Alain prese la notizia meglio di quanto lei si aspettasse. La ascoltò senza fare domande, neppure quando ebbe finito di raccontare.
“E’ innamorato di me, Al. Non mi sarei mai aspettata che qualcuno oltre a Rupert potesse innamorarsi di me. Deve essere un masochista”, concluse Angelica con un sorriso e una risata mesta. “Immagino che chiunque si innamori di me debba essere un masochista”.
Alain rise dietro il suo bicchiere di rum.
“L’hai detto tu, non io. Ma io dubito che lo sia. E anche che sia un sottomesso”.
“Allora perchè fa tutto quello che gli dico di fare?”
“Perchè è un adolescente sessualmente convenzionale che vuole piacerti, tenerti a tutti i costi. Un maschio sottomesso lo fa per desiderio, non per disperazione. E un uomo innamorato di una donna innamorata di un altro uomo è la seconda creatura più disperata del pianeta”.
“Qual è la prima?”
“Un uomo innamorato di un uomo, che a sua volta è innamorato di una donna”.
Angelica rise. Alain no.
“Non sapevo che mi sarei potuta sentire così. Non è che ami Rupert di meno. Mi sento come se avessi un secondo cuore che non sapevo di avere finchè non ho incontrato Axel. Non sapevo che potevo farlo, amare così tanto due persone allo stesso tempo”.
“Benvenuta nel poliamore”. Alain ripose il bicchiere.
“Multiamore, chiamalo come vuoi. E’ comune nel nostro mondo, avere più di un amante. Non intendo amante solo in senso sessuale. Intendo dire amare due persone”.
“Sembra un incubo”.
“Non era Oscar Wilde a dire che ci sono due grandi tragedie nella vita: ottenere quello che si vuole, e non ottenere quello che si vuole? Il poliamore è la tragedia dell’ottenere tutto quello che si vuole allo stesso tempo. Comunque, qualsiasi cosa è meglio della monogamia, oui?”
“Io mi sento… una schifezza”. Nascose la faccia tra le mani prima di alzare lo sguardo verso il basso. “Non posso smettere però. Ogni giorno mi dico d’accordo, oggi rompo con Axel. E ogni giorni non lo faccio. Ieri sera siamo usciti. Abbiamo anche dormito insieme. Non l’avevo mai fatto con nessuno, dormire nello stesso letto. Niente sesso, ma lo volevo. Volevo legare Axel al letto e farmi implorare da lui…”. Espirò dal naso. “Cazzo, l ho detto ad alta voce?”
Alain si limitava a sorridere. “L’hai detto”.
“Scusami”.
“Non scusarti. Nessuno in questa stanza ti può giudicare. Io oggi ho scopato due persone. E probabilmente me ne scoperò altrettante prima che faccia giorno”.
“Questo dovrebbe darmi sentire meno orribile, ma non funziona. Mi fa un po’ ingelosire, però”. Cercò di sorridere.
“Questo dovrebbe farti sentire meno orribile. Lui sapeva che sarebbe accaduto. Direi anzi che voleva che accadesse”.
“Ruepert voleva che mi innamorassi di un altro?”
“Pensi che ti faccia aspettare tanto solo per torturarti?”
“Ehm, sì”.
“Solo in parte”. Alain si appoggiò alla sedia e mise le lunghe gambe munite di stivali sullo schienale del divano, incrociando le caviglie. “La verità è che ti ama. Ed è un professore cattolico. E non può sposarti. E non può darti figli. E non può tenerti per mano mentre attraversi la piazza e baciarti sotto un lampione nella neve, dove ti può vedere tutto il mondo. E se desideri questo, lui vuole che tu lo abbia. Il sesso suggellerà la vostra unione. Passa una notte nel suo letto e non vorrai mai lasciarlo. Se devi liberartene, devi farlo adesso, prima che sia troppo tardi”.
“Li voglio entrambi”.
“Se le professeur lo consentisse, il tuo ragazzo come la vedrebbe?”
