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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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LIBRI IN STAND BY
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 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

 
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Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei quasi 650 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora. (oltre a 15 romanzi di cui due pubblicati con editore e due in proprio)

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti, li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in oltre venti di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

In proprio ho stampato L’uomo nero, favola horror e Morte a bordo, ambientato a Sestri Levante.

Da ultimo devo dire che ho ottenuto sei primi posti in concorsi letterari, oltre una decina di piazzamenti e numerose menzioni e ingressi in finale.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
74 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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IL CUORE DI UN UOMO

IL CUORE DI UN UOMO

Il dottor Palermo aveva scelto come specializzazione la medicina legale.

Vero che è brutto avere a che fare con i morti, ma almeno non avrebbe visto morire i suoi pazienti e nessuno di loro si sarebbe mai lamentato di lui.

Vero anche che in questo modo non poteva salvare delle vite e che era un po’ come la lumaca di Trilussa che per vergogna di essere sorpresa a passeggiare sull’ombelico di una statua, si era rifugiata sotto la foglia di fico, peggiorando la propria posizione o meglio ancora come lo struzzo che, per antonomasia, infila la testa sotto la sabbia sì da non vedere e da non essere visto.

Ma se lui non poteva contribuire a salvare delle vite, poteva spesso, in caso di morti violente dovute a crimini, contribuire a fare giustizia.

Se non altro, poi, erano rari i giovani, ancora di più i bambini, che finivano sul suo tavolo operatorio, quella fredda lastra d’acciaio senza lenzuola, senza materassi o cuscini, al massimo con un minuscolo lembo di stoffa posto a proteggere l’intimità di quei poveretti da occhi indiscreti..

Chi avesse guardato da fuori il suo lavoro, l’avrebbe visto come un’operazione di bassa macelleria: crani scoperchiati, organi estratti e pesati, ossa segate, rimosse e poi rimesse al loro posto e poi quelle suture talmente grossolane da sembrare un’imbastitura da bassa sartoria, più che una cucitura da atelier, ma lui era sicuro che ai suoi “pazienti” non importasse tanto ciò che veniva fatto al loro oramai inutile corpo, quanto ciò che questo poteva raccontare su chi l’aveva spedito  su quel tavolo, in quei frigoriferi.

Il dottor Palermo non era il solo patologo lì dentro, visto che lavorava per l’istituto di medicina legale di Milano e in una grande città i morti non mancano mai: morti ammazzati, morti suicidi, morti in incidenti, spesso vittime di pirati della strada, e poi anziani deceduti in casa da soli, ritrovati magari dopo mesi, addirittura dopo anni e solo grazie a persone che avanzavano un credito e andavano a cercarli unicamente per riscuotere, non certo per compassione.

E quei morti silenziosi, i suoi morti, a lui, al capo patologo dell’istituto, parlavano, raccontavano la loro storia, o meglio quella del loro corpo e lui a sua volta la raccontava a chi di dovere e spesso i colpevoli venivano arrestati sulle delazioni delle loro stesse vittime, perché a un patologo i cadaveri raccontano vicende e accadimenti che altri non sanno e non vogliono ascoltare.

Raccontano del loro ultimo pasto, delle loro malattie, anche quelle, magari di cui si vergognavano, dei loro vizi più o meno segreti.

La cosa peggiore, almeno all’inizio, era stata l’odore, l’odore della morte, perché spesso i cadaveri venivano trovati dopo giorni e la decomposizione era già avanzata.

Il dottor Palermo non aveva una moglie (neppure un marito, se è per questo), né una compagna o una fidanzata: quell’odore si infilava nei pori della pelle, fra i capelli, sotto le unghie e ci voleva del bello e del buono per mandarlo via; lui, oramai, non lo sentiva più, non ci faceva più caso, ma una compagna non lo avrebbe sopportato.

Era già fin troppo imbarazzante dover raccontare alle persone del mestiere che faceva: qualcuno lo deve pur fare, ma non è ben visto lo stesso; alcuni quando lui diceva “medico patologo”, di nascosto, si toccavano gli attributi, per ignoranza e scaramanzia, sempre che le due cose siano scindibili.

Come detto con lui, anzi sotto di lui, lavoravano altri medici, assistenti e poi portantini, custodi, impiegati eccetera.

Qualcuno dei più giovani, soprattutto i portantini, aveva ancora voglia di scherzare sulla morte e sui morti: lui no.

Anche se era conscio che quelli non erano persone, ma solo il loro guscio vuoto, che le persone vere erano forse quei ventuno grammi che alcuni chiamano anima e che se n’erano andati chissà dove insieme all’ultimo respiro, all’ultima pulsazione, lui aveva comunque rispetto per i corpi: non li derideva, belli o brutti che fossero stati, grassi o magri, alti, bassi, dotati sessualmente o meno, lui non ci scherzava, più che altro per rispetto dei loro famigliari che erano tutti quanti dei seguaci di quello strano culto della venerazione di corpi oramai inutili.

Eppure anch’essi meritavano compassione per le loro idee, per il loro dolore.

Quella mattina particolare non c’era, stranamente, nessun cadavere arretrato da esaminare; forse anche i delitti, i suicidi, gli incidenti, hanno dei picchi come i ritmi vitali, forse sarebbe stato interessante farne uno studio statistico, ma lui aveva ben altro da fare, ben altro per la testa.

A metà mattina, mentre nell’attesa stava riordinando dei documenti, sentì del chiasso per i corridoi: a lui dava fastidio, lui parlava sempre a bassa voce, sempre per quella forma di rispetto che si era imposto, ma sapeva che non tutti lì dentro erano come lui.

Come al solito erano due giovani portantini, di quelli che spiavano sotto i lenzuoli le intimità dei cadaveri che portavano e poi ci scherzavano sopra.

Quante volte li aveva ripresi, aveva fatto loro la predica, ma tanto non lo ascoltavano e alla volta seguente era la stessa solfa, quindi aveva smesso anche di arrabbiarsi, di rimproverarli.

Capo, ehm, scusi, dottore – attaccò il più ciarliero ed estroverso dei due che avevano condotto il cadavere sulla barella a rotelle, coperto da un lenzuolo bianco – questa la deve proprio sentire e vedere: quello lì – ed indicò il cadavere con l’indice, un dito con un’unghia troppo lunga e sporca – sarà sulla sessantina e c’è rimasto mentre era a letto a fare fichi, ficchi con una ragazzina che sarà stata appena maggiorenne. Guardi – e scoperchiò il cadavere nudo con un sol gesto della mano – gli è rimasto ancora in tiro!”.

“Rigor cadavericus” ghignò sottovoce il suo compagno.

E che rigor!” aggiunse il primo; poi se ne andarono entrambi spintonandosi, ridendo della faccenda che, in giornata, avrebbero raccontato a parenti e amici. Il dottore cominciò ad esaminare il cadavere: aveva gli occhi aperti, spalancati dall’inaspettatezza della propria morte, ma lui non riusciva a decifrare cosa avesse provato negli ultimi momenti: stupore? paura? soddisfazione? Il suo colorito era ancora paonazzo: evidentemente l’emozione di quella carne giovane era stata troppo per lui.

Come sempre, in caso di morti improvvise e poi in una situazione come quella, occorreva un’autopsia per chiarire le cause della morte, per accertare che fossero assolutamente naturali.

Il dottor Palermo cominciò la dissezione come aveva imparato dai manuali di anatomia patologica: taglio a “ipsilon”, poi segare via lo sterno, divaricare le costole, tagliare i vasi sanguigni ed estrarre il cuore: poi sarebbe passato alla scatola cranica e al cervello e via, via agli altri organi.

Il cuore era quello classico di un uomo a cui questo era scoppiato per la troppa pressione causata da una emozione troppo forte per la sua età, ma per il resto non era differente da quello di qualunque altro cadavere, fosse questo morto per un colpo di pistola o investito da un’automobile.

Osservandolo bene quell’organo fermo oramai per sempre gli diceva l’età dell’uomo, i suoi peccatucci: fumo, alcool, ma non parlava di sentimenti ed emozioni, oltre a quell’ultima che gli era stata fatale.

Questo non lo capiva: cosa aveva provato veramente quell’uomo? era la prima volta oppure era un habituè delle ninfette? Un pervertito o un uomo solo che voleva ancora godere di una pelle giovane, del calore e del profumo che emana prima della catarsi finale? Aveva solo goduto quel corpo o l’aveva amato? E la ragazza lo amava o lo sfruttava oppure era una vittima, al di là di quanto avrebbe dichiarato alla polizia?

Questo non riusciva proprio a capirlo, nonostante i suoi studi e la sua esperienza, perché il cuore di un uomo può dirci come ha vissuto, quanto ha vissuto, ma contro ciò che si crede, non quanto e come ha amato.

 
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Pubblicato da su gennaio 1, 2026 in Racconti

 

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PERCETTIBILI PRESENZE

PERCETTIBILI PRESENZE

È morta, non c’è più, devi fartene una ragione” gli dicevano tutti, gli diceva sua madre, gli dicevano gli amici, ma lui non se ne dava pace, e come avrebbe potuto? La prima e unica donna che avesse mai amato, probabilmente l’ultima, se n’era andata per sempre, in un modo crudele, straziante, improvviso, l’aveva lasciato solo: perché? perché? perché?…

Luca voleva morire, raggiungerla, ma se poi non ci fosse stato nulla dopo la morte? Sai che fregatura… no, avevano ragione loro, gli altri: l’aveva persa per sempre ed ora doveva continuare a vivere e se non gli era possibile farlo, doveva provare almeno a sopravvivere.

Ma poi perché, per quale scopo? Non si sa, ma così è e così deve essere.

E allora dopo un lungo lutto, un periodo sabbatico chiesto ed ottenuto al lavoro, dopo la solitudine lontano, in un posto che nessuno conosceva, dopo le riflessioni filosofiche sui come e i perché, Luca ritornò, ritornò alla sua casa, al suo lavoro, certo più triste, meno motivato, più apatico: fra vivere, sopravvivere o morire, aveva capito che il suo destino era la seconda opzione.

