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ALLERTA METEO 

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Allerta rossa

di Mimmo Trovato

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Allerta rossa dal capo del dipartimento della Protezione civile, Fabio Cicilianoper le regioni di Calabria, Sicilia e Sardegna. interessate. 

Chiusura delle scuole a Catanzaro, Crotone, Catania, Messina, Agrigento e Cagliari e anche le università nelle città a ‘rischio’.

Scuole chiuse, ecco dove. 

In molti centri è stato attivato, a scopo, precauzionale, il Centro operativo comunale. Forte apprensione c’è nella zona di Taormina e Giardini Naxos, nel Messinese, per il maltempo in arrivo con i proprietari degli stabilimenti balneari hanno fatto entrare in azione le ruspe per proteggere con enormi “dighe” di sabbia le proprie attività.

In vista dell’allerta meteo personale dell’Anas, in Calabria, Sardegna e Sicilia intensificherà la sorveglianza lungo le strade di competenza, in particolare lungo le statali considerate esposte a maggiore rischio. 

Per non siete sempre più vivi

Alfonso Cipolla

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Oggi due Uomini eroici avrebbero festeggiato il loro compleanno: Paolo Borsellino palermitano doc e Rocco Chinnici da Misilmeri.

Chinnici studiò al liceo Umberto I di Palermo e, quando gli Alleati la bombardarono, con caparbietà ogni giorno scolastico percorreva a piedi la strada che collegava Misilmeri al capoluogo perché la ferrovia era stata distrutta.

Borsellino ricorda gli anni della guerra quando il padre Diego combatteva per l’Italia e quello che gli disse la mamma quando la Sicilia era stata bombardata e invasa dagli Alleati: “Al momento dello sbarco mia madre ci vietò di accettare qualsiasi dono dagli americani. La Patria è sconfitta, i sacrifici sono stati inutili, non c’è da essere felici”. E Paolo pianse.

Tutti sappiamo cosa hanno fatto e la loro vita sacrificata per la legalità e siamo convinti che non vorrebbero frasi fatte per essere ricordati soltanto nel giorno del loro compleanno ma il nostro impegno quotidiano per un’Italia migliore.

Charlotte a San Martino e Musa – Cap. XVI – parte seconda

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«N’antra dumanna. Sintivu ca li cummari usanu lu ‘vui’ pi parlarisi».

[Un’altra domanda… ho sentito che le comari usano il ‘voitra loro per parlare].

«E sparti sìammu suaru!» Precisò la z’Annetta.

«Rosa vattià a ma figlia. Allura, Donna Carlo’, a Milocca e nni li paìsa vicini, la cumparanza eni cchiù ‘mpurtanti di la parintela. Tra cumpari e cummari ci voli rispìattu di ‘na parti all’antra, rispìattu ghiustu pi ghiustu, no cuamu a chiddru ca c’è tra parìanti ca certi voti su sirpenti.

La cumparanza e la cummaranza si sciaglinu, s’addumannanu e s’accettanu. Li cumpari s’aiutanu in tutti li maneri. E s’un si fa accussì s’offenni San Giuvanni ca eni ‘u prutitturi di li cumpari».

[E noi siamo anche sorelle! Rosa ha battezzato mia figlia. Allora, Donna Carlotta, a Milocca e nei paesi circostanti, essere comari è più importante della parentela. Tra compari e comari ci deve essere il rispetto reciporoco, rispetto vero, non come quello che c’è tra parenti che certe volte sono serpenti. La comparanza e la commaranza si scelgono, si domandano e si accettano. I compari si aiutano a vicenda in ogni maniera. E se non si fa così, si offende San Giovanni, che è il protettore dei compari].

«Sissi, sissi!» aggiunse la za Rosa.

«La cumparanza eni ‘na cosa santa e s’hann’a rispittari li ria’uli: li cumpari eni mìagliu sceglili di lu stessu gradu sociali, parìanti stritti o amici o vicini di casa e mai ziti, pirchì, si pua si lassanu, lu figliuazzu perdi lu pipinu o la pipina. ‘Un puannu essiri du’ ca putissiru, cu lu tìampu, maritarisi e, cchiù ‘mpurtanti di tutti cosi, lu cumpari ‘un po’ fari mai un tuartu a lu patri di lu figliuazzu. Fussi un sacrilegiu. Chisti sunnu li ria’uli di rispittari sempri. Pua ci ni sunnu antri ca eni mìagliu ‘un ci perdiri tìampu».

