La recensione è apparsa per la prima volta il 13 dicembre scorso su Blogfoolk Magazine al seguente link: https://www.blogfoolk.com/2024/12/piero-ciampi-siamo-in-cattive-acque.html

A volte le più caotiche e disordinate vite dei più sregolati e sfuggenti artisti sono segretamente dominate da una rigida geometria. È il caso, tra gli altri, di Piero Ciampi, la cui carriera artistica è divisibile in due fasi distinte per stile e per carattere che coincidono esattamente coi decenni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Non solo: anch’esse, esattamente e a loro volta, possono essere suddivise in due fasi di eguale durata (quindi due quinquenni) in cui nella prima vengono prodotte incisioni poi pubblicate mentre nella seconda solo incisioni rimaste inedite, lui vivo, e provini. Quindi abbiamo: una fase ‘1A’ che va dal 1960 al 1965, durante la quale esce un certo numero di dischi caratterizzati da uno stile comune; una fase ‘1B’ di inediti e provini, che va dal 1966 al 1969; una fase ‘2A’ che val dal 1970 al 1975 e in cui esce, di nuovo, un certo numero di dischi caratterizzati da uno stile comune (ma diverso rispetto al decennio precedente); infine, una fase ‘2B’, dal 1976 al 1979, con altri inediti e provini. Nei primi giorni del 1980 Ciampi muore. Se a questo schema aggiungiamo, o meglio anteponiamo, una fase preparatoria e di formazione musicale, che va grossomodo dal suo ritorno a Livorno da Milano nel 1950 (quindi quand’era sedicenne) fino al suo ritorno da Parigi (dove ha soggiornato non si sa bene per quanto), all’incirca nel 1959-60; e una fase – la più oscura e meno nota – che va dalla nascita nel 1934 al ritorno, appunto, da Milano a Livorno nel 1950, abbiamo uno schema che conferisce, quasi beffardamente, un generale carattere matematico molto semplice a una delle vite più contorte e sfuggenti nella storia della canzone italiana.

In questo scritto vorrei porre l’attenzione e riflettere in particolar modo sugli inediti e i provini di entrambe le fasi – sia su quelli, cioè, degli anni Sessanta, che su quelli degli anni Settanta – per confrontarli tra loro e al loro interno e per distinguervi diverse categorie di appartenenza, nella speranza di gettare un po’ di luce sul loro senso e significato.

Ma intanto, e in generale: che cos’è un ‘provino’? Come dice il nome stesso, è l’abbozzo di una canzone, la sua forma primitiva, grezza e non ancora sgrossata, strutturata e confezionata con arrangiamenti ad hoc. E già qui si possono individuare casi problematici: se provini come quelli di Dario di Livorno o anche de La storia del Signor YX si prestano bene ad essere arrangiati e orchestrati seguendo pochi passi, un provino come quello di Se… ma… no…, per esempio, creerebbe qualche difficoltà al compositore che intendesse cimentarsi a trasformarlo in una canzone strutturata e arrangiata a dovere. Per carità, tutto può essere ‘arrangiato’: si può fare anche una cover di 4’ 33’’ di John Cage (io mi sono divertito a farla, per esempio). Ma la sensazione, rispetto a Se… ma… no… è che sia un pezzo già perfetto così com’è, allo stato cioè di abbozzo informe e frammentario, semplicemente perché non pare l’abbozzo di alcunché, ma semmai qualcosa di in qualche modo già definito, anzi forse – e così dico subito la mia opinione al riguardo – la cosa più compiuta e definitiva di tutto ciò che ha inciso Ciampi.

L’inedito, poi, non è altro che un’incisione già compiuta che però, per un motivo o per un altro, non esce, non viene pubblicata, come nel caso ad esempio di Adius, che peraltro è quasi l’unico esempio di questo tipo (potremmo aggiungervi Due, che ha, anch’esso, un carattere di maggior compiutezza e definizione rispetto a Fra 30 anni, un provino montato sulla stessa base).

C’è poi da dire che i provini di Ciampi oggi disponibili all’ascolto hanno quasi raggiunto, per numero, la stessa quantità dei brani arrangiati e pubblicati lui vivo, venendone così a costituire un vero e proprio contraltare dialettico ed esegetico, più che un residuato di interesse esclusivamente storico-filologico. È infatti recentissima la pubblicazione di un prezioso CD doppio di canzoni inedite intitolato Siamo in cattive acque, curato da Enrico De Angelis e stampato da Squilibri, contenente un corposo libretto corredato di un’ampia introduzione critica dello stesso De Angelis, di bellissime foto di Uliano Lucas e dei testi delle canzoni.

Il disco aggiunge un notevole numero di inediti al catalogo delle opere di Ciampi: contiene sette provini di sei canzoni del tutto sconosciute fino a oggi (Il tuo corpo in due versioni, Perché, Va la vita va, Un giorno o l’altro ti ucciderò, L’amore va, Ed ora dove andrai?); quattro di canzoni di cui era finora noto solo il testo (Mai muoversi, Fra 30 anni, Se… ma… no… in due versioni); e ben ventuno di canzoni che erano già note nella loro veste definitiva (Triste triste, versione embrionale di Livorno, Conphiteor, Io e te Maria, Il lavoro, Viso di primavera) o come varianti di provini già pubblicati (Non c’è più l’America e Miserere, entrambi in tre versioni, Madonnina del 2000, Hitler in galera, Hanno arrestato anche l’inverno, La storia del Signor YX). Un particolare interesse rivestono inoltre i provini di sei canzoni scritte per Nada (Confiteor, Sul porto di Livorno, Come faceva freddo, Eri proprio tu, Zambaro e la fino ad oggi sconosciuta Sono seconda), che verranno poi in parte raccolte e pubblicate insieme ad altre nel 1973 nell’album Ho scoperto che esisto anch’io.

