Rompo il lungo silenzio (il mio blog è purtroppo poco aggiornato) per parlare del caso Garlasco che negli ultimi mesi sta “tenendo banco” sui quotidiani, sulle reti televisive e sui social. Credo che tutti sappiano che per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, da dieci anni è in carcere Alberto Stasi, a quei tempi suo fidanzato. Dopo la sentenza definitiva (cinque gradi di giudizio, due assoluzioni, appello bis voluto dalla Corte di Cassazione, condanna avvenuta nel 2015), difficilmente si riapre un’inchiesta. Ma è ciò che è successo nel mese di marzo 2025, con l’iscrizione nel registro degli indagati di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, Marco Poggi. L’indagine è condotta dalla Procura di Pavia, nella persona del Procuratore Capo dott. Fabio Napoleone, noto per aver condotto l’inchiesta nell’ambito di “Mani pulite”, coadiuvato dal Procuratore aggiunto Stefano Civardi, insieme ai pubblici ministeri Valentina De Stefano e Giuliana Rizza.
L’ultimo post che ho scritto in questo blog su Alberto Stasi risale all’aprile del 2010, dopo le due assoluzioni in primo e secondo grado. Già allora avevo manifestato la mia propensione a credere che quelle sentenze fossero giuste, semplicemente perché, come anche dichiarato dal giudice Stefano Vitelli che si occupò del primo processo, la colpevolezza del fidanzato di Chiara non poteva essere dimostrata al di là del ragionevole dubbio. Recentemente intervistato, il dott. Vitelli ha ribadito la sua convinzione dell’innocenza di Alberto Stasi e ha dichiarato che anche oggi confermerebbe il suo verdetto. (QUI potete vedere l’intervista)
Nei dieci anni che ci separano dalla sentenza di condanna di Stasi a 16 anni di reclusione per omicidio volontario (con rito abbreviato), i suoi legali non sono stati con le mani in mano. Nel 2016 gli avvocati Antonio De Rensis e Giada Boccellari (quest’ultima segue fin dall’inizio il caso, mentre De Rensis è subentrato all’avv. Giarda), fa ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo per richiedere la revisione del processo. Tale richiesta però non viene accolta.
Nel 2016 la Procura di Pavia apre una nuova indagine sulla base di una perizia presentata dalla difesa del condannato. Investigatori privati avevano sottratto in maniera non ufficiale il DNA a un amico del fratello di Chiara, Andrea Sempio, La perizia presentata dagli avvocati indicava che il DNA trovato sotto le unghie di Chiara, che in precedenza non era stato attribuito a persona nota e nemmeno a Stasi, apparteneva appunto a Sempio che, tuttavia, sembra non avesse alcun rapporto con la vittima, ma frequentasse semplicemente la casa dei Poggi perché amico di Marco. Quell’indagine, però, viene chiusa in modo alquanto frettoloso, dopo un paio di mesi, dal Procuratore Mario Venditti, il quale, intervistato recentemente alla trasmissione Quarto grado su Rete4, ha confermato l’assoluta estraneità ai fatti da parte di Sempio, risultata dagli elementi a sua disposizione e che rimanevano quelli già evidenziati durante le deposizioni dell’indagato: lo scontrino del parcheggio di Vigevano, le tre chiamate a casa Poggi una settimana prima dell’omicidio e le indagini sul DNA.
Non mi soffermo su dettagli che ormai sono noti a chiunque segua il caso Garlasco. Fatto sta che oggi Andrea Sempio è nuovamente indagato per la morte di Chiara Poggi. L’accusa, formulata dal Procuratore di Pavia Fabio Napoleone è di “omicidio in concorso con Stasi o altri”. Tale capo d’imputazione può essere spiegato in modo semplice: poiché per l’omicidio di Garlasco c’è già stata la condanna definitiva di Alberto Stasi, non era possibile aprire una nuova inchiesta con lo stesso capo d’accusa rivolto a un altro soggetto. Per qualcuno, specialmente il legale di Sempio, avvocato Massimo Lovati, si tratta di un’accusa infondata, per altri un escamotage per poter indagare nuovamente l’amico di Marco Poggi, dopo il fallimento dell’indagine del 2016.