[Sì, sì! … Essere compari e comari è una cosa sacra e le regole vanno rispettate: i compari è meglio sceglierli dello stesso ceto sociale, parenti stretti, amici e mai fidanzati, perché se poi si lasciano, il figlioccio perde il padrino o la madrina, non possono essere due che in futuro potrebbero sposarsi e, cosa più importante di tutte, il compare non può mai fare un torto al padre del figlioccio, sarebbe un sacrilegio. Queste sono le regole da rispettare sempre. Poi ce ne sono altre sulle quali è meglio non perdere tempo].

Mentre la z’Annetta e la za Rosa parlavano, Charlotte prendeva appunti. Non avrebbe mai immaginato quanto le sarebbe stata utile la visita a San Martino.

«Ancora cca fori amm’a stari? Facitimi l’onuri di trasiri ca vi fazzu tastari du’ sfinci cu l’ova ca fici stamatina. Sunnu ancora calli».

[Dobbiamo stare ancora qui fuori? Fatemi l’onore di entrare così potete assaggiate due sfinci con le uova che ho preparato stamattina. Sono ancora calde].

«Za Ro’, chi sunnu li sfinci?»

[Zia Rosa, cosa sono le sfinci?]

«Donna Carlo’, sunnu cosi dunci ca facìammu pi li muarti e pi San Giseppi. Ava’, trasiti du’ minuti!»

[Donna Carlotta, sono dolci che facciamo il giorno dei morti e per San Giuseppe. Su, entrate per due minuti!]

L’armadio era sostituito da un rustico appendiabiti ricavato da una sottile asse inchiodata alla parete dietro la porta. Il pavimento era stato rifinito con una colata di gesso che, con il tempo e l’uso, si era sfaldato e mostrava numerosi buchi nella parte più percorsa.

L’attenzione di Charlotte si spostò piacevolmente sulla guantiera sapientemente ricolma dei dolci che la za Rosa stava poggiando sul tavolo. Erano li sfinci ricoperte da piccoli granelli di zucchero che brillavano ai raggi del sole che entravano nella stanza dalla finestra. Charlotte ebbe la sensazione di vedere una piramide di profiteroles non ancora ricoperta dalla colata di cioccolato.

«Donna Carlotta, tastatini una e dicitimi si vi piaci. Donna Carme’, favuriti».

[Donna Carlotta, assaggiatene una e ditemi se vi piace. Donna Carmela, favorite].

Charlotte esitò qualche istante in attesa che Carmela ne prendesse una per poter emulare il suo modus operandi.

«Sunnu ‘ustusi pi daveru. Sunnu ‘na vera delizia!»

[Sono davvero squisite. Sono una vera delizia!] esclamò Carmela,

«Carlotta, chi ci aspìatti? Assaggiali! Accussì buani ‘un haiu mai mangiatu».

[Carlotta, cosa aspetti? Assaggiale! Così buone non be ho mai assaggiate].

«Buani sunnu, pi daveru. Eni la prima vota ca li mangiu. Cuamu sunnu fatti?»

[Sono buone, davvero. È la prima volta che le mangio. Come sono fatte?]

«Ma ma’ li fa ‘mpastati cu l’ova, ma fa chiddri senz’ova, mide’. ‘Mpastati cu l’ova squaglianu ‘n mucca, ‘un è veru?»

[Mia mamma le fa impastate con le uova, ma le fa anche senza uova. Impastate con le uova, si sciolgono in bocca, non è vero?]

«Si puannu fari com’è gghiè. ‘mpastati cu lu latti o mittìannuci lu meli a lu puastu di lu zuccaru».

[Si possono fare in tanti modi, impastate con il latte o ricoprendole di miele al posto dello zucchero].

Carmela e Charlotte rimasero a parlare con la za Rosa di dolci e di ricette per alcuni minuti ancora, poi si avviarono verso casa attraverso la discesa in terra battuta che da San Martino porta alla strada sterrata per i paesi a oriente di Milocca e a Caltanissetta. Raggiunta la strada, Carmela invitò Charlotte a guardare la valle attraversata da un ruscello che scorreva dal centro del paese verso il torrente Naduri e ne diventava affluente in contrada Mulinazzu. Lo scopo era quello di mostrare a Charlotte la fontana di Musa utilizzata dagli abitanti delle robbe vicine come abbeveratoio, lavatoio e soprattutto come unica fonte da dove attingere l’acqua per il fabbisogno quotidiano.