Sembrava andare tutto così bene: cinque anni di matrimonio in perfetta armonia, il momento di programmare un figlio oramai maturo e poi quel camion, quel maledetto camion impazzito, quell’autista stanco e ubriaco, in cinque minuti si erano portati via tre vite: quella di Laura, quella non ancora da venire del loro futuro primogenito di quello che avrebbe dovuto essere un piccolo esercito ed infine la sua, anche se formalmente ancora viveva in buona salute, almeno quella fisica.

Non volle neppure sapere cosa fosse stato del camionista, non lo volle vedere, non gli volle parlare: quanto vale una vita? Quanto tre vite? Denaro? Prigione? Occhio per occhio? Non sono quantificabili, anche se a volte sognava di essere faccia a faccia con quell’uomo, affondargli le dita nel petto e strappargli il cuore: cuore per cuore. Piano, piano Luca allontanò amici e parenti, ne prese le distanze: loro non avevano colpe, ma lui non voleva più avere rapporti affettivi con alcuno, così, solo per non rischiare di soffrire ancora. Avevano preso un canarino che adesso era l’unica presenza viva nella sua, la loro casa: lo diede via, lo regalò prima che invecchiasse, che terminasse anch’egli la propria esistenza; unica condizione, che non gli dicessero mai se l’uccellino era ancora vivo o morto, come il giochino che suo padre gli faceva con le dita quando lui era piccolo. Già, suo padre, il suo primo grande dolore la sua morte, ma quando accadde aveva già Laura vicino a consolarlo a dargli speranza.

Ecco, adesso che era solo, che aveva disdetto anche il telefono, che non aveva più neppure una connessione per il computer, adesso era sereno, o almeno così gli pareva: non provava più alcuna gioia, ma neppure alcun dolore: aveva trovato un equilibrio anestetizzante. La sera si sorbiva, o meglio, subiva la televisione, tanto per fare qualcosa, per aspettare un sonno che tardava sempre di più e di giorno aveva quello schifo di lavoro all’assicurazione, dove da sempre gli rifilavano i clienti scontenti, giusto per non chiamarli incazzati.

E lui li ascoltava, cercava di rabbonirli: a volte ci riusciva, a volte no, altre doveva intervenire la sicurezza per evitargli guai fisici. Per quanto gli importava… forse essere picchiato, per una volta l’avrebbe fatto sentire vivo, gli avrebbe dato delle sensazioni diverse dall’indifferenza e dall’apatia.

Come era bella Laura, come era intelligente: passavano ore sdraiati sotto le coperte, abbracciati a parlare, senza mai una nube seppure piccola fra loro.

Poi una telefonata (aveva strappato l’apparecchio dalla spina e l’aveva gettato in cortile sfiorando il portiere), due minuti di caso, o destino, o malevolenza di una qualche entità permalosa verso il suo pragmatismo e tutto era virato bruscamente, come una derapata in auto, come un’onda presa male, di quelle che ti cambiano salute, umore e giornata, solo che la sua giornata sarebbe durata per il resto dei suoi giorni.

Lavorare senza voglia, alzarsi, lavarsi, mangiare, dormire, vivere, tutto senza alcun desiderio di farlo. Domeniche in cui Luca passava dall’essere ancora in pigiama al momento in cui era già in pigiama; fuori da quelle mura opprimenti e odiose fluiva la vita, ma lui non sapeva più dare un significato al termine. Un lunedì, che già di per se stesso è un giorno orribile, mandarono da lui un cliente scontento: in fondo era il suo mestiere, in fondo i colleghi e i superiori erano delle carogne senza cuore e senza rispetto per il suo dolore.

Energumeno.

Energumeno, ignorante e cafone era il modo esatto di definire quell’uomo: non voleva capire che era in torto, sbraitava e per di più puzzava.

Gli tirò un pugno al lato del mento che lo spedì a terra a contare uccellini da nido che gli giravano intorno; le guardie lo portarono via, ma ancora dopo che Luca fu solo sentiva le sue urla nelle orecchie e nella stanza e il suo odore di sudore rancido che cercava di forzargli le narici per installarsi a forza nel suo cervello. Si alzò da terra senza che nessuno fosse intervenuto ad aiutarlo, a chiedergli come stava e per prima cosa spalancò le finestre per fare uscire la puzza, per fare si che il rumore del traffico coprisse le urla e gli insulti che ancora rimbalzavano fra le pareti.

Però fu allora che capì una cosa fondamentale, una che ad altre sfugge: le persone lasciano una scia del loro passaggio, come certi animali; sfruttano i tuoi cinque sensi e ti lasciano la percettibile presenza anche dopo che non ci sono più: il sapore di un bacio, un odore, una voce, un’immagine, la sensazione della loro pelle sulle tue mani.

Altre volte gli era parso di sentire il suo profumo, la sua voce, la sua presenza, ma lui era un pragmatico e non credeva certo ai fantasmi.

Se ne andò prima del consentito, ma dopo l’aggressione subita nessuno ne avrebbe trovato da ridire: arrivato a casa andò in camera, quella in cui non era più entrato da allora, la loro camera, quella del loro amore e dei loro segreti, quella di cui non aveva aperto più la finestra da quel giorno: avrebbe dovuto esserci odore di chiuso, invece a saperlo cogliere persisteva ancora il profumo di lei, non quello che metteva quando usciva pronta agghindata e sempre elegante, ma quello della sua pelle.

E tendendo l’orecchio percepì, debole, ma nettamente riconoscibile, il suono della sua risata, quella della sua Laura, perché solo lei rideva così, come una bambina felice di esistere.

Luca sapeva che lei aveva bisogno di pace, ma amare vuole dire anche essere egoisti, così non la lasciò andare e non aprì mai più la finestra e ogni tanto rientrava in quella stanza ed allora gli pareva di sentire ancora l’ultima eco della sua risata particolare: solo così riusciva a non impazzire e ad essere ancora felice… no felice era troppo, ma vivo sì, quello lo era ancora.

Forse non era solo una sua convinzione, forse anche i morti lasciano percettibili segni del loro passato.

Lo fanno per noi, perché possiamo vivere anche per loro: è il loro ultimo sacrificio d’amore.

Forse i morti non sono così lontani: forse sono solo dall’altra parte del muro o forse i veri morti sono quelli da questa parte del muro.

 
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Pubblicato da su dicembre 1, 2025 in Racconti

 

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SECONDE NOZZE

SECONDE NOZZE

Giorgio e Tommaso erano stati grandi amici per almeno quindici anni, fino da quando Giorgio aveva tredici anni e Tommaso cinque di più.

Erano inseparabili, si vedevano ogni giorno o quasi: poteva essere per giocare a tennis, a ping – pong, per andare al cinema o a prendere il sole sul fiume o magari per stare in casa a giocare ai videogames. Stavano proprio bene insieme, si volevano bene come solo possono fare due amici, perché l’amicizia è un sentimento puro, non inquinato dalla passione, quindi più difficile a passare: forse l’amicizia è la forma più forte di amore che ci sia, quando è vera amicizia. Quando Giorgio compì diciotto anni Tommaso gli insegnò a guidare, mettendo a rischio l’incolumità sua e della sua povera utilitaria e poi, quella stessa estate, come regalo per la maturità dell’amico, Tommaso lo portò in vacanza con sé: oltre trenta giorni ed oltre tremila chilometri, guidando un po’ a turno e ancora una volta la macchina di Tommaso resistette al viaggio e alla guida inesperta del neo – patentato. Il maggiore dei due amici, scottato da precedenti esperienze, ora pareva avere trovato stabilità in quel rapporto d’amicizia così diverso da un rapporto sentimentale con l’altro sesso; Giorgio, invece, pareva sempre inquieto: quando erano insieme, quando partivano alla ventura, stava bene, ma poi si poneva domande su quel rapporto così insolito. E non era il solo. Gli amici, i compagni di scuola, avanzavano sospetti, peraltro infondati, su quel loro legame a doppio filo, su quello stare sempre insieme e per il ragazzo era un problema quel sospetto di diversità. Se da una parte voleva bene a Tommaso e stava bene con lui, dall’altro c’era il desiderio di integrarsi, di essere come i suoi compagni, avere una ragazza, andare in discoteca, fare parte di una compagnia, di un gruppo.

E fu così che Giorgio ebbe la sua prima esperienza con una compagna di classe dell’ultimo anno del liceo, una che, peraltro, la dava a tutti.

Quando Tommaso lo venne a sapere, un po’ era contento per l’amico, un po’ sentì una punta di gelosia: si rendeva conto che stava cominciando a perderlo, che Giorgio si allontanava, lentamente, ma inesorabilmente da lui, ma sapeva che prima o poi sarebbe successo. Dopo la maturità Giorgio non proseguì gli studi, ma iniziò subito a lavorare e così il tempo per i due amici diventava sempre più stretto; nessuna possibilità di vedersi tutti i giorni, come prima: incontrarsi diventò una volta alla settimana, poi due al mese, poi ancora più di rado e senza regolarità. Si sentivano ogni tanto per telefono, si scambiavano gli auguri per le varie ricorrenze, magari i regali si accumulavano e facevano un tutt’uno le rare volte che andavano a mangiare una pizza insieme.

Passò tanta acqua sotto i ponti, successero tante cose: lutti, separazioni, perché sono le cattive sorprese che il tempo riserva ad ogni famiglia o quasi.

