Orrore al bar

Image for Di tanto in tanto la Rossa e le sue amiche sentono il bisogno di regalarsi una serata fuori e passano al bar. Questi passaggi della Rossa e delle sue amiche sono contrassegnati da una nota tematica ben precisa a colorare il tutto, e questa nota tematica ben precisa è “Oh (sospiro) gli uomini, che mascalzoni!”*.

Le ho soprannominate serate endometrio.
Gli uomini frequentati dalla rossa e dalle sue amiche sembrano tutti dei replicanti di quelli che popolano le canzoni, che so…di Mia Martini e della sua scostumata sorella.
Al termine di una serata endometrio, sempre, due domande affiorano alla mia mente come pupazzi a molla:
1- sono forse io stata infinitamente fortunata nella mia vita in fatto di uomini (“oh (sospiro) che mascalzoni!”)?
2- sono io stata invece incredibilmente scaltra e indicibilmente astuta e sono quindi riuscita a scovare e neutralizzare gli infami prima che s’infilassero tra le mie lenzuola (o comunque immediatamente dopo o – ma questo solo in casi di inettitudine conclamata o di mie occasionali abilità divinatorie – praticamente durante)?
Propendo per la seconda ipotesi. Con un certo rammarico, devo ammettere: lavoro in un bar e “una barista senza aneddoti coi culi e le zozzerie è come un cielo senza tette”, come dice il mio pigmalione Max.
Comunque ho il sospetto che con la hybris di questi  miei pensieri dovrò fare i conti prima o poi: con ogni probabilità verrò lasciata, sulla china dei 38, accidentalmente incinta di due gemelli – ovviamente maschi, oh che mascalzoni! – da un uomo che fuggirà con una barista diciannovenne particolarmente gnocca.
Che mascalzone!

Forse a causa dell’emozionante serata endometrio con la rossa e le sue amiche, forse per via del raffreddore, alle quattro di notte ero ancora sveglia e in grado di tradurre la versione di greco di tale Epitteto che tanto mi fece penare durante la maturità nel 2001.
Arrivavo dunque sul luogo di lavoro ad un orario imbarazzantemente tardo, e trovavo già Max ad aspettarmi. Max è il mio pigmalione, come ho già detto. E’ anche il padrone del bar ma non ci lavora: ci lavoro io, Max ci sta solo seduto dentro. Max sembra Obelix.
Max mi viene incontro sbracciandosi come un mulino a vento, io smoccico e gocciolo in terra con l’ombrello: sfoggio in testa il manifesto programmatico dell’anarchia tricologica e ho importanti difficoltà a comprendere le ragioni dell’entusiasmo scatenato dal mio arrivo.

– Ti ho sognata! Stanotte ti ho sognata
– Davvero?
– Sì, eri una vampira!
– Minchia!
– Io avevo un’emorragia nasale irrefrenabile, tu fingevi di volermi aiutare e quando facevi questo eri tu tu, tu come sei sempre
– ah…
– Ma poi ti trasformavi, ti attaccavi al mio naso e mi vampirizzavi
– Che orrore, sono una sfigata: succhio il sangue dal naso alla gente, sono la vergogna dei non-morti
– No ma guarda che non era così schifoso, anzi…
– Max, dimmi una cosa: ero figa?
– cazzo…
– Veramente?
– Una bomba
– che bello…
– Non hai idea…
– …
– …
– Buongiorno Max, vado a lavorare. Se sanguini non chiamarmi o mi viene l’ansia da prestazione.

* Gli uomini, che mascalzoni! di Mario Camerini (Italia, 1932)

 