La nuova indagine, quindi, prende le mosse dal DNA, attribuito a Sempio, trovato sulle unghie di Chiara assieme a un altro DNA di ignoto (denominato 2). L’analisi di questo DNA è tuttavia escluso dall’attuale incidente probatorio che si sta svolgendo dal 17 giugno 2025 e si prolungherà fino al 24 ottobre. In tale data avverrà il confronto tra le perizie predisposte dai Pm e le consulenze di parte. La GIP Daniela Garlaschelli ha nominato i periti Denise Albani e Domenico Marchigiani, mentre per la Procura spicca il nome di Carlo Previderè (genetista dell’Università di Pavia che analizzò il Dna di Ignoto 1 nel caso di Yara Gambirasio) e Pierangela Grignani; per l’indagato Andrea Sempio sono stati nominati come consulenti Luciano Garofano (ex generale del Ris che nel 2007 coordinò le indagini) e Luigi Bisogno; Marco Radaelli e Calogero Biondi per la famiglia Poggi, parte civile; infine Ugo Ricci e Oscar Ghizzoni nominati dai legali di Alberto Stasi.
Prima dell’inizio dell’incidente probatorio, il 20 maggio sono stati disposti in simultanea gli interrogatori di Sempio, Stasi e Marco Poggi. Gli avvocati Lovati e Angela Taccia, difensore di Andrea Sempio e sua amica di lunga data, disattendono alla convocazione del loro assistito per un vizio di forma nella lettera fatta pervenire dalla Procura. Nel pomeriggio dello stesso giorno, viene diffuso dal dott. Napoleone l’unico comunicato stampa, almeno per ora, in cui si rendeva noto il risultato di nuova consulenza tecnica dattiloscopica che collegava l’impronta digitale “33”, rinvenuta nel 2007 sulla scala che conduce al seminterrato della casa di Chiara Poggi, alla mano destra di Andrea Sempio. I consulenti tecnici incaricati dal pubblico ministero – il Tenente Colonnello Gianpaolo Giuliano e il dottor Nicola Caprioli – hanno riesaminato le impronte all’epoca considerate “non utili” o non attribuite, tra le quali l’impronta “33”, evidenziata nel 2007 tramite l’utilizzo di ninidrina spray dai RIS di Parma. Dalla nuova analisi essa risultata compatibile con il palmo destro di Sempio per 15 minuzie. Non è mia intenzione indugiare sulle diverse “interpretazioni” esposte dai consulenti della difesa e della parte civile, anche perché sono note a tutti, essendo state oggetto di numerosi articoli apparsi sulla carta stampata e di innumerevoli discussioni – a volte penose, a mio parere – cui abbiamo assistito nel salotti televisivi delle varie reti tv.
Quello che in questo articolo mi preme sottolineare è come i risultati di analisi scientifiche possano essere differenti a seconda delle parti in causa. Nelle diverse tappe dell’ancor lungo percorso, che si concluderà a ottobre – mi riferisco all’incidente probatorio -, abbiamo potuto constatare che a volte la scienza non è così perfetta come dovrebbe, e l’analisi di un reperto che dovrebbe parlare una lingua universale, quella della scienza, appunto, parla lingue diverse. Ciò sta accadendo, in questi giorni, anche in relazione a un importante reperto che nel 2007 è stato trascurato: un tampone oro-faringeo prelevato in sede autoptica alla vittima.
Già definirlo “tampone” in effetti non è corretto. Dal Covid19 in poi ciascuno di noi ha ben presente cosa sia un tampone. Nel caso in esame, però, si tratta di una garza che è stata utilizzata per ben 5 prelievi. Una sola garza e forse nemmeno sterile. Credo sia chiaro a tutti l’importanza del reperto, anche perché, come pare, nella bocca di Chiara Poggi è stato trovato un DNA nucleare, quindi geneticamente completo, anche se in quantità limitata. Ciò porterebbe a pensare che la vittima si sia in qualche modo difesa, mentre il suo aggressore (non necessariamente l’assassino, è bene dirlo) magari le teneva la bocca tappata per impedirle di urlare. Infatti è proprio strano che nessuno quella mattina del 13 agosto 2007 abbia sentito nulla. In una Garlasco tutt’altro che deserta, se consideriamo le testimonianze che si sono susseguite, tra attendibili o meno, durante i mesi successivi al delitto.
Dei 5 prelievi sulla garza di stoffa usata per il tampone, tre non hanno fornito indizi utili, mentre gli altri due hanno individuato due cromosomi Y. Uno di questi cromosomi Y risulta in più parti sovrapponibile con quello dell’assistente e medico legale Ernesto Gabriele Ferrari. L’altro, denominato Y947, è un profilo genetico completo di DNA nucleare, contenente quindi i codici genetici delle linee maschili e femminili dei genitori. Si tratterebbe, dunque, del cosiddetto Ignoto 3 (l’1 e il 2 sarebbero presenti sulle unghie di Chiara, uno non ancora attribuito, mentre l’altro apparterebbe, secondo la Procura di Pavia, ad Andrea Sempio), in quanto il DNA non è né di Stasi né di Sempio.
L’operazione per arrivare all’identificazione di questo Ignoto 3 è tutt’altro che semplice. Pare, infatti, che non solo la garza sia risultata non sterile, ma che molte persone siano entrate in contatto con la salma della ragazza nelle ore ma anche nei giorni successivi. Si è deciso, quindi, di comparare le tracce di materiale genetico riferibili a Ignoto 3 con almeno 30 persone: tutti coloro che si occuparono di riesumare il corpo della 26enne per prendere le impronte dattiloscopiche e chiunque sia entrato in contatto con il cadavere. Ma c’è di più: il perito Denise Albani ha già dichiarato di voler chiedere al medico legale che effettuò l’autopsia sulla vittima dei chiarimenti su come abbia eseguito il prelievo salivare e su chi si trovasse in sala autoptica oltre a lui e al suo assistente. Il confronto con il dottor Dario Ballardini aiuterà a comprendere se la traccia di Dna di Ignoto 3 possa essere frutto di una contaminazione.
Decisamente orientati verso quest’ultima ipotesi risultano essere i consulenti delle parti. In particolare il genetista Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi, ritiene che «questa sotto-traccia maschile mista è con grande probabilità il prodotto di inquinamento in sede di sopralluogo o di autopsia o di trasporto, ispezione, maneggiamento e custodia» della garza. E aggiunge: «Non si può escludere che la contaminazione sia avvenuta durante un altro esame autoptico e ‘trasferito’ con i ferri del mestiere», riferendosi a quelli utilizzati 18 anni fa.
Viene spontaneo chiedersi: ma in quanti hanno toccato quella garza? Sembra davvero incredibile che durante l’autopsia di una vittima di omicidio, sapendo che i reperti sono importantissimi per identificare l’assassino o gli assassini, si sia prestata una così scarsa attenzione. D’altra parte, è da escludere che un’eventuale contaminazione sia da attribuire ai soccorritori o agli addetti delle pompe funebri, i quali hanno dichiarato – nota a verbale – di aver prestato la massima attenzione durante il loro operato. La Procura ha tuttavia deciso di risentire tutte queste persone come testimoni. Tra questi potrebbe esserci anche l’ex generale Luciano Garofano, oggi consulente di Sempio, all’epoca comandante del Ris di Parma che si occupò delle indagini. A proposito di Ignoto 3, Garofano sembra sicuro dell’avvenuta contaminazione dovuta «all’uso di una garza non sterile» e ha spiegato perché il tampone non venne mai analizzato (assenza di liquido seminale… su questo dovrei aprire una gigantesca parentesi che per ovvi motivi non posso aprire).
Rimane il fatto che questa seppur piccola quantità di DNA nucleare, rispetto alle altre tracce presenti nella stessa garza, sarebbe stata definita “consistente e robusta” dal perito Albani. Non è possibile, ovviamente, escludere una contaminazione, però intanto gli inquirenti hanno già richiesto i registri dell’Ipsia Calvi di Sannazzaro de’ Burgondi, dove nel 2007 Sempio si era appena diplomato. Gli investigatori, diretti da Fabio Napoleone, hanno intenzione di chiedere a ex compagni e professori di ricostruire, per quanto ne sappiano, la rete di amicizie dell’allora 19enne Andrea. Altre amicizie rispetto a quelle già note con Marco Poggi, e il trio Biasibetti-Capra-Freddi. Sebbene già sentiti a marzo, questi ultimi saranno riconvocati per far luce su amicizie, rapporti, locali frequentati e passioni (anche sportive) di Sempio.
Insomma, la strada per giungere alla verità sulla morte di Chiara Poggi – escludendo quella processuale che vede Stasi unico colpevole – è ancora lunga. Il lavoro del perito Denise Albani per ora si interrompe. Come da lei reso noto ai legali delle parti, si prende un periodo di ferie e riprenderà la sua attività ad agosto.
Come diceva Seneca, “il tempo scopre la verità”. La dobbiamo a Chiara, soprattutto, ma anche ad Alberto Stasi sulla cui colpevolezza ora più che mai, scoprendo lacune ed errori nella vecchia indagine, si nutrono molti dubbi. Certamente oltre il limite del “ragionevole”.
[Fonti: Corriere.it, Virgilio.it, adnkronos.com, Ilpost.it, Lastampa.it, Primapavia.it, Today.it, ilfattoquotidiano.it. Immagine da questo sito]
