Tommaso e Giorgio non persero mai definitivamente i contatti, ma oramai avevano vite divergenti; poi, un giorno, Giorgio telefonò a Tommaso per dirgli che si sposava, lo invitò al matrimonio, ma questo non sarebbe avvenuto in città, ma al sud, di dove Marina, la futura sposa, era originaria, perché lei era molto legata alla famiglia, anche troppo. Tommaso, adducendo motivi di lavoro, rifiutò l’invito e se ne sentì sollevato: c’era sempre in lui quella punta di gelosia, di rimpianto per quel sentimento d’amicizia che era stato molto più che un amore. Al ritorno dal viaggio di nozze si videro, Giorgio mostrò all’amico le foto della cerimonia, del viaggio, della sposa; poi i loro contatti divennero ancora più radi. Inutile oramai anche il pensierino a Natale o al compleanno: si era ridotto tutto a un messaggio sul cellulare.

Tommaso, però, aveva visto giusto, pur non avendo mai conosciuto la neo signora Ferrari: era una di quelle persone che vivono ancora col cordone ombelicale, che non si staccano mai dalla madre più di un tot, così Giorgio doveva vivere fuori città, a meno di un chilometro dalla suocera che, fra le altre cose era sempre fra i piedi e doveva ogni giorno sobbarcarsi tre ore di viaggio fra mattina e sera per andare e venire dal lavoro.

Probabilmente non c’era mai stato un vero amore, probabilmente per Giorgio era stato un ennesimo tentativo di integrarsi, di ribadire la propria normalità e quindi quel matrimonio senza legami finì.

Giorgio tornò a vivere in città, da solo, almeno fino a che non prese un gatto.

Si sentivano ancora col vecchio amico, andarono anche insieme, una sera, ad un vernissage a cui Tommaso teneva e in quell’occasione Giorgio gli rivelò che aveva conosciuto Chiara, una ragazza che lavorava nel suo ramo, che stavano bene insieme e che presto lei sarebbe andata a vivere con lui.

Così fu. Si rividero ancora un paio di volte, andarono a cena insieme, ma Giorgio non portò mai l’attuale compagna con lui. Poi un giorno comunicò all’amico che si sarebbe risposato: Tommaso non sapeva neppure che avesse divorziato ufficialmente dalla prima moglie; era passato tanto tempo, persone erano andate e venute nelle loro vite come treni in una grande stazione, ma ancora Tommaso sentì un piccolo dolore in fondo al cuore, pur se era felice che la solitudine di Giorgio fosse finita presto: lui non era tipo da stare solo, contrariamente a Tommaso che aveva eletto questa, la solitudine, a sua compagna di vita. La seconda cerimonia, civile, sarebbe stata in città, solo per pochi intimi, gli disse Giorgio e non fece neppure il gesto di invitarlo, stavolta, neppure gli mandò la partecipazione, ma forse le cose erano più informali: erano le seconde nozze, non più il passo della vita.

Oramai si sentivano per telefono o via e-mail solo un paio di volte l’anno; nei due anni successivi andarono ancora a cena una sola volta, ma mai Giorgio portò la nuova moglie: neppure tirò mai fuori le foto di lei, del matrimonio, del secondo viaggio di nozze in Brasile. Giorgio raramente parlava di Chiara: quando si telefonavano diceva che lei era al lavoro, era in viaggio, parlava più delle prodezze del gatto che del suo rapporto coniugale.

* * *

Giorgio arrivò a casa alle ventuno dal lavoro: si tolse il giaccone: “Sono a casa” disse e gli rispose un miagolio e il gatto venne a strusciarglisi contro le gambe; andò in camera, si tolse le scarpe e mise le pantofole, poi andò in cucina e mise sul fuoco l’acqua per la pasta.

Mentre questa bolliva apparecchiò la tavola per due, ma un piatto e tre posate sarebbero ritornate intonse al loro posto: non c’era nessuna Chiara, nessune seconde nozze, non c’erano mai state, solo un grande vuoto esistenziale da riempire agli occhi degli altri, quel desiderio di sempre di essere normale, di avere una compagna come tutti, fosse pure solo il frutto della sua fantasia.

Quel vuoto Giorgio l’aveva riempito così: inventandosi una relazione, convincendosene: meglio quella che l’amicizia con un uomo della quale la gente malignava, così Giorgio e Tommaso invecchiarono da soli: uno nel rimpianto, l’altro nella propria fantasia malata, ma se non altro Tommaso aveva almeno amato, Giorgio non lo aveva mai fatto veramente, invecchiando infelice nella ricerca dell’apparire come gli altri volevano che lui fosse..

 
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Pubblicato da su novembre 2, 2025 in Racconti

 

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FURTO D’AUTO

FURTO D’AUTO

Il signor di La Palice prima di morire era ancora vivo…
La Seat Marbella di Carlo il venerdì sera era parcheggiata nella via laterale a quella dove Carlo viveva, visto che il giorno seguente ci sarebbe stato mercato e il giorno dopo non c’era più.
Prima, però, di realizzare che era stata rubata, Carlo aveva fatto una serie di giri concentrici sempre più larghi, supponendo di essersi dimenticato lui di dove l’aveva parcheggiata la sera prima: del resto chi ruba una macchina utilitaria, malconcia e per di più di vent’anni di età e quasi duecentomila chilometri?
Non era più neppure assicurata contro il furto da diversi anni, ma la denuncia andava fatta comunque, non fosse altro per il fatto che se fosse stata usata per un reato lui sarebbe stato indagato e poi c’era l’assicurazione e il bollo da disdire: burocrazia, tempo perso, oltre il danno, la beffa.
L’auto era vecchia, non valeva più niente, ma acquistarne un’altra, seppure usata, quello sì costava e in quel periodo Carlo non navigava certo nell’oro: quella proprio non ci voleva.
E pensare che a bordo, sotto il sedile, c’era una pesante catena con lucchetto anti – taglio che, però, non veniva più usata da anni, data l’improbabilità di un furto.
C’era una sola cosa da fare, nonostante fosse un sabato pomeriggio e chiunque amerebbe passarlo in relax: andare alla polizia a fare denuncia.
Ovviamente occorreva andare coi mezzi pubblici ed oramai per un percorso anche breve a Milano occorre prendere tre mezzi e considerando l’orario del sabato, questo significava almeno dieci minuti d’attesa a mezzo, visto che chissà perché sembra sempre che quando aspetti un tram o un autobus questo sia appena passato.
Trenta di attesa, un quarto d’ora a bordo, totale tre quarti d’ora per poco meno di tre chilometri.
Carlo varcò la porta del commissariato con la stessa titubanza che si ha sempre quando si entra in un posto del genere, dove la vittima viene sempre guardata come un colpevole, un criminale, un millantatore, un impostore, un truffatore.
A ricordarlo, poi, c’erano vari cartelli che ammonivano sulla persecuzione penale delle false denunce, false dichiarazioni, forse anche degli errori grammaticali sui congiuntivi.
Con il nervoso per il furto, il cuore in tumulto e tutti i timori e le titubanze del caso, Carlo si avvicinò al tavolo dell’agente di guardia: “buongiorno, mi scusi, dovrei…”.
L’agente non lo guardò neppure in faccia, non lo fece finire e, continuando a scrivere qualcosa su un foglio, gli intimò: “Documento!”.
“Sì, certo – rispose obbediente Carlo – sa, io dovrei denunciare…”.
“Questo lo spiegherà al collega che raccoglierà la sua denuncia; s’accomodi nella prima stanza a sinistra ed attenda” concluse il giovane agente senza restituirgli il documento e chiudendo definitivamente ogni possibilità di dialogo. Carlo avrebbe voluto parlargli, spiegargli quanto era affezionato a quella vecchia carretta, che a bordo c’era anche il termometro con la fotografia di sua mamma, che c’erano, nonostante l’età vetusta del mezzo, i sedili reclinabili e questo glielo avrebbe detto ammiccando, come si fa fra maschi che sanno cosa vuol dire trasgredire, saltare la cavallina… ma quello scriveva, scriveva… Entrò nella squallida stanzetta, evidentemente una sala d’aspetto dove transitava gente di ogni tipo, sesso e nazionalità.
Il rivestimento screpolato delle sedie era macchiato e di cosa era meglio ignorarlo. C’era un cattivo odore, un misto di puzza di piedi, di vecchie scoregge, di pelle che trasudava spezie e cibi esotici e quell’odore di sporcizia personale che a Milano si chiama “Spusa de aj”, puzza di aglio.
Carlo cominciò così un’attesa che si preannunciava lunga; nella stanza c’era una donna dall’aspetto sudamericano, un’altra con un irrequieto bambino di un paio d’anni che le sgusciava continuamente dalle braccia e andava a toccare tutto ciò che poteva e un giovane sui vent’anni dalla carnagione olivastra che poteva essere asiatico, ma anche meridionale ed erano tutti prima di lui. Carlo sapeva che lì usavano ancora scrivere le denunce a macchina, non al computer e che usavano un solo dito, massimo due per battere sui tasti, con una lentezza aumentata da un linguaggio pseudo – legale esasperante e talora incomprensibile.
Alle lerce pareti del locale c’erano vari poster: uno invitava all’arruolamento in polizia, uno commemorava un qualche anniversario, un altro ammoniva che non si poteva lasciare il commissariato senza permesso: in pratica era prigioniero là dentro in promiscuità con donne e bambini.
Questo fu sufficiente a fargli venire un impellente desiderio di orinare; provò ad affacciarsi al corridoio, ma non c’era nessuno a cui chiedere e temeva che se si fosse allontanato dalla sala d’aspetto per cercare una toilette l’avrebbero messo fra i ricercati, forse gli avrebbero sparato a vista o l’avrebbero interrogato con un classico terzo grado con tanto di luce sparata in faccia.
Quindi strinse i muscoli del ventre affinché convincessero la sua vescica a rassegnarsi ad aspettare un paio d’ore ed un bar fuori di lì.
Ogni tanto sentiva arrivare con stridore di gomme e di freni, pagati dai contribuenti, autovetture di servizio; rumori, grida, proteste, ordini, voci di commissariato, tanto lontane dalla vita quotidiana della gente comune.
L’odore era aumentato: la donna col bambino gli aveva abbassato un po’ i calzoncini e gli stava annusando il pannolino, poi con aria schifata gli ricompose i pantaloni e gli mollò uno sculaccione, facendo, probabilmente, un disastro: meno male che lui aveva trattenuto il suo bisogno di orinare.
La donna più vecchia venne chiamata, documento alla mano, da un agente, poi toccò al giovane e infine alla coppia madre – figlio e lui rimase solo là dentro. Dopo di lui non era arrivato nessun altro. Nel frattempo le due ore previste erano diventate quasi tre; da un bel po’ non c’erano state chiamate, ma solo arrivi di pantere stridenti ed urla di agenti e arrestati.
Dopo un po’ Carlo cominciò a spazientirsi: s’affacciò di nuovo alla porta, quindi uscì nel corridoio in cerca di qualcuno con cui comunicare a cui chiedere qualcosa almeno sui tempi: gli scappava proprio!
In quel momento arrivò l’ennesima volante con un paio di brutti ceffi in manette; Carlo s’appiattì al muro mentre questi lo sorpassavano quasi fosse invisibile, poi uno degli arrestati, chissà come, si liberò delle manette, forse chiuse male, forse difettose, poi prese, anzi strappò la pistola dalla fondina di uno degli agenti e cominciò a sparare a caso, mentre fuggiva verso l’uscita.
Carlo non fece in tempo a rientrare nella sala d’attesa, sentì un urto, come se un’auto l’avesse investito, poi ebbe la sensazione di bagnato all’addome e cadde a terra. Cominciava a sentire dolore, ma presto fu colto da un grande senso di pace. Vide facce chine su di lui, uno s’inginocchiò e porse l’orecchio alle sue labbra: “Mi hanno rubato la mia vecchia Seat Marbella… e devo anche pisciare” fu la sola cosa che riuscì a dire.
E fu anche l’ultima.