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News dal Vallone

Vita in parrocchia

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Vita al circolo pace e bene

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Al via il casting nazionale per comici e umoristi: Mussomeli al centro della nuova comicità

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Mussomeli

Prende ufficialmente il via il casting nazionale per comici e umoristi, un progetto culturale e artistico innovativo dedicato alla scoperta di giovani talenti nel campo della comicità e dell’umorismo.

L’iniziativa è realizzata dall’associazione francese #C, che ha già realizzato questo format in Francia con grande successo di partecipanti e pubblico,  in collaborazione con il Comune di Mussomeli, e si propone di valorizzare nuove voci della comicità contemporanea attraverso un format innovativo e di respiro internazionale.

In un periodo storico in cui le notizie in primo piano sono spesso dominate da sofferenza, guerre e immagini di orrore, il progetto nasce anche con l’intento di offrire uno spazio di leggerezza, riflessione e umanità. La comicità e l’umorismo diventano così un antidoto necessario, capace di alleggerire, unire e restituire al pubblico un sorriso, senza rinunciare alla profondità e al pensiero critico.

Il casting è aperto a comici, umoristi, performer e aspiranti stand-up comedian provenienti da tutta Italia. Tutti coloro che sono interessati potranno presentare la propria candidatura entro il 7 marzo 2026, inviando una mail all’indirizzo [email protected],

Il programma del progetto prevede:

Sabato 7 marzo 2026 selezione dei candidati  presso il Cine-Teatro Manfredi di Mussomeli, dalle 13:30 alle 20:00.

Dal 24 al 26 aprile 2026 riprese del Reality TV presso la  Biblioteca Comunale di Mussomeli.

Da venerdì 24 aprile ore 18:00 a domenica 26 aprile ore 22:00 22 e 23 maggio 2026, ore 21:00   I° Festival della Comicità al l Cine-Teatro Manfredi di Mussomeli.

L’intero progetto sarà promosso attraverso canali social dedicati e emittenti televisive del circuito internazionale, garantendo ampia visibilità ai partecipanti e al territorio.

I vincitori del format avranno l’opportunità di essere coinvolti in eventi dedicati a livello nazionale, avviando un percorso di crescita artistica e professionale nel mondo dello spettacolo.

Un’iniziativa che mette al centro il talento, la cultura e il valore sociale della comicità, confermando Mussomeli come luogo di incontro tra creatività, territorio e speranza.

Fonte: Castello Incantato

Dhebora Mirabelli nella Giunta Nazionale di Confapi

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Congratulazioni di cuore all’amica Dhebora Mirabelli per la prestigiosa nomina nella 𝐆𝐢𝐮𝐧𝐭𝐚 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐂𝐎𝐍𝐅𝐀𝐏𝐈 – 𝐂𝐨𝐧𝐟𝐞𝐝𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐞 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐞 𝐈𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐞.
Un incarico di grande responsabilità in una realtà che rappresenta 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟏𝟏𝟔.𝟎𝟎𝟎 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞, 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐝𝐢 𝟏.𝟐𝟎𝟎.𝟎𝟎𝟎 𝐚𝐝𝐝𝐞𝐭𝐭𝐢, 63 sedi territoriali, 13 Unioni nazionali, un’Associazione nazionale di categoria e 2 Gruppi di interesse.
Un traguardo meritato: 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐃𝐡𝐞𝐛𝐨𝐫𝐚!
𝑂𝑛. 𝐺𝑖𝑢𝑠𝑒𝑝𝑝𝑒 𝐶𝑎𝑡𝑎𝑛𝑖𝑎 – 𝑆𝑖𝑛𝑑𝑎𝑐𝑜 𝑑𝑖 𝑀𝑢𝑠𝑠𝑜𝑚𝑒𝑙𝑖
𝐷𝑖𝑟𝑖𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒 𝐹𝑟𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖 𝑑’𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎

Il figlio che non è mai nato… ma non se n’è mai andato!!!

