Levi inattuale: i sommersi e i salvati

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 12 gennaio 2026)

Parleremo del Primo Levi “antropologo”: una lettura che è rinvenibile fin dalla sua prima opera, Se questo è un uomo (edita per la prima volta da De Silva nel 1947), un titolo molto preciso, quasi programmatico. Così come non è casuale che l’arco della sua scrittura si chiuda 40 anni dopo con una summa antropologica della sua riflessione sui campi, ovvero I sommersi e i salvati, un libro del 1986, l’anno prima della morte.
Apro e chiudo subito la questione della morte – il quasi certo suicidio – di Primo Levi, con una nota raggelante: un bambino di 10 anni disse una volta, nel corso di una discussione sulla shoah, che la morte per suicidio di Levi rappresentava la vittoria postuma dei nazisti. Preferirei lasciare in una sospensione di pietoso rispetto la questione e dedicarmi piuttosto al “nocciolo” di quel che il pensatore Levi ebbe da dire.

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L’Histoire avec sa grande hache

Ho vissuto la lettura di questo libro di Carrère uscito in Italia nel 2023 – la cronaca dei 10 mesi del processo svoltosi a Parigi dal settembre 2021 al luglio 2022, per gli attentati terroristici del 13 novembre 2015, quelli del Bataclan, dello stadio e di alcuni locali in cui persero la vita 130 civili inermi – come una sorta di espiazione: sono andato a Parigi in ottobre, a novembre ricorreva il decennale, e né ho cercato quei luoghi né ho rivolto un solo pensiero a quei fatti. Mi sono sentito in colpa – colpa, vergogna e consimili passioni tristi sono una cifra del nostro tempo – e ho cercato di ovviare con l’unica mossa che conosco, ovvero la conoscenza e la riflessione.
Il libro è diviso in tre parti: la prima dedicata alle vittime, la seconda (la più ampia) dedicata agli imputati, la terza alla corte. La prima è, ovviamente, la parte più dolorosa: la voce dei sopravvissuti, dei parenti, degli amici che si è levata in quel tribunale speciale, e che aveva urgenza di essere ascoltata. È forse più difficile uccidere un uomo se lo si guarda in volto (vedi Lèvinas), e in una strage di massa la cinica indifferenza e anomia dell’atto non può non rovesciarsi nelle figure delle individualità ferite o annichilite.
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La legge del più forte

Il diritto internazionale (messo tra parentesi ormai da decenni) è morto e sepolto.
Domina la forza – la legge del più forte.
I forti si sentiranno così autorizzati ad esercitare la forza ogni volta che lo riterranno opportuno.
La Cina starà guardando a Taiwan con occhi nuovi.
Così come ogni potenza regionale il proprio cortile – tante piccole dottrine Monroe.
La corsa al riarmo (anche nucleare) accelererà.
Del resto la stura l’hanno data gli occidentali (Stati Uniti ed Europa insieme) in Medio Oriente, in Jugoslavia, in Libia, per non parlare dell’espansione aggressiva della Nato e della politica dell’ingerenza in tutti i paesi di faglia.
Personalmente non credo affatto nella “sveglia” di quel baraccone corrotto e guerrafondaio (oltre che incapace) che è diventato l’Unione europea – e che sconta il suo ambiguo atto di nascita.
Non esiste al momento nessuna controforza popolare, se non in forme testimoniali e carsiche. Nessun sol dell’avvenire all’orizzonte, solo venti di guerra.
Viviamo tempi non difficili, ma pericolosi, direi quasi letali.

Postilla. L’amico filosofo Vincenzo Costa sostiene che con questo passaggio aggressivo della politica americana, quella che era una possibilità – ovvero la nascita di un mondo multipolare con i Brics – viene di fatto a chiudersi. Chi oggi dà le carte è l’America trumpiana, che sta vincendo su tutti i fronti. Sono gli Stati Uniti ad essere i più forti e a decidere, nel breve e medio periodo, quale sarà la gerarchia globale della forza. Cina e Russia dovranno accontentarsi delle briciole geopolitiche. Potrebbe aver ragione, anche se nel divenire storico non tutto è pre-scritto, rimane pur sempre un margine di ignoto.