 
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Pubblicato da su ottobre 1, 2025 in Racconti

 

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IL TEMPO E LA VENDETTA

IL TEMPO E LA VENDETTA

Il vero problema non è mai quello di vivere troppo o troppo poco, ma invece è quello di vivere bene il tempo concessoci e del quale fortunatamente non conosciamo in anticipo l’entità. Per tutta la vita si cerca la felicità, dimenticando la serenità e come dice il detto, tante volte nessuna nuova, buona nuova, anche se questa serenità qualcuno la potrebbe chiamare noia. Ci sono vite, però, che al di là delle aspettative più o meno alte, sembrano nate proprio sotto una cattiva stella, che si creda o no all’astrologia, che si creda o no alla fortuna e alla sfortuna. Aldo, comunque, su questo argomento era un pragmatico.  Lui sapeva bene, ad esempio, perché lo aveva studiato che l’astrologia non esiste.. Le costellazioni sono un falso, una sorta di illusione ottica o prospettica data dalla loro lontananza, perché le stelle, che dalla terra appaiono complanari, sono in realtà disposte su piani diversi dello spazio e molto distanti fra loro, parliamo di anni luce e, comunque, anche se così non fosse non potrebbero influire sul carattere o sugli avvenimenti della vita di una persona, almeno non più di quanto non possano fare la disposizione del comò o del guardaroba o del quadro della Madonna appeso sopra il letto della camera. Però, santo Dio, a lui una che una non gli era mai andata bene, astrologia o meno che fosse. E oltre il destino ci si erano messe le persone a rendere amaro e difficile il suo percorso terreno; lui che accettava la noia, il quieto vivere, il grigiore, le rinunce, lui che non faceva male a niente e nessuno, proprio non meritava che ci fossero persone che ne facessero a lui inutilmente e immotivatamente. A volte pensava all’antica favola del leone preso a calci quando era diventato vecchio e incapace di difendersi, solo che lui non era mai stato neppure per un sol giorno un leone, non aveva mai avuto potere, né incusso paura a chicchessia, né tantomeno prevaricato qualcuno. E non era ancora vecchio. Eppure c’era gente che lo aveva preso a calci lo stesso, forse proprio perché lui era incapace di difendersi. Gli avevano fatto del male, tanto male e non c’è proprio bisogno di altro dolore oltre alle ferite che la vita stessa ci infligge. Il male peggiore era che agendo così gli avevano insegnato ad odiare. Come quella coppia di vicini di casa che lo avevano angustiato a lungo, ma poi si erano trasferiti, se non altro. E un giorno, casualmente, Aldo venne a sapere che erano morti entrambi: lui di cuore, lei, la peggiore dei due, la più accanita, di un tumore. Quasi se ne vergognava, ma ne era stato felice di quelle morti, era un piccolo debito che il destino gli saldava, una vendetta indiretta. Evidentemente il male e il dolore erano una patologia genetica nella sua famiglia, i cui componenti, peraltro, erano come lui e non ne avevano mai fatto ad alcuno. Suo nonno, ad esempio, era stato vittima di giochi di potere sul lavoro e, già vecchio, raccontava nel suo buffo dialetto che solo i famigliari capivano: “Quelli che mi hanno fatto del male sono poi morti tutti”. E in famiglia veniva a tutti da ridere: certo che erano morti, erano tutti più vecchi di lui e quando raccontava queste cose il nonno era già oltre gli ottanta.Povero nonno, era finito a vivere e morire in una topaia, senza neppure il lavandino in cucina, senza una vasca da bagno, con una vecchia stufa a legna che da sola avrebbe dovuto riscaldare l’intera  abitazione.Gliene avevano fatto sì del male e a volte neppure la morte basta a cancellarlo, ma se non altro quel risarcimento del destino è una piccola consolazione. Nella vita di Aldo poi c’era stata quella donna orribile che lo aveva, di fatto, costretto a dimettersi, a perdere il lavoro che lui amava tanto, però ancora una volta lui aveva avuto la sua vendetta: un giorno l’aveva vista casualmente per strada, la testa fasciata in un foulard, segno evidente di chemioterapia, curva, con andatura incerta. Anche lei aveva, dunque pagato, solo che non avrebbe probabilmente mai collegato la propria malattia col male che aveva fatto, con una punizione divina, tanto era abituata a fare del male a tutti, non a lui solo. Però Aldo sentiva lo stesso di avere avuto una piccola rivincita regalatagli dal tempo. Ci furono poi altri casi: c’era l’imbarazzo della scelta: il tempo aveva provveduto a fare da giustiziere, a rendergli, anche se solo in parte, ciò che gli era stato tolto per cattiveria. Già, ma intanto il tempo era passato anche per lui, come per nonno Carlo e quanto aveva perduto non lo avrebbe mai riavuto indietro: la rabbia, i pianti, il dolore.

No, nessun risarcimento, solo fredda vendetta e così sia.

 
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Pubblicato da su agosto 1, 2025 in Racconti

 

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LEONI IN FUGA

LEONI IN FUGA

C’era una volta…

E forse c’è ancora, un piccolo circo equestre scalcinato, ma così piccolo e così scalcinato da essere perfino riuscito a sfuggire alle attenzioni e alle ire degli animalisti.

Ma presto anche il piccolo circo sarebbe balzato agli onori delle cronache giornalistiche e televisive.

Chi lavorava in quel circo faceva, più o meno, la fame, sì perché la regola era: prima dare da mangiare agli animali, poi, se restava qualche soldo, pagare il personale.

E tutti, oddio: tutti è una parola grossa, perché erano rimasti ben pochi a lavorare lì a quelle condizioni, tutti i superstiti, dicevamo, lavoravano lì per passione e clown, acrobati, domatori e proprietario facevano anche le funzioni di inservienti, accudivano gli animali, tenevano pulite le gabbie, montavano e smontavano il tendone con le tribune e guidavano la carovana attraverso piccoli paesi, evitando le grandi piazze e di attirare così troppo l’attenzione prima che arrivassero a togliere loro quei pochi animali e, quindi, il pane quotidiano.

Peraltro, dove potevano andare quelle povere bestie, quasi tutte nate in cattività e quindi inadatte ad essere, eventualmente, reintrodotte in natura?

Le bestie, già, gli animali che erano la principale attrattiva per i bambini, soprattutto, ma anche per i grandi che sotto il tendone riuscivano a ritornare un po’ bambini: erano rimasti alcuni cavalli, del resto il circo equestre prende proprio il nome da loro, poi due elefanti anziani e un po’ bolsi, due tigri e quattro leoni.

Una volta c’erano cammelli, giraffe, iene, ma le difficoltà economiche li avevano costretti a venderli a circhi più grandi oppure a bioparchi.

I cavalli erano prerogativa di Katia, la nipote sedicenne del signor Tony, fondatore e proprietario del circo o di quello che ne restava.

Agli elefanti, malgrado fossero africani, badava Kalid, indiano purosangue che li faceva lavorare con amore e non con minacce e pratiche sadiche.

Del resto lui, prima di venire in Italia faceva il mahut, il conduttore di elefanti nel suo paese, e là i mahut con gli elefanti ci dormono anche.

E poi c’era Bart il temerario, al secolo semplicemente Bartolomeo, figlio del vecchio Tony e padre di Katia, il più ammirato, il domatore di tigri e leoni che lui riusciva a fare convivere a rischio della vita.

A dire il vero non rischiava nulla, perché lui con quelle belve ci era cresciuto, le aveva allattate da cuccioli e queste gli facevano le fusa, lo leccavano, gli davano affettuose testate proprio come i gatti domestici.

Durante gli spettacoli, però, queste ruggivano, fingevano pericolose zampate, facevano venire sudori freddi al pubblico ignaro.

Nei momenti precedenti lo spettacolo venivano montate ampie gabbie e il pubblico poteva visitare quel mini – zoo e magari, con un piccolo sovrapprezzo, provare l’emozione di dare da mangiare ai grandi felini, allungando loro lunghi bastoni con infilzate sopra bistecche e hamburger.

Ai cavalli e gli elefanti, invece, i bambini portavano pane secco, fieno, caramelle e noccioline americane.

