La poesia ci salverà

In questi giorni convulsi, lasciamo che sia la poesia a parlare per noi. Vogliamo condividere con voi le parole di un poeta, un poeta bardo come ama definirsi, un uomo dei nostri giorni che come tale si trova ad affrontare la nostra attualità: non con parole complesse, ma con frasi immediate, capaci di raggiungere tutti. Questo è il vero potere della sua poesia.

Uso la penna 

Uso la penna. Non uso la matita se non per votare.
Con la penna disegno immagini, storie, uomini e donne alle prese con il loro cammino.
Mi sono sempre ritenuto un uomo libero.
Ma ho paura.
Ho paura del dove eravate quando..
Ho paura del e allora le crociate..
Ho paura del chi ha iniziato cosa
Ho paura della memoria corta
Ho paura della facilità di giudizio
Ho paura di me
Ho paura di noi
Ho paura della libertà per questo la inseguo
Ho paura anche di avere coraggio.
Ho paura, per questo continuo a scrivere.
E scriverò.

vcc

Potete seguire Vincenzo Costantino sul suo blog  http://vincenzocostantinochinaski.it/
Non smetterete di amare le sue parole…e vi consiglio di ascoltare anche la sua voce!

Francesca

Domani è già qui

Ultimamente non riesco a guardare al passato.
Beh, cosa c’è di strano?
Ecco, la cosa strana è che io ho vissuto quasi tutta la mia vita (fino a qualche tempo fa) nel passato, prossimo o remoto, a ricordare tutto, a mettere i puntini sulle i, a ricordare le date dei compleanni di tutti, gli impegni, gli anniversari, le date importanti. Fino ad un certo punto.
Era un vivere il presente in funzione del passato. Era un vivere per poi ricordare e sistemare il tutto nel cassetto assieme ai vecchi diari, ai gingilli, ai sassi, ai bigliettini, alle fotografie. Era guardarli ogni tanto e tornare indietro nel tempo perdendo il tempo prezioso della vita del momento.
Ad un certo punto ho smesso.
Ultimamente riesco a vivere il presente fine a se stesso, finalmente. Senza retropensieri, senza domande, senza se e senza ma.
Ma anche stavolta non sempre sono a posto. Più volte la gente che mi circonda mi fa domande e mi chiede del futuro: cosa farò l’anno prossimo? dove sarò? come farò?
Io non riesco davvero a immaginare le possibili risposte.
Nella mia vita di un anno fa, non vedevo affatto il futuro perché vivevo completamente immersa nel passato: il futuro non esisteva.
Adesso invece, se devo vedere il futuro in qualche cosa, lo penso come costruito da tanti piccoli oggi, adesso, ora. futuro-in-corso-cartolina
Uno dopo l’altro formeranno il domani e si affronteranno i problemi via via che verranno, se saranno problemi o semplicemente cose da fare, domande a cui rispondere, vite da vivere.
Non so se ciò accade per la vita precaria che ci hanno obbligato a vivere, per la mancanza di progettualità che ci contraddistingue rispetto ai nostri genitori. Ma mi chiedo anche se i progetti di vita di una generazione fa siano stati poi tanto corretti: vivere era percorrere delle tappe obbligate che preparavano le bambine a diventare mogli e madri perfette e basta.
Ora forse è vero che non sono né moglie, né madre e nemmeno zitella perfetta. E forse per questo non mi faccio nemmeno tante domande non avendo la responsabilità diretta di persone care (relativamente direi).
Ma sento di essere me stessa: mi sono costruita piano piano, con le vittorie e le sconfitte, con l’amore e la solitudine, con il mio passato splendido, con le mie scelte giuste e sbagliate e con il mio presente speciale. Mi sono scelta da sola, pronta (quasi sempre) ad alzarmi la mattina e prendere il treno e cominciare la giornata del nuovo piccolo domani che mi aspetta.

Gama

Ottobre

Pronti per ricominciare?

Ottobre sta per finire, il vostro è stato come quello di cui parla Carmen Consoli in questa canzone?

Cosa scegliete tra Paradiso, Inferno e Limbo? (il Purgatorio lo eliminiamo perchè rappresenta un’attesa infinita, che non possiamo permetterci).

Sì, viaggiare!

L’estate è la stagione dei viaggi. C’è chi la aspetta e la progetta dall’inverno per viverla al meglio.
C’è chi organizza il viaggio della vita in un altro continente, chi si accontenta del villaggio turistico, chi vuole il viaggio culturale, chi si dedica al volontariato, chi fa lo spericolato in montagna o al mare, chi rimane a casa.
Viaggi diversi che hanno però in comune un elemento fondamentale: il viaggio comporta in ogni caso l’oltrepassare una frontiera, intesa non solo come un limite fisico che divide paesi diversi, ma anche come un posto dell’animo che inevitabilmente, al termine del viaggio, sarà valicato.
Viaggiando, assolutamente, si cambia.
Cambia la prospettiva da cui si guarda il mondo e anche la propria vita. A. Papagna, Via per lavoro SAT_resizedBasta infatti stare dall’altra parte per vedere le cose diversamente, se si viaggia non solo con il corpo ma anche con tutti i propri sensi.
Si cambiano i pensieri, si impara un’altra lingua, si cambiano i pregiudizi, si confutano tesi, si discute, si parla diversamente, si mangiano cibi non abituali, si va a dormire ad ora diverse, si guardano le stelle con sguardi nuovi, ci si meraviglia per le cose quotidiane, ci si innamora di un posto o di una persona, ci si scopre capaci di fare cose mai fatte, si superano i propri limiti.
Oppure si torna sconfitti perché non si è stati in grado di rischiare o di lasciarsi andare, perché non ci si è saputi fidare della strada e dei compagni di viaggio.
Ma anche solo la consapevolezza della sconfitta rappresenta il superamento di una frontiera e quindi anche quella è una vittoria.
Ma anche chi rimane a casa può cogliere l’occasione per viaggiare e non solo con la fantasia.
Il tempo che abbiamo a disposizione può essere utilizzato per fare le cose che ci piace fare con calma e magari con più consapevolezza. E anche questa è una frontiera da attraversare.
Pensarsi, volersi bene, dedicare il tempo a chi ci vuole bene e a chi vogliamo bene.
Non ritagli di tempo, non mezz’ora, ma tempo pensato e desiderato, da vivere pienamente, anche nell’ozio del tramonto sulla spiaggia.
“Chi viaggia detesta l’estate perché l’estate appartiene al turista”, così recita una canzone dei Mercanti di liquori. Potrebbe anche essere vero che il viaggio estivo non sia uno di quelli da mettere nella bacheca dei ricordi più forti, che non sia degno di documentari o di esposizioni fotografiche.
Ma è anche vero che poi tutti i viaggi alla fine finiscono e lasciano il posto alla nostalgia e al ripensamento, sia che si siano solcati deserti o foreste amazzoniche, sia che si sia attraversata la Muraglia cinese, sia che si sia deciso di andare al mare in bici.
Buon viaggio a tutti allora, con l’augurio di attraversare mari, fiumi, strade, montagne, marciapiedi, ma soprattutto con l’augurio di andare incontro all’altro e a se stessi.

Carmela

Guardare oltre…a volte anche oltre se stessi

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A trent’anni si sa, si sono fatte ormai diverse esperienze di vita. Spesso queste esperienze, belle o brutte che siano, tendono a modificare il nostro modo di vedere le cose e la realtà che ci circonda. Le esperienze belle ci aprono la mente verso di essa, mentre quelle meno belle tendono a chiuderci e a farci mostrare una corazza verso chi ci circonda che offusca il nostro vero carattere. Questo ci fa spesso allontanare dagli altri, ma al contempo sperare sempre di più in qualcuno che sia in grado di guardare oltre tale maschera che sappiamo non appartenerci. Solitamente chi è in grado di fare questo tende a non ascoltare ed a non guardare le nostre parole ed i nostri gesti proferiti in presenza di altre persone o in determinate situazioni, ma a ciò che diciamo e facciamo quando siamo spontanei. Spesso è difficile distinguere le due cose se ci si fossilizza su quello che si pensa che gli altri vogliano dire con una determinata parola o un determinato gesto. Se, però, proviamo a liberare la mente dal velo che i nostri pensieri stendono sulla realtà, ci accorgiamo che, quando si scorge passione negli occhi degli altri è il momento giusto per capire realmente come essi siano fatti. E’ quello, infatti, il momento in cui il ragionamento lascia spazio nella nostra mente alla spontaneità. Spesso, riusciamo talmente bene a costruirci delle maschere che finiamo intrappolati anche noi nel crederci e perdiamo di vista ciò che realmente siamo finendo per vivere la vita che qualcun altro vuole che noi viviamo. E’ necessario, quindi, già da parte nostra effettuare un grande passo che è quello di vivere con la passione negli occhi in modo tale da saper essere a nostro agio con noi stessi sia quando mostriamo fuori la nostra parte debole che la nostra parte forte. Solo così possiamo toglierci le maschere che indossiamo o, perlomeno, essere consapevoli quando ne indossiamo una 😉

RLB

MIO FRATELLO SI SPOSA!

Ricordo il momento in cui ho interrotto uno dei tanti discorsi svogliati con le mie amiche con la tipica frase ricca di suspance in grado di rianimare e dare una svolta alla serata: “Umatrimonio se ci si spaus?” (tradotto per i forestieri: “Lo sai chi si sposa?”). Ricordo gli occhi incuriositi delle mie amiche, il loro provare ad indovinare con nomi e voci di corridoio. E ricordo benissimo anche l’attimo in cui ho pronunciato: “Mio fratello!”. Gioia, eccitazione e speranza. Sì speranza! Perchè se mio fratello è riuscito nel ventunesimo secolo a trovare l’anima gemella, starci insieme 10 anni, trovare un lavoro fisso, comprare casa ed infine fare il grande passo, allora tutti quanti noi possiamo ancora farcela. Basta solo avere pazienza e la nostra opportunità sbucherà dal prossimo angolo prima o poi. Si continua così con i “viaggi romantici” su quando, come e perchè bisogna sposarsi, finchè la cinica di turno (generamente io) interrompe l’idillio con la tipica frase da ragazza a pH 2: “Io non mi sposerò mai!”.  È in quel momento che tutte ci rendiamo conto che è ora di andare a casa: “Buonanotte. A domani”. Arrivata a casa mi addormento pensando all’abito: qualcosa di semplice ma particolare, non egocentrico ma tutti devono notarmi, non caro ma di marca (è il matrimonio di mio fratello!). Sogno e risogno l’abito, finchè qualcuno muove improvvisamente la mia gamba: è mia madre! “Alzati. Andiamo all’ipercoop a farci un giro per il corredo per tuo fratello.” In quel momento guardo mia madre e cerco in due secondi con solo uno sguardo di dirle: “Mamma, sono solo le 8:30 del mattino di uno dei miei ultimi giorni di ferie e vorrei riposare. Ma soprattutto manca ancora un anno e mezzo!”. Quei due secondi sono lenti, intensi, decisivi. Tuttavia mia madre è già al panificio di sotto a comprare il pane e il latte. I rumori della strada si fanno più intensi e i miei occhi sono già ben sbarrati. La nostra visita all’ipercoop era solo un giro di ricognizione: siamo tornate a casa con solo due paia di mutande, una conottiera e 5 paia di calzini che mia madre corre a cusodire gelosamente per il grande giorno. Per mia fortuna (o sfortuna?) il freddo Nord mi attende: prendo il treno e vado (scappo) via. Tutti quanti si immaginano il periodo dell’organizzazione di un matrimonio come uno dei periodi più belli della vita. In Puglia non è così. Te ne accorgi nell’attimo immediatamente successivo alla proposta di matrimonio: c’è una lunga lista di cosa devi e non devi fare, un lungo elenco di domande a cui deve dare una risposta rapida ma decisiva. Per esempio qualcuno penserà che i piatti siano un utensile comune nella vita quotidiana di una coppia. Quel qualcuno si sbaglia. Ci sono i piatti piattiIkea, i piatti comprati da un venditore ambulante (quello famoso con il microfono sotto il mento la cui voce si sente dall’inizio della fiera), i piatti comprati da un negozio d’arredo ma in offerta ed infine i cosidetti “piatti da corredo”, quelli che usi (o “esci”, come diciamo al Sud) nelle occasioni importanti (i pranzi di Natale per intenderci). Quest’ultimi sono decisivi per la buon riuscita di un matrimonio e probabilmente c’è anche una stima di quanti anni il matrimonio durerà sulla base dei piatti che si ha in casa. Un dettaglio importante descritto nella sacra Bibbia del “corredo da matrimonio” è “chi porta cosa”: la cucina spetta allo sposo, la camera da letto alla sposa, e così via. Pertanto, potete immaginare la mia gioia quando mia madre mi desciveva al telefono la sua ansia per i piatti da corredo con o senza il bordino dorato: emozioni uniche. Un altro elemento da no sottovalutare nell’organizzazione di un matrimonio è la sala ricevimenti: bisogna prenotarla con netto anticipo (anche 2-3 anni prima!), deve lasciare a bocca aperta e deve poter accogliere dai 200 ai 300 invitati. Difatti i matrimoni in Puglia sono un evento esclusivo per allargare la famiglia: conosci cugini o zii di cui ignoravi l’esistenza prima. Vi chiederete perchè invitare qualcuno che non si conosce al tuo matrimonio. La risposta è essenziale: “sta male” anzi per l’esattezza nel gergo pugliese “Pare brutto! Cosa deve pensare la gente!”. L’opinione degli invitati sul matrimonio è fondamentale: non importa se gli sposi si amino, come si siano conosciuti, cosa vogliano nella vita. La cosa più importante è cosa gli invitati diranno sul pranzo del matrimonio: i frutti di mare crudi sono d’obbligo altrimenti sembri un pezzente; buffet di antipasti (deve essere il più folkloristico possibile. Se vuoi puoi anche chiamare degli artigiani che ti preparano mozzarelle fresche mentre fanno un quadruplo salto mortale); due primi come minimo più qualche assaggio; un secondo di mare ed uno di terra seguito da sorbetto (è fondamentale il gusto del sorbetto); buffet di frutta e dolce (seguito da appositi contenitori di alluminio per caricarsi di cibo per la settimana seguente); torta nunziale (i fuochi di artificio possono essere apprezzati o meno. Dipende dagli invitati). Uno volta scelto il pranzo nunziale sei già a buon punto. Infine c’è la famigerata bomboniera, una delle cose più inutili di un matrimonio ma essenziale. Un matrimonio senza bomboniera è come un mare senza pesci. La bomboniera è unica e decisiva per aver il parere decisivo su come sarà un matrimonio: se è troppo pesante o inutile, allora in Puglia lo definiamo “indrech”, ossia utensile che si trova su un comodino ma non serve a niente se non ad accumulare polvere. Se è utile e particolare, tutti parleranno di quella bomboniera per almeno un mese.  Potrei dilungarmi ancora tanto sulle regole di un buon matrimonio in Puglia. Ma mentre mia madre continua ad elencarmi i problemi con gli inviti non ancora in stampa sebbene manchino 4 mesi, penso al momento successivo ad ogni matrimonio, quando tutta la famiglia si riunisce sul balcone per godersi la brezza marina della sera e comincia ad elencare gli episodi divertenti della giornata che in genere hanno come protagonista mio padre. Penso all’attimo in cui vedrò mio fratello all’altare, alla commozione di mia madre e al fatto che quando tornerò a casa dopo il matrimonio lui non sarà più lì a prendermi in giro sulle serie tv che seguo. Penso che alla fine ciò che conta non è il come ma il perchè mio fratello si sposi e per fortuna quello non c’è scritto sulla  grande“Bibbia del corredo del matrimonio”.

 

AnnaLaMinaVagante

Uomini senza ali

La mattina del 24 Marzo, l’Airbus 320 della Germanwings, partito da Barcellona e diretto in Germania, si è schiantato contro le alpi francesi.  All’inizio si è ipotizzato un guasto, poi si è battuta la pista terroristica ma nessun dato sembrava portare in quella direzione. Pochi giorni dopo, con il recupero della scatola nera, è venuto a delinearsi un quadro dalla drammaticità inquietante, una verità scomoda e difficile da comprendere, più difficile da accettare di un atto terroristico o di un guasto sottovalutato. Andreas Lubitz, il copilota dell’Airbus, aveva deliberatamente provocato lo schianto dell’ aereo. Un gesto suicida, il suo, dovuto ad un grave disturbo depressivo che aveva provocato così la perdita di altre centocinquanta vite. Nei giorni successivi ho ascoltato, senza mai intervenire, le conversazioni di amici e colleghi trasformatisi per l’occasione in opinionisti da salotto. Pare che Lubitz assumesse antidepressivi e ansiolitici e che fosse stato in psicoterapia per tendenze suicide diversi anni prima del conseguimento del brevetto di volo. Ma la cosa che più mi ha colpito dei discorsi della gente è stata la totale incapacità di accettare il fatto che un disturbo psichico potesse provocare un incidente, un suicidio, la morte di tante persone innocenti. Mi è sembrato che per i più sarebbe stato più facile Volitudiniaccettare che la causa dell’incidente fosse stata un atto terroristico, forse perché una spiegazione per loro più comprensibile, più accettabile perché più razionale, perché una minaccia verso la quale poter prendere meglio le distanze e fare qualcosa di concreto per proteggersi. Mi ha colpito la totale ignoranza di chi affermava con superficialità che la depressione non fosse una motivazione sufficiente per togliersi la vita quando invece non è così. La depressione è un disturbo grave che rende le persone apatiche e disinteressate, totalmente distaccate dal mondo che le circonda facendo loro perdere qualsiasi interesse per attività quotidiane, interessi e relazioni. Una condizione, questa, in cui il valore della vita è quasi nullo perché lo si dimentica. Un disturbo depressivo non riguarda solo la sfera dell’umore ma la totalità della persona per la quale tutto perde significato. Un quadro, questo, più che sufficiente a giustificare un gesto come quello di Lubitz. Non voglio fare psicologia selvaggia né imbattermi in interpretazioni da quattro soldi. Forse nessuno di noi saprà mai davvero come sono andate le cose, i parenti delle vittime non troveranno mai una causa giusta che possa far loro meglio accettare la perdita dei loro cari. Vorrei solo che ciascuno di noi capisse che la mente è qualcosa di vasto e insondabile. Che i disturbi psichici non sono meno gravi o meno importanti dei disturbi puramente organici, ammesso che questa distinzione abbia davvero senso. E dovremmo iniziare a mettere in conto che la maggior parte delle nostre azioni non è frutto di ragionamento ponderato ma di approssimazioni e irrazionalità. Il mondo non è così controllabile come ci appare e non lo è nemmeno la nostra mente né quella degli altri. Dovremmo solo prestare più attenzione a livello istituzionale e sociale, oltre che umano, a chi soffre di disturbi d’ansia, dell’umore, della personalità. Perché questi disturbi esistono e ci riguardano tutti. Dobbiamo smetterla di non guardare e soprattutto di sottovalutare. Un uomo depresso è un uomo senza ali, incapace di volare sulle cose che gli hanno fatto male, dimenticandone il peso. E a chiunque può succedere di perdere queste ali. Anche se si è un pilota.

Mariateresa

Dov’è finita la democrazia?

A un paio di settimane dalle elezioni regionali 2015, facciamo, nel nostro piccolo, un’analisi del voto il più possibile oggettiva.
Partiamo dai dati numerici:
1) Affluenza alle urne: 53,90%.
Poco più di un italiano su due è andato a votare per il rinnovo del consiglio ragionale. Questa è già una sconfitta su cui tutti i partiti dovrebbero interrogarsi. Lo si supponeva e prevedeva. Oramai siamo sfiduciati e i partiti vengono considerati tanto lontani dalla realtà. Se non ci “servono” inutile andare a votarli.regionali_2015
2) Il PD e Renzi festeggiano il 5-2 ma sono un po’ arrabbiati per la sconfitta in Liguria di cui incolpano i civatiani traditori.
3) Berlusconi (oramai il suo partito è in crisi di identità) esulta per la Liguria ma non ha altro di cui rallegrarsi.
4) Salvini trionfa in Veneto ma per il resto rimane un fenomeno localizzato al nord (per fortuna).
5) Il M5S viene considerato il vincitore morale delle elezioni perché avanza in tutte regioni anche se non riesce a vincere. Rimarrà arroccato sulle sue posizioni di opposizione come fa a livello nazionale?

E ora analizziamo il voto il Puglia.
Emiliano diventa il nuovo governatore della regione ma il suo partito perde voti a favore del M5S e delle liste minori.
La sua vittoria è stata decisamente facilitata dalla rottura del centro destra regionale e dall’eversione di Fitto.
Ma naturalmente tutti hanno vinto: così i commenti dei partiti. Non sapevo che fossimo un paese di politici ottimisti che vedono il bicchiere sempre mezzo pieno.
Una sconfitta però è evidente per il PD: nelle sue liste non è stata eletta in consiglio nemmeno una donna. Colpa della legge elettorale non approvata nel consiglio precedente o colpa delle donne che non sono animali da campagna elettorale come i colleghi uomini?
Purtroppo, da quello che si è visto e che ho visto nella mia regione e nel mio paese, è andato avanti ancora il voto di favore, quello del “tu dai un voto a me e io trovo un lavoro per te o per tuo figlio o per tuo nipote”.
E di questo hanno la colpa gli stessi elettori che hanno perso (ma l’hanno mai avuto?) il valore della politica, della bellezza della democrazia e del decidere insieme per un mondo diverso.

Carmela

Protoni e zanzare

Dear Colleagues,
the LHC operators in the CERN Control Centre (CCC) have just declared “Stable Beams”. This marks the start of Run 2 of the LHC as the experiments begin to record their first physics data after the long shut down…
Queste poche righe in inglese costituiscono l’incipit dell’e-mail dell’attuale direttore generale del CERN che annuncia, in maniera trionfale e anche un po’ orgogliosa, l’inizio del Run 2 dell’acceleratore di particelle LHC (Large Hadron Collider) a Ginevra, divenuto noto ai più per la scoperta del bosone di Higgs nel 2012.
Rispetto al Run 1 c’è una sostanziale differenza, le particelle verranno fatte scontrare quasi al doppio dell’energia: 13 TeV a differenza dei 7 TeV del periodo precedente. Ora ognuno di voi starà cercando di immaginare chissà quale eccezionale energia venga prodotta sotto Ginevra in quel tunnel di 27 km di diametro, in grado di far collidere protoni che viaggiano quasi alla velocità della luce, fino a frantumarsi in altre particelle ancora più piccole…cern
L’elettronvolt (eV) è l’unità di misura dell’energia (come la caloria alimentare, che ci è più familiare). 1 eV è l’energia guadagnata (o ceduta) da un elettrone che si muove in un campo elettrico nel vuoto e in questo campo elettrico c’è la differenza di potenziale di 1 Volt (V). La T maiuscola significa tera, il prefisso che indica l’ordine di grandezza di 1000 miliardi. Quindi 1 TeV è 1000 miliardi di elettronvolt. Tralasciando ora la prima lezione di Fisica 2, proviamo a farci un’idea di cosa significa in maniera più pratica. In fisica è famoso l’esempio della zanzara. Una zanzara pesa in media soltanto 2 mg. La sua velocità è di circa 2,4 km/h. Corrisponde a un’energia cinetica di 1,6×10-7 Joule (J) oppure a 1 TeV!
Allora, cosa c’è di così straordinario nell’annuncio fatto al CERN di aver raggiunto l’energia fantastica di 13 TeV (pari a quella di 13 zanzare in movimento)?
La straordinarietà consiste nel fatto che questa energia è super-concentrata in uno spazio estremamente piccolo, cioè 1 milione di milioni di volte più piccolo di una zanzara! 100 miliardi di protoni, come trenini di particelle lunghi 7 cm e di 1 mm di diametro (la punta di una mina di matita sottile) sono fatti urtare contro un “convoglio” identico a una velocità quasi uguale a quella della luce e…boom! Il botto è fatale: i protoni si spaccano e dall’analisi dei frammenti le teorie attualmente sostenute potranno essere confermate e altre nuove teorie potranno emergere.
La Fisica non smette mai di emozionare.

Fonti:
http://home.web.cern.ch/about/updates/2015/06/lhc-experiments-back-busin…
http://www.cernlove.org/blog/2010/04/chocolate-bar-yardstick/

M.

La scuola giusta!

Sono un’insegnante, un’insegnante precaria, da 9 anni.
Non vivevo male il mio precariato, anzi! Ogni anno ho cambiato scuola, ho conosciuto tante città diverse e tanti ragazzi e colleghi diversi. Alcune volte sono anche tornata in scuole già conosciute e ho trovato colleghi nuovi e vecchi e situazioni diverse nelle quali mi sono sempre inserita bene. Perché mi piace il mio lavoro e il mio precariato annuale era in un certo qual modo la mia sicurezza.
Adesso parlo al passato perché con la riforma della Buona Scuola (?) non so davvero cosa mi accadrà l’anno prossimo.
Si dice che diventeremo di ruolo, ma non per insegnare, non per avere una cattedra; diventeremo di ruolo e saremo assegnati in una scuola (chissà dove in Italia) dove saremo i supplenti dei colleghi assenti o dove faremo corsi di recupero il pomeriggio o di sostegno scolastico per i ragazzi rimasti indietro. Oppure faremo le fotocopie per gli altri colleghi e i tappabuchi in caso di emergenza.
Ma io non voglio fare l’insegnante in questo modo.
Io voglio avere le mie classi, la mia scuola, la mia materia, i miei ragazzi. Voglio affezionarmi ad ognuno di loro, conoscere le loro famiglie, le loro storie, spiegare la mia materia e fare in modo di fare appassionare i ragazzi alla scuola, cercare di incuriosirli e di farli crescere assieme a me.
In questi mesi di proposte di legge, di decreti promessi e ritirati, di consultazioni on line, di assemblee sindacali, di discussioni, di scioperi, di manifestazioni, di ddl, di attese e di campagne elettorali, mi sono spesso chiesta il perché di tutto questo.
10985422_10205977656296380_3073851002801417706_nE’ necessario avere dei presidi padroni che scelgono i prof in base a criteri non ancora chiari per riformare davvero la scuola? Non si verrebbe a creare un nuovo mondo di clientele e favoritismi, di corrotti e corruttori?  Chi mi assicura la qualità del docente? Come si può valutare oggettivamente l’insegnamento?
Non trovo risposte alle mie domande. Solo altri dubbi e altre domande.
Vorrei tanto che questi dubbi sfiorassero anche solo appena la mente di chi ci governa e che il Ministro dell’Istruzione fosse qualcuno che sia stato insegnante almeno per qualche anno.
Così avrebbe la percezione anche minima di cosa significhi essere insegnante nelle scuole di periferia o nelle scuole professionali dove spesso arrivano i ragazzi della strada, con alle spalle famiglie a volte inconsistenti, in cui prima di insegnare la materia devi sperare di riuscire a ottenere un po’ di silenzio o di attenzione e ti accontenti se per un’ora non succede niente di male.
Se il ministro fosse stata un’insegnante, saprebbe che ci sono colleghi che magari non fanno granché, ma anche che ci sono insegnanti (anche precari) che fanno le fotocopie a loro spese, che passano ore davanti al pc a fare ricerche, a studiare, a creare tracce, o a correggere compiti; che si chiedono come fare per entrare in sintonia con i propri studenti e che si alzano la mattina alle 4 o alle 5 per raggiungere il posto di lavoro e comunque sono contenti.
Perché se il ministro fosse stato insegnante, allora non si sarebbe nemmeno sognata una riforma così; se fosse stata costretta a promuoverla dalle esigenze dell’economia e delle finanze, del tesoro e delle imprese, almeno non avrebbe pubblicizzato i finanziamenti alle scuole paritarie dove non sempre la qualità e il rispetto dei diritti viene garantito.
Cosa accadrà da settembre? Non ci voglio pensare.
Per ora continuo a fare il mio dovere, continuo ad alzarmi presto la mattina, a prendere il treno, a firmare le circolari, a obbedire alla preside, a confrontarmi con i miei 90 ragazzi, a sperare assieme a loro che un futuro diverso è possibile, a lottare quando è necessario, ad affermare, come diceva Calamandrei, che “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere”.
Ma una scuola giusta, una scuola vera, la scuola dei ragazzi e dei docenti, delle famiglie e dei collaboratori scolastici, non una scuola dei presidi, dei ministri e dei presidenti del consiglio autoeletti, delle imprese e dei politici con il vitalizio assicurato, dei baroni universitari e dei raccomandati.

Carmela