Un anno strano e difficile questo 2025 che si compie, a partire dal piano personale: due perdite (una delle quali è una voragine che non si vuol richiudere), due viaggi attesi da una vita, la riconquista del tempo con la fine del lavoro – è preparato un bene e un male, anzi più beni e più mali, come dice Trakl in una delle sue poesie più belle.
Ma è sul piano generale, che mai può essere disgiunto da quello individuale, che sento abbattersi i colpi più gravi – o, per la precisione, che sento sfibrarsi le cose: un mondo dove la forza domina incontrastata. Non che prima non lo facesse, ma vi è stato come un ulteriore slittamento, la caduta di alcuni pudori e ritrosie, al punto da assistere “in diretta” a qualcosa di inusitato – qualcosa che non sarebbe mai più dovuto accadere, secondo una certa retorica storico-memoriale, e che invece è accaduto. Trionfano forze distruttive e nichiliste nelle varie faglie che oppongono il mondo cosiddetto geopolitico, tamburi in marcia che annunciano guerra, spesso dissimulata dalla parola pace – com’è avvenuto ieri sera nell’ipocrita e ripugnante, esso sì, discorso del presidente di questa sfibratissima scassatissima repubblica – dove ormai la costituzione, come ho letto di recente in uno scritto di un intellettuale che stimo, risulta “eversiva”.
Ho letto anche, in un altro libro di dure ma necessarie riflessioni filosofico-politiche, che spesso si fa poco caso alla profondità della parola “noialtri”: ecco, non ho auguri da fare per il 2026 – che, tanto, sono parole rituali un poco inutili, per quanto anch’esse necessarie – ma consiglierei di pensare ad un ulteriore slittamento dall’io al noi verso il noialtri. “Noi”, a voler ben vedere, sa un po’ di tribù (noi e voi, noi e loro, noi siamo i migliori, ecc.) – noialtri tiene invece insieme due pronomi e un senso più largo della condivisione. Noialtri è parola più antimilitarista e più ampia – o mi auguro che lo sia. Noialtri – pensanti e senzienti – contro le forze di distruzione che avanzano. Altro non vedo.