Il circo era così povero che per spostarsi venivano adoperati, invece dei camion, vecchissimi e pittoreschi carri trainati da buoi, che non si era ben capito se consumassero più dei motori.

Solo gli elefanti, troppo pesanti per poter stare su di un carro, seguivano a piedi, lenti, maestosi e stanchi con il loro mahut in groppa ora all’uno, ora all’altro.

Come detto leoni e tigri erano nati e cresciuti lì, nel circo, tutti tranne uno, un superbo maschio con una enorme criniera che, ovviamente, era stato chiamato Simba, ma che nonostante tutto era altrettanto domestico dei suoi compagni, anzi compagne, visto che gli altri componenti del gruppo erano femmine.

Successe un giorno che il tempo si guastò e piovve per una settimana, proprio mentre la carovana doveva spostarsi da un paese ad uno distante un’ottantina di chilometri che, alla velocità di buoi ed elefanti, significava non meno di quattro o cinque giorni di viaggio.

Ma con quel tempo, con le strade secondarie e sterrate che si erano riempite di buche, poi divenute pozzanghere, i tempi si erano dilatati e i buoi faticavano a tirare i carri, così la carovana doveva spesso rallentare o fermarsi in attesa che spiovesse almeno per un po’ di tempo.

E durante uno spostamento accadde che il carro con i leoni ruppe una ruota, si rovesciò, le gabbie si aprirono e i leoni fuggirono.

A dire il vero due leonesse si allontanarono di una cinquantina di metri, poi, passata la paura, tornarono indietro e si accucciarono accanto al carro rovesciato che tutti cercavano di rimettere in sesto.

Un’altra leonessa si perse in un campo di granturco e piangeva disperata ed impaurita mentre Bart e la figlia e il vecchio patriarca la cercavano seguendo i suoi miagolii.

Solo Simba, il re, l’unico che aveva provato la vita selvaggia, ebbe una reminiscenza di giungle e savane e si allontanò in cerca di avventura e libertà.

Si era in un periodo in cui, causa anche il maltempo, succedeva ben poco: poche notizie per giornali e televisione e così questi non persero l’occasione di enfatizzare la notizia: “LEONI IN FUGA”, pubblicarono a titoli cubitali, quasi che si trattasse di decine di belve feroci, non di un simpatico nobile decaduto per nulla pericoloso, solamente ancora fiero e curioso.

Le persone si chiusero in casa, terrorizzate, ma del resto con quella pioggia dove sarebbero mai potute andare? Mentre polizia, carabinieri e pompieri davano la caccia al fuggitivo superstite, visto che l’ultima tremebonda fuggitiva smarrita era stata ritrovata intenta a sgranocchiare una pannocchia acerba.

Uno sparuto gruppo di amanti degli animali arrivò con cartelli che inveivano contro circhi e zoo e, al tempo stesso, sorvegliavano che nessuno facesse del male a Simba.

I fucili dei cacciatori, comunque, erano caricati a tranquillanti, non a pallottole.

Simba si inoltrò fra campi di mais, pioppeti, in cerca di quelle savane e foreste che lì non c’erano proprio, e di cibo perché, dopo un po’, intervenne anche la fame, ma non voleva tornare indietro, e non sarebbe neppure stato in grado di ritrovare la strada: la libertà val bene una pancia che brontola.

Il leone non è un animale da tana, ma pioveva ancora e i suoi reumatismi si facevano sentire, così trovato un grosso tubo vi s’infilò in cerca di riparo.

Era la condotta di una fognatura e grazie anche alle pupille da felino che gli consentivano una buona visione anche al buio, il leone si mise ad esplorarla.

La pancia ruggiva più di lui ed allora, anche se indecoroso per uno del suo rango, si risolse a mangiare delle grosse pantegane che là sotto vivevano in abbondanza e floridezza.

Anche se praticamente a digiuno, Simba lasciava, però, delle tracce… solide e non troppo profumate, ma utili a seguirne le tracce con i cani poliziotti.

Dietro questa scia visibile e olezzante c’era un piccolo drappello guidato dai suoi amici del circo, seguiti da agenti armati dei loro fucili a siringa e dagli animalisti che facevano un tal baccano, a furia di cori e slogan, che sarebbe fuggito da loro anche il più sordo dei serpenti.

Nei suoi bassifondi Simba mangiava quelle schifezze rimpiangendo la succulenta carne rossa che gli davano al circo, ma un po’ era spaventato da quelle grida numerose che udiva in lontananza, un po’ non voleva rinunciare ad ancora qualche briciola di libertà.

Ma si può chiamare libertà quella vita randagia, senza amici, senza compagne, in un luogo puzzolente e sporco, umido e malsano?

Uscirne non era facile, visto che era un dedalo di cunicoli; incontrò anche un terrorizzato alligatore, acquistato e poi gettato nel water da gente incosciente, ma i due si evitarono accuratamente, entrambi spaventati dalle dimensione di quell’animale mai visto prima, però lanciandosi un’occhiata di comprensione reciproca; poi, finalmente, la luce, l’uscita da quel luogo orrendo.

Aveva anche smesso di piovere e c’era un piccolo bosco giusto per soddisfare la voglia di esplorazione dell’animale.

Lì non c’erano ratti, ma scoiattoli che, però, stavano sugli alberi, così Simba placò la fame con frutti, bacche e funghi.

Dopo due giorni di quella vita il povero leone in fuga era esausto: ne aveva abbastanza di quella libertà, che costava un prezzo troppo caro da pagare.

Allora uscì dal boschetto, si mise bene in vista sdraiato a godersi un pallido sole che gli asciugava un poco l’umidità delle fogne ed attese quelle voci che si avvicinavano.

Quando lo scorsero gli uomini armati puntarono i fucili, minacciati dagli animalisti superstiti (gli altri erano all’osteria a scaldarsi le ossa con un buon vin brulè), ma Bart, Tony e Katia furono più lesti, gli corsero incontro, lo abbracciarono e lui si lasciò andare alle fusa di affetto e riconoscenza.

Tornarono al carrozzone restaurato, mentre poliziotti, carabinieri e pompieri rientravano soddisfatti in caserma, convinti di essere degli eroi e gli animalisti tornarono a casa, decisi a presentare un’interpellanza contro circhi, leoni e forze dell’ordine e i giornalisti delusi che non ci fossero state vittime raggiunsero le rispettive redazioni per scrivere articoli che narrassero le pericolose fasi della cattura della ferocissima belva.

Simba aveva ritrovato le sue compagne, le amiche tigri, il “suo” pubblico che lo viziava di coccole e carni gustose e i suoi affezionati addestratori.

Era stato breve, ma aveva goduto un poco di libertà, poi era rientrato nei ranghi, alla fin fine come facciamo spesso anche noi uomini.

 
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Pubblicato da su luglio 1, 2025 in Racconti

 

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DONO: TRASFERITORE

IL TRASFERITORE

Come fece Federico a scoprire il proprio dono?

Non lo scoprì, lo sapeva e basta. Lo sapeva come un bambino fino dalla nascita sa che ha le mani per stringere (qualcuno dice sia una reminescenza di quando eravamo scimmie e ci afferravamo ai rami degli alberi per non cadere) e lo sapeva come un dodicenne sa che sfregando a lungo e velocemente il pisello proverà un piacere infinito. I doni del nostro corpo li conosciamo innati, non abbiamo bisogno di scoprirli.

Purtroppo come il dodicenne scopre le pippe a quell’età, anche Federico fu consapevole del proprio “talento” un po’ più tardi dell’età della ragione, perché certe capacità vanno scoperte a tempo debito: si impara a usare le code vocali dopo l’anno di età, la coordinazione qualche mese più avanti ancora e così lui fu conscio della sua specialità dopo i trent’anni, quando aveva perso l’occasione di usarlo per evitare sofferenze a sé e ai suoi cari.

A trent’anni si sono imparate tante cose, di sé e degli altri e si è imparato anche ad amare e ad odiare e a soffrire.

Federico aveva poco amato, anche se intensamente, ma tanto odiato: odiava le ingiustizie, le prevaricazioni, le corruzioni, le disuguaglianze sociali ed odiava il cancro.

Questa malattia gli aveva portato via troppe persone care, mente fra coloro che lui detestava, politici, criminali, esaltati, nessuno aveva mai sentito parlare di morti per tumore, in Italia come in ogni parte del mondo occidentale, tanto da far sospettare che per i ricchi e i politicanti ci fosse una cura tenuta nascosta al popolo per ragioni ignote, forse di potere, forse economiche.

I poveri, i piccolo borghesi, i padri di famiglia, i famigliari di Federico, invece, se ne ammalavano e ne morivano in barba alle cure tradizionali; un suo cugino era andato anche fino in Francia a farsi curare (e derubare) col veleno d’api, ma naturalmente neppure quello aveva funzionato. E, come detto, dopo la trentina Federico scoprì di essere in grado di succhiare il cancro dai malati semplicemente baciandoli sulla bocca e aspirando, a condizione, poi, di scaricare il male su un’altra persona soffiandoglielo o sputandoglielo addosso, proprio come era in grado di fare il gigante nero di un famoso romanzo e film, ma questo non era un film, era la sua dote segreta.

Bastava anche  una foto del viso e un disegno del corpo anche solo abbozzato sotto di essa per scaricare il male sull’organo prescelto, dal cervello all’intestino, alle ossa, polmoni o quant’altro.

E lui sceglieva l’organo bersaglio a seconda del suo livello di odio verso il predestinato: ci sono organi dove fa più male e più a lungo e dopo un po’ non funziona più nessun antidolorifico.

 La “cura” funzionava una sola volta per singolo male: l’infettato secondario non poteva più essere curato né da lui, né da altri, quasi che il male dopo essere stato rimosso avesse imparato a difendersi.

