuti e mezzo in ritardo. Scrooge stava seduto con la porta spalancata, in modo da poterlo veder entrare nella cisterna.
Si era levato il cappello e la sciarpa prima di aprire la porta, e si arrampicò in un baleno sul suo panchetto, correndo via con la penna come se tentasse di riacchiappare le nove.
“Ehi là!”, grugnì Scrooge, con la sua voce consueta, imitandola il più fedelmente possibile. “Che cosa significa arrivare a quest’ora?”
“Vi chiedo mille scuse, signor Scrooge”, disse Bob, “sono in ritardo.”
“Davvero?”, ripeté Scrooge. “Sì, credo che siate in ritardo. Venite un momento qua, per favore!”
“Una volta sola all’anno, signor Scrooge”, supplicò Bob, venendo fuori dalla cisterna. “Non succederà più. Ieri siamo stati un po’ allegri.”
“Ora vi dirò una cosa, amico mio”, disse Scrooge. “Non intendo tollerare più a lungo questa razza di cose, e perciò”, proseguì, balzando su dalla sedia e dando a Bob una tale spinta nel panciotto da farlo andare all’indietro barcollando dentro la cisterna, “e perciò mi propongo di aumentarvi lo stipendio.”
Bob tremò e si avvicinò un po’ più al righello. Ebbe per un momento l’idea dì servirsene per stordire Scrooge, e poi tenerlo fermo e chiedere alla gente della corte aiuto e una camicia di forza.
“Buon Natale, Bob!”, disse Scrooge, con una serietà che non poteva essere fraintesa, battendogli sulle spalle. “Un Natale più buono, Bob, mio bravo figliolo, di quelli che vi ho dato per molti anni. Vi aumenterò lo stipendio e tenterò di assistere la vostra famiglia nelle sue difficoltà; e questo stesso pomeriggio discuteremo i vostri affari, seduti davanti a un bel punch natalizio fumante. Ravvivate il fuoco, Bob Cratchit, e comperatevi un’altra paletta per il carbone, prima di mettere il punto su un’altra i.”

Scrooge fece più che mantenere la parola. Fece tutto quanto, e infinitamente di più: e per Tiny Tim, il quale non morì, fu un secondo padre. Divenne un amico, un padrone, un uomo così buono, come poteva mai averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo. Alcuni ridevano, vedendo il suo cambiamento; ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento. E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie. Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui. Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E cosi, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!

(Brano di Natale di Charles Dickens)

Il Plenilunio di Primavera


Valentino


Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.


Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Giovanni Pascoli

L’amicizia tra due Anime…


L’amicizia tra due Anime si colloca un gradino più in alto dell’amicizia tra due Persone