Continuità – la fuga a Las Vegas della segretaria di edizione

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‘Continuità’ è la parola chiave di uno dei lavori del cinema, quelli così indispensabili da essere invisibili. Anzi, se fai la segretaria di edizione, quanto più  invisibile è il tuo lavoro tanto  più lo hai fatto bene. Continuità vuol dire che se il pistolero cavalca con la sua sigaretta manufatta che gli penzola dal lato destro della bocca e poi ci dimentichiamo di lui e inquadriamo una carica di indiani che lui aveva creduto di aver fatto precipitare in un dirupo e che invece sono più vivi che mai e vogliono (giustamente, per altro) fare polpette di lui, quando lo inquadriamo di nuovo – magari in primissimo piano, magari considerevolmente sorpreso – è dallo stesso angolo destro di bocca spalancata che deve tremolare leggermente la sua sigaretta. Non si cambia posizione della sigaretta, se sei fuori campo. Non scompaiono bicchieri, nè compaiono: non si prende a bere e non si smette di bere da fuori campo. Non ci si slacciano o allacciano bottoni.  Se sei fuori campo devi stare fermo, oppure la gente si confonde e ti confondi pure tu.
‘Campo’ è quello che si vede.
Nell’ultimo anno, io ho campato fuori campo. Fuori da qualsiasi campo, se escludiamo i campi di una certa dimenticata provincia padana che ho frequentato piuttosto – e sempre più – spesso. Ogni tanto ricomparivo e c’era un cambiamento, piccolo, prevedibile magari, ma sensibile. E il pubblico è rimasto spiazzato e, devo dire, anche io.
Un notevole errore di continuità.
Ora, quando la segretaria di edizione lascia il set di soppiatto per andare a Las Vegas a sposare il capo elettricista, tutti cercano di fare un po’ meglio che possono ma in fondo ognuno fa meglio che può a modo suo. E gli oggetti di scena cambiano posto, scompaiono e riappaiono quando qualcuno decide di spostarli. E nessuno si accorge se la battuta da dire è proprio quella, oppure se ne è stata saltata una e l’attore si ritrova improvvisamente con un gelato in mano senza che sia mai stato inquadrato nemmeno un gelataio, nè gli sia stata proposta la prospettiva di mangiare un gelato, nè che abbia potuto egli stesso manifestare la volontà di far mangiare un gelato al suo personaggio, e figuriamoci se ha potuto dire qualcosa in merito ai gusti, o se voleva su la panna o no.
Insomma, ti trovi su un set dove tutto è cambiato, tutti hanno fatto a modo loro, nessuno ha detto dove mettere le cose, nessuno si è occupato che le battute avessero un senso. La continuità è andata a farsi benedire – da qualche parte a Las Vegas, insieme alla segretaria di edizione, dunque presumibilmente il benedicente è Elvis o chi per lui – e niente, niente, proprio niente è mai andato meglio di così.
Solo che così è molto più complicato.

Suvvia

Nell’inverno del 2001 uscì nelle sale L’Ultimo bacio, io non andai al cinema a vederlo perché non subivo il fascino di Accorsi in quanto – ora come allora – sono fermamente convinta che uno e uno soltanto in una coppia debba poter detenere l’esclusiva sulla produzione dei suoni ad alta frequenza, degli sbalzi d’umore, delle paure delle ipocondrie e dei fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Tuttavia, durante le vacanze di natale dell’anno successivo, il capolavoro veniva dato su Tele+ e io e la mia amica Lavinia lo guardavamo. Poiché la programmazione di Tele+ non era così strabiliante, e nemmeno la vita nel capoluogo isolano lo era, durante quelle due settimane di vacanza lo guardammo spesso. Il film, per chi fosse uscito dal bunker ieri l’altro dopo esservi entrato nel 1962, parla fondamentalmente di alcuni trentenni che in maniera variegata e fantasiosa rispondono alle sollecitazioni provenienti dall’ingresso nell’età adulta.
“Noi non saremo così”
“Credi che sia il caso di stipendiare un killer per controllare ogni anno la mia estraneità a questo affresco e che possa freddarmi, in caso contrario?”
“No, perché noi non saremo così”
“Vuoi essere tu il mio killer?”
Noi non siamo così, in effetti. Nè io nè Lavinia, nè tutti quelli che nel 2001 avevano diciotto anni o anche venti e hanno pensato di assoldare un monitoratore killer.
Ci siamo portati sfiga.
Secondo me c’erano degli adolescenti che negli anni Trenta sono andati a vedere Gli uomini che mascalzoni… e hanno detto “Santo Iddio, no, no e poi ancora no”, e infatti all’età di Mariuccia e Bruno non saltavano su e giù tra taxi e profumerie milanesi ma erano o a sparare in montagna, o a sparare a quelli in montagna, o morti.
A noi è andata un po’ meglio, in fondo: siamo solo forzatamente esclusi dalla trama ideale per una commediola altoborghese ma, insomma, suvvia.

Resta il non sapere come sarebbe stato essere liberi di non avere:
– una macchina
– un futuro marito pubblicitario strapagato
– amici con figli che suggeriscano al futuro marito che fare da sputacchiera a un lama è una prospettiva di vita migliore della paternità
– la voglia di maternità
– un mutuo col quale comprare una casa più grande in modo tale da ammorbare il futuro marito pubblicitario strapagato a tal punto da fornirgli un’inattaccabile ragione per andare con Martina Stella
-un’altra macchina che il futuro marito pubblicitario strapagato può sfasciare per dare un tocco di drammaticità rocambolesca al banale tradimento con Martina Stella
– così tanto da perdere da tenersi il futuro maritomerda e cornificarlo in seguito