Lei scosse la testa. “No. Lo odierebbe. Il primo giorno voleva sapere tutto di Rupert. Adesso fa una smorfia solo se lo nomino”.
“Allora devi fare una scelta. Ma falla subito e falla per bene”.
“Per bene?”
Alain mise il bicchiere sul tavolino e con le dita svelte si sbottonò a camicia bianca. Spostò di lato la stoffa per mostrare una grossa cicatrice che sembrava rimarginata da poco.
“Una ferita da proiettile”, spiegò. “Mi ha quasi ucciso. Non il colpo,però. Il proiettile si è schiantato su una costola. Hanno dovuto estrarre venti frammenti d’argento. Vuoi spare a qualcuno? Abbi la decenza di farlo per bene. Dentro e fuori. Direttamente. Nessuna speranza”.
“Nessuna speranza? E’ una cosa brutale Alain”.
“Dici che è un aspirante scrittore. Fallo a pezzi, allora”. Alain sorseggiò il rum e rise tra sé. “La sua arte senz’altro ne gioverà”.
Comnciò ad abbottonarsi la camicia, ma Angelica lo fermò mettendogli una mano sulla cicatrice. Lui non sembrò sorpreso quando lo toccò. Né sorpreso, né dispiaciuto”.
“Una suora della mia scuola diceva sempre che l’inferno è l’assenza di speranza”, mormorò Angelica, seguendo il bordo indurito della ferita. Non riusciva ad immaginare quanto avesse sofferto Alain, come avesse fatto a sopravvivere ad una ferita del genere. Era bella però, quasta cicatrice. Voleva quasi baciarla.
Alain le coprì la mano con la sua. “Allora la tua suora non ha mai amato qualcuno che non poteva avere. Se ci tieni a questo ragazzo, non dargli speranze”.
Alzò la mano e le percorse il labbro inferiore con il pollice. “Ti conosco, Ange”, dissem con una voce così bassa da attirarla più vicino a sé, tanto vicino che avrebbero potuto baciarsi se uno dei due avesse osato. “So come sei. Non saresti mai felice con un ragazzo come quello. Sarebbe un gioco e giocheresti con lui per poi stancarti del gioco e di lui. Ti serve molto di più di quello che può darti un ragazzo così. Lo so, perchè anche io sono come te”.
La guardò negli occhi ed Angelica ricambiò l’intensità di quello sguardo. Poteva quasi immaginare che le loro labbra si incontrassero…
Avrebbe potuto strappargli la camicia, sbottonargli i pantaloni. Sarebbe stato bello sdraiato sotto di lei, le mani di lei sui polsi, il cazzo infilato dentro di lei che lo cavalcava sul divano.
Aspetta. Ma che cazzo stava pensando?
Angelica si staccò e si mise a sedere sull’estremità opposta del divano rispetto ad Alain. Lui continuava a guardarla, con un sorrisetto sulle labbra come se le avesse letto nel pensiero. Non si preoccupò di riabbottonarsi la camicia.
Alain bevve un altro sorso di rum, poi lo porse a lei. Lei guardò quel liquido denso prima di berne un lungo sorso. Tossì solo quando il liquore le bruciò in gola.
“Sono fottuta”.
“Non ancora. Ma la notte è giovane”.
“Che dovrei fare?”
“Cosa vuoi fare?”
“Scoparmeli entrambi”. Rise con mestizia. “So quello che non voglio fare. Non voglio ferire Axel. Non voglio ferire Rupert”.
“Un bel sogno, ma questa è la vita, il mondo vero. Li ferirai. Loro ti feriranno”.
“Axel.. ha la mia età, lo sai?”
Guardò il rum sul fondo del bicchiere di Alain che aveva in mano. “Studia all’università. Possiamo andare insieme nei posti, farci vedere insieme. Scriviamo entrambi. Abbiamo senso. Almeno per il resto del mondo”.
Alain passò con la punta dl dito sull’orlo bagnato del bicchiere.
“Ange… vorrei che potesi averlo conosciuto quando era adolescente”.