Le prime sei canzoni sono frutto della collaborazione con Elvio Monti, compositore, pianista e arrangiatore genovese noto per aver lavorato, tra gli altri, con Fabrizio De André e con gli Squallor, e risalgono alla primavera del 1967, epoca in cui i due stavano curando l’incisione dell’album Lucia Rango Show, primo e unico 33 giri, recentemente ristampato, dell’allora esordiente cantante pugliese. Monti aveva già avuto occasione di collaborare con Ciampi nel 1963 e nel 1965, quando compose le musiche per Nato in settembre, una canzone interpretata dall’attrice Georgia Moll, e lavorava come arrangiatore per l’etichetta discografica Ariel, della quale Ciampi era stato per breve tempo direttore artistico. Nel maggio 1967 i due registrano dei provini per quello che avrebbe potuto diventare il secondo album di Piero Ciampi e che avrebbe probabilmente compreso le seguenti  undici canzoni: Il tuo corpo, Perché, Va la vita va, Un giorno o l’altro ti ucciderò, Triste triste, Non c’è più l’America, Miserere, Conphiteor, L’amore va, Ed ora dove andrai? e Viso di primavera; tutte canzoni nuove rispetto alle precedenti, fatta eccezione per Conphiteor, la prima incisione in assoluto di Ciampi, risalente al 1960, di cui viene ripreso con minime modifiche il testo, mentre la musica viene composta ex novo, e Un giorno o l’altro ti ucciderò, che mostra alcune analogie con una canzone pubblicata nel 1963 dal titolo simile (Un giorno o l’altro ti lascerò) e di cui viene ripreso, rallentato, l’inciso melodico del ritornello, mentre la melodia delle strofe anticipa in qualche modo e misura quelle di Ma che buffa che sei e di Mia moglie, due delle canzoni più note del periodo successivo, segnato dalla collaborazione con Gianni Marchetti. Per gli arrangiamenti di otto di esse Monti si avvale della tavolozza timbrica tipica dell’epoca, quella cioè della piccola e media orchestra di musica leggera (con archi, fiati, organo elettrico, pianoforte, chitarra elettrica, contrabbasso e batteria) e di uno stile di chiara ascendenza jazzistica (swing e mainstream con apporti blues) che si differenzia leggermente da quello, precedente e generalmente d’impronta più melodica, di Gian Franco Reverberi; quattro di esse sono invece registrate con l’accompagnamento della sola chitarra classica suonata dallo stesso Ciampi. Di queste ultime, Ed ora dove andrai? e L’amore va costituiscono la forma embrionale di, rispettivamente, Tu no (limitatamente alla melodia della strofa) e Barbara non c’è. Di quest’ultima può essere considerata variante anche Va, la vita va: sia qui che ne L’amore va la melodia si dipana infatti su quella caratteristica progressione cromatica discendente di settime maggiori che è la cifra armonica di Barbara non c’è (e un vero e proprio topos di tanta musica leggera, soprattutto cinematografica, degli anni Sessanta). Triste triste, la cui melodia viene utilizzata anche per Conphiteor, è invece, dicevamo, la forma embrionale di Livorno, rispetto alla quale presenta una strofa in più e alcune differenze armoniche, ma soprattutto un andamento decisamente più sostenuto che a mio avviso stravolge il carattere statico e contemplativo dei versi, così ben messo in evidenza invece nel successivo arrangiamento lento, dolce e compassato di Marchetti. Interessante e curiosa, poi, la forma di due canzoni come Non c’è più l’America e Miserere le quali, pur non riuscendo deplorevolmente mai a vedere la luce in una forma compiuta e definitiva, saranno riprese sia da Reverberi nel 1968-69 che da Marchetti negli anni Settanta. La prima presenta un accompagnamento di stile prettamente country, che nei provini successivi sparirà del tutto, mentre la seconda, una delle canzoni a mio parere più pregnanti, dirette, schiette e potenti di Ciampi, qui non ha ancora il carattere cupo e mortuario che assumerà nei provini successivi, cadenzati da una lentissima serie cromatica di accordi minori monocromi (affidati al solo organo nella versione di Reverberi, alla sola chitarra in quella di Marchetti), ma un tratto più secco e nervoso conferitogli dall’ottimo swing di Monti. In Perché (una canzone di cui finora esisteva solo un frammento citato confusamente a memoria da Gino Paoli) c’è un riferimento alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che coincide con un periodo della vita di Ciampi di cui sappiamo ancora poco o niente; Il tuo corpo contiene invece immagini poetiche che saranno tipiche del Ciampi più maturo, dalla “seta che è trasparente come un suono” alla “gonna bianca che è piena del tuo futuro”, alle “mille forme” curvate dalla mano “in un disegno sovrumano”. Chiude questa preziosa raccolta la prima versione della stupenda Viso di primavera, una delle canzoni di Ciampi melodicamente più classiche e perfette, scritta insieme al fratello Roberto presumibilmente nel 1965, anno in cui morì la madre Mira Poljak al manicomio di Volterra.

Nei due anni successivi alla collaborazione con Monti Ciampi lavorerà con Gian Franco Reverberi a un nuovo gruppo di provini, che sono stati pubblicati in CD nel 1995 e tra quali figurano di nuovo Miserere, curvato però, come detto, in una versione dal tono più ‘sacro’ con l’accompagnamento del solo organo, Viso di primavera e, con una terza melodia ancora diversa sia dalla prima che dalla seconda versione, Conphiteor. In più, vi si trova una versione, la prima, di Tu no che, elaborando lo spunto offerto da E ora dove andrai?, è sostanzialmente identica a quella che di lì a poco verrà pubblicata per la Det con l’arrangiamento definitivo di Marchetti, siglando l’inizio della loro collaborazione e dando avvio alla seconda e ultima fase della sua opera.

Quando Marchetti e Ciampi si incontrano, dunque, nel 1969 inoltrato, Ciampi ha con sé materiale sufficiente per un paio di nuovi album, ma solo tre delle canzoni del precedente repertorio finiranno nel loro primo 33 giri, uscito nel settembre 1971: Tu no, Barbara non c’è (rielaborazione di Ed ora dove andrai? e L’amore va) e Triste triste (reintitolata Livorno). Ad esso seguirono due altri album a nome Ciampi (Io e te abbiamo perso la bussola nel 1973 e Dentro e fuori, prodotto nel 1975 e distribuito all’inizio del 1976), un album per Nada, una raccolta, alcuni singoli e un discreto numero di inediti e provini. Nei due CD di Siamo in cattive acque ne possiamo ascoltare per la prima volta una ventina, alcuni inediti fino ad oggi, altri precedentemente pubblicati in diverse varianti. Gli straordinari Fra 30 anni (proveniente, insieme a Il lavoro, da una lacca stampata il 17 luglio 1972), e Mai muoversi, fanno parte di quella categoria di canzoni che Ciampi costruiva su basi precedentemente registrate da Marchetti e di solito destinate al cinema: il primo su una base che verrà poi pubblicata, con il titolo di Chukeba bay, in Equinox (1977), una delle numerose raccolte di musica lounge realizzate da Marchetti nella seconda metà degli anni Settanta; il secondo sulla musica che accompagna i titoli di testa del film Milano: il clan dei calabresi (1974) di Giorgio Stegani, una fusion tiratissima e magistralmente eseguita dagli eccellenti solisti che facevano parte delle orchestre di musica leggera dell’epoca, con moog, vocalizzi scat, organo Hammond, ottoni e una sezione ritmica portentosa. Ciampi mostra una certa difficoltà ad adattare i versi delle strofe al brano, a mantenersi in equilibrio sui continui spostamenti di accenti della sezione ritmica, tanto che a un certo punto è costretto a fermarsi dopo una falsa partenza: “Gianni, la spacco”, dice spavaldo, “però bisogna che tu venga un pochino qui…”; la base intanto procede e lui si abbandona a un flusso incontrollato di esilarante nonsense. Nella stessa lacca si trova una versione de Il lavoro identica a quella pubblicata in Io e te abbiamo perso la bussola salvo che nella parte centrale parlata, che presenta un testo diverso. Anche il provino di Io e te Maria è molto simile alla versione definitiva, con alcune varianti testuali e la presenza insolita di un cimbalom. Il primo dei due CD si chiude con i sei provini per l’album di Nada, quattro (Come faceva freddo, Confiteor, Eri proprio tu e la finora sconosciuta Sono seconda) accompagnati dal pianoforte di Marchetti, due (Sul porto di Livorno e Zambaro, canzone che fu poi esclusa dal disco e che riapparirà più tardi con un testo completamente diverso e intitolata Adius) accompagnati da un ensemble strumentale.

Nel secondo Cd figurano infine le varianti inedite dei provini – gli ultimi – che Ciampi registrò al Cenacolo nell’inverno del 1977, già noti per essere stati pubblicati in parte da Giuseppe De Grassi nel 1990 e che rappresentano la quintessenza del suo stile improvvisato e del suo metodo anarchico. In essi, infatti, Ciampi riversa, concentra e sintetizza in modo esemplare tutto il dolore e tutta la scoperta fragilità della sua poesia. Accompagnandosi con una chitarra scordata – eccetto nei casi in cui ad accompagnarlo è il turnista Aldo ‘Jimmy’ Tamborrelli – e cantando con una voce rotta e deformata dall’ebbrezza, li registra pensando probabilmente alla possibilità di raccoglierli in un nuovo album ma come avendo la certezza che non vi sarebbe mai stato alcun nuovo album. Riprende tre canzoni scritte dieci o più anni prima (Madonnina del 2000 sulla melodia di Fra cent’anni, Miserere e Non c’è più l’America) alle quali aggiunge la grottesca Hitler in galera, la scarna e tragicomica Storia del signor YX e la straziante Hanno arrestato anche l’inverno, nella quale a un certo punto perde completamente il controllo degli accordi e lascia sospesa la voce sola a sussurrare, come in un lamento arcano nel buio, alcuni dei suoi versi più intensi.