Simone Montaldo
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Rosa aveva 74 anni quando entrò all’ospedale.
Veniva da un piccolo villaggio di campagna, dove il tempo scorre lento e le donne imparano a stringere i denti, a non lamentarsi mai troppo.
Si presentò con un dolore addominale antico, ostinato.
Un fastidio che aveva imparato a ignorare.
Un peso che portava dentro di sé da oltre trent’anni.
I medici iniziarono gli esami. Un’ecografia. Una TAC.
Poi calò il silenzio. Quello denso, che blocca il respiro.
Dentro di lei c’era un feto.
Un bambino pietrificato dal tempo, avvolto dal suo stesso corpo in una sottile armatura di calcio.
Era lì. Immobile. Da più di tre decenni.
Il nome clinico è litopedion.
Una delle condizioni più rare conosciute: quando un feto muore fuori dall’utero e non può essere espulso, il corpo lo avvolge nel calcio per proteggersi.
Una tomba silenziosa nel ventre. Una sepoltura biologica. 
O forse, un ultimo gesto d’amore.
Rosa ascoltò la diagnosi con calma, come se già la conoscesse.
Abbassò gli occhi. E disse soltanto: “Lo sapevo. Ho sempre saputo che qualcosa era rimasto dentro di me.”
A quarant’anni aveva sentito i segni: la nausea, il gonfiore, quei piccoli movimenti che solo una madre riconosce. Era incinta. Ne era certa. Anche senza visite, anche senza ecografie.
Ma poi tutto si era spento.
Nessuna perdita, nessun parto, nessuna spiegazione.
Solo un vuoto crescente, e una massa che nessuno aveva mai compreso davvero.
Durante l’intervento, i medici rimossero quei resti con una cura rispettosa. Si vedevano ancora le ossa. Il profilo fragile di un cranio. Una mano minuscola, come in attesa di essere stretta.
I medici erano sconvolti.
Rosa, no. Per lei non era un’anomalia. Non era un caso raro da studiare. Era suo figlio.
Il bambino che non aveva mai respirato. Che non aveva mai pianto. Ma che, silenziosamente, era rimasto con lei per oltre trent’anni.
Oggi la sua storia attraversa le aule universitarie, viene citata nei libri di medicina come un evento eccezionale.
Ma nessun manuale potrà raccontarla per quello che è veramente.
La memoria di un corpo che ha custodito un amore mai vissuto.
Il dolore di una maternità sospesa.
La prova che ci sono legami che resistono al tempo, all’assenza, perfino alla morte.
Il bambino di pietra non è mai nato.
Ma per Rosa, non ha mai smesso di esistere.
 
 

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La gabbianella di Sepulveda

Prof. Drb
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“Le migliori favole portano messaggi universali con leggerezza e Luis Sepúlveda lo sa.”
(Alessandro Beretta, Corriere della Sera)
La notorietà di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” è assolutamente meritata. È la più affascinante favola di Sepúlveda e quella di certo più facile da leggere.
Lo stile è inconfondibile, il linguaggio è semplice e scorrevole, accattivante ma pacato, capace di trasportare il lettore in un piccolo bazaar insieme a una strana combriccola di gatti.
Scritto per i figli in onore del loro amato gatto, questo racconto esterna l’impegno di Sepúlveda nei confronti della natura.
Da sempre impegnato a fianco di Greenpeace per la salvaguardia dell’ambiente, lo scrittore cileno si lancia in una dura critica contro l’inquinamento, in questo caso quello marino.
Oggetto delle sue accuse sono le grandi navi che scaricano petrolio in mare e la superficialità dell’uomo che sta riempiendo le acque di rifiuti.
In una storia che ha la grazia di una fiaba e la forza di una parabola, il grande scrittore cileno Sepúlveda tocca i temi a lui più cari: la natura, l’amicizia, la generosità disinteressata e la solidarietà anche fra “diversi”, anche tra un gatto e una gabbianella.

La specialità della carta di Fabriano

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La prossima volta che guarderai una banconota in controluce, ricorda che stai osservando un’invenzione italiana di 750 anni fa.
Fabriano, 1264. In questa piccola città delle Marche, i mastri cartai locali stavano per cambiare la storia della comunicazione in Europa.
Mentre la carta era già conosciuta, proveniente dal mondo arabo, qui avvenne qualcosa di rivoluzionario.
Ma cosa rese davvero speciale la carta di Fabriano?
Fu proprio a Fabriano che nacque la filigrana, quel segno visibile in trasparenza che ancora oggi caratterizza banconote, documenti importanti e carte di pregio.
I mastri cartai non si fermarono qui: introdussero anche altre innovazioni tecniche fondamentali che resero la carta europea superiore a quella orientale.
Queste tecniche trasformarono un semplice supporto per la scrittura in un prodotto durevole, affidabile e di qualità eccellente, gettando le basi per la diffusione del sapere scritto nell’Europa medievale.
Una rivoluzione silenziosa che dalla piccola Fabriano ha cambiato per sempre il modo in cui l’umanità comunica e preserva la conoscenza.

Ugo Foscolo spirito libero

Professor X

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Fin da ragazzo capì che o lasci che sia il mondo a decidere chi sei o scegli chi vuoi essere. Suo padre voleva farne un medico, i suoi insegnanti uno studioso, i suoi amici un cortigiano.
Lui invece no. Uno spirito libero non accetta di vivere in gabbia: soffoca. E cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia. Perché alle volte per trovarti devi perderti. E lasciar andare chi credevi di dover essere.
«Il tempo non si misura in ore e minuti ma in trasformazioni.»
E se qualcuno ti rimprovera che sei cambiato, significa che hai smesso di vivere a modo suo.
«Io sono destinato ad avere l’anima perennemente in tempesta».
Perché la vita è troppo corta per passarla a fingere di essere qualcuno che non sei. O a rimpiangere ciò che non si ha avuto il coraggio di provare.
E lui visse davvero di tutto: fu un soldato, un poeta, un ribelle, amante, filosofo, missionario.
Perse il fratello, la casa e la famiglia: e poi ci fu l’esilio per non essersi sottomesso agli austriaci e i vagabondaggi per mezz’Europa.
E allora scrisse poesie che non furono soltanto poesie ma «parole in tempesta,» uragani di emozioni, perché senza emozioni la vita non avrebbe senso.
Nella sua penna c’è tutto: le grandi domande di chi non cerca la strada che «tutti» percorrono ma «osa»; quella voglia di libertà che ti dà le vertigini e il coraggio di chi al conformismo di tutti, sceglie la libertà e la solitudine dei pochi.
«Io non odio persona alcuna,» era solito dire, «ma vi son uomini che ho bisogno di vedere soltanto da lontano».
Ci sono alcune persone nella nostra vita che sono nocive e ci fanno del male. A volte si chiamano genitori, parenti, amici, superiori.
E poi ci sono persone che a volte non sappiamo neanche come chiamarle, ma sappiamo soltanto una cosa: che ci fanno stare bene. Sono queste le persone di cui dovremmo circondarci. E sono sempre queste le persone che dovremmo diventare.

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Da oggi un’intensa perturbazione extratropicale interesserà Sardegna e Sicilia con maltempo diffuso e persistente.

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È quanto segnala la Protezione civile, che in Sicilia prevede precipitazioni diffuse e localmente molto abbondanti, con conseguenti rilevanti criticità idro geologiche (allagamenti, frane, esondazioni).

Si prevedono forti piogge in particolare sull’area Etnea, sui Peloritani e nelle aree costiere, con nevicate sui rilievi oltre 1500 metri. Venti forti o di burrasca dai quadranti meridionali, in particolare Scirocco e Levante; mareggiate intense lungo le coste esposte, sui settori meridionali e orientali della Sicilia, con moto ondoso molto elevato sullo Jonio.

Dalla mattinata di lunedì 19 gennaio e fino a tutto martedì si prevede una ulteriore intensificazione dei fenomeni su gran parte della Sicilia e delle isole minori, con condizioni particolarmente avverse sulle aree orientali (previste, sulla costa ionica, raffiche fino a oltre 100 km/h, onde fino a 6-7 metri, piogge intense su Etna e Peloritani).

La protezione civile ha dichiarato la fase di pre-allerta, invitando i sindaci ad attuare, avvalendosi delle strutture comunali, del volontariato e di tutte quelle di competenza, quanto previsto nei propri Piani comunali di protezione civile.

Charlotte a San Martino e Musa Capitolo XXVI – parte prima

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Dal viottolo che costeggiava la cresta della collina si vedevano, illuminate da un pallido sole, quasi tutte le robbe a est di Milocca: Piddrizzuna, Patini, Caciualli, Muneddra; a sinistra, in direzione della piazza, si vedeva Robba Nascariaddri, immersa nel verde rigoglioso del sovrastante bosco e da alberi d’ulivo e fichi d’India che contrastavano con il colore delle terre appena arate in attesa della semina o seminate da poco.

In un podere nei pressi del vecchio convento due contadini, con le rispettive mogli, erano intenti a seminare il grano. Uno guidava l’aratro trainato da due muli, mentre l’altro spargeva il fertilizzante nei solchi. Una delle donne seminava il grano con consumata maestria tanto che nessun chicco fuoriusciva dal solco, mentre l’altra zappava attorno a un albero di mandorlo dove l’aratro non era potuto arrivare.

La parte in legno dell’aratro, lungo circa quattro metri, era ricavata da un grosso ramo e si vedeva chiaramente che era di fattura artigianale mentre sull’estremità dell’asse era attaccata una punta di ferro, forgiata da un fabbro del paese, per incidere più facilmente la terra e prevenire l’usura dell’attrezzo.

«Cosa sono quelle sacche appese al collo dei muli?» chiese Charlotte.

«Si chiamanu sacchini e ddra intra ci sunnu favi sicchi accussì li muli puannu mangiari mentri travaglianu».

[Si chiamanu ‘sacchini’ (borse di stoffa) e dentro ci sono delle fave secche così i muli possono mangiare mentre lavorano].

«Ci li mittinu sempri?»

[Le mettono sempre?]

«No. Sulu quannu fannu travagli pisanti di iurnata sana: a tiampi di siminari e nni la stasciuni, quannu c’eni di pisari li favi o lu frummiantu nni l’aria».

[No. Solo quando fanno lavori pesanti per tutta la giornata, in periodo di semina e in estate, quando c’è da schiacciare le fave o il frumento nell’aia].

«Nni l’aria?»

[Nell’aria?]

«No, ‘un capiri mali. L’aria, nni stu casu, eni lu puastu unni si mittinu a munzìaddru li fasci di favi o li ‘regni di frummiantu pi putilli scacciari facìannuci passari e ripassari, tanticchia d’un mìarsu e tanticchia di l’antru vìarsu, li muli di ‘n capu».

[No, non fraintendere. L’aria, in questo contesto, indica il posto dove vengono ammucchiati i covoni di fave o di grano per essere schiacciati e sgusciati facendo passare i muli sopra più volte].

«Ah, sì, ho capito. Possiamo fermaci un attimo. Non posso lasciarmi sfuggire questa occasione».

«Sei qui per questo, no? Vuoi che li faccia mettere in posa?»

«No, per niente. Le foto devono raccontare la vita reale e servire a ciò che le parole non riescono a esprimere».

Arrivati al vecchio convento e superato l’arco con il portone d’ingresso, si fermarono nell’ampio cortile interno.

Davanti alla porta di una delle abitazioni un’anziana donna stava sbucciando dei fichi d’India.

«Salutammu, Donna Carme’. Avvicinassi ca ci fazzu tastari ‘na para di ficudinnii».

[Saluti, Donna Carmela. Si avvicini così le faccio assaggiare alcuni fichi d’India].

«Bona iurnata, z’Anne’».

[Buongiorno, signora Annetta].

«La signurina è l’amiricana, un è veru? Signuri’, ci piacinu li ficudinii. Vinissi cca vossìa, mide’».

[La signorina è l’americana, non è vero. Signorina, le piacciono i fichi d’India. Venga qui anche lei].

«Sissi. L’amiricana eni, si chiama Carlotta e a Milocca la chiamammu tutti Donna Carlotta».

[Sì. È l’americana, si chiama Carlotta e a Milocca la chiamiamo tutti Donna Carlotta].

«Ava’, assittativi ca vi ni munnu du’ belli frischi. Sunnu l’urtimi di st’annata ma fuaru scucuzzati. Lu viditi quantu sunnu gruassi?»

[Su, sedetevi che ve ne sbuccio due belli freschi. Sono gli ultimi di quest’anno ma sono stati scucuzzati. Li vede quanto sono grandi e belli?]

«Scucuzzati? Chi voli diri, Carmela?»

[Scucuzzati? Che vuol dire, Carmela?]