“Com’era?”
“Vecchio. Più vecchio di adesso. Vecchio dentro, come si dice”. Alain ridacchiò ripensando a quello che doveva essere un bel ricordo. “Mon Dieu, non avresti potuto incontrare un ragazzo più arrogante, sdegnoso, altezzoso e pomposo. A scuola lo odiavano tutti, quello stronzo moro. Tutti tranne i professori”.
Angelica scoppiò a ridere. “Me lo immagino perfettamente. Perchè era così cazzone allora?”
“Siamo tutti stronzi da ragazzi. Lo sa Dio, quanto anch’io lo fossi, ma per quanto riguarda lui, credo che fosse la paura. Pensava di essere contaminato da suo padre. Dal passato. Meglio essere odiati che amati. L’amore fa avvicinare le persone. Lui non voleva nessuno vicino. Ora sta meglio. E’ più aperto in termine di affetti. Stare con te…” Alain si interruppe, come se le parole seguenti non volevo uscire. “Stare con te lo rende migliore. Felice. Poco inquieto. Mio dio, è quasi..”Alain scosse la testa”Quasi divertente”.
Pronunciò quella parola con un orrore esagerato.
Angelica rise. “Non era divertente da ragazzo?”. Restituì il bicchiere ad Alain. Se lo teneva, rischiava benissimo di scolarselo tutto.
“In un modo diverso”, rispose lui, e fece quel suo sorriso segreto che poi si affievolì. “No, allora non era divertente. Era freddo e chiuso, pericoloso e a dir poco impossibile da avvicinare. Avvicinarmi a lui quasi mi uccise, ma alla fine il premio ne valse la pena”.
“Se lo lasciassi…”, disse lei guardandolo in faccia, dritto nei suoi occhi chiari. “Cosa succederebbe?”
Alain fece girare quello che restava del rum e del ghiaccio sul fondo del bicchiere.
“L’hai visto solo di giorno, e di giorno vediamo solo luci ed ombre. Se tu lo lasciassi, arriverebbe la notte. E allora tutti vedremmo l’oscurità”.
“Com’è l’oscurità?”
“Dirò solo questo – quando le professour è in buona, può far sì che anche il diavolo abbia paura a girarsi di spalle”.
Alain finì il bicchiere.
Angelica si nascose di nuovo il viso tra le mani.
“Stasera odio la mia vita”, piagnucolò, mentre le parole di lui penetravano nelle sottili crepe del suo cuore e le allargavano.
“Ange, mi sono trovato anch’io difronte allo stesso bivio in cui ti trovi tu ora. Non mi sono mai pentito di aver preso la strada più scura. Il panorama è migliore da queste parti. Ed io sono molte cose, ma mai annoiato”.
“Non voglio che Rupert lasci la scuola, ma se ci scoprono, se si mette nei guai…vorrei poter prevedere il futuro”.
“Come si chiama di cognome, questo tuo ragazzino?”
“Perchè? Lo vuoi inserire nel tuo schedario?”. Sapeva tutto delle schede che compilava Alain su tutti quelli che gli interessavano.
“Peut-etre”, ammise senza vergogna. Forse.
“Jhonson. Axel Jhonson. Vuoi anche la data di nascita e il gruppo sanguigno?”
Alain ridacchiò. “Lo posso trovare da me. Axel Jhonson… Angelica Jhonson… Suona bene, no?”
lei inspirò forte. Assurdo pensare che una come lei si sposasse, avesse dei figli, facesse la mamma-mogliettina perfetta. Era nella stanza della musica della casa più famigerata della città, in compagnia del perverso più famigerato della città a parlare del professore che lei amava.
“La mia migliore amica delle superiori, beh la mia unica amica, si sposa in primavera. E’ iscritta al primo anno di università e si è già fidanzata. Mi ha chiamato la settimana scorsa. Non riuscivo nemmeno a parlarle. Come faccio a parlare con una così? Pensavo…”, s’interruppe e fece una risata nervosa. “Pensavo di chiederti di andarla a trovare. Sedurla, voglio dire. Ti ha visto una volta soltanto ed è l’unica volta in cui abbia fatto un commento a sfondo sessuale. Si sta per infilare nel tunnel matrimonio-bambini a diciotto anni, e io voglio fermarla”.