Ma è nelle due versioni di Se… ma… no… che si raggiunge il vertice inarrivabile e la sintesi suprema di tutta la sua opera. Confesso che l’ascolto di questa ‘canzone’ (ma è una canzone? boh), che già avevo avuto la fortuna di conoscere anni fa in una delle due versioni, è stata una tra le esperienze più sconvolgenti di tutta la mia vita di ascoltatore. Non ci si capacita di come uno possa tradurre, fotografare, in una parola esprimere senza alcun filtro e con tale potenza, precisione e verità la disperazione e la solitudine umane. Già solo gli accordi che accompagnano la voce, e che da un certo momento in poi diventano delle semplici macchie sonore, dei colpi sordi, rappresi e ovattati, delle lame spuntate e arrugginite che fendono l’aria a caso o dei bisbiglii inaudibili, scardinano del tutto ogni tentativo di costruzione formale; e la voce, la voce, che qui supera se stessa nel grido (“tu mi dici di nuovo se e io ti dico no”), nell’articolazione, nel timbro e nella collocazione spaziale (dove sono quei “no” e quei “ma”? impossibile stabilirlo); la voce, dicevo, che non recita ma dice, e dice – e grida – non versi, non frasi, non parole ma lacerti di vita e allucinazioni, come in quei prati in fiore che sono “bianchi come nostra madre”, o in quella “specie di sorriso che tu mi proponi” e che “si schiaccia contro il mio viso come una noce”; una voce, un’anima che si sa inascoltata e inesorabilmente e irreversibilmente perduta poiché l’altro alla fine non è, kantianamente, che un noumeno, un grave inaccessibile che occupa semplicemente uno spazio: “in questa continuità, in questo nostro respiro io non so più cosa fare perché tu sei un volume”. Versi devastanti che non ammettono commento o replica alcuna. Mai, credo, nella storia della canzone italiana il senso dell’incomunicabilità umana è stato esplicitato meglio.

Perciò, ecco, anche se nel CD vi fossero state solo le due versioni di Se… ma… no… (una per disco, per un totale di soli dieci minuti di musica) la sua uscita avremmo dovuto accoglierla come una benedizione e un miracolo. Un sincero e sentito grazie, dunque, a Enrico De Angelis e a Squilibri per aver pubblicato e condiviso queste testimonianze insostituibili di arte e di vita.

Il testo che segue è stato letto al MAD (Murate Art District) di Firenze il 10 settembre 2023, in occasione del Convegno “La musica contemporanea tra presente e futuro”, organizzato dalla SIMC per il suo centenario.

Mi si chiede di esprimere un parere sullo stato presente e sulle prospettive future della musica contemporanea. Che cosa penso, che cosa sento, che cosa vedo. In dieci minuti. Ci provo.

A me pare che la musica contemporanea goda buona salute. Guardiamoci intorno: ci sono molti compositori che la scrivono e molti interpreti che la eseguono; e quindi anche, evidentemente, degli spazi che la accolgono e diffondono. La qualità della scrittura e delle esecuzioni è mediamente buona, non di rado ottima. Ci sono molti giovani preparati, attivi, determinati e agguerriti che si dedicano con passione a questo genere di musica. Escono ancora e perlopiù dai conservatori: si tratta infatti di un genere musicale che si identifica innanzitutto come una tradizione, che sia quella dell’avanguardia, della transavanguardia, del postmoderno o della musica classica tout court (classica, colta, seria, scritta, d’arte, etc.).

La ‘musica contemporanea’ c’è, c’è ancora. È viva e vegeta. Il problema non è la sua esistenza, né il suo invecchiamento o esaurimento. Il problema è la sua ricezione. Ma attenzione: non la sua ‘visibilità’, come si direbbe superficialmente e sbrigativamente, oggi. La sua ricezione, che è ben altra cosa. La visibilità è categoria che appartiene al marketing, la ricezione appartiene invece all’arte. La ricezione è l’esperienza dell’arte. Il suo ‘inveramento’, come si sarebbe detto un tempo e in certi ambienti. La ricezione non è l’ascolto dell’opera, ma la sua metabolizzazione: la ricezione è il ri-ascolto, dell’opera. Per essere compresa un’opera va ascoltata e soprattutto riascoltata, non una ma numerose volte. Perché l’opera d’arte non è mai una cosa semplice, e perciò richiede sempre un momento di riflessione che accompagni e segua il suo ascolto.

Ecco: noi sembriamo non poter disporre più di questo momento cruciale. Non disponiamo più, in generale, di tempo. L’età media si è innalzata, disponiamo di tutto e immediatamente eppure, paradossalmente, non disponiamo più di tempo. Abbiamo scaricato moltissima musica nel nostro computer, ma non abbiamo il tempo di ascoltarla. È che le cose sono cambiate così tanto e così velocemente, negli ultimi, diciamo, trent’anni, che è come se il tempo si fosse fermato, fosse sparito. Viviamo, come acutamente profetizzò il filosofo Jean Baudrillard proprio una trentina d’anni fa in un suo famoso saggio, nell’illusione della fine e nello sciopero degli eventi.

Mia figlia diciassettenne giura di riconoscere se un brano trap è stato scritto ieri o cinque anni fa: io, per me, non sarei assolutamente in grado di dire se un pezzo di musica contemporanea è stato scritto ieri, cinque anni fa, nel 1997 o nel 2008. A meno che non sia un fattore esterno a identificarla, riconosco la storicità degli stili e dei linguaggi musicali fino, diciamo, alla metà degli anni Novanta, poi più nulla, come se il tempo avesse impresso una curvatura alla storia e l’avesse costretta in una vorticosa girandola in cui ritornano continuamente le stesse cose. Un carosello di neo-neo-neo e di post-post-post, ma senza l’ombra di novità. E infatti mia figlia e i suoi amici quando vanno a ballare non si scompongono minimamente se fra due pezzi techno viene messa Stayin’ alive, mentre ai nostri tempi, se il dj avesse messo Maramao perché sei morto fra due pezzi disco sarebbe stato lapidato.

Nondimeno, dicevo, in questi trent’anni è cambiato tutto. Mentre sembra non essere cambiato niente, è in realtà cambiato tutto. Nel ’90 presi un treno e andai a Zurigo per comprare delle partiture da Jecklin; ci voleva meno tempo che farle arrivare qui a Firenze da Ceccherini. Ora sono tutte su YouTube. All’epoca, procurarsi gli opera omnia di un qualsiasi autore di media prolificità richiedeva mesi o anche anni; oggi in poche ore si compila una playlist. E così via. Ma allora perché, nonostante questa facilità nel reperire le cose, sembriamo poi non avere il tempo di recepirle? Forse perché, di pari passo con l’età media, si è innalzato anche il rumore di fondo della vita. Si è incrementata vertiginosamente la quantità di informazione: vi è così un fortissimo elemento di disturbo che si frappone sempre più tra noi e le cose. Insomma, i nostri giovani musicisti godono, sì, di ottima salute, ma è come se avessero preso un treno per Darmstadt e si fossero poi ritrovati a Rimini di Ferragosto.

Ogni zona, per quanto piccola e circoscritta, è occupata da qualcuno. Ogni frase, per quanto intensa o sensata, viene pronunciata in mezzo a mille altre, dispersa in un oceano di bocche e di orecchie. Sembrano banalità, e in effetti quante volte si son sentite dire, queste cose? Ma è esattamente ciò che è accaduto, ciò in mezzo a cui ci troviamo. Prima, come diceva Nanni Moretti in una celebre battuta del suo film Bianca, le cose erano più nette, si distinguevano meglio. Era insomma più facile orientarsi, avere punti fissi di riferimento. E non è, si badi, solo una questione di vecchio e nuovo, di conflitto o di pacifica convivenza tra i due. I linguaggi hanno fatto pace già da un bel po’, mi pare, e sono sempre esistite fasi di stagnazione, di riflusso o di sospensione: si chiama ‘maniera’ e anch’essa ha prodotto capolavori.