Ad oggi

Avevo visto, ad oggi, una persona che sta morendo, una pesona morta ed un animale morto. Quest’ultimo era un coniglio che – credo intorno al 1989 – presi in braccio e cullai da un banco selvaggina refrigerata in un ipermegasuperpantastore di surgelati nel quale venni portata e incautamente lasciata incustodita. Oggi, per la prima volta nella mia vita, ho visto una persona licenziata. Anzi due, facciamo tre, se cogliete la dotta citazione. La prima era un tempo determinato che pesa molto in termini fiscali, dicono, e si trova nella scomoda posizione di essere sia più costoso di un co.co.lcazzo (un co.co.lcazzo costa un cazzo, da qui il nome) sia più facilmente licenziabile di un tempo indeterminato. La seconda e la terza erano due co.co.lcazzo che si sono autonomamente eliminate dal gioco dopo aver rifiutato la vincita di euro 600 mensili per (Vediamo…sei per otto fa quarantotto – viva l’asino col cappotto/il cappotto non c’è più/viva l’asino che sei tu – quarantotto per quattro fa centonovantadue) centonovantadue ore mensili di lavoro sei giorni a settimana otto ore al giorno quattro settimane su quattro, il tutto allo stellare costo di mirabolanti euro 3 e 12 centesimi per ora.

Tutte queste persone, come da modi verbali non a caso utilizzati, sono – erano – il loro lavoro: per questo sono riuscite a tenerselo così a lungo, pur conoscendone le condizioni. Anzi, per questo lui ha tenuto loro, nonostante tutto.

Io, di mio,  ho capito che tentare di compiacere sessualmente,  ricattare moralmente, lavore come otto zii tom facendosi il culo a capanna – da qui il titolo del celebre romanzo – per ottenere “almeno” un tempo determinato: non è una buona strategia.

Acidità(-tattà-tattà-ttattà-tattà, uè!)

DIstrazione

La mia amica G, da pochissimo, si è trasferita nella casa che ha comprato con il suo innamorato. Si è pacsata nel civile Lussemburgo ed è appena andata a vivere nella grande Germania immune da ogni crisi economica. Sabato scorso G ha ricevuto un anello di fidanzamento con brillante, la foto del quale mi è stata recapitata in formato .jpg, allegata a un’ email. Dopo aver partecipato le mie felicitazioni, venivo informata da G delle sue intenzioni per il futuro le quali non prevedono, per il momento, il matrimonio bensì l’interruzione immediata di pillola anticoncezionale fino a nuovo ordine. Ho idea che questo nuovo ordine avrà un sesso e un codice fiscale.

Quando ho raccontato questa cosa ad un’altra amica, questa ha sgranato gli occhi: ma come – mi diceva, incredula – e tu non hai cercato di distoglierla da questo proposito folle e pazzo e incosciente ed egoista? Un altro infelice cagone urlante? Un’altra nullità a piede libero? Lì per lì ho abbozzato un democratico e qualunquista ‘mah, se lei è felice così…’. Poi ho riflettuto. Quando G mi ha detto questa cosa, la prima cosa che ho provato è stata un non meglio identificato sentimento di contentezza. E, quando e se mai mi dirà che c’è un tizio di là da formare lì nel suo utero, io so bene che dopo un attimo di iniziale sgomento, superata la crisi respiratoria, guarderò i voli per ‘tra dieci mesi’ per portare i miei omaggi al suo microbo cagone tutto nuovo e probabilmente penserò che sarà adorabile. Perché io penso, anzi sono certa,  che G sarà una mamma bravissima e – salvo complicazioni tipo psicopatologie gravi o inettitudine genitoriale a livelli di virtuosismo come in quel libro lì – anche il suo nuovo essere umano self-made farà del suo meglio per non fare schifo. Magari non ci riuscirà, ma sono certa che avrà buona volontà in questo tentativo.

In effetti io non ho proprio niente contro i bambini, ho pensato: a me i bambini piacciono, a dire il vero. Mi fanno schifo le persone però, o la schiacciante maggioranza di esse. Del resto, la strettissima minoranza che non mi fa schifo non ha – ha scelto di non avere –  figli per il 100% del suo ammontare. Di conseguenza, a me fanno schifo la quasi totalità delle persone ed il 100% dei genitori. Tuttavia, ripeto, niente contro i figli: niente di niente. Il motivo per cui io stessa non procreo non ha a che fare con le circonstanze, la motivazione è  invece data dall’unione dei due schifi:1) sarei una madre di merda e 2) detesto -detestodetestodetesto- l’idea che il frutto del mio seno (e soprattutto e delle mie smagliature) debba trovarsi ad interagire con merda altro da sè (e soprattutto altro da me, e qui c’è la madredimerda) con la quale non ha esplicitamente scelto di trovarsi ad interagire.

Questa consapevolezza cova dentro di me dalla vaffancùlontana estate del 1999,  quando io e la mia allora amica Silvia andavamo a correre sulla spiaggia al tramonto. Al tramonto, le spiagge panormite si popolano di esemplari pasoliniani nei quali solo Pasolini stesso poteva trovare altro che una macchina mangia&caga attiva h 24. Dopo la corsa, io e Silvia facevamo degli esercizi di allungamento e rassodamento – ah, le illusioni della giovinezza – uno dei quali esercizi prevedeva una posa che, con rispetto parlando, mi sento di definire “a pecora”. Non avendo ancora gli strumenti – spero, ma senza convinzione – per poter indulgere in atti marcatamente osceni, un piccolo esemplare pasoliniano di meno di dieci anni e un piccolo gregge di suoi coetanei si staccavano dal gruppo e, dopo aver poggiato entrambe le mani sulle chiappe di Silvia, la spingevano. Nel giro di meno di sessanta secondi dal mio adolescente rimprovero nei confronti della muta di minuscole merde, due madri pasoliniane venivano a redarguire non già la propria disgraziata prole bensì me e Silvia. Sul come e sul cosa ci è stato detto, tornerò in un battibaleno.

Per il momento mi preme dire che  ci penso, ogni tanto, a quella muta di incolpevoli bifolchi di 130 centimetri. E penso alla reazione dei due uteri con la femmina intorno. Ci penso quando nessuno fa il lavoro per il quale viene pagato e non solo non prova alcun senso di colpa per questo ma si lamenta quando viene licenziato. Quando apparentemente non si è in grado di rispettare segnali assolutamente inequivocabili come inequivocabili sono i segnali stradali di obbligo e divieto, studiati appositamente per essere compresi anche dagli appena o persino dai non civilizzati. Quando si sorvola sul fatto innegabile che alcune nostre decisioni personali pesano sulla malandata società nella quale viviamo, eppure si pretende che in un momento del genere questa stessa società si faccia carico del peso delle decisioni personali di cui sopra, come se tutto questo fosse dovuto, e si grida allo scandalo se ciò non avviene. Quando non percepisce alcun tipo di responsabilità nel proprio agire, in breve.

Quello che le due madri pasoliniane, una delle quali con in collo un lattante di forse due mesi, ci hanno detto è che non dovevamo azzardarci a lamentarci nè a rimproverare il frutto del loro seno (secondo forse solo a quello della balia di Ercole) e del traforo (secondo forse solo a quello del Frejus) che portavano in mezzo alle gambe: perché se si va a correre dove ci sono bambini, a un orario durante il quale ci sono bambini, beh i bambini fanno queste cose e non ci si può lamentare. La citazione, dopo i due punti, è interamente testuale tranne il ‘beh’, perché lo sanno tutti che le vacche non fanno ‘beh’ ma ‘muuuuh’.

Incrociami tutta

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Walter mi dice spesso che sono completamente deficiente, visto che mi sveglio tutte le mattine e vado lì a lavorare. Che dovrei icrociare le braccia.

Walter entra nella mia stanza, mi guarda lavorare in silenzio per qualche minuto, mi sbircia lo schermo del computer ed esce lentamente mugugnando che sono cretina. Che dovrei incrociare le braccia.

Walter mi chiede spesso se e quanto e quando mi pagano, io gli rispondo con sincerità, lui mi risponde che sono cretina e che dovrei incrociare le braccia.

Walter mi fa notare  che il mio lavoro fa schifo, io gli dico che non è così, che a me piace e che probabilmente presto ci saranno cose più interessanti da fare. Lui dice “se, seee…” ed esce lentamente dalla stanza.

L’altra cosa che dice spesso, oltre alla storia delle braccia, è che quelli che fanno come me sono pericolosi oltre che stupidi, chi non si ribella è pericoloso, ribellarsi è un dovere a questo punto della storia e chi fa come me non è nulla di diverso da un krumiro. Che oltretutto come biscotto fa schifo, aggiungo io.

Ora, considerato che Walter  è fisicamente incapace di incrociare le braccia, dal momento che è praticamente tetraplegico dalla nascita, mi sovviene il dubbio che l’unico modo per potersi permettere l’intransigenza sia la disabilità totale.

A parte questo, ieri mi sono allontanata per circa 5 secondi dall’unica stanza dotata di balcone e al mio ritorno ho trovato questo batuffolo di pelo: è chiaramente un segno lasciato per me dal fortunadrago Falkor, di stare pronta che sta venendo a prendermi. Io lo aspetto, che qua è un brutto mondo.

Pelo di Falkor

Olivia

Olivia è stata la prima coinquilina della mia vita amsterdamese. Olivia non è amsterdamese, è nata e cresciuta in una piccola provincia della campagna ungherese e, prima di vedere Amsterdam e Parigi, aveva visto solo Budapest due volte. La prima volta che ho visto Olivia, lei stava parlando su skype col fratello ed era il primo pomeriggio di un sabato dei primi di settembre di quattro anni fa. Mi aveva aperto la porta il nostro comune coinquilino uruguayano il quale, strizzato in parte di quello che avrebbe dovuto essere un completino in latex, mi chiedeva se avevo voglia di unirmi a loro quella sera per un super party sadomaso in un parco non meglio identificato della città. Dopo aver declinato l’invito in quanto sprovvista di armamentario atto a rispettare il dresscode, mi accingevo a disfare la valigia.

Olivia continuava a parlare animatamente col fratello su un computer installato sulla scrivania della stanza tripla che dividevamo, nel frattempo mangiava un gigantesco piattone di verdure che mandavano un odore molto speziato e dentro quelle verdure c’era una montagna di riso. Olivia le mangiava con cucchiaio e forchetta alla maniera che, avrei imparato in seguito, era quella degli olandesi: la forchetta serve a spingere il cibo sul cucchiaio. Se non hai la forchetta va benissimo usare il coltello: tanto non taglia uguale. In quel momento, mentre disfavo la valigia nel piccolo loculo a me assegnato nel dormitorio a tre letti, alcuni pensieri attraversavano la mia mente in maniera piuttosto netta. Uno era che non ce l’avrei mai fatta e non avrei trovato la cineteca, e non avrei portato a termine le mie ricerche,  e poi sarei morta e nessuno mi avrebbe trovata perché sarei finita in un canale e i gabbiani avrebbero fatto scempio di quel che restava di me. Il secondo pensiero era che mi mancava tremendamente il mio innamorato, dal quale stavo comunque cercando di fuggire ma ancora non l’avevo capito (ognuno fugge come può). Poi ne avevo altri minoritari, di pensieri, che comunque erano abbastanza netti e uno diceva “sei ad Amsterdam e non hai idea di come si rolli una canna, non sapresti neanche ordinare l’erba giusta e non sai far squagliare il fumo”. Per quel sabato e durante la domenica successiva, io e Olivia non ci considerammo quasi per niente. L’unica cosa che non potevo fare a meno di notare erano i suoi lunghissimi capelli rossi nè ricci nè lisci e il suo viso identico a quello di Geraldine Chaplin.

Non ricordo quando parlammo la prima volta, credo la settimana successiva: si era interrotta la connessione ad internet ed entrambe, una volta a casa, non avevamo la possibilità di metterci in contatto con nostro vecchio mondo che avevamo lasciato pensando di essere più cazzute di quanto in realtà non fossimo. Più o meno come Elliot Reed in “Scrubs” che declina l’invito della potenziale amica psicologa Molly Clock perchè “Mi spiace non posso, stasera devo cercare amici su internet!”. Scoprii così che Olivia faceva una specie di accademia delle arti performative, studiava per diventare ballerina o coreografa. La scuola durava quattro anni, Olivia aveva cominciato da un mese ed aveva 21 anni: le mancava casa da morire, doveva farcela a stare lontana e aveva il dovere di essere brava. Naturalmente  era certa che non ce l’avrebbe fatta a fare neanche parte di queste cose, nonostante farcela fosse obbligatorio. C’era un motivo in particolare per il quale farcela era un obbligo vero e proprio,  un obbligo che nessuno le rinfacciava ma che lei sentiva molto, e cioè che suo padre marionettista – succede, nella vita – vedovo da molti anni – succede anche questo, nella vita – aveva fatto dei debiti per permetterle di frequentare la scuola che voleva e suo fratello maggiore virtuoso della chitarra – succede persino questo, nella vita – aveva rinunciato a partire subito per gli Stati Uniti per aiutare suo padre a pagare i debiti prima possibile.

Io ed Olivia passammo molte ore nel cortiletto interno su sui si affacciava la nostra cucina, sedute su due sedie a metà tra dentro e fuori: lei rollava, io chiacchieravo in un inglese all’epoca pessimo ma che per Olivia sembrava piovuto dalle più scintillanti accademie della perfida albione, fumavamo insieme, bevevamo del vino cileno schifoso col tappo che si svitava come quello della cocacola, poi ci dicevamo buonanotte nei nostri letti separati da una tenda nera, lei dormiva e io guardavo serie tv fino alle tre di notte. Ogni tanto Olivia era triste e le mancava casa e allora piangeva su skype col fratello. Ogni tanto io litigavo al telefono pubblico col mio innamorato e Olivia mi passava una canna. Una volta abbiamo litigato moltissimo, Olivia non era in casa, quando è tornata io avevo tutti i segni della battaglia e puzzavo di telefono pubblico misto a urina mista a telefono pubblico. Quella seria Olivia mi insegno come si rolla una canna.