“Io potrei fermarla”, la rassicurò lui senza alcuna arroganza nella voce. Affermava semplicemente un fatto. “Vuoi che lo faccia?”
Angelica scosse la testa. “Un marito, dei figli è questo che vuole lei”.
“E tu ?”
“Io voglio di più”.
“Allora conosci già la tua risposta, Angelica Jhonson”.
“Chiamami così un’altra volta e ti schiaffeggio per i prossimi cinquant’anni”.
“Ora, ma belle Ange, stai parlando la mia lingua”.
Angelica baciò Alain su entrambe le guancie dandogli la buonanotte, e si mise la giacca.
La temperatura era scesa, perciò decise di pagarsi un taxi. Mentre esaminava la strada in cerca di un’auto bianca, sentì qualcuno che chiamava il suo nome.
“Axel?”. Si voltò e si trovò davanti Axel. Sorpresa. “Che diamine ci fai qui?”
stringeva tra le mani un mazzo di fiori, mezzi morti per il freddo.
“Hai che stasera dovevi lavorare”, disse lui senza sorridere. Lei non ricordava di averlo mai visto senza sorriso sulle labbra. “volevo farti una sorpresa al lavoro con i fiori. Non sapevo in quale biblioteca lavoravi, così ti ho seguita. Lo so che è orribile, ma pensavo che mi avresti perdonato perchè volevo solo portarti dei fiori”.
“Sei rimasto ad aspettare fuori per due ore?”
“Cosa non si fa per amore, eh!”. Alzò le mani e rise di se stesso. “Mi piaceva quasi l’aura misteriosa di cui ti circondi. Non parli dei tuoi genitori, del tuo passato. Non so nemmeno il nome di questo tipo di cui dici di essere innamorata. In qualche modo è eccitante, tutta questa segretezza. Però i segreti sono una cosa. Mi hai mentito”.
“Ti ho mentito”, ammise. “Non stavo lavorando, ovviamente. Sono venuta a trovare un amico”.
“Da quello che vedo, un amico ricco”.
“E’ anche suo amico. Non volevo ferire i tuoi sentimenti”.
“L’hai fatto. Non preoccuparti, non è nulla. Passerà. Alla fine. In qualche modo mi scongelerò”.
“Alla fine?”
“Esatto. Forse possiamo andare da qualche parte a parlare…”
“Axel, non possiamo più vederci”. Angelica lasciò che le parole uscissero rapide e crude, come quando si strappa via un cerotto.
“Sono diventato invisibile, improvvisamente?”
Lei si massaggiò le tempie.
“Devi smetterla di essere tanto carino e buffo, okay?”, continuò lei. “Lui torna tra quattro giorni. Non posso andare avanti così, a fare questo gioco con te”.
“Non è un gioco. Sono innamorato di te”.
“Ed io sono innamorata di lui”.
“Non puoi. Lui ha trent’anni. Tu ne hai diciotto. Voglio dire, cosa puoi avere in comune con uno così vecchio? Di cosa potrete mai parlare?”
“E’ intelligente. Divertente e affascinante, e non svelerò mai del tutto il suo mistero”.
“Agli uomini di quell’età piacciono le ragazze più giovani. Siete facili. Gli basta essere più vecchi per impressionarvi”.
“Io non sono un facile, okay? Non sono la pecorella nelle grinfie del lupo. Parla dieci lingue. E’ alto più di un metro e ottanta. E’ incredibilmente bello, e sì sto usando la parola bello. Va in moto, fa una vita che non puoi immaginare e ha introdotto anche me in quel mondo. Ho partecipato a delle feste fantastiche. E la gente? Gente potente e ricca da non crederci. E Axel, non mi importa niente di tutto questo. Quello che mi importa è che mi ama, e non c’è niente che non farebbe per me. Mi ama così tanto che se io volesi stare con te più di quanto non voglia stare con lui, mi lascierebbe stare con te. Mi ama e mi conosce, e io sono una persona più interessante quando sono con lui. Senza di lui sono solo una studentessa di lingue all’università, con un lavoro partime e troppo, troppo da studiare”.
“Quello che sono anche io”.
“Esatto”.
Quelle parole restarono sospese nell’aria tra di loro, stazionando come una nube velenosa. Lei sapeva di aver varcato un limite, spinto il coltello troppo a fondo. Per quanto adorasse Axel, non poteva competere con un uomo come Rupert. Per prima cosa, Rupert era un uomo e Axel era solo un ragazzo di diciotto anni.
“Lo sai che stai facendo, Ange?”, l’aggredì Axel. “Vivi nel paese delle meraviglie. Questo tipo più grande di te, parla tutte queste lingue e fa questa vita incredibile. E’ una cosa diversa, è strana, è il regno della follia dentro la tana del bianconiglio. E’ divertente per un po’, ma alla fine devi pur tornare a casa. Non ci puoi vivere per sempre, Alice”.
“Io non sono Alice”. Non sapeva chi fosse, se il bianconiglio, la regina bianca o jabberwocky, ma una cosa la sapeva perfettamente. Non era una straniera nel paese delle meraviglie. Era nata lì.
“E’ una follia”.
“Che ti posso dire? Siamo tutti matti”.
“Ange…”, disse Axel mettendosi le mani tra i capelli. Le piaceva questa sua tinta rossa. – SII BRUTALE-, le aveva detto Alain. -FAI LE COSE PER BENE-. Mise il cuore sottochiave e fece tacere la compassione.
“Lascia che ti chieda una cosa, Axel. Hai mai frustato una donna?”. Fece un passo avanti.
“Che cosa? Frustare? Non esiste”.
“L’hai mai bacchettata?”
“No”.
“Lo sai usare un frustino a coda?”
“Non so neppure cosa sia”.
“Ce l’hai in camera una croce di sant’Andrea?”
“Una cosa?”
“Non sono quella che credi”, sibilò lei. “Sei innamorato di una persona che non esiste”.
“Mi stai spaventando”, sussurrò lui con gli occhi spalancati e pieni di terrore.
“Non ho ancora cominciato a spaventarti”.
“Ange?”, fece lui con una voce calma e solenne. “Che cosa può darti che io non posso? Sul serio. Voglio sapere la risposta”.
Lei gli voltò le spalle e camminò verso il taxi che la stava attendendo.
“TUTTO”.
Da sola sul sedile posteriore dell’auto, con le luci soffuse, smise di trattenere le lacrime. Non si sarebbe mai più concessa di affezionarsi a qualcuno oltre a Rupert, per tutta la sua vita. Faceva troppo male, nel profondo della sua anima ed insieme a tuta quella tristezza, si fece una promessa che avrebbe mantenuto, ne era certa: mai più ragazzi sessualmente convenzionali. Non poteva farlo, non poteva stare sospesa tra due mondi. Faceva male. Troppo. Faceva male ad Axel, faceva male a lei. Poteva ferire anche Rupert, l’avrebbe ferito se avesse saputo. E avrebbe saputo. Doveva parlargliene.
Pagò il taxi e si trascinò a fatica tra la neve fino agli alloggi.
Prese dal frigo uno dei bitter della sua compagna e se lo scolò in fretta, più velocemnte di quanto avrebbe dovuto. Udì dei rumori provenire dall’ingresso: il suono di una festa.
Angelica sedette sul letto con un’altra bibita in mano. C’era qualcosa di più patetico al mondo di una ragazza dal cuore spezzato, seduta sul letto della sua stanza ad ubriacarsi da sola? no. Non avrebbe dovuto stare lì a bere, pensando a quanto le sarebbe mancato essere la ragazza di Axel, a quