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il 16 gennaio 1991 era un sabato; la giornata pre-festiva riempie la Città Alta di Bergamo di gente, non soltanto di turisti; in una piazzetta alberata, tra le vecchie case dal sapore ottocentesco, un piccolo mercatino delle pulci improvvisato attira curiosi e improbabili acquirenti.
il video è rilassato e si affida ad una quieta riproduzione della quotidianità: il tempo trascorso gli dona oggi quasi il carattere di piccolo documento storico di un come eravamo.
il video riepilogativo, montato con i videoclip dedicati alla gita a Meran/Merano del 14 dicembre scorso (con qualche modifica della distribuzione interna del materiale), lo dedico alla nostalgia per quella che è la mia patria mentale.
rivederla ancora una volta, che spero non sia l’ultima, mi dimostra la particolarità estrema di un mondo, dove sono vissuto bambino, che non è pienamente italiano, e si differenzia dal nostro, ma forse da qualunque altro, perfino anche soltanto per un modo così esotico di vestirsi, che da noi si ritrova solamente in certe ricorrenze dei carnevali locali, ma che lì è sentito ancora come parte di una tradizione viva.
ma poi vive nella unicità dei suoi paesaggi, del modo di costruire i suoi edifici, del modo di parlare e direi perfino di respirare, in un mondo che non conosce la nebbia, ad esempio.
è così che mi rendo conto che, dalla separazione forzata del 1961, mi è rimasta addosso l’idea di vivere da esiliato, mai completamente integrato in nessuno dei diversi mondi in cui poi sono vissuto dopo di allora, assieme ad un modo in parte tedesco di ragionare e di vivere i sentimenti.
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questa consapevolezza si trasforma in una specie di verità filosofica, che intende mettere in discussione l’idea dell’individualità esclusiva, che il cristianesimo ha introdotto nella cultura occidentale, facendone il suo fulcro, attraverso la identificazione di ciascuno di noi in un’anima, che ci rende interamente responsabili di quel che siamo, attraverso il delirante preconcetto del libero arbitrio, che colpevolizza o premia ciascuno di noi per la sua natura.
individualismo radicale e infondato, che poi l’obbligo dell’amore universale cerca di mitigare, con effetti peraltro devastanti.
niente, come il mio ritorno a Merano, smentisce a me questa visione ideologica della realtà:
noi siamo soltanto sfaccettature e parti di realtà più grandi di noi che ci comprendono, e danno adeguata spiegazione di quel che siamo:
dalla famiglia, alla comunità più ristretta nella quale viviamo, fino alla cultura nella quale ci formiamo, che non è fatta soltanto di parole ed idee, ma anche di architetture, paesaggi, profumi e colori della natura e del cielo.
siamo poi parte naturale della vita del pianeta e dell’universo, che si rispecchia in noi, come noi ci rispecchiamo in lui.
questa coscienza cancella anche la paura della morte, che è poi l’altro pilastro sul quale si fonda la nostra religione cristiana, e rende totalmente superfluo il sogno dell’immortalità.
mentre F. rimane impegnata per un’oretta nella sua fish therapy, che meglio definiremo ittioterapia, anche per rispetto della lingua greca del luogo, io mi allontano per mio conto, uscendo dal centro storico dal suo lato occidentale, per dare un’occhiata alle antiche fortificazioni veneziane.
queste qui si concretizzano in una fortezza, che dà direttamente sul mare, chiudendo le mura della città di una volta sul lato nord-occidentale, verso la lontana Heraklion.
ne sono ripagato da alcune vedute veramente romantiche della costa, molto mossa, dal lato dove sta tramontando il sole, tra scogli frastagliati e successione in profili controluce di promontori ed isole, in un arcobaleno di colori limpidissimi.
è perfettamente naturale lasciarsi andare a quel movimento psicologico di identificazione con la natura che dà un intenso senso di benessere, anche se una riflessione più attenta dovrebbe dirci invece di quanto feroce fosse, e certamente è ancora, la vita sociale umana, che doveva riempirsi di protezioni armate dai rischi di guerra e di conquista che sempre avvelenano la nostra storia civile, o meglio incivile.
e lo fanno ancora, distruggendo ogni illusione pacifista.
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dedico il mio video, che dà voce e immagini a questo momento molto intenso a F., non soltanto perché non ha potuto partecipare alla mia camminata, ma anche perché mi ha indicato la musica che fa da commento alle immagini, riuscendo ad esprimere bene le mie sensazioni del momento:
è Vivo, di Andrea Laszlo De Simone; io l’hosoltanto rielaborata un poco, eliminando alcuni passaggi, dove le parole cantate avrebbero disturbato il mio silenzio interiore del momento, per una angoscia pessimistica che non era la mia del momento.
la ventina di chilometri fatti a piedi il 25 settembre 2014 (la data nel video è sbagliata), da Wakatane alla spiaggia di Ohope, considerata la più bella della Nuova Zelanda, e ritorno, mi sono rimasti nel cuore come uno dei momenti più intensi di tutto il mio giro del mondo 2014:
dalla periferia della città, attento a coglierne aspetti particolari e curiosi, a risalire per miglia bene attrezzate prima una foresta di felci giganti, sede di una riserva naturale per invisibili kiwi (sono animali notturni),
poi una pineta in un paesaggio quasi alpino, per approdare alla spiaggia, immensa e bianca, popolata quasi soltanto da uccelli marini,
e infine il ritorno, più spettacolare ancora, lungo una costa frastagliata attraverso un sentiero che si affaccia su un azzurro irreale,
per concludere, nelle luci malandrine di un tramonto da cartolina, ai resti di un antico insediamento maori.