Un giorno in autunno, a scuola le hanno chiesto di preparare una performance di un minuto su un regista che le piaceva, aveva scelto lynch perché in quelle settimane la sera guardavamo spesso i suoi film in dvd. Aveva avuto la brillante idea di cominciare la sua performance indossando tutti i vestiti che possedeva, contemporaneamente, portando una sedia in spalla e trascinando un animale di pezza. Finita la performance, l’insegnante aveva chiesto agli altri studenti “cosa vi sembra che Olivia abbia rappresentato ?” e molti di loro hanno risposto “Un clochard”. Olivia ha pianto per un paio di giorni su skype, ha detto più volte di voler mollare tutto. Io ho dubitato altrettante volte della mia abilità come divulgatrice della cultura cinematografica.  Grazie al cielo uno di quei giorni era il suo compleanno e io le ho regalato una teglia di lasagne che abbiamo cucinato insieme, visto che voleva che le insegnassi a farlo.  Quando io sono partita all’inizio dell’inverno, prima di Natale, le ho lasciato un piccolo mostro di pezza nel suo scomparto della credenza e lei l’ha chiamato “happy”.

Olivia non ha lasciato la scuola, ha diretto lei da sola due spettacoli e oggi si è diplomata. Non so cosa farà, non ci sentiamo da tanto tempo. Non so se cucini ancora le lasagne. Io ora so rollare le canne.

4 mesi

In effetti avevo minacciato aggiornamenti, a ben rileggere, ma non era proprio possibile. Toccherà fare un rapido sommario, come quei montaggi con la musica sotto, molto film americano di formazione. Come quel film in cui il protagonista passa dall’essere tetraplegico all’essere ammesso alla Julliard School, dall’essre un paria della società simile ad un pachiderma con problemi di flatulenza  al pesare 40 kg con le scarpe addosso e al possedere dunque un manipolo di adoratori fanatici e sbavanti,  il tutto omettendo signorilmente tutto ciò che ha a che fare con magliette sudate da lavare, dita sanguinanti, crampi della fame et c.

E mi sembra che non ci sia modo migliore per.

GENNAIO: Dopo svariate gite in banca, dopo un numero di firme bastevoli ad assicurarmi una sindrome del tunnel carpale a vita, dopo sedute dal notaio che se egli fosse stato anche psicoterapista ora non sarei qui a funestare la giornata a voi, entravo in possesso di un tetto di mattoni. Miei, sia i mattoni, sia il tetto. Questo non prima di aver trascorso due ore in allegra contrattazione con una quarantenne termolana o termolese o termolosa, sicuramente termo-idiota in quanto non abilitata all’uso della parola, ed in compagnia soprattutto del suo vecchio zio pugliese, uomo volgarissimo e facente veci di padre (defunto) di lei. Costui (lo zio pugliese, non il padre defunto o almeno non che io sappia) era invece estremamente abile sia nella favella sia nella contrattazione. La spuntavo, tutt’ora non mi spiego come: dev’essere per via della crisi, dicono gli analisti, lo direbbe anche il mio se ne avessi uno, invece ho solo un notaio. Allo scopo di mettere qualcosa sotto detto tetto di mattoni, entrambe le quali cose io ormai possedevo – come abbiamo precedentemente detto – vincevo una gita da Ikea con la mia famiglia al gran completo. Solo la decisione di non sciogliere le goccine della calma nell’aranciata paterna, ma di assumerle a mia volta, ha evitato l’irreparabile: le goccine fanno reazioni bizzarre con le pillole per il cuore, dicono. Comunque c’è mancato poco. Sempre per lo scopo di cui sopra, veniva assoldata una squadra di manovali d’altri tempi, capitanata da Franco l’idraulico: avrebbero cominciato a lavorare mercoledì 1 febbraio.