La prima volta Federico curò un bambino che abitava nel suo stesso condominio e meno male che era solo col piccolo che dormiva, affidato alle sue cure dalla madre che doveva andare in farmacia, perché baciare sulla bocca un bambino non sarebbe stato compreso né dal malato, né dalla famiglia di questo. Federico si era già preparato la foto, scaricata da internet, di un politico razzista ed estremista nostalgico di vecchi regimi che lui detestava da sempre e gli sputò con gusto il male sullo stomaco: quello morì in meno di due mesi dalla diagnosi urlando di dolore.

Già, internet sarebbe stata la sua fonte di ispirazione, si trova di tutto su internet, soprattutto foto di vip, ricchi speculatori, uomini politici. Certo la singolare capacità di Federico andava tenuta nascosta: si sarebbe trovato davanti a casa file di peroranti, ma anche di killer prezzolati da politici con la coscienza sporca.

I bambini, erano quelli soprattutto i malati che stavano più a cuore a Federico per l’ingiustizia del fatto che si ammalassero loro mentre vecchie canaglie passavano i novant’anni ridendosela di chi stava peggio di loro, di gente costretta a chiedere la carità, a raccogliere frutta mezza marcia dopo i mercati rionali. Così l’uomo cominciò ad iscriversi fra i volontari ospedalieri, a visitare i reparti di oncologia, a salvare madri di famiglia, bambini, adolescenti, a scaricare mali incurabili su chi li meritava più di loro, anzi al posto loro che non lo meritavano affatto.

Andava sempre scelto il momento buono, perché un volontario che bacia un bimbo malato sarebbe stato cacciato e denunciato subito, ma vestito da clown erano spesso i bambini che gli gettavano le braccia al collo e lo baciavano e col nasone e il trucco ci voleva un istante e il giorno dopo i medici si sarebbero trovato un bel dilemma, inspiegabile ma anche piacevole, perché la sofferenza degli innocenti non piace alle persone normali, solo i ricchi e le canaglie ne restano indifferenti.

E così mano a mano morivano capi mafiosi latitanti, leader politici che pensavano solo ad invadere paesi ricchi di risorse che interessavano loro, banchieri disonesti che avevano rovinato centinaia di famiglie.

Di passaggio riuscì a sputare il cancro di due bambini leucemici in faccia a un paio di giornalisti asserviti ai poteri più squallidi: uno dei due era quasi duecento chili, ma la malattia lo fece scendere a ottantacinque prima di levarlo definitivamente di torno.

Certo la stampa ci sguazzava in quella epidemia di tumori mortali fra gente di spicco della cronaca nera, rosa e politica; un po’ meno si interessava dei bambini che sempre più numerosi guarivano negli ospedali cittadini e guarivano da malattie considerate terminali.

Senza troppa fretta, fosse stato per lui avrebbe guarito in un giorno cento bambini ed eliminato in un’ora cento parassiti, eliminò decine di coloro che detestava per ciò che erano e rappresentavano e per ognuno di loro un bambino, un ragazzino, un adolescente, un padre o madre di famiglia ritornò a vivere e i suoi cari ritornarono a sorridere.

Adesso c’era uno che non aveva ancora eliminato, toccava a lui, uno dei peggiori, responsabile di anni di ignominie politiche, di risorse sottratte alle persone comuni per darle ai suoi pari, vale a dire persone che non ne avevano bisogno, forse era il peggiore, ma era vecchio e oramai fuori dalla vita pubblica, poteva aspettare perché c’erano canaglie più urgenti, poi l’avrebbe stanato e l’avrebbe sistemato lui in nome di tutti i pensionati, gli ammalati, gli scolari e studenti a cui era stato sottratto il loro diritto alla salute all’istruzione, a una vecchiaia serena.

Ma questa volta fu lui ad essere trovato e stanato.

Lo aspettavano sotto casa in due, grossi, cattivi, con un rigonfio a livello dell’ascella sinistra e uno quel rigonfio glielo puntò contro e gli intimò di salire in macchina. Dopo un viaggio bendato Federico si trovò al cospetto del suo nemico più odiato: “Che vuoi da me?” domandò, ma sapeva che era una domanda inutile. “Essere curato dal cancro, ovviamente: la nostra medicina non funziona, stavolta”.

Allora era vero che c’era una cura per soli ricchi e potenti! Ma Federico tenne duro “Buon per lei, ma io non sono un medico e in ospedale faccio solo divertire i bambini vestito da clown”.

“Oh, andiamo, mi credi stupido? Ho le mie fonti, i miei investigatori, amici nei “servizi”: troppi morti fra di noi, troppe guarigioni fra i bambini che tu fai divertire. Non so come, ma tu hai una capacità di trasferire i tumori da una persona all’altra e voglio che lo fai per me o non uscirai vivo di qui”.

Federico non era comunque certo di uscirne, quel vecchio intrallazzatore doveva essere partito di cervello, gli aveva detto troppe cose compromettenti: la cura elitaria, i rapporti coi servizi segreti…

Ma Federico aveva una missione da compiere che richiedeva tempo, tanto tempo, non poteva farsi ammazzare e allora acconsentì a curare, anzi a trasferire il male di quell’uomo che era al momento in testa alla sua personale lista nera, ma del resto era un vecchio che non avrebbe goduto ancora a lungo della guarigione dal cancro: non si muore solo di quello, dopo gli ottanta si muore di cuore, di ictus, di emorragie cerebrali, di aneurismi, di consunzione, di Alzheimer.

E allora Federico lo fece, seppure con profondo disgusto, ma meditando la vendetta: baciò il vecchio speculatore megalomane sulla bocca e ne succhiò via il male,  ma prima fece un patto: “Posso toglierle il cancro, ma lo dovrò trasferire ad un’altra persona ed io ho scelto come tale la sua attuale compagna”.

Già, la sua compagna, una degna di lui per amoralità, non la moglie, perché di quelle ne aveva già cambiate un certo numero, forse ancora più delle macchine di cui aveva pieno il garage: appena i seni perdevano tono e spuntava la cellulite, lui si cercava una nuova compagna sempre più giovane, tanto da poterle essere nonno e si illudeva di conquistarla col proprio fascino, non con il suo denaro. L’altro accettò, perché lui una donna poteva cambiarla proprio come si cambia la macchina e non sapeva che il loro piccolo accordo era stato registrato col cellulare dal suo salvatore e che questi lo avrebbe fatto ascoltare a chi… di dovere.

Come previsto non gli bastò guarire dal tumore: il giorno dopo il grande corruttore era morto: cinque colpi di pistola della sua amante di turno che non aveva gradito di essere il bersaglio della sua malattia e di essere stata barattata con la propria vita.

In fondo la focosa gran dama aveva delle attenuanti a cui nessuno avrebbe peraltro creduto, ma in ogni caso non sarebbe mai andata in prigione, visto che il giorno stesso dell’arresto le fu diagnosticato un cancro al colon in fase terminale.

 
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Pubblicato da su giugno 1, 2025 in Racconti

 

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LA CONOSCENZA DEL DOLORE

LA CONOSCENZA DEL DOLORE

Glauco era stato fortunato, era nato fortunato.

Era capitato, anzi era stato generato, per meglio dire, in un una famiglia piccolo borghese, da un padre e una madre che si volevano bene e si rispettavano e che lo avrebbero fatto per tutta la vita, anche se come ovvio non sarebbero mancati gli alti e i bassi, momenti di serenità ed altri di tensione.

Magari mamma e papà litigavano, come fa ogni coppia, ma poi tutto passava: si sa, dopo la tempesta torna il sereno e, a volte, spunta anche l’arcobaleno a fare dimenticare tutto.

Va detto che questa vita senza preoccupazioni, senza grandi dolori, appartiene alla maggioranza dei bambini appartenenti a famiglie borghesi.

Ma per Glauco era serena in modo particolare.

Una famiglia unita e senza problemi, dunque, ma poi passò la primissima infanzia. Verso la terza elementare Glauco trovò in strada un rondone caduto dal nido e lo portò a casa. Lui portava sempre a casa gli animali che trovava, come tutti i ragazzini.

Erano tempi in cui i bambini erano più liberi, giravano il loro quartiere da soli, andavano al cinema soli o con i compagni di scuola, trovavano animali di cui la città era piena, soprattutto gatti e uccelli.

Il giorno dopo il rondone era morto. Ci fu un breve pianto, poi un piccolo funerale in pompa magna e presto quel piccolo dolore fu dimenticato.

All’età di tredici anni, però, gli morì il suo cane e un cane non è un rondone e dieci anni di vita insieme non sono una notte in una scatola da scarpe.

Questo fu il primo vero dolore di Glauco, il primo di una serie: era iniziata l’età e la conoscenza del dolore.

Solo un anno più tardi venne a mancare la nonna paterna del ragazzo.

Il nonno era morto, invece, quando lui aveva solo due anni e quindi non poteva ricordarselo. Pur se non viveva con loro era sua nonna, una delle due e mica potevi andare al canile a prenderne un’altra.

Glauco non era stato bene di stomaco sul pullman per il cimitero, per cui tornò dal funerale a piedi col padre ed ebbe il tempo di leggere negli occhi del genitore un dolore profondo che lui ancora non conosceva.

Era la differenza fra madre e nonna, fra il dolore di un adulto e quello di un ragazzino che dimentica velocemente, che non ha alle spalle tanti anni di vita in comune, tante cose belle e brutte vissute insieme.

Ci furono alcuni anni di pausa, Glauco cresceva e passò da pre – adolescente ad adolescente e a ventenne. Fu allora, dopo i suoi vent’anni, che in sequenza mancarono i nonni materni: con questi aveva vissuto più cose e più tempo in comune, capiva maggiormente cose voleva dire quel buco nero al posto della presenza di una persona.

Erano a casa in attesa del funerale, la madre piangeva sdraiata sul letto ed allora Glauco non resse più: corse in camera sua, si gettò sul suo di letto e scoppiò in un pianto che non conosceva, che non finiva mai.

Entrò il padre, gli disse “Dai, Glauco, non fare così”,  ma piangeva anche lui.

Era definitivamente iniziata l’epoca dei grandi dolori ed ognuno di essi era più grande del precedente, era il proprio e di riflesso quello degli altri, ma ad ognuno lo capiva meglio, si stava abituando al dolore?

No, al dolore non ci si abitua mai.

Crebbe.

Glauco divenne un giovane uomo.

Negli anni fra i venti e i trenta ebbe delle avventure sentimentali e due veri, grandi amori, ma questi poi finirono.

Glauco ne soffrì, ma non era come il distacco da una persona che muore: loro poteva ancora vederle, anche se nulla sarebbe più tornato come prima, ma sapeva che c’erano. Non capiva e non avrebbe mai capito chi uccideva per la fine di una relazione: se l’altra persona muore allora sì che è finita veramente.

Una cosa aveva capito: la vita inizialmente ti lascia godere per una dozzina d’anni, quindici se va bene, poi inizia a presentare il conto e i dolori si susseguono. Intorno ai trentacinque anni venne per lui il dolore più grosso, anche se nel frattempo aveva perso un secondo cane e uno zio: morì sua madre, la vide morire giorno per giorno nonostante le sue cure e vide spegnersi dentro suo padre,  vinto da quel definitivo dolore.

Già, il dolore, adesso sì lo conosceva bene, ne aveva provate tutte le forme, si era allenato, avrebbe potuto scriverci una tesi di laurea o un trattato.

Chissà se era così per tutti?

Certa gente, i ricchi in primis, sembrano non conoscerlo mai, il dolore e quando di rado capita hanno una serie di persone che soffre per loro pubblicamente, una sorta di prefiche.  

Glauco no, lui i suoi dolori li aveva affrontati da solo, uscendone ogni volta più forte e più debole allo stesso tempo: difficile da spiegare l’ossimoro.

Dopo la morte della madre, il più grande fra tutti, come detto, le morti si susseguirono una all’anno, più o meno.

Già, la morte, è quello il dolore, perché è la cosa più definitiva e ineluttabile che possa capitare e ad ogni morte, come aveva detto anche Hemingway, si porta via un pezzo dei vivi.

I ricordi, sì, anche quelli.

Ognuno ha provato, a volte, a ricordare un nome, un fatto e ognuno è sicuro che la madre, il padre, la zia, sarebbero stati in grado di ricordare per lui, solo che loro non ci sono più ed allora i ricordi muoiono con loro e si portano via frammenti della nostra vita.

Glauco vide andarsene, nell’ordine, tre zii, un cugino, un amico, poi suo padre, che forse era già morto dentro di sé quando se n’era andata sua moglie, la madre di Glauco. Se ne andò anche il terzo ed ultimo cane, compagno e compagnia dei suoi giorni e delle sue notti, testimone dei suoi pianti e della sua rabbia residua.

Quando se ne andò sua sorella maggiore Glauco rimase davvero solo.

Oramai aveva conosciuto tutte le forme di dolore che una persona può vivere, tutte, o quasi…

Adesso Glauco era solo, era vecchio, era ammalato.

Gli sembrava di aver passato tutta la sua vita a piangerla, invece che a viverla.

Mentre gli altri si divertivano, raggiungevano la felicità, lui seppelliva morti su morti.

Un bel giorno, anche se “bel” è un modo di dire, Glauco sentì che la sua fine era vicina, che lui era l’ultimo da seppellire di tutta una serie.

Era il dolore estremo, l’ineluttabile, la fine di tutto.

Ma stavolta non pianse, non sentì il petto spaccarglisi dal dolore.

La vita l’aveva allenato, il dolore l’aveva conosciuto ed era certo che si sarebbe addormentato come in un sonno senza sogni e che non ne avrebbe mai più provati altri.

Forse solamente a questo serve la vita, ad imparare a conoscere il dolore per quando ce ne dovremo andare.

 
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Pubblicato da su Maggio 1, 2025 in Racconti

 

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DEL COME LO SCEMO DEL PAESE DIVENNE EROE

DEL COME LO SCEMO DEL PAESE DIVENNE EROE

C’è un detto orientale che recita: “Qualunque stupido è capace di afferrare una tigre per le palle, ma ci vuole un eroe per continuare a stringere”.

* * *

Luigino era un ragazzino con evidente ritardo mentale, tanto che la cattiveria dei piccoli centri lo aveva definito “lo scemo del villaggio”.

E Luigino viveva proprio in un villaggio, o meglio in un paese, come li chiamiamo qui da noi, un paese piccolo, di campagna, dove la gente si sosteneva con lavori in fabbrica fatti a chilometri di distanza, da pendolari e magari integrando lo stipendio fisso, appena sufficiente per mantenere una famiglia, con lavori agricoli: piccoli orti, medie coltivazioni, alberi da frutto in giardino.

Non un cinema, null’altro che un solo bar monopolizzato per quasi tutto il giorno da pochi pensionati annoiati, delusi, in attesa della conclusione, senza più scopi che non quello di tirare sera.

E c’era un’unica piazza dove si riunivano i pochi giovani a progettare divertimenti che si limitavano a quello, al progetto, perché per un cinema o una discoteca o un pub occorreva spostarsi dal paese e nessuno o quasi aveva una macchina e con la corriera si poteva andare, ma non tornare perché alle ventuno terminava il servizio.

Forse, magari, quando se ne fossero andati da quel paese moribondo, perché l’emigrazione a volte è il solo mezzo per vivere invece di limitarsi a sopravvivere.

Per i più piccoli, quelli nella fascia della scuola media, che comunque era in un paese vicino, c’era la campagna, o per lo meno quella fascia che sancisce la fine dell’abitato e l’inizio dei campi, coltivati o meno che fossero.

Ma loro, alla loro età, si accontentavano, a loro andava bene così. Uno aveva perfino un telefono cellulare ed allora intorno a lui si accalcavano tutti gli altri per vedere il giochino dei frutti che cadevano o la corsa delle macchinine.

Un altro aveva un pallone di cuoio vero, anche se spelacchiato e in alcuni punti un po’ scucito, ma buono per partite a pallone in numero sempre dispari di giocatori, perché a fare due squadre da undici o almeno da sette proprio non ci arrivavano.  

E Luigino, che di anni ne aveva già quindici anche se non li dimostrava, era lì con loro, perché un adolescente anche se ritardato ha bisogno di amici o almeno di compagni. E loro, i piccoli, i rincalzi futuri dei giovani annoiati della piazza, loro non si annoiavano mai, perché trovavano sempre una novità, un gioco da fare anche con poco e nulla. Un giorno, un pomeriggio dopo la scuola, Mattia si presentò con un giornale di donne nude, trovato o rubato chissà dove e la cosa destò l’interesse generale.

Anche Luigino era interessato e si sentiva quel piacevole fastidio dietro i bottoni dei pantaloni e siccome era il più grande, era più grande anche la sua eccitazione, tanto da essere manifesta attraverso la stoffa dei calzoni rammendati.

Così l’attenzione dei compagni passò dal giornale al ragazzino e suscitò l’ilarità generale. “Ti insegno una cosa?” gli chiese Mattia, il proprietario della rivista e quando Luigino scosse la testa affermativamente, i ragazzi e il loro capo della giornata gli fecero abbassare i pantaloni e Mattia gli fece vedere come doveva afferrarsi il membro e muoverlo per provare piacere e mentre lui lo faceva eccitato e al settimo cielo, gli altri ridevano di lui, perché loro non avrebbero mai osato farlo davanti a tutti gli altri.

Poi, dopo che Luigino ebbe raggiunto l’orgasmo, ripensandoci bene, Mattia gli fece giurare con croce sul cuore di non dirlo a nessuno, che doveva restare un loro segreto o non gli avrebbero mai più permesso di stare con loro.

 E lui giurò e mantenne e da quel giorno, a volte, si divertivano a farlo spogliare e masturbarsi davanti a loro: poi anche quel divertimento scemò, ne persero interesse e anche Luigino non osava più farlo se non glielo dicevano gli altri.

Un pomeriggio uno di loro, Antonio, arrivò con una borsa di lattine vuote ed allora le misero in fila sopra un grosso sasso e si sfidarono a chi ne abbatteva di più a sassate, ma il gioco perse subito di interesse, così qualcuno pensò bene di farne una variante mettendo le lattine in equilibrio sulle mani aperte di Luigino e così la maggior parte delle sassate arrivava sulle sue braccia e lui piangeva dal dolore, ma era comunque contento di partecipare ai giochi degli altri.

Di musica, lettura, cinema, non si parlava: avevano la campagna e l’aria aperta e i ragazzini amano stare liberi fino  che possono farlo, ma un giorno Domenico portò un libro, uno che aveva trovato per terra vicino al cassonetto per il riciclo della carta, si intitolava “Massime ed aforismi”; all’inizio non suscitò tutto questo interesse, fino a che Domenico non lesse alcuni di questi aforismi agli amici.

Non erano, in fondo, noiosi come un libro intero di quelli che la professoressa pretendeva di fargli leggere a scuola, erano, se non altro, frasi brevi, anche se qualcuna non la capivano, a dire il vero non ne capivano la maggior parte, poi una li colpì, non fosse altro per il fatto che conteneva una parolaccia.

Diceva: : “Qualunque stupido è capace di afferrare una tigre per le palle, ma ci vuole un eroe per continuare a stringere”.

C’era scritto “palle”, ma Domenico lesse “per i coglioni” e tutti risero per quella trasgressione che era quasi come quando avevano fatto abbassare le mutande a Luigino.

Così Gianni, il più piccolo e scatenato, ebbe l’idea di un nuovo gioco: ogni volta che passava di lì un cane randagio si faceva un conteggio e chi perdeva doveva correre a strizzare le palle alla povera bestia, oppure doveva fare penitenza. Ma non era la questione di evitare la penitenza, era il fatto di non passare per cacasotto davanti agli amici.

Così, da quel giorno, qualunque gioco stessero facendo, se passava un cane si interrompevano, tiravano a sorte e il malcapitato doveva, nell’ordine, correre dietro al cane, afferrarlo per le palle, contare fino a tre e poi mollarlo e scappare prima della giusta ritorsione dell’animale, anche se quasi sempre il cane di turno una volta mollato scappava terrorizzato e guaendo di dolore.

Forse i ragazzini erano sconsiderati, ma non cattivi, così non facevano mai partecipare Luigino al sorteggio, o per lo meno fingevano di contarlo ma lo saltavano: troppo lento per tentare quella prova di coraggio e se fosse tornato a casa ferito e sua mamma l’avesse detto ai loro genitori sarebbero fioccate sberle e cinghiate.

Luigino si divertiva come un matto a vedere gli amici rincorrere il cane, afferrarlo e scappare e si scompisciava dalle risate sbavandosi sulla maglietta, solo che non si capacitava di come non toccasse mai a lui, così decise che anche senza sorteggio gliela avrebbe fatta vedere lui che era capace di fare quella cosa.

Così un giorno quando vide passare un grosso cane decise che era il suo momento. I ragazzi non fecero neppure la conta: quello lo conoscevano, era un enorme mastino da guardia di un contadino ed aveva fama di essere un cane che si cibava di carne umana: leggende di paese, ma sufficienti ad incutere il terrore.

Approfittando che nessuno contava, Luigino si lanciò verso l’animale e lo afferrò per gli attributi giganteschi almeno quanto la sua testa e la sua bocca e i suoi denti. E l’animale guaì, e si mise a ringhiare e poi a girare intorno cercando di azzannare la causa del suo dolore e Luigino a questo punto non osò mollare la presa e dopo un po’ le risa dei compagni si trasformarono in preoccupazione ed allora Mario prese la bici e corse a chiamare il proprietario del cane.

Quando questi arrivò, nell’ordine, legò il cane al guinzaglio, che altro non era che una spessa corda, gli mise una museruola di cuoio, lo legò a un albero e poi cominciò a menare schiaffoni un po’ a tutti quei teppisti che avevano molestato il suo cane.

La vicenda arrivò in paese, dove volarono altre botte e a Luigino fu vietato di uscire di casa per tre mesi, ma per tutti lui adesso non era più lo scemo del paese, ma l’eroe che era stato capace di stringere per quasi un’ora le palle di un cane mangiatore di uomini.

 
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Pubblicato da su marzo 31, 2025 in Racconti

 

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UNA VITA INTERA

UNA VITA INTERA

Gerardo N. venne al mondo alle ore 6.38 del due gennaio del quindicesimo anno del terzo millennio da Virginia R. e Lorenzo N… beh, soprattutto da Virginia, ma era innegabile anche la partecipazione iniziale di Lorenzo alla condivisione di geni e cromosomi, soprattutto di quel cromosoma Y che solo un uomo può dare e che faceva di Gerardo un maschietto con tutte le caratteristiche di questo. Come spesso avviene nei neonati era bluastro, asfittico, peloso, francamente bruttino, in barba a quelli che dicono che i neonati sono bellissimi.

Fino a tre anni, pare, non si serbano i ricordi, di certo a sei anni era andato a scuola, la prima elementare con grembiulino nero, colletto di plastica rigido e fiocco blu: cinque anni con alti e bassi, perché c’erano sì gli amici, nuovi sentimenti rispetto all’amore per mamma e papà, ma anche la pena di dover stare ore ed ore seduto nel banco, con le gambe a penzoloni, almeno nei primi anni, perché non arrivavano a toccare terra, con l’odore dell’inchiostro, della gomma, della stampa fresca dei libri.

Poi un salto: la nuova scuola, la media e improvvisamente ci si sente più grandi, decisamente grandi, forse più di ciò che si è realmente, ma finalmente si può comandare su quei mocciosi puzzolenti delle elementari e poi si scoprono nuove cose, come il proprio corpo, la propria forza fisica e allora ci si sfoga giocando a pallone, a basket, magari solo correndo senza meta e senza scopo in un cortile di scuola, di casa, dell’oratorio.

Verso il terzo anno, o la metà del secondo di questo ciclo scolastico, poi, si scopre che quelle rompipalle delle femmine non sono poi così male: forse abbracciarle, accarezzarle, baciarle è diverso da come si accarezza, si abbraccia, si bacia la mamma, la zia e la nonna (la sorella proprio no, quella chi se la bacia?) e poi anche là sotto sta succedendo una piccola rivoluzione: LUI sta crescendo più di tutto il resto del corpo, in proporzione, gli stanno spuntando i… capelli e quando si pensa ad abbracciare e accarezzare le femmine, diventa duro e diritto come un palo di ferro, a volta fa anche male, ma se lo si accarezza un poco, in mancanza delle femmine che guardano solo quelli più grandi, allora lui si quieta, si riposa e ritorna nel ranghi.

Altra nuova scuola, nuovi obiettivi.

Adesso si sa tutto sul sesso, o quasi; si scopre che le femmine, che adesso si chiamano ragazze, si baciano in modo diverso dalla mamma e che a baciare quest’ultima ci si vergogna, mentre farsi vedere dagli amici mentre si appoggiano labbra e lingua su labbra e lingua di una ragazza, quello no non è vergognoso. Anche lo sport è un’altra cosa: non lo si fa solo per correre e sfogarsi, ma per competere e non si corre più in giro per cortili se non c’è un premio in palio. Ogni giorno nuove scoperte, nuove conquiste, organi, arti, ossa e muscoli che crescono anche se Gerardo non si sente proprio così adeguato, così forte da essere invincibile e spaccare il mondo in due: lui è diverso. 

A scuola gli hanno insegnato che uno di quei dannati filosofi greci diceva che non puoi bagnarti due volte nello stesso fiume, perché tutto scorre come l’acqua e quella dove di sei bagnato la prima volta è già lontana ed allora lui sente che anche i giorni passati sono passati e diversi da quelli a venire e che la scuola primaria, la media, sono uno stupido gioco già lontano e la sua acqua a venire è oscura e misteriose, perché non sai mica se ne scorrerà di ulteriore o se il fiume per un qualche evento imponderabile si disseccherà.

Finiscono le scuole, tutte: inizia un’altra fase della vita.

È il tempo del lavoro, di una famiglia diversa da mamma e papà, ma di nuovo Gerardo si sente inadeguato, sente di non avere le forze per affrontare tutto ciò da solo, in prima persona. E il fiume non si è disseccato, e tutto scorre ancora: il tempo, i giorni, le cose, l’età, la gioventù; troppe responsabilità per lui e poi i dolori, i primi veri dolori della vita che quando iniziano non smettono più: le morti, le delusioni i fallimenti. Sì, perché la vita, che ti insegnano essere un dono meraviglioso, deve invece essere un quotidiano dolore con solo piccoli intermezzi sereni o, più raramente, felici.

Certo, ora che si avvicina alla fine della fase lavorativa, dell’età adulta e si appresta ad affrontare l’ultima parte della propria vita, Gerardo sa di avere visto tante cose belle, tante invenzioni meravigliose, ma anche tante brutture: guerre, cattiverie, crimini, prevaricazioni, ingiustizie e lui non è mai riuscito a lottare contro ciò che non condivideva, perché non si è mai sentito le forze necessarie.

Un debole, ecco, lui è sempre stato un debole.

Anzi, a pensarci bene è da un po’ di tempo che proprio non si sente in forma, fa fatica a respirare; sembra, ora, che il tempo rotoli come una pietra tonda e levigata come un uovo che prende velocità lungo una strada ripida in discesa.

È come se ci fosse un grosso orologio con le lancette che girano vorticosamente, gli manca l’aria, il respiro, forse è l’inquinamento o forse è proprio lui che è nato male, che ha avuto troppa fretta di venire al mondo e non era pronto. Sente la vita lasciarlo e sa di avere ancora tante, troppe cose che doveva, voleva, poteva fare, ma non c’è più tempo e gli pare, a questo punto, che la sua vita sia volata, durata un soffio, una vita da farfalla.

E quell’orologio che vede girare è la cosa più reale che conosce, mentre tutto il resto la sua vita, i suoi ricordi, sembrano invece svanire come una impalpabile nuvoletta di vapore e, sì, lo riconosce quell’orologio: è quello della sala parto dell’ospedale e gli dice che non c’è più tempo, che non c’è più respiro nei suoi polmoni troppo piccoli non pronti per funzionare da soli.

* * *

Niente, non  ce l’ha fatta, era troppo piccolo, troppo immaturo, eppure sembrava che lottasse e che i suoi occhi sotto le palpebre sognassero. Mi spiace, ma siete giovani, avrete tempo per un altro figlio, se vorrete”. Gerardo, figlio di Virginia e Lorenzo N. smise di respirare alle ore 7.21 del due gennaio  duemilaquindici, all’età di zero anni e una cinquantina di minuti.

In quell’ora scarsa di vita il suo piccolo cervello intonso aveva elaborato e vissuto come vera un’intera vita.

Una vita o la si vive, o la si sogna e tu, lettore, sei assolutamente certo di stare vivendo nella realtà piuttosto che nel sogno?  Attento: potresti essere un cosino nudo di tre chili scarsi con il cordone ombelicale violaceo ancora attaccato al centro del tuo corpo e potresti essere convinto di aver vissuto una vita, una vita intera mentre è tutto un sogno elaborato da ricordi portati forse da cromosomi e geni o forse da qualcosa di ancor più misterioso.

Forse anche queste parole, queste pagine che stai leggendo non sono reali, sono un sogno di un piccolo cervello che se fosse vissuto avrebbe potuto scrivere lui queste storie e magari diventare un grande scrittore, ma non c’è stato tempo.

 
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Pubblicato da su marzo 1, 2025 in Racconti

 

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