Qual è l’amicizia perfetta fra due esseri umani: quella fra due Persone o quella fra due Anime? La differenza è che le Persone sono ancora condizionate dalla dura scorza dell’Ego, dalle circostanze esteriori (sociali, culturali, economiche), dalla convergenza di interessi specifici; mentre le Anime affini vanno dritte l’una al cuore dell’altra.
Secondo noi, non c’è alcun dubbio che l’amicizia tra Anime sia il livello più alto che l’amicizia può assumere nella vita terrena; essa non bada in alcun modo alle circostanze e alle convenienze e non si impernia attorno a particolari motivi d’interesse; ma è caratterizzata da un’attrazione e da una dedizione totali, ed in essa si ha sovente l’impressione di ritrovare qualcosa che si era già vissuto altrove.
Invero, vi è qualcosa di arcano e quasi di sconvolgente in quella forza misteriosa che ci sospinge irresistibilmente verso un altro essere umano, al di là di qualunque ragionamento e di qualsiasi argomento razionale o suscettibile di essere esaminato e spiegato in termini razionali; qualcosa che fa realmente pensare alla metempsicosi e alla reminiscenza, come se ci fosse dato di ritrovare qualcuno che avevamo già conosciuto prima, anche se, in questa vita, siamo assolutamente certi che non avevamo mai visto quella tale persona. Quando, poi, una amicizia fra Anime si instaura fra due individui di sesso diverso – evento raro e difficile, e sempre sospeso su un filo di rasoio – noi veramente sentiamo una potenza immensa sprigionare da essa, sentiamo le nostre forze moltiplicarsi inspiegabilmente; ci sembra di trasformarci quasi in creature sovrumane, non per qualche nostro merito speciale, ma proprio in virtù di quella prodigiosa alchimia che si sprigiona dal contatto e dall’incontro profondo tra la nostra anima e quella dell’altra (o dell’altro).
A volte gli psicologi moderni creano parole ed espressioni nuove per indicare contenuti antichi: l’amicizia fra Anime designa, in fondo, qualcosa di molto vicino al concetto di «amicizia spirituale», ben noto ai filosofi e ai teologi medievali (cfr. il nostro precedente articolo «Bellezza, bontà e verità dell’amicizia spirituale nel pensiero di Aelredo di Rievaulx», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Un altro aspetto importante dell’amicizia fra Anime è che essa si configura sempre come un triangolo: perché, accanto ai due individui in essa coinvolti, si staglia la presenza di un Altro, che ne è il supremo garante ed il silenzioso testimone: è da Lui che scaturisce un altissimo concetto della verità, per cui né l’una, né l’altra anima oserebbero mentire, ingannare, barare al gioco della vita in qualunque maniera, come invece avviene, purtroppo, nell’amicizia tra persone.
In un certo senso, l’Altro è sempre presente, e non solo nelle relazioni umane; ma solo nell’amicizia tra anime Egli diviene elemento decisivo, perché solo nell’amicizia tra anime i due contraenti preferirebbero qualunque male, anche la morte, piuttosto che venire meno alla verità che vive in essa e rimangiarsi la sacra promessa di lealtà e fedeltà incondizionate. «Non esiste amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici», ebbe a dire un Maestro che, di queste cose, se ne intendeva.
Scrivono Connie Zweig e Steve Wolf nel libro «Il volto nascosto dell’anima» (titolo originale: «Romancing the Shadow», New York, Ballantine Books, 1997; traduzione italiana di Laura Castoldi ed altri, Milano, Rizzoli Editore, 1997, pp. 232-34):
«In molte culture vengono organizzati rituali per onorare il vincolo unico dell’amicizia. In India ragazzi si sposano due volte: prima, durante la pubertà, si legano a un amico verso il quale si assumono un impegno per la vita e poi, all’età di sedici anni, scelgono una moglie, con cui allacciano un altro legame inscindibile. Grazie a questi riti il ragazzo impara ad avere fiducia nelle relazioni, insegnamento che non dimentica mai. Anche in Germania le cerimonie dell’amicizia richiedono che le due persone, ciascuna delle quali tiene in mano un boccale di vino o birra, si avvicinino fisicamente intrecciando le braccia e vuotino i bicchieri dopo aver formulato una promessa di fratellanza eterna.
Questo tipo di amicizia non è un’amicizia tra Persone, che potrebbe nascere da circostanze comuni come quella in cui vengono a trovarsi i colleghi di lavoro, i componenti di una squadra sportiva o i genitori di bambini in età scolare.

Di solito non deriva da una coincidenza degli obiettivi come quelli perseguiti dai membri di un club che mirano ai medesimi risultati o dai membri di una comunità spirituale alla ricerca di una consapevolezza più elevata, i quali condividono il legame dello spirito, che trascende la Persona, ma non il legame più personale dell’anima. In un’amicizia al livello della Persona possiamo essere attratti dagli scudi dell’altro individuo (sesso, denaro, potere) e cercare di accattivarceli per il nostro interesse, di sfruttarli per i nostri fini. Può darsi che rimaniamo imprigionati in determinati ruoli, in cui uno porta l’altro alla dipendenza o ha una posizione di superiorità perché l’altro prova invidia o vergogna; oppure può darsi che le due persone pratichino un’attività insieme, come lo shopping o il basket, senza molta confidenza. In un’amicizia tra Persone i due individui tendono infine a esprimere sentimentalismo, che rappresenta un surrogato, una forma facilmente digeribile delle emozioni più profonde e oscure. In un’amicizia tra anime accettiamo e riconosciamo invece le nostre nature essenziali. I ruoli sono più fluidi; il rispetto è reciproco; quello che avvertiamo come un legame profondo non si basa tanto sul “fare” quanto sull’”essere”. L’amicizia a livello dell’anima richiede una lealtà che vada al di là dei sentimenti o delle opinioni effimere dell’amico, una lealtà che spera gli obiettivi e le apparenze temporanei. Richiede autenticità o lealtà dell’anima. Richiede infatti di onorare il Terzo dell’amicizia. In cambio offre un posto ove non abbiamo bisogno di nasconderci.
L’amicizia tra anime assume inoltre significati diversi a seconda del contesto. Per due ragazzine che si conoscono durante l’adolescenza, provano un forte interesse reciproco, entrano nella fase del guscio, diventano inseparabili e rimangono amiche fedeli negli anni del college, del matrimonio e della maternità, l’amicizia tra anime sopravvive al passare del tempo. Dura nonostante le circostanze mutevoli e le differenze evolutive.

Può darsi che perda di intensità, che rimanga latente per anni o che rappresenti l’unica relazione stabile della vita, un rapporto che dura persino più del matrimonio. Ognuna delle due donne coinvolte ha una testimone alla stria della propria vita. Se è fortunata, ognuna delle due ha un posto dove sentirsi a casa. Per queste amicizie intramontabili il ricordo della storia vissuta in comune è un fattore chiave. Mnemosine, la dea della memoria, alimenta il rapporto permettendo agli amici di unirsi attraverso il passato quando il legame presente si assottiglia. In quanto madre delle Muse, ama la meditazione, i racconti, le rime e i miti nonché le immagini che danno unità alle narrazioni. Quando gli amici si abbandonano ai ricordi sono meno interessati ai fatti o agli avvenimenti che alla memoria simbolica, al ricordo di momenti vissuti con intensità e carichi di significato. Come la psicoterapia, l’amicizia dà spazio a questo tipo di memoria soggettiva.
Alcuni amici che si incontrano dopo anni hanno l’impressione di riconoscersi l’un l’altro a un livello profondo e inespresso; l’affinità trascende le loro storie personali. Non hanno dunque bisogno di voltarsi indietro e ricordare il passato. Entrano insieme nel presente come se il loro legame non avesse tempo, come se il Terzo fosse esistito prima del loro incontro e incollasse i loro destini l’uno all’altro.
Coloro che sono attratti dall’affinità o che amano incontrare persone simili a se stessi provano una sensazione di risonanza con l’altra persona come se si trattasse di un gemello. Come i greci Castore e Polluce, in alcune tribù africane i gemelli rappresentano l’ideale dell’amicizia. I bambini nati nello stesso giorno sono considerati gemelli che in qualche modo sono stati separati prima della nascita ma che sono uniti da un legame eterno. Gli amici condividono quindi il percorso prima e dopo la vita; i loro destini sono intrecciati. Incarnano il mistero del due in uno».