FEBBRAIO: Come alcuni di voi ricorderanno, affezionati lettori del brumoso nord pianurapadano, il 1 febbraio cominciava – per nulla lenta ma assolutamente inesorabile – quella che in molti avrebbero definito “la nevicata del secolo”. Io, da parte mia, cominciavo a) un pendolarismo a scopo lavorativo che mi avrebbe portata, per le successive due settimane, a trascorrere una media di tre ore giornaliere su treni fermi a stazioni non riscaldate b) I lavori sotto il mio tetto di mattoni. Franco, detto ‘il prode’ e i suoi uomini detti ‘gli indomiti’ sfidavano la tormenta e rifacevano il mio impianto elettrico, sbeffeggiavano il gelo montando sanitari e allacciando tubi. Lunedì 6 febbraio la neve non spalata nel cortile della Cineteca di Bologna arrivava esattamente all’altezza delle mie chiappe. Le mie chiappe si distaccano dal suolo di circa 80 cm. Fuori dal cortile della Cineteca, con la sua 4X4, il prode Franco aspettava me e le mie chiappe per portarci fino a quel di Osteria Grande, ridente località nella quale io avrei trovato di che piastrellare e Franco avrebbe trovato di che guardare:  la detentrice del piastrellificio avrebbe potuto infatti, molto più che serenamente, controfigurare come sosia della Tabachéra di amarcordiana memoria. Sulla via del ritorno, sulla 4X4, Franco mi avrebbe intrattenuta con un trattatello sull’utilità del tradimento coniugale come unica via per preservare il sacro vincolo del matrimonio.

MARZO: A bordo di un camion bastevole a contenere la mia intera casa più il di essa mobilio – recentemente acquistato da ikea grazie a n° 3 gite a Casalecchio, n° X attacchi d’ansia ed ennemilioni di neuroni scappati via per sempre da me – traslocavo, coadiuvata da Zamir detto ‘l’inaffondabile’ e suo nipote detto ‘il cinno albanese oversize’. Sperimentavo le gioie della vita bolognese in Bolognina, la delizia di vivere tra chinatown e il vecchio quartiere operaio, la scuola elementare sotto casa in cui cin ciao lin e ali babà se le danno di santa ragione insieme ai bambini bolognesi ariani, facendoti venire un vomitevole sbocco di fiducia nel futuro. A marzo ci sono stati anche dei saluti da fare, ma cosa lo saluti a fare uno che alla fine da qualche parte, gira che ti rigira, gira vòta e firrìa – come dicono i miei concittadini isolani – sempre qua resta?

APRILE: Non pervenuto, fa caldo fuori stagione e io ho le palle giratissime. Il mio basilico è depresso.

MAGGIO: Il mio basilico si sente meglio ma è affetto da rachitismo, preghiamo tutti per lui affinché tenga botta fino alla conserva di pomodoro di fine estate. Io, dal canto mio, improvvisamente realizzo che essere spiazzati da una cosa normale e bella, dovercisi persino abituare, è una grossa figata.

Traslochi

Il 2012 si sta perniciosamente configurando come l’anno dei traslochi, che culo. Questo è il primo, che culo part. 2. Ci sono alcune cose ancora che non comprendo e che probabilmente vanno ben al di là di quanto la mia scatola cranica non soppalcabile – deriva immobiliare cèl’ho – potrà mai contenere e comprendere. Un breve e non esaustivo elenco:

  • Mesi scorsi: come risucchiarli in anni con menù a tendina e quando clicchi sull’anno ti vien fuori la lista dei mesi relativi al singolo anno? Quella lista lì sterminata dà ansia e fa disordine
  • Commenti: come si fa a far comparire la voce ‘commenti’ nella colonna destra? devo invocare qualcuno? avevo deciso di piantarla  lì con le messe sataniche
  • Font. Come si fa a cambiare font? Odio questo font.

Per il resto è probabile che io possa o farcela da sola o farmene agevolmente una ragione e ciccia, per tutto quanto sopra: ho smesso anche di darla via per gratitudine – è un’iperbole, va bene? non allarmatevi – ma posso esservi grata lo stesso, magari vi dedico una poesiola da appendere sul frigo. Per quanto riguarda il secondo trasloco, esso avverrà nel giro di non troppo, verrete informati su ogni dettaglio, salvo che io decida di affidarmi finalmente a uno psicologo, in quel caso è probabile che ne verrete dispensati. Sappiate solo che vicino la mia nuova residenza c’è una polleria con l’insegna arancione che fa pagare un pollo 15 euros, codesto pollo è morbido e succoso come da descrizione dell’insegna suddetta ma non cammina sebbene privo di testa come il tristemente celebre pollo Mike – Io mi immagino spesso nei panni del padrone del pollo Mike, che smannaia il pollo e questi gli si ripresenta arzillo, camminante e apparentemente abbisognoso di spiegazioni ed egli non solo non si autodefenestra per la paura ma anche ne trae fuori occasione di guadagno: si chiama essere americani –  e non si riproduce per successive altre otto mangiate una volta che stai per finirlo, magari a partire dalla sola ala destra. Avevo un post intelligentissimo da scrivere e anche arguto, s’è perso.

MJC

Donnedududu

Io e G tornavamo insieme a casa dalla quarta ginnasio del Liceo Umberto I di Palermo, sezione B. Tornavamo insieme a casa perché abitavamo a meno di dieci minuti a piedi l’una dall’altra. Erano due canzoni e mezzo, col walkman. Era l’autunno 1996. G era bravissima in latino e greco, io no. Io ero bravissima in italiano e storia dell’arte e basta. Con G ci si sedeva sul muretto fuori dalla strada di casa sua, prima che tornassero i suoi ci voleva anche un’ora e quindi di tempo ce n’era. Questa cosa suona assai decadente, e lo è, ma ‘sticazzi. G faceva danza classica, da sempre, per questo forse era così disciplinata in tutto. La prima volta che mi fece entrare in casa, invece che restare sul muretto, mi fece sedere sul letto e mi fece vedere come si andava sulle punte. In quell’occasione scoprii che le punte delle scarpe da ballerina classica sono rigide e di gesso, quindi andarci è difficile e tutto ma non difficile come stare su con gli alluci e basta, io pensavo stessero sugli alluci e basta: che intorno ci fosse solo morbido raso color pastello e alluci d’acciaio. Invece no, c’è il gesso.
Io ed F studiavamo chimica e latino verso l’anno duemila, ci piaceva il latino, la chimica molto meno. Andavamo malissimo in chimica, in latino eravamo mediocri ma molto appassionate. F aveva quasi tre anni più di me perché era ripetentissima. Io ed F avevamo un dono: lo stesso giorno, senza alcun accordo, alle otto meno dieci del mattino, il mio motorino e la sua fiat panda decidevano di non svoltare l’angolo di via Filippo Parlatore e di tirare invece dritto per via Dante: oggi non è giornata. Io falsificavo la firma paterna sul libretto delle assenze, lei era maggiorenne e dunque emancipata dall’onere della falsificazione. Immancabilmente, ma sempre eh, ci si ritrovava nello stesso posto, per caso. Sempre. F aveva un fidanzato meraviglioso, allora: P. P verso mezzogiorno ci raggiungeca ed io speravo segretamente di trovare un fidanzato come P un giorno. P era incazzoso, cinico, polemico, e adorava F, la adorava proprio, ma non glielo diceva mai epperò tu lo sapevi e anche F lo sapeva. Fose P era quello con le idee meno chiare in merito: deve essersele chiarite quando F l’ha mandato a fare in culo, suppongo.
F non sapeva niente di niente, e le importava solo di essere felice: quando c’era da essere felici, F lo era, era in grado di esserlo.
Chiunque non la pensasse così, chiunque non fosse in grado di fare questa cosa, per F era un cretino.
G sapeva un sacco di cose, e le importava solo di saperne sempre di più perché così sarebbe stata brava e dunque – così pensava – avrebbe fatto il suo dovere e dunque – così le avevano detto – sarebbe stata felice. Chiunque non la pensasse così – me compresa, chiaramente – per G era un paria della società.
G e F si detestavano.
Io G ed F ci siamo scornate, parecchio, poi abbiamo improvvisamente smesso. Ora, da qualche tempo, andiamo a cena.
G ultimamente, quando qualcuno si dilunga sulla propria vita e sui perché e percome e perquanto e perdunque, interrompe poco educatamente e chiede: scusa ma tu sei contento? Perché che cosa stai lì a spiegare, dimmi solo se sei o no contento e piantiamola lì. G ha mollato convintamente la carriera universitaria, è innamorata persa, e dice la parola ‘figlio’ un po’ troppo spesso, il che è abbastanza rischioso se si mettono nello stesso contesto il riflesso pavloviano dell’azione conseguente allo stimolo – in questo caso, assumere alcool in conseguenza dello stimolo uditivo della parola figlio – e il fatto che sono io l’automunita.
F è confusa, come sempre, fa cento cose e tutte con poco senso, ma è ancora convinta di questa storia dell’essere felici.
F ha cambiato calligrafia, G invece scrive ancora come in quarta ginnasio nel 1996 sul diario di lupo alberto.
Strano.
G mi ha regalato un’agendina rosa confetto con una dedica.
F mi ha regalato “Il grande mare dei Sargassi”, che è poi la storia di Berta: la moglie matta e rinchiusa del signor Edward ‘Jane Eyre’ Rochester.
Io ho offerto loro due giri di bere, perché ho recentemente scoperto di non sapere un cazzo – con rispetto parlando – e dunque non sono in grado di regalare nuovi anni da appuntare, nè tantomeno nuovi punti di vista da cui leggere una storia.