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SEMBRA IERI

C’è stato un tempo che ancora ero bambino.

E nevicava spesso, e nevicava forte.

E poi c’è stato un tempo che li sentivo a notte

toccarsi con gran cura e rispetto: alloggiavamo

in una stessa stanza affacciata su una quercia

la tapparella guasta da sempre, i fuochi fatui

della raffineria più lontana. Un tempo duro

e freddo come il piatto del pranzo. Poche storie

romantica la vita non lo è mai stata affatto.

Eppure c’era Laura nel mio stesso paese

la sua figura nella finestra, quando uscivo

e dalla scuola andavo per campi. Sembra ieri.

SOTTO TRACCIA

Come le amazzoni esulta il cuore mio

ad ogni battito incolume, all’azzurro

al monte dei tuoi seni che sono calde lune.

Il senso dell’amore donato emette fuochi

il dono dell’amore goduto fa buon vento

ancheggia per la via con la voluttà dell’oro

orienta l’ape sull’orchidea, la chiama a sé.

Il suono della vita è nel fiume delle vene

vien giù come la neve, preciso, silenzioso

l’orecchio, se allenato, ne percepisce il canto.

SEMPRE ACCANTO

Ti voglio raccontare la verità più nuda

di come la lentezza mi veste, ora che solo

a volte spezzo il pane e ne traggo godimento

un intimo piacere che sa di campi colti

fecondi e lavorati con pena e con fatica.

Che ho avuto il privilegio dei frutti

il loro umore, scandito dalle quattro stagioni

e delle dita, nell’animosità del tuo corpo benedetto.

Ti posso raccontare che ho più di ché gioire

perché ho bevuto dalla tua bocca e poi pulito

la goccia che contiene le leggi del creato;

che accanto a te ho dormito la pace dei bambini

e odore di campagna veniva dal tuo addome

di Africa e di sabbia più rossa dalla schiena.

Ti posso raccontare del fiore nell’occhiello

del mio cappello nuovo di paglia e delle scarpe;

che prima di venire ho lavato collo e ascelle

e ho un poco di profumo alle guance, per l’ardore

che vorrai darmi con un sol bacio. Ecco amore

sorrido a una finestra di buio, non la temo.

I fuochi del gasometro stordivano le stelle

le cinghie delle bestie fiaccavano nell’aria.

Io m’appostavo all’incrocio della via

ove tornando vi primeggiava l’ombra

del suo cappello a tese geografiche

i suoi passi, che come due comete

sapevano d’inverno. Soltanto i campi

freddi parevano dormire. Ed io

prima del sonno felice dei bambini

porgevo a lui quel mezzo saluto

prima ancora, che braccia troppo stanche

reggessero il mio volo.

Ricordo aveva un vago sentore di Colonia

e qualche umido fiocco di neve sulle ciglia.

Amore mio anche oggi

confonderemo Oriente col sole

il corpo e il peso. Concluderemo

certi che il piovere è pur vita

e l’erba fa gioielli più effimeri, di luce.

Che bere dalla tazza del tempo

è cosa buona pur smemorando saziati

i nostri nomi, gli amori taciturni

e quelli più gridati, la musica, parole

i fiori d’ogni tipo. Correggeremo il tiro

guardando un po’ la luna, confusa

e tramortita da nebbie e viaggiatori.

L’odore della notte perdurerà per ore.

Qui può succedere tutto, l’ardere e il finire.

Questo è il mistero dell’immaginazione

è il sogno fatto corpo, il lievito dei giorni

passati a fare luce sul buio d’esser morti.

Mi può venire incontro mio padre col carretto

la prova inconfutabile che ho avuto gran fortuna;

e mamma con la stoffa venuta a buon mercato.

Qui può succedere il rumore d’aeroplano

le nuvole bucate, la perdita dei sensi

le piccole e le grandi poesie sembrare niente

di fronte alla tua faccia che ora si fa nuda

in un catino d’acqua più grande della luna.

Qui dentro t’amo fino al mattino

e grido forte – Sei sempre stata bella

come la primavera!

ATTI D’AMORE

Lungo la linea del polso è questa storia

dove hai baciato la vena nel rilievo

così vicina alla morte, generosa.

Restiamo ad occhi aperti, l’abbiamo fatto sempre

per controllare bene se l’attimo è respiro

elevazione e brivido insieme.

Il labbro asciutto, ricorda che provieni

dal grano in pieno orgoglio; nel cuore d’acqua

dolce sorgiva invece ho lingua, percorsa

in un Osanna! Sotto un lenzuolo in lino.

Sei liscia e delicata com’eri sui trent’anni

soltanto timorata ora scesa sulla terra

caduta con le nocche dove il pietrisco incide

il sangue alle ginocchia dei primi della classe.

Le mani nelle tue sono tortore sui tetti

dovrei tenerle a consolazione, invece m’ami

contieni e mi scompari nei graffi del domani

nella fatica postuma, netta, che è lasciarti.

Morì di giorno mio padre, morì solo.

Le mani troppo grandi per altro che lavoro.

Sapevano di legno, tabacco e terra volta.

L’odore della menta selvatica è l’infanzia

la strada della bassa dove andavamo insieme

al colle della vigna per riposare gli occhi.

Lontano il piatto d’acqua del lago, argento

e rame, le barche come chiodi del cielo.

Ed ora torna, l’odore della menta selvatica:

stordisce, mi porta in biblioteche di foglie

a una tinozza, tenuta al sole nel pomeriggio.

A quel Marsiglia, graffiato sotto l’unghia

come un tesoro in cera.

L’ETA’ DELL’ORO

Tenevi sul quaderno una pietra ripulita:

di pomeriggio veniva a volte vento

e non volevi aprisse le pagine, le nude

e quelle scritte fitte con roba da peccati.

Soltanto un lembo, a volte, scappava via dal peso

lasciando intravedere l’immagine di un santo

o forse la Madonna di Lourdes, non si capiva

teneva solo il segno e non giudicava niente.

Quel piccolo segreto era il modo tuo di amarmi

di farmi rimanere in attesa, come i frutti:

capisci a primavera quanto saranno buoni.

Al collo ti brillava una catenina d’oro

a volte la succhiavi come una caramella

e poi la riponevi tra il solco in mezzo ai seni.

Sembrava una pagliuzza posata là a far nido

e dentro le due rondini, ancora acerbe al volo.

ALBERO DI GIOIA

Leggo poesie con pazienza di formica:

ogni parola è un mattone cattedrale

un osso messo lì da natura, necessario.

Leggo poesie dopo aver lavato gli occhi

pulite queste mani evolute da millenni.

Le leggo in una luce modesta, di candela

come si fa intimità alle cose amate.

Leggo poesie nel digiuno che mi sazia

nel bere dal mio bricco di brina, sotto un telo

che fu del padre mio nel suo letto di malato.

Leggo poesie come t’amo e mi dispero

come regalo la bocca ad ogni umano

per dire che è un miracolo vivere, soffrire

riaprire le persiane sui danni di bufera

leccare le ferite e procedere, più fieri.

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