Di tanto in tanto la Rossa e le sue amiche sentono il bisogno di regalarsi una serata fuori e passano al bar. Questi passaggi della Rossa e delle sue amiche sono contrassegnati da una nota tematica ben precisa a colorare il tutto, e questa nota tematica ben precisa è “Oh (sospiro) gli uomini, che mascalzoni!”*.
Le ho soprannominate serate endometrio.
Gli uomini frequentati dalla rossa e dalle sue amiche sembrano tutti dei replicanti di quelli che popolano le canzoni, che so…di Mia Martini e della sua scostumata sorella.
Al termine di una serata endometrio, sempre, due domande affiorano alla mia mente come pupazzi a molla:
1- sono forse io stata infinitamente fortunata nella mia vita in fatto di uomini (“oh (sospiro) che mascalzoni!”)?
2- sono io stata invece incredibilmente scaltra e indicibilmente astuta e sono quindi riuscita a scovare e neutralizzare gli infami prima che s’infilassero tra le mie lenzuola (o comunque immediatamente dopo o – ma questo solo in casi di inettitudine conclamata o di mie occasionali abilità divinatorie – praticamente durante)?
Propendo per la seconda ipotesi. Con un certo rammarico, devo ammettere: lavoro in un bar e “una barista senza aneddoti coi culi e le zozzerie è come un cielo senza tette”, come dice il mio pigmalione Max.
Comunque ho il sospetto che con la hybris di questi miei pensieri dovrò fare i conti prima o poi: con ogni probabilità verrò lasciata, sulla china dei 38, accidentalmente incinta di due gemelli – ovviamente maschi, oh che mascalzoni! – da un uomo che fuggirà con una barista diciannovenne particolarmente gnocca.
Che mascalzone!
Forse a causa dell’emozionante serata endometrio con la rossa e le sue amiche, forse per via del raffreddore, alle quattro di notte ero ancora sveglia e in grado di tradurre la versione di greco di tale Epitteto che tanto mi fece penare durante la maturità nel 2001.
Arrivavo dunque sul luogo di lavoro ad un orario imbarazzantemente tardo, e trovavo già Max ad aspettarmi. Max è il mio pigmalione, come ho già detto. E’ anche il padrone del bar ma non ci lavora: ci lavoro io, Max ci sta solo seduto dentro. Max sembra Obelix.
Max mi viene incontro sbracciandosi come un mulino a vento, io smoccico e gocciolo in terra con l’ombrello: sfoggio in testa il manifesto programmatico dell’anarchia tricologica e ho importanti difficoltà a comprendere le ragioni dell’entusiasmo scatenato dal mio arrivo.
– Ti ho sognata! Stanotte ti ho sognata
– Davvero?
– Sì, eri una vampira!
– Minchia!
– Io avevo un’emorragia nasale irrefrenabile, tu fingevi di volermi aiutare e quando facevi questo eri tu tu, tu come sei sempre
– ah…
– Ma poi ti trasformavi, ti attaccavi al mio naso e mi vampirizzavi
– Che orrore, sono una sfigata: succhio il sangue dal naso alla gente, sono la vergogna dei non-morti
– No ma guarda che non era così schifoso, anzi…
– Max, dimmi una cosa: ero figa?
– cazzo…
– Veramente?
– Una bomba
– che bello…
– Non hai idea…
– …
– …
– Buongiorno Max, vado a lavorare. Se sanguini non chiamarmi o mi viene l’ansia da prestazione.
* Gli uomini, che mascalzoni! di Mario Camerini (Italia, 1932)