«Scucuzzati! Significa ca, a principiu di stasciuni, prima ca li ficudinnii maturanu, si ni fannu cadiri quasi la mità da ogni pala, accussì, chiddri ca restanu hannu cchiù largu e diventanu cchiù gruassi. Z’Anne’, quant’anni avi ca sta cca?»

[Scucuzzati! Significa che, all’inizio della stagione, prima che i fichi d’India maturino, ne fanno cadere quasi la metà da ciascuna pala cosicché quelli che rimangono abbiano più spazio e diventino più grossi. Zia Anna, da quanti anni abita qui?]

«Di quannu nascivu. Prima ma nannu partiva di Sutera pi viniri a travagliari nni li tirrena ca eranu di li monaci, pua tuccà a ma patri fina a quannu un ci dìattiru sti quattru catapecchi pi dormiri».

[Da quando sono nata. Prima mio nonno partiva da Sutera per venire a lavorare nelle terre che erano dei monaci, poi toccò a mio padre finché non gli diedero questi quattro tuguri per dormire].

«Chi c’era prima unni durmiti?»

[Cosa c’era prima dove dormite?]

«Li celli di li monaci».

[Le celle dei monaci].

«Putìammu trasiri pi darici ‘na taliata e pi fari du’ fotografìi, si pirmetti?»

[Possiamo entrare a dare un’occhiata e, se permette, fare un paio di fotografie?]

«Certu, trasiti, ma senza taliari lu schifiu chi c’eni. Chi vuliti, campammu cuamu l’armara e menu mali ca ma maritu ruppi un muru e ora avìammu ‘na cammara ‘ranni pi dormiri. Ava’, trasiti!»

[Certo, entrate ma senza guardare il disordine che c’è. Cosa volete che vi dica? Viviamo come gli animali e meno male che mio marito ha demolito un parete e ora abbiamo una camera da letto più grande. Su, entrate!]

«Chista eni la cammara ‘ranni?»

[Questa è la camera grande?]

chiese Charlotte.

«Sissi, signurì’. N’antri la chiamammu accussì. Avissi a bidiri li celli ca ristaru cuamu eranu!»

[Si signorina. Noi la chiamavamo così. Dovrebbe vedere le celle che sono rimaste com’erano!]

«Allura, vidìammuli!»

[Allora vediamole!]

«Viditili! Pi chiddru c’arrinisciti a vidiri. Sunnu a lu scuru precisu».

[Vedetele! Per quello che potete vedere. Sono nell’oscurità totale].

La signora non esagerava. Nelle due celle non c’era nemmeno una finestra per fare entrare un po’ di luce o d’aria, e lo spazio era così angusto che era sempre stato difficile sistemare i giacigli dopo che i figli si erano alzati.

Charlotte non ebbe l’ardire di chiedere più luce per fare le fotografie. Dovette rinunciarvi e aspettare situazioni più propizie per documentare visivamente il suo lavoro.

«Z’Anne’, ma veru eni chiddru ca si dici di li monaci?»

[Zia Anna, ma è vero quello che si dice dei monaci?] c

hiese Carmela.

«Vua diri di la storia unni si cunta ca ittavanu li cristiani nni lu puzzu?»

[Stai parlando della storia in cui si dice che gettassero le persone nel pozzo?]

«Sissi, chissu ddruacu. Vossìa la sapi la storia?»

[Sì, proprio quella. Lei conosce la storia?]

«Cca la sapìammu tutti, ma ia ‘un la sacciu cuntari bona. Aspittassi ca fazzu scinniri a ma cummari Rosa e ci la fazzu cuntari sana sana».

[Qui la conosciamo tutti, ma io non so raccontarla bene. Aspettate che chiamo mia comare Rosa e ve la faccio raccontare per intero].

«Ma no, ni la cuntassi vossìa».

[Ma no, Ce la racconti lei].

«Scummissa ca ma cummari eni già cca davanti cu tanti antri fimmini pi bidiri cu mi vinni a truvari e ‘un c’eni mancu bisuagnu di chiamalla?»

[Scommetto che mia comare è già qui davanti con tante altre donne per vedere chi è venuto a trovarmi e non c’è bisogno di chiamarla?]

«Va beni! Iammu a taliari».

[Va bene! Andiamo a dare un’occhiata].

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