Torniamo dunque alla questione della ricezione. Non riguarda soltanto la musica contemporanea, evidentemente: la letteratura, e soprattutto il cinema, mi sembra siano messi un po’ meglio; ma le arti plastiche per esempio, per quanto diverse, mi pare invece condividano con la musica colta questa condizione di difficoltà ricettiva, di dispersione e disorientamento. Il pop, d’alta parte, ne risente molto meno, ma è aiutato dalla sua forza d’impatto e dalla sua naturale tendenza al consumo immediato. La musica colta richiede invece pazienza, attenzione e cura. È dunque più una questione di cura che di tempo? Può darsi, ma non si può dare l’una senza l’altro. Per quanto la musica colta costituisca una nicchia, oggi vi sono centinaia di compositori, ciascuno con un proprio profilo social e con tutta la propria produzione a disposizione dell’ascoltatore. Sono migliaia di opere a portata di clic. Come operare una selezione? Chi ci guida in questo labirinto? Esiste un testo assimilabile a ciò che costituì, per la nostra generazione, Fase seconda? Mi pare di no. Sarebbe, del resto, impresa titanica. E non è un caso se oggi nei titoli dei libri si faccia riferimento a oceani di suono o a residui di rumore.

È la realtà in cui ci troviamo immersi. Certo, la si può interpretare come un segno inequivocabile di ricchezza, vitalità e libertà di scelta: ma non ci si può sorprendere se vi si manifesta contemporaneamente un senso di sbigottimento e di noia. Potremmo allora, un po’ prosaicamente, affidarci alle statistiche: googlare “i dieci compositori viventi più eseguiti al mondo” (ricordo di aver letto su internet, non molto tempo fa, un articolo con un titolo simile), ascoltare – magari fino in fondo! – alcune loro opere e farci un’idea di cosa sta succedendo e di dove stiamo andando (da dove veniamo invece lo sappiamo benissimo). Ma, anche qui: non saremmo certo noi, cittadini delle nicchie da quando avevamo tre anni, a lasciarci sedurre dal mainstream e dalle sue logiche o dal numero di visualizzazioni di un video di YouTube. Sappiamo fin troppo bene che spesso le cose più preziose e singolari sono quelle più nascoste e apparentemente più fragili – Webern docet, ancora, e io sono pronto a scommettere su Wolff.

Ma forse tutto questo non è che il delirio di chi sta entrando lentamente in una fase di demenza senile. E così come è sempre stato, così come abbiamo avuto dieci classici, dieci romantici, dieci moderni e dieci contemporanei, un giorno avremo anche i dieci non-si-sa-cosa di oggi, magari – perché no? – metà dei quali fighissimi rappresentanti dell’Intelligenza Artificiale. Alla fine siamo, comprensibilmente, tutti solo un po’ stanchi, e non sarebbe poi così male riposarsi un po’, ricondurre la vertigine a un innocuo gioco d’immagini.

Cosa resta, dunque? Più nulla, davvero? Solo la vertigine è in grado di dare un senso alla vita artistica? Non anche e non più quell’innocuo gioco d’immagini di cui parlava il buon vecchio Kant? Può sopravvivere l’arte senza la sua ricezione? È questa l’ultima domanda, la più fondamentale e insieme la più incalzante e urgente. Vorrei dire di sì, anzi lo affermo convintamente: quello che resta è il senso di necessità, l’impulso irrefrenabile a creare: cieco, folle, insensato, coatto. Quello di chi continua a parlare da solo o ai muri. Quello dei fiori che sfondano l’asfalto anche se non curati da nessuno; quello dei cespi di ginestra contenti dei deserti e sparsi sull’arida schiena dello sterminator Vesevo. D’altronde, Donatoni una volta rispose giustamente a Clementi che “il funerale si fa una volta sola”. Ma Clementi fu equivocato: quando parlava della “fine della musica” non intendeva dire che la musica sarebbe finita, ma più semplicemente che, siccome tutto avrà una fine, avrà una fine anche la musica.

Grazie.

Livorno, 5 settembre 2023

Quello che segue è il mio contributo alla giornata dedicata a Giancarlo Cardini, organizzata dal GAMO e svoltasi presso il conservatorio “L. Cherubini” di Firenze il 12 marzo 2023

Preceduto dalla sua fama, conobbi personalmente Giancarlo Cardini il primo settembre del 1990, lo stesso giorno in cui conobbi anche Aldo Clementi. Mi ero infatti iscritto al Corso di Perfezionamento in Composizione che il GAMO all’epoca teneva annualmente e che quell’anno e il successivo fu tenuto da Clementi. Mi era sembrato subito che fosse una persona schiva, timida, introversa e riservata, ma quando vide che la mia borsa era piena di partiture di Morton Feldman (ero appena tornato da Zurigo, dove ne avevo acquistate una ventina) si sbottonò immediatamente e mi chiese di dargli del tu. “Ma sono tutte di Feldman?”, chiese con espressione stupita e con la sua voce inconfondibile, che subito imparai ad imitare; “Sì, è il mio compositore preferito”, risposi – “Allora diamoci del tu”, replicò. Da quel momento diventammo amici e fino a un paio d’anni fa, quindi per circa trent’anni, ci siamo visti una media di tre o quattro volte l’anno, cioè un centinaio di volte.

“Ci siamo visti”, ho scritto; più precisamente, andavo a trovarlo a casa sua. Un sabato, o una domenica, prendevo la macchina e da Livorno andavo a Pomino, dove restavo per pranzo e fino a sera. Andavo insomma, come si diceva un tempo, “a trovare un amico”, un’abitudine che oggi forse si è un po’ persa e che invece costituisce uno degli aspetti più belli e importanti della vita umana. Tranne rari casi, infatti, non c’era mai uno scopo diverso dal semplice vedersi per passare una giornata a conversare, ascoltare musica, leggere, analizzare insieme libri e partiture, attingendo alla sua sterminata, ricchissima biblioteca.

Non erano insomma incontri di lavoro, non si discuteva di progetti o di cose concrete da fare, ma solo della nostra comune passione, la musica. Quello che ho preso e imparato, quello che mi hanno dato quegli incontri ha avuto per me un valore inestimabile e ha influenzato profondamente e in larga parte la mia vita non solo di musicista. Ciò che mi colpiva, che amavo di più in Giancarlo non erano infatti le sue competenze di musicista, il suo rigore e la sua acutissima intelligenza di interprete magistrale e di compositore, ma la sua attitudine umana complessiva, il suo amore per le cose e soprattutto la sua unica, straordinaria sensibilità. Non ho mai conosciuto una persona più attenta di lui alla minima sfumatura di senso, al minimo dettaglio di vita quotidiana o al più insignificante evento. “Un cassetto si trova aperto un po’ meno di metà”, recita uno dei ‘frammenti di contemplativo quotidiano’ contenuti nel suo libro Bolle di sapone: ecco, Giancarlo era uno capace di stare a pensare per un’ora di seguito a un cassetto “aperto un po’ meno di metà”, di contemplare tutto il suo mistero, di sentire tutta la sua fragile bellezza e poesia. E naturalmente questo mistero, questa poesia era anche capace di rifletterla, di evocarla, di esprimerla nelle sue composizioni. Da Una notte d’inverno (la mia preferita) a Lento trascolorare dal verde al rosso in un tralcio di foglie autunnali, da Ultimi fiori verso sera a Una lenta malia, da Campagna di sera, il lume di una casa in lontananza al più recente Via del Fico, Firenze. Una piccola strada disadorna, silenziosa, quasi immota, arida e bella: lì tutto è incanto, fascinazione, rituale, mistero, bellezza. Un suono tendenzialmente statico (ma vibrante!), un lento riverberare di accordi e di arabeschi, di silenzi e di poche figure ripetute. Una musica improntata alla contemplazione, sì, ma piuttosto alla prossimità che alla distanza: una contemplazione attiva, non passiva, tattile, che tocca e carezza gli oggetti che evoca. Se nella musica del già citato Feldman, forse il compositore stilisticamente a lui più vicino, la contemplazione sonora è sempre improntata a un astrattismo di derivazione pittorica, nelle opere di Giancarlo vi è invece una forte componente che definirei erotica e naturalistica. “La musica deve far godere. Tutto il resto è secondario. L’unica cosa veramente importante nell’esperienza musicale è dunque la fascinazione, e non considerazioni estrinseche riguardanti la filosofia, l’etica, la spiritualità, la politica”: in questo suo aforisma è racchiusa tutta la sua estetica musicale.

Da giovane aveva frequentato assiduamente il cenacolo che si costituì intorno a Roberto Lupi, figura importante nella vita musicale fiorentina degli anni Cinquanta e Sessanta, e si era quindi interessato all’Antroposofia di Rudolf Steiner e più in generale allo spiritualismo fin de siècle (sui suoi scaffali ricordo numerosi volumi dedicati alla magia e perfino, tomo imponente, l’Iside svelata di Madame Blavatsky), ma poi se ne allontanò per il carattere un po’ troppo settario e intransigente che animava quell’ambiente, laddove Giancarlo aveva un’anima profondamente laica, libertina e libertaria. Le tracce più profonde le lasciarono semmai lo Zen e le filosofie orientali, tracce tangibili e trasversali a molte sue composizioni, dalla Neo-haiku suite del 1979 ai Rituals for the Ryoanji Garden del 2012.

Infine, segno forse ancora più tangibile della sua anima libertaria e indipendente, mi piace ricordare qui l’amore viscerale che nutriva per la letteratura pianistica minore e per la musica leggera, cui ha dedicato una parte cospicua del suo catalogo, che conta numerose trascrizioni da Bindi, Paoli, Tenco, Modugno, D’Anzi, Jobim, Rodgers. Delle canzoni pop Giancarlo amava soprattutto la fragilità e l’immediatezza, l’ingenuità e la sensualità. Anche quando le riveste di sonorità pianistiche sontuose o brillanti, si percepisce sempre il gesto più morbido e carezzevole, il rapimento estatico che queste canzoni esercitavano su di lui.

Negli ultimi anni aveva esteso i suoi interessi alla storia, alla politica e all’antropologia e leggeva moltissimo. Dall’inizio dell’autunno e fino a tutto l’inverno, ogni giorno feriale si recava di buon mattino alla Biblioteca delle Oblate dove si tratteneva fino a sera a leggere e studiare.

La sua scomparsa ha rappresentato una perdita irreparabile per il mondo della musica contemporanea e ha lasciato un vuoto enorme e incolmabile in tutti coloro che lo hanno conosciuto e gli hanno voluto bene. L’ultima volta l’ho visto il 27 febbraio dell’anno scorso, una domenica, a Camaiore, dove era ospite della nipote. Non so se mi ha riconosciuto, la malattia era già in una fase avanzata.

Mi ritrovo spesso a pensarlo e lo vedo ancora e sempre intento a fissare qualcosa, come perso a seguire un pensiero o chissà che; non era certo facile intuirlo. Aveva anche, come tutti i grandi, un’ironia finissima e sfuggente. Uno dei suoi primi e meno conosciuti pezzi, La durezza delle pietre, per pianoforte preparato e amplificato, trentanove assi di legno, tam-tam e nastro magnetico, venne registrato ed incluso nel primo vinile interamente dedicato alle sue composizioni, che uscì negli anni Ottanta allegato a un numero di 1985 La Musica, la rivista di musica contemporanea diretta da Daniele Lombardi e Bruno Nicolai. Non fu soddisfatto della registrazione, che a suo dire aveva alterato seriamente il senso del pezzo, e finì per ripudiarlo e per toglierlo dal catalogo delle opere. Un giorno mi mostrò la partitura di questo pezzo: centottanta pagine fitte, piene di cluster pianistici collocati sulla linea del tempo con precisione maniacale. “Un pezzo piuttosto inconsueto rispetto agli altri”, gli dissi. Uno dei pochissimi infatti, forse l’unico, in cui aveva adottato uno dei metodi compositivi aleatori di John Cage, quello che prevede l’annerimento delle imperfezioni presenti in un foglio di carta, usato dal compositore americano per la serie Music for piano negli anni Cinquanta. In questo caso però Giancarlo, invece delle imperfezioni della carta, annerì le imperfezioni di un muro. C’era infatti un lungo muro che aveva attirato la sua attenzione in una via di Settignano, e lo aveva mappato su carta: ogni cluster rappresentava uno dei numerosi ciuffi d’erba sporgenti dal muro. Per mapparlo tutto gli ci vollero ovviamente diversi giorni (di qui le centottanta pagine): immagino cosa debbano aver pensato i passanti che lo vedevano lì in piedi a fissare questi ciuffi d’erba e a trascriverli sulla carta, e sorrido.

Desidero qui ringraziare dal profondo del cuore Giancarlo per avermi insegnato a guardare con altri occhi e ad ascoltare con altre orecchie la realtà, per avermi dischiuso nuovi e sconosciuti orizzonti di vita e di poesia, per aver illuminato la mia strada con una luce soffusa ma inestinguibile, che continua a irradiare i suoi bagliori e a sostenere il mio cammino incerto. La sua solitudine, la sua unicità è stata e continua a essere per me un punto fermo nell’abisso di oscurità in cui sembriamo tutti lentamente ma inesorabilmente sprofondare.

Tutto prese spunto, una ventina d’anni fa, da un ritaglio del RadiocorriereTV (n. 23 del 4-10 giugno 1967, p. 55) che mio nonno aveva incollato in uno dei diciotto quaderni manoscritti che costituivano il catalogo dei suoi dischi. Il ritaglio riporta le fonti di alcune delle più note sigle musicali utilizzate all’epoca dalla Rai, tra le quali figura, appunto, quella delle Previsioni del Tempo, che riporta la seguente fonte: Zalvidar-Robuschi, Vacanze in Argentina, Disco Red Record 25002.

Non sapendo chi si celasse sotto il presunto pseudonimo ‘Zalvidar’ (seppi poi che si trattava di Gian Stellari, direttore d’orchestra e compositore di musica leggera), cercai notizie sul secondo, Guido Robuschi, e riuscii a rintracciare il suo numero di telefono sulle Pagine Bianche. Lo chiamai e fu molto gentile e disponibile, confermandomi di essere l’autore di quella sigla e raccontandomi degli aneddoti al riguardo. Andai quindi a cercare su Internet quel disco indicato nell’elenco del Radiocorriere, ma di un disco siglato “Red Record 25002” non trovai traccia; ne trovai un altro in tutto simile tranne che, stranamente, nel numero di catalogo (ce ne sono due, quindi? O – più probabile, ritengo – sull’elenco è riportato un numero sbagliato?). Quando mi arrivò e lo ascoltai, però, non trovai alcuna traccia di quella sigla storica, né nella versione originale né in una sua presunta trascrizione o arrangiamento. Allora pensai (e penso tuttora) che quel titolo “Previsioni del Tempo” indicato nel Radiocorriere si riferisse non al programma della sera (quello con il barometro nei titoli di testa), ma a quello della tarda mattina (ve lo ricordate? con il disegno di un sole sorridente in sigla), di cui non ricordo bene la musica che lo accompagnava (non ricordo cioè se era la stessa di Che tempo fa o se era diversa) ma ricordo, seppur vagamente, che durante la lettura delle temperature delle capitali europee (mi è rimasta particolarmente impressa quella di Istanbul, perché spesso era “non pervenuta”) c’era una musica di sottofondo, che potrebbe appunto essere quella a cui si riferisce il Radiocorriere (e quella del disco, ma su questo ho forti dubbi, perché, per quanto vagamente, ricordo una musica lounge, di ‘atmosfera’ insomma, con in primo piano un vibrafono, mentre la musica del disco è tutta un po’ simil-andina, caraibica o brasileira e molto ‘spavalda’, non certo da sottofondo). Il mistero è dunque tuttora irrisolto. In un forum del 2008, ancora visibile (http://www.tv-pedia.com/zapzaptv/viewtopic.php?f=3&t=824) si fa poi riferimento a un brano, tra diversi omonimi, depositato alla Siae e intitolato “Che tempo fa”, attribuito a un certo Adelmo Amadori (musicista però di cui non ho trovato alcuna traccia). Forse dando un’occhiata a questo brano si potrebbe decidere se la musica della sigla è dunque di Guido Robuschi o di Adelmo Amadori, ma rimarrebbe il mistero di come questo Vacanze in Argentina (film di Guido Leoni del 1960 con Walter Chiari) sia legato al programma Rai.

(Ah, ma quanto mi piacciono queste storie… ne ho collezionate tante, nella mia vita).

(Dal RadiocorriereTV del 4-10 giugno 1967, p. 55; Vacanze in Argentina, disco Red Record 50006)

Non ho voglia, né mi sembra il caso, qui, di (anche solo provare a) raccontare tutto quello che Giancarlo Cardini è stato e ha rappresentato per me, per me come musicista ma innanzitutto come persona. Un faro, una guida, un punto di riferimento assoluto, ma soprattutto un grande amico che ho frequentato assiduamente per più di trent’anni, da quando, nell’ormai lontano 1990, mi presentai alla sede staccata del Conservatorio “Cherubini” di Firenze per seguire i Corsi di Perfezionamento in Composizione tenuti da Aldo Clementi e organizzati dal GAMO (Gruppo Aperto Musica Oggi), l’associazione culturale fiorentina da lui fondata e presieduta per molti anni, che tanto ha fatto e continua a fare per la valorizzazione e la divulgazione della musica contemporanea. Ero appena tornato da Zurigo, ricordo, dove avevo acquistato da Jecklin una trentina di partiture di Morton Feldman e lui, vedendole, mi chiese: “Ma sono tutte di Feldman?”. “Sì”. “Diamoci del tu, allora”. Questo buffo aneddoto segnò l’inizio della nostra grande e lunga amicizia, alla quale devo moltissimo. Ma per chi invece non lo ha conosciuto – soprattutto i giovani – vorrei provare a dire, anche se di necessità brevemente, quello che Cardini è stato in generale per la storia della musica italiana e non solo.

Giancarlo Cardini è conosciuto soprattutto per essere stato un grande interprete di molti ormai ‘classici’ della musica d’avanguardia italiana e internazionale, in primo luogo dei compositori a lui geograficamente più vicini (su tutti Bussotti e Chiari, ma anche Luporini, de Angelis, Zosi, Lombardi, Pezzati e molti altri dell’area fiorentina e toscana) e di quelli dell’ambiente milanese, assiduamente frequentato negli anni Settanta e Ottanta (Castaldi in particolare, ma anche l’ambiente della Cramps di Gianni Sassi, al quale lo legavano una solida amicizia e una stima reciproca e per il quale incise molti dischi – tra cui la straordinaria Natura morta di Walter Marchetti e l’opera omnia di Satie, che attende ancora di essere pubblicata). Storica fu la sua partecipazione al Concerto per Demetrio Stratos, tenutosi il 14 giugno 1979 all’Arena Civica, al quale contribuì con Novelletta di Bussotti e col celeberrimo Cardini di Castaldi, solfeggio parlato a lui dedicato dal compositore milanese e che declamò con grande spirito di abnegazione davanti a sessantamila giovani.

Una grande amicizia lo legava anche ai compositori della New York School, in particolare a Feldman e a Cage, dei quali interpretò magistralmente le più importanti pagine pianistiche (il 21 giugno 1992 a Firenze organizzò col GAMO un importante concerto monografico dedicato a Cage, con la presenza dello stesso Cage, appena due mesi prima della scomparsa del compositore americano).

Le sue interpretazioni erano caratterizzate da un grande rigore esegetico, da una profonda musicalità (tocco e fraseggio unici) e da una tecnica impeccabile, ma soprattutto da una fortissima empatia verso l’universo poetico del compositore, che egli sapeva restituire agli ascoltatori con grande trasporto e passione. Sotto quest’ultimo aspetto può essere considerato, insieme a pochi altri pianisti (Cardew e Tudor sono i primi esempi che mi sovvengono) come un caso emblematico della vexata quaestio relativa alla musica indeterminata (o aleatoria che dir si voglia). ‘Emblematico’ nel senso che nel suo caso è difficile più che in altri stabilire quanto c’è del compositore e quanto dell’interprete nell’esecuzione di brani ‘aperti’, come ad esempio nei Gesti sul piano (1963) di Chiari e nella già citata Novelletta (1973) di Bussotti (suo cavallo di battaglia per lunghi anni e brano controverso, perché in apparenza palesemente debitore di Body piano, un brano improvvisato che Cardini suonò spesso a partire dal 1972 e che non è stato mai trascritto su carta): in casi come questi, insomma, l’interprete dovrebbe essere considerato a tutti gli effetti, e in varia misura – tali i termini della quaestio – un co-autore.

Poi, dai primi anni Ottanta, all’assidua attività concertistica che lo aveva portato a esibirsi in tutto il mondo iniziò ad affiancare un’attività compositiva che negli anni si è sempre più infittita, anche se – per il suo carattere schivo e la sua indole solitaria – è purtroppo meno conosciuta, fatta forse eccezione per le trascrizioni pianistiche di canzoni di musica leggera alle quali era molto legato (canzoni di D’Anzi, Modugno, Bindi, Paoli, Tenco, Jobim, Rodgers e altri). La sua produzione, prevalentemente (ma non solo) pianistica, annovera alcuni gioielli di grande respiro e di profonda intensità espressiva: da Una notte d’inverno (1982) a Lento trascolorare dal verde al rosso in un tralcio di foglie autunnali (1982, recentemente reintitolata Foglie d’autunno lentamente trascolorano), entrambe per pianoforte; da Il castello insonne (“Mistero scenico notturno in 29 episodi da eseguirsi tra le due e le quattro di una notte senza luna, per strumenti musicali, oggetti, strumentisti e performers”, come recita il sottotitolo), a O quieta e dolce mattina d’ottobre (1990, su una poesia di Robert Frost, per voce recitante, pianoforte e percussioni); da Ultimi fiori, verso sera per pianoforte a Paesaggio per pianoforte e orchestra (entrambe del 1993); da Campagna, di sera, il lume di una casa in lontananza (1996) per flauto, clarinetto, quartetto d’archi e pianoforte a Paesaggio marino al tramonto con barca e grande nuvola nera (1998) per pianoforte; da Fiore perduto (2001) per fagotto e pianoforte a I prati del Paradiso (2002, otto quadri musicali su poesie di Aldo Palazzeschi, per voce recitante, pianoforte a 4 mani, clarinetto, fagotto, violino, contrabbasso, tam-tam e giocattoli sonori), fino ai più recenti Piano piece for Howard Skempton (2004) e Musica per Davide Mosconi (2010), sempre per pianoforte. Un mondo poetico fatto di sfumature e di contemplazioni statiche (ma sempre vibranti!), che affonda le sue radici in una serie di haiku (o meglio di “frammenti di contemplativo quotidiano”) che il compositore scrisse negli anni e infine raccolse e pubblicò nel 1990 con il titolo Bolle di sapone.
Di Giancarlo rimane anche una cospicua raccolta di saggi, perlopiù incentrati sull’esegesi della letteratura pianistica, che confermano la sua lucidità e capacità di compenetrazione delle opere musicali. Ma soprattutto di lui rimane, per chi, come me, ha avuto la fortuna e la gioia di conoscerlo e frequentarlo personalmente, quell’aura incantata e ironica che sembrava circondarlo perennemente, che a uno sguardo superficiale poteva apparire distrazione o perfino indifferenza e che invece, a uno sguardo più orientato e attento, svelava una rara, enigmatica, unica, profondissima sensibilità.

Teoria estetica

16 agosto 2020

E’ un po’ un mistero, ma ci sono dei capolavori che, incredibilmente, sono anche dei troiai, e viceversa. Una cosa che non si dà per le cose belle o brutte. Se una cosa è bella non può essere brutta, e se una cosa è brutta non può essere bella. Ma se una cosa è un capolavoro, allora può essere un troiaio, e viceversa. Quindi si danno le seguenti sei possibilità: troiaio, brutto, bello, capolavoro, troiaio-capolavoro, capolavoro-troiaio. Che io metterei in quest’ordine ascendente di valore complessivo: 1) capolavori-troiaio (le cose peggiori in assoluto); 2) cose brutte (che a volte però non sono malvagie né noiose); 3) cose belle (che a volte però sono malvagie o noiose o entrambe le cose); 4) capolavori; 5) troiai-capolavoro (le cose migliori in assoluto).

Ecco, questa è la mia teoria estetica.

Uno del problemi che ho sempre avuto con la composizione e col suo mondo è il concetto di ‘lavoro compositivo’, un concetto centrale e fondamentale in questa attività creativa, forse molto più centrale che in altre discipline, per varie ragioni che non è il caso qui di approfondire. Il ‘lavoro’, o meglio l’elaborazione del (e sul) materiale compositivo (altro concetto, quello di ‘materiale’, importantissimo nella musica degli ultimi cent’anni) è una prassi talmente scontata che ogni approccio che la ignori o la sottovaluti è visto con sospetto quando non con aperta e irriducibile opposizione. Eppure a me è sempre parso che tanto ‘materiale’ (scale, armonie, rumori, forme, strutture – qualsiasi mezzo espressivo si usi per fare musica) fosse già sufficientemente ‘musicale’ di per sé, avesse poco o nessun bisogno di essere elaborato, strutturato, variato, sviluppato rispetto all’dea originaria, a quella ‘immagine sonora complessiva’ che sta all’origine di ogni pezzo di musica. Credo di aver preso, o meglio rafforzato questa attitudine, dal mio maestro Aldo Clementi, il quale era pur tuttavia un lavoratore instancabile, un vero artigiano del comporre, nel senso che lavorava, scriveva, tutti i santi giorni, un pezzo dopo l’altro, una partitura dopo l’altra, partiture la cui sola stesura comportava spesso un lavoro massacrante e certosino. Ma l’idea centrale di tutta la sua attività compositiva era che, secondo le sue stesse parole, “trovato il codice, il pezzo è finito”, trovata la formula il pezzo va solo steso, ‘scritto’ nel senso più piatto e burocratico del termine. Questi ‘codici’ erano delle regole, delle formule, che servivano per attivare, mettere in moto il meccanismo sonoro, come cioè delle componenti di orologi che segnano tempi di volta in volta diversi (uno “batte le una non appena battute le due”, per dirla suggestivamente con i versi di Emily Dickinson, un altro salta un quarto d’ora ogni mezz’ora, un terzo accelera nelle ore notturne, e così via). “Ma in media quanto ci mette per trovare il codice di un pezzo, maestro?”, chiedevo ingenuamente. “Dipende, a volte è un attimo, a volte ci vogliono diversi giorni”. Un’altra cosa che mi stupiva e affascinava, e che secondo me Clementi aveva preso da Cage, osservandolo lavorare a Fontana Mix allo Studio di Fonologia della Rai di Milano negli anni 1958-59, era l’apparente assurdità dello scrivere a mano centinaia, migliaia di note che erano state generate automaticamente dai codici, l’ostinarsi cioè – un’attitudine quasi Zen, ed è per questo che la associo a Cage – a non voler affidarsi a mezzi tecnologici esterni o ad escogitare metodi stenografici di scrittura abbreviata che avrebbero alleggerito, e di molto, la fatica della scrittura (mi faceva pensare anche a Mondrian, al quale qualcuno suggerì di usare uno spray per far prima a coprire le aree monocrome dei suoi dipinti). Clementi, diversamente dalla quasi totalità dei suoi colleghi, parlava infatti spesso di attività ‘senza scopo’, suggeriva anzi ai propri allievi di composizione di fare degli esercizi ‘senza scopo’ (per esempio suonare delle scale o loro porzioni e frammenti ripetendoli continuamente, oppure contare, mettere in fila dei numeri, etc.). Queste cose, al di là delle questioni estetiche, credo abbiano molto influenzato il mio approccio alla composizione, questo mio trovare ‘musicali’ i materiali sonori nel loro semplice e immediato mostrarsi ed efficaci i più semplici mezzi usati per strutturarli – al di là dei risultati poi effettivamente conseguiti, che non spetta ovviamente a me di giudicare. E hanno soprattutto influenzato la mia vita, dandole un senso. E’ ciò che succede quando si incontrano le persone giuste, i giusti maestri (“quando non si ha un buon padre, bisogna procurarsene uno”, diceva Nietzsche); quelle persone capaci di illuminarti la vita con poche parole e pochi gesti. In questo, credo di essere stato molto fortunato.

Sull’insegnamento

27 luglio 2019

40. gianni e alberto sotto un nembo minaccioso copia

Funziona così. Viene a studiare con te un adolescente come tanti, appassionato della musica di Einaudi e acerbo autore di composizioni nello stile del suo idolo. Te le fa ascoltare con un certo timore ma anche con una punta di orgoglio, com’è ovvio che sia. Le ascolti con la massima attenzione e col massimo rispetto verso il ragazzo. Alla fine fai un sorriso, gli dici ‘bravo’, gli dai dei consigli e dei suggerimenti su come modificare quelli che ti sono sembrati i punti più deboli del brano. Lui presto – siccome è venuto a studiare con te perché vuole studiare con te, perché è interessato a te e ripone fiducia in ciò che puoi insegnargli – ti farà la domanda per lui più difficile: ti chiederà che cosa pensi di Einaudi. E te, siccome non sei uno stronzo né un imbecille, gli dici che apprezzi quello che fa, che è musica semplice e che arriva a molti e questo è un pregio. Lui sarà molto felice di questa tua risposta. Poi gli dici però che secondo te ha un difetto (uno solo): non è molto originale. Lui sarà un po’ dispiaciuto di questo, ma ti ascolterà incuriosito. Sarà curioso di sapere cosa vuoi dire e come andrai avanti col discorso. Allora gli fai sapere che, sì, la musica di Einaudi si ispira alle nuvole del cielo e alle onde del mare, e che tutto questo è molto bello, ma secondo te lo fa modellandosi a uno standard che si trova fuori della sua coscienza, a uno standard che esisteva già prima perché qualcun altro l’aveva già, per così dire, ‘preconfezionato’ per noi. E questo non è molto interessante. E’ più interessante quando un artista cerca nuove strade, soprattutto la ‘propria’ strada, la sua personale. E allora gli fai l’esempio di Feldman e del suo curioso brano Madame Press died last week at ninety, raccontandogli di com’è stato composto, di quali furono le idee che lo ispirarono. E non ti metti a parlargli di teorie, di sistemi o di scale, no, gli racconti semplicemente che un giorno Feldman telefonò alla madre e la prima cosa che questa gli disse fu che la Signora Press era morta la settimana precedente a novant’anni. Ora, siccome la Signora Press era stata la prima insegnante di pianoforte di Feldman e lui le era rimasto molto affezionato, allora Feldman cosa fece, prese la carta pentagrammata e scrisse novanta battute, ciascuna rappresentante un anno della vita della sua insegnante di pianoforte, e in ciascuna battuta ci mise un intervallo di terza maggiore discendente, intervallo che ricorda il suono del cucù o del campanello, come a segnare l’inesorabilità degli anni che passano, ogni volta accompagnato da un accordo diverso, a sottolineare i cambiamenti della vita. A un certo punto, corrispondente all’incirca agli anni durante i quali lui fu suo allievo, il suono si fa un poco grottesco e ironico, prendendo proprio le sembianze di un orologio a cucù, per poi riprendere la sua placida deriva verso la fine, un po’ più velocemente perché, si sa, gli ultimi anni della vita passano più in fretta dei primi. Riempite le novante battute, vi aggiunse, infine, una battuta all’inizio e una alla fine, entrambe con un piccolo arpeggio di celesta, a mo di siparietto: la nascita, appunto, e la morte della Signora Press, Vera Maurina Press, prima insegnante di pianoforte di Morton Feldman.
A quel punto il tuo allievo ti guarderà con uno sguardo che non avevi ancora mai visto nei suoi occhi. Ti chiederà, ovviamente, di fargli ascoltare questo brano, e quando l’avrà ascoltato non sarà più la stessa persona, che gli sia piaciuto oppure no. Si dimenticherà totalmente di Einaudi e comincerà a cercare altre strade, sperando di trovare la sua.
Ecco come si fa a rovesciare le persone come un calzino. Non c’è bisogno di essere dei geni o degli eroi. A volte basta far loro ascoltare o vedere qualcosa di diverso da ciò che hanno sempre visto o che ti fanno sempre vedere. Una roba di mezz’ora, insomma, al massimo di un pomeriggio.
Ecco come funziona.

fl_fotka3[1]

Il giorno venerdì 5 aprile 2019 al Palazzo Blu di Pisa è stato conferito il Premio Parsifal a Flavio Cucchi. Avrei dovuto partecipare con una testimonianza orale che poi invece ho mandato scritta. Questo il testo:

Sono molto contento che l’Accademia di Musica ‘Stefano Strata’ abbia deciso di conferire a Flavio Cucchi il Premio Parsifal “Una vita per la musica” e mi dispiace altrettanto di non poter essere fisicamente presente alla premiazione per cause di forza maggiore, per cui affido a queste righe la testimonianza che avrei voluto portare a voce.