L’amicizia fra anime, come dicevamo, è di per se stessa uno degli indizi che sembrano suggerire la realtà di una nostra esistenza anteriore a questa vita presente, perché essa, talvolta, nasce e si sviluppa con ardore così impetuoso, con forza così invincibile, come se ciascuno dei due individui percorresse una strada già nota in precedenza: la strada di casa.
Dove fosse la nostra casa prima di questa vita, nessuno può dirlo, così come nessuno può dire con precisione dove essa sarà, dopo che ce ne saremo andati; ma quel legame indissolubile, che unisce due anime per la vita e per la morte, riesce difficile da spiegare, se si ritiene che tutto ciò che esiste sia qui, ora, sotto i nostri sensi, e che non vi siano né un prima, né un dopo. Invero, così come certi legami tra figli e genitori sembrano suggerire che siano stati i primi a scegliere i secondi, in un altrove che nessuno potrebbe precisare, allo stesso modo certi legami che si stabiliscono nell’amicizia fra anime fanno pensare al ritrovarsi di due anime che si erano già conosciute e che già godevano della reciproca vicinanza come del bene più prezioso. Nell’amicizia fra anime cade ogni astuzia, ogni competizione, ogni istinto di supremazia, per lasciare il posto al desiderio del bene incondizionato per l’altro: nessun legame umano è ad essa paragonabile, nemmeno quello tra genitori e figli, perché quest’ultimo ha un’origine biologica e sociale, mentre quella si direbbe venuta direttamente dal cielo.
Molti poeti e scrittori antichi ne hanno compresa tutta l’importanza e la magnificenza, e l’hanno celebrata in alcune delle pagine più belle della letteratura di ogni tempo; un esempio per tutti è quello dell’amicizia fra Eurialo e Niso, nell’«Eneide», ove Virgilio tocca un vertice insuperato nella descrizione di tale sublime sentimento, così come neppure Omero aveva saputo fare

(se non, forse, nell’ambito dell’amicizia fra uomo e animale, e precisamente nello stupendo episodio del cane Argo, che attende per venti anni il ritorno del suo padrone Ulisse, nell’«Odissea»). La tanto decantata amicizia fra Achille e Patroclo, in confronto, appare sbiadita e indefinibile: infatti noi possiamo intuirla, più che vederla, nei versi dell’«Iliade».
Altri esempi celebri di amicizia fra anime sono quello di Davide e Gionata, nell’ambito dell’Antico Testamento, e quello di Gilgamesh ed Enkidu, in quello della cultura babilonese. È quasi superfluo aggiungere che molti studiosi moderni, sulla scorta della psicanalisi freudiana, non hanno saputo trattenersi dal ravvisare, in ciascuna di tali amicizie leggendarie, le tracce di una forte componente omosessuale, più o meno esplicita; ma, come spesso avviene ai seguaci della dottrina del sospetto, non è detto che le loro sin troppo facili illazioni abbiano colto nel segno.
La verità è che un’amicizia fra anime è talmente rara e preziosa, talmente al di là e al di sopra delle normali amicizie tra persone, che, giudicata dall’esterno, essa può facilmente dare adito a un tale genere di pensieri; ma, spesso, a torto. Il fatto è che colui che sta su di un piano inferiore, non possiede gli strumenti concettuali ed etici per comprendere, e meno che meno per giudicare, ciò che giace ad un livello superiore.
Un esempio banale: per un uomo rozzamente materiale, una donna nuda, distesa mollemente in posa sensuale, non è altro che un richiamo ai più bassi appetiti del corpo; ma per il grande artista, come Tiziano o Giorgione, è il magnifico soggetto di una grande opera d’arte, nella quale il mistero della bellezza viene celebrato in un’aura di sublime poesia. Perciò, bisogna stare attenti a non giudicare secondo le apparenze: perché ciascuno vede secondo la propria capacità visiva, e giudica secondo il proprio metro di evoluzione spirituale.


Concludiamo queste brevi riflessioni affermando che l’amicizia indissolubile fra due anime è una di quelle esperienze eccezionali che possono conferire significato e valore ad una intera esistenza umana.
In essa, infatti, ciascuna delle due parti si sente continuamente sollecitata a dare il meglio di sé, in termini di devozione, gratitudine, lealtà, solidarietà, abnegazione, all’interno di una nobile competizione per non essere mai da meno l’una dell’altra; ed è così rara perché, se è vero – come sosteneva Aristotele – che la vera amicizia è propria solo dei buoni, allora bisogna ammettere che l’amicizia fra anime è propria soltanto delle anime eccellenti: le quali, nel panorama della vita ordinaria, costituiscono notoriamente una merce assai poco frequente.

Francesco Lamendola