Singolare, generale – e noialtri

Un anno strano e difficile questo 2025 che si compie, a partire dal piano personale: due perdite (una delle quali è una voragine che non si vuol richiudere), due viaggi attesi da una vita, la riconquista del tempo con la fine del lavoro – è preparato un bene e un male, anzi più beni e più mali, come dice Trakl in una delle sue poesie più belle.
Ma è sul piano generale, che mai può essere disgiunto da quello individuale, che sento abbattersi i colpi più gravi – o, per la precisione, che sento sfibrarsi le cose: un mondo dove la forza domina incontrastata. Non che prima non lo facesse, ma vi è stato come un ulteriore slittamento, la caduta di alcuni pudori e ritrosie, al punto da assistere “in diretta” a qualcosa di inusitato – qualcosa che non sarebbe mai più dovuto accadere, secondo una certa retorica storico-memoriale, e che invece è accaduto. Trionfano forze distruttive e nichiliste nelle varie faglie che oppongono il mondo cosiddetto geopolitico, tamburi in marcia che annunciano guerra, spesso dissimulata dalla parola pace – com’è avvenuto ieri sera nell’ipocrita e ripugnante, esso sì, discorso del presidente di questa sfibratissima scassatissima repubblica – dove ormai la costituzione, come ho letto di recente in uno scritto di un intellettuale che stimo, risulta “eversiva”.
Ho letto anche, in un altro libro di dure ma necessarie riflessioni filosofico-politiche, che spesso si fa poco caso alla profondità della parola “noialtri”: ecco, non ho auguri da fare per il 2026 – che, tanto, sono parole rituali un poco inutili, per quanto anch’esse necessarie – ma consiglierei di pensare ad un ulteriore slittamento dall’io al noi verso il noialtri. “Noi”, a voler ben vedere, sa un po’ di tribù (noi e voi, noi e loro, noi siamo i migliori, ecc.) – noialtri tiene invece insieme due pronomi e un senso più largo della condivisione. Noialtri è parola più antimilitarista e più ampia – o mi auguro che lo sia. Noialtri – pensanti e senzienti – contro le forze di distruzione che avanzano. Altro non vedo.

Szymborska: la poesia tra stupore, ironia e straniamento

[traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 15 dicembre 2025; le poesie citate, con i relativi numeri di pagina, si riferiscono alla raccolta La gioia di scrivere, edita da Adelphi. Sulla scia del suo segretario Rusinek, ho spesso citato la Szymborska con la sigla WS]

Ho scelto questi tre termini – stupore, ironia, straniamento – per caratterizzare la poesia di Wislawa Szymborska, una poesia che ha una forte connotazione filosofica.
Avrei anche potuto sintetizzare quei tre termini, sorgivi e costitutivi del modo filosofico di guardare al mondo (e del suo linguaggio) con il termine “leggerezza”, non a caso attribuito da Calvino ai poeti-filosofi, in primis a Lucrezio. Leggerezza, qui, non ha nulla a che fare con la superficialità o l’evasione dalla realtà o il sogno o l’irrazionalità, ma con una specifica forma di leggerezza della pensosità, secondo la stessa definizione di Calvino (il riferimento è alla prima delle sue Lezioni americane).
La scrittura di WS, con tutti gli strumenti linguistici di cui sa disporre con maestria (metafore, similitudini, antifrasi, anafore, ossimori, metonimie e, più in generale, con quel meccanismo che è stato definito semantizzazione della grammatica) genera in noi stupore, incanto, meraviglia, come se la realtà ci fosse mostrata per la prima volta in tutta la sua immediatezza – che è poi, se ci si pensa, la funzione e il miracolo della poesia, il disvelamento della sua verità.
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Il riconoscimento di Ulisse

“Ulisse e Penelope”, Francesco Primaticcio, 1560

Sono passati vent’anni e, tranne Telemaco che non può farlo per ovvie ragioni, tutti potrebbero riconoscere Ulisse ma non lo fanno. Perché?
È vero che c’è stata nel mezzo una guerra e poi l’errare decennale nel lungo viaggio di ritorno, che potremmo assimilare ad un “sequestro esistenziale” con una vera e propria perdita di sé – Odisseo non viene riconosciuto perché non è più in grado di riconoscere se stesso, egli non sa più chi è; non solo, gli dèi intervengono di continuo per mutare l’aspetto di Ulisse, ora invecchiandolo ora ringiovanendolo, ora indebolendolo ora rinvigorendolo. Ma dev’esserci dell’altro (o magari piace a noi pensarlo, in maniera un po’ anacronistica, come in parte fanno Adorno ed Horkheimer). Mi vengono in mentre quattro possibili motivi, che sono forse troppo “moderni” – ma del resto non c’è un altro eroe mitico che abbia avuto una così lunga vita letteraria come Ulisse:

1) misurare l’incertezza dell’altro: sarà felice del mio ritorno o no?
2) il piacere per la dissimulazione (che si riflette nel piacere di narrare)
3) la dilazione del piacere provocato dall’agnizione (cosa del resto evidente in una lettura di tipo teatrale)
4) come già accennato sopra, l’incertezza circa la propria identità: chi è Ulisse?

Proviamo a vedere i passi più importanti dell’Odissea a suffragio di queste tesi.

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Gli idolatri dello stato di guerra

“Non intendiamo entrare in guerra con l’Europa, l’ho detto cento volte – ha dichiarato Putin, citato anche da Interfax – Ma se l’Europa decidesse improvvisamente di combattere e iniziasse, saremmo pronti fin da subito”. Sono convinto che gli si debba credere, in entrambi i casi, ma se non si vuol credere all’infido propagandista, si può credere alla logica che sta dietro a quelle parole.
Se è vero che i russi non hanno nessuna intenzione di far guerra all’Europa, credo che non valga il viceversa (infatti gli inviati americani ormai manco più si fermano nelle capitali europee dopo essere stati a Mosca).
Sono sempre più convinto che nelle teste bacate di certi dirigenti europei si stia facendo strada non tanto l’idea dell’inevitabilità della guerra, quanto della sua utilità. Con quale scopo? Non solo, come pensano alcuni, il puro istinto di sopravvivenza di una élite del tutto screditata, oppure il tentativo maldestro di rilanciare l’economia reale tramite il riarmo, ma perché un eventuale bagno di sangue potrebbe favorire la nascita di uno stato europeo, ad oggi del tutto abortito. Uno stato che non sia solo monetario, ma anche “nazionale”, che possa giocare un ruolo attivo nel mutato contesto geopolitico. Uno stato delle borghesie europee unite.
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Dopo pranzo criticare

Le discussioni di questi giorni – sul fine vita, sulla casa nel bosco, ma, se si vuole, anche su guerra, geopolitica e affini – indicano, pur nella varietà di opinioni (che però tende sempre ad una polarizzazione semplificatrice), dei limiti oggettivi di duplice natura: uno di ordine diciamo metodologico, l’altro di ordine politico-antropologico.
Per quanto concerne il metodo: si tende a discutere calando sui fatti le proprie proiezioni ideologiche, i propri teoremi – fatti per lo più abborracciati, poco noti, distorti, semplificati all’osso o magari disposti in modo da sostenere l’una piuttosto che l’altra tesi (spesso quella più sgomitante col suo seguito di tifosi e partigiani). Nulla di male: il mondo narrativo ed informativo funziona ormai per lo più così, ma è bene sempre averne contezza e premetterlo. Oppure, proprio per ragioni di correttezza metodologica, astenersi in attesa di saperne di più o di averci pensato un po’ più del respiro dei like di giornata. Oppure astenersi e basta, non essendo necessario avere sempre un’opinione su qualunque cosa.
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Presi alla gola

Nel suo saggio del 1968 L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, Canetti riesce a concentrare ad un certo punto, in poche straordinarie pagine, gli elementi essenziali presenti nelle opere di Kafka, a partire dall’angoscia per il potere e dall’umiliazione ad esso connessa. Sul concetto di potere risultano rivelative otto righe di una annotazione di Kafka presente in Preparativi di nozze in campagna, che ci restituiscono un’immagine dell’universo che Canetti reputa straordinaria:
«Io ero indifeso di fronte a quel tipo, che seduto placidamente contemplava la superficie del tavolo. Giravo intorno a lui e a causa sua mi sentivo strangolare. Un terzo individuo girava intorno a me e si sentiva strangolare a causa mia. E intorno a lui girava un quarto individuo che a causa del terzo si sentiva strangolare. E così via, fino al movimento degli astri, e ancora più oltre. Tutto e tutti si sentivano presi alla gola».
Presi alla gola! Altro che l’aristotelico pensiero di pensiero, qui il movimento che promana dal motore immobile è quello soffocante che afferra e va di gola in gola.

La valigia dell’ideologia

C’è una efficacissima metafora utilizzata da Wislawa Szymborska per identificare la pericolosa rigidità delle ideologie (memore, credo, della sua attività poetica negli anni ‘50 in epoca di socialismo reale): si tratta di uno spezzone di un film di Charlie Chaplin, nel quale il grande attore comico non riesce a chiudere una valigia. Ci si siede sopra, prova coi salti e finalmente ce la fa. Senonché si accorge che alcuni lembi di vestiti e di biancheria sporgono: Chaplin ci pensa un po’ e poi prende delle forbici e taglia quel che sporge. Ecco, commenta Szymborska, «così accade con la realtà quando vogliamo stiparla a tutti i costi dentro la valigia dell’ideologia». Ciò non vuol dire che lo scrittore non debba avere ideali, «ma è meglio per la sua opera se quegli ideali non si compongono in un sistema compatto e impermeabile». Le espressioni “non so”, “non capisco” sono fortemente caldeggiate da Wislawa, e non considerate come debolezze. E conclude: «Quando ancora mi sembrava di sapere e capire tutto, ero in fondo più inerme e interiormente instabile di oggi quando le cose che so con certezza si possono contare sulle dita di una mano».
La fonte è Michal Rusinek, suo segretario per 15 anni dopo l’assegnazione del Nobel per la letteratura, che curiosamente non è però riuscito a trovare da nessuna parte la scena di Chaplin di cui parla la poetessa polacca, che potrebbe quindi avere confuso con i fratelli Marx o qualcun altro, ma poco importa.

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