***

Non credo spetti a me dire chi sia Flavio Cucchi, che cosa abbia fatto e quale sia la sua posizione nel mondo della chitarra: altri lo hanno fatto e lo faranno meglio di me. Vorrei semplicemente contribuire a questa serata, nei necessari limiti temporali, con un ricordo personale dell’artista, dell’insegnante e dell’amico, cercando di dire qualcosa di ciò che Flavio ha rappresentato per me.

Ho avuto la fortuna, negli anni della mia formazione, di avere come guide, maestri e punti di riferimento tre personalità di spicco della cultura italiana: Aldo Gargani, col quale mi sono laureato in filosofia; Aldo Clementi, che è stato molto importante per i miei studi di composizione; e, appunto, Flavio Cucchi, col quale mi sono diplomato in chitarra all’Istituto ‘Mascagni’ di Livorno, la mia città, nell’ormai lontano 1991.

Conservo un bellissimo ricordo dei sei anni di studio svolti sotto la sua guida: essi costituirono, per me che all’epoca dell’incontro con Flavio ero un diciassettenne di provincia, un notevole salto di qualità sia sotto il profilo tecnico che sotto quello estetico e più generalmente culturale. Nei quattro anni precedenti il mio ingresso in conservatorio avevo studiato serenamente e con passione ma con una certa discontinuità e senza un preciso orientamento: in breve tempo Flavio rivoluzionò la mia tecnica di base, reimpostandola secondo i canoni e i criteri della scuola chitarristica fiorentina di Alvaro Company dalla quale proveniva, e ciò mi consentì di ottenere subito un netto miglioramento nella qualità e nella potenza del suono e una maggior sicurezza nel controllo complessivo dello strumento. Non solo: fin dalle prime lezioni la sua particolare attenzione agli aspetti formali ed espressivi di un brano, fosse anche un piccolo studio, mi rese consapevole del valore artistico e culturale di quanto andavo man mano studiando, allontanando quindi fin da subito lo spettro della settorialità, un vizio e un difetto cui talvolta l’ambiente chitarristico tende a soggiacere. La cosa che mi colpì più di Flavio infatti, al di là della sua evidente competenza specifica e della sua già allora comprovata esperienza di concertista di livello internazionale, fu la sua apertura mentale, i suoi interessi che non si limitavano a quelli circoscritti al mondo chitarristico ma, caso piuttosto raro in un insegnante di conservatorio, si estendevano ad altri ambiti, sia musicali che culturali. Per fare un esempio di tale apertura e disponibilità, posso dire che non solo non gli dava affatto fastidio che io, parallelamente agli studi di chitarra classica, coltivassi la musica rock suonando la chitarra elettrica in una band livornese o studiassi filosofia all’università di Pisa, ma ne era interessato lui stesso, per cui alle lezioni vere e proprie seguivano spesso conversazioni e discussioni di filosofia e di cultura generale su svariati argomenti di attualità: questo suo tratto caratteristico, questa sua curiosità e attenzione verso tutto ciò che è nuovo e che stimola pensieri e riflessioni è un aspetto da cui trassi molto beneficio in quegli anni.

Poi venne Firenze, la città dove Flavio viveva e del cui ambiente musicale, assai stimolante e di ben altra risonanza rispetto a quello livornese, era parte attiva e integrante: per noi – parlo di me e di altri miei condiscepoli, tra i quali voglio ricordare qui Marco Gammanossi, Salvo Marcuccio e Andrea Carli – fu un passo molto importante poter entrare in contatto diretto con quell’ambiente, cosa che avvenne presto grazie soprattutto all’invito, rivoltoci da Flavio, a prender parte dell’Ensemble Ricercare (poi Guitar Symphonietta), un ensemble di ventisei chitarre che si era costituito nella seconda metà degli anni Ottanta e che fu attivo per una decina d’anni circa. Lì avemmo modo di conoscere altri esponenti importanti della scuola chitarristica fiorentina come Paolo Paolini, Alfonso Borghese e Nuccio D’Angelo, e soprattutto avemmo l’opportunità di lavorare a stretto contatto con Leo Brouwer, che all’epoca veniva spesso a dirigere l’orchestra e col quale incidemmo poi un disco. Grazie alla mediazione di Flavio riuscii così a stabilire rapporti stabili e duraturi col capoluogo toscano, anche al di là della chitarra, rapporti che mi permisero di approfondire la conoscenza della frangia più avanguardistica e sperimentale di quell’ambiente musicale, da Chiari a Bussotti, da Lombardi a Cardini, verso la quale già allora nutrivo una particolare predilezione.

Conclusa l’esperienza con la Guitar Symphonietta abbandonai infatti gradualmente l’attività concertistica per dedicarmi alla composizione e alla ricerca musicologica, ma ciò non fu affatto un trauma né costituì una rottura, lo sentii anzi come una naturale evoluzione della mia personalità musicale, sulla quale Flavio aveva inciso in maniera così profonda e determinante. È nota a tutti, del resto, la passione con la quale, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, egli si dedicò alla musica d’avanguardia, da quella di Petrassi a quella di Boulez, passando per Henze, Brouwer e Bussotti. Fu da lui che sentii suonare per la prima volta in vita mia quelle musiche per me così nuove e affascinanti (in particolare i brani scritti da Brouwer tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, come Canticum, La espiral eterna e Parabola) e fu un grande privilegio poterli studiare e interpretare sotto la sua diretta supervisione: quando poi in seguito cominciai a dedicarmi con maggiore assiduità all’attività compositiva, compresi tutta l’importanza che aveva avuto il lavoro analitico, interpretativo ed esecutivo svolto in classe su quei pezzi.

Non sto, poi e infine, a dire quanta gioia mi abbia procurato l’averlo ascoltato dal vivo in numerose occasioni. Ogni suo concerto era per me un’occasione per godere pienamente della sua straordinaria personalità musicale: il nitore e la precisione del suono, il virtuosismo tecnico, la varietà e la chiarezza del fraseggio, la magia del gioco timbrico e dinamico ne facevano e ne fanno uno dei più grandi chitarristi italiani su scala internazionale.

Aver avuto a Livorno uno come Flavio per trent’anni è stata una grande fortuna, cosa di cui ero già consapevole il giorno stesso dell’esame di ammissione alla nuova cattedra di chitarra dell’Istituto ‘Mascagni’, mentre stavo trepidamente attendendo il mio turno. Qualcuno mi aveva infatti già parlato di lui come di uno “straordinario interprete di Villa-Lobos”, e pochi giorni prima dell’esame lo avevo per caso visto in una trasmissione televisiva in cui stava suonando, per l’appunto, dei pezzi di Villa-Lobos al Palazzetto dello Sport di Milano, accompagnando nientemeno che Carmelo Bene in una lettura dei Canti Orfici di Dino Campana. Rimasi colpito dalle parole che Bene pronunciò su Flavio, definendolo un chitarrista che “buca l’essere”. Mi presentai dunque all’esame di ammissione cercando di ‘bucare’ anch’io, se non proprio l’essere, almeno la sua disponibilità ad accogliermi tra i suoi allievi.

Così fu, e di questo non cesserò mai di essergli profondamente grato.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora