Sono un’insegnante, un’insegnante precaria, da 9 anni.
Non vivevo male il mio precariato, anzi! Ogni anno ho cambiato scuola, ho conosciuto tante città diverse e tanti ragazzi e colleghi diversi. Alcune volte sono anche tornata in scuole già conosciute e ho trovato colleghi nuovi e vecchi e situazioni diverse nelle quali mi sono sempre inserita bene. Perché mi piace il mio lavoro e il mio precariato annuale era in un certo qual modo la mia sicurezza.
Adesso parlo al passato perché con la riforma della Buona Scuola (?) non so davvero cosa mi accadrà l’anno prossimo.
Si dice che diventeremo di ruolo, ma non per insegnare, non per avere una cattedra; diventeremo di ruolo e saremo assegnati in una scuola (chissà dove in Italia) dove saremo i supplenti dei colleghi assenti o dove faremo corsi di recupero il pomeriggio o di sostegno scolastico per i ragazzi rimasti indietro. Oppure faremo le fotocopie per gli altri colleghi e i tappabuchi in caso di emergenza.
Ma io non voglio fare l’insegnante in questo modo.
Io voglio avere le mie classi, la mia scuola, la mia materia, i miei ragazzi. Voglio affezionarmi ad ognuno di loro, conoscere le loro famiglie, le loro storie, spiegare la mia materia e fare in modo di fare appassionare i ragazzi alla scuola, cercare di incuriosirli e di farli crescere assieme a me.
In questi mesi di proposte di legge, di decreti promessi e ritirati, di consultazioni on line, di assemblee sindacali, di discussioni, di scioperi, di manifestazioni, di ddl, di attese e di campagne elettorali, mi sono spesso chiesta il perché di tutto questo.
E’ necessario avere dei presidi padroni che scelgono i prof in base a criteri non ancora chiari per riformare davvero la scuola? Non si verrebbe a creare un nuovo mondo di clientele e favoritismi, di corrotti e corruttori? Chi mi assicura la qualità del docente? Come si può valutare oggettivamente l’insegnamento?
Non trovo risposte alle mie domande. Solo altri dubbi e altre domande.
Vorrei tanto che questi dubbi sfiorassero anche solo appena la mente di chi ci governa e che il Ministro dell’Istruzione fosse qualcuno che sia stato insegnante almeno per qualche anno.
Così avrebbe la percezione anche minima di cosa significhi essere insegnante nelle scuole di periferia o nelle scuole professionali dove spesso arrivano i ragazzi della strada, con alle spalle famiglie a volte inconsistenti, in cui prima di insegnare la materia devi sperare di riuscire a ottenere un po’ di silenzio o di attenzione e ti accontenti se per un’ora non succede niente di male.
Se il ministro fosse stata un’insegnante, saprebbe che ci sono colleghi che magari non fanno granché, ma anche che ci sono insegnanti (anche precari) che fanno le fotocopie a loro spese, che passano ore davanti al pc a fare ricerche, a studiare, a creare tracce, o a correggere compiti; che si chiedono come fare per entrare in sintonia con i propri studenti e che si alzano la mattina alle 4 o alle 5 per raggiungere il posto di lavoro e comunque sono contenti.
Perché se il ministro fosse stato insegnante, allora non si sarebbe nemmeno sognata una riforma così; se fosse stata costretta a promuoverla dalle esigenze dell’economia e delle finanze, del tesoro e delle imprese, almeno non avrebbe pubblicizzato i finanziamenti alle scuole paritarie dove non sempre la qualità e il rispetto dei diritti viene garantito.
Cosa accadrà da settembre? Non ci voglio pensare.
Per ora continuo a fare il mio dovere, continuo ad alzarmi presto la mattina, a prendere il treno, a firmare le circolari, a obbedire alla preside, a confrontarmi con i miei 90 ragazzi, a sperare assieme a loro che un futuro diverso è possibile, a lottare quando è necessario, ad affermare, come diceva Calamandrei, che “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere”.
Ma una scuola giusta, una scuola vera, la scuola dei ragazzi e dei docenti, delle famiglie e dei collaboratori scolastici, non una scuola dei presidi, dei ministri e dei presidenti del consiglio autoeletti, delle imprese e dei politici con il vitalizio assicurato, dei baroni universitari e dei raccomandati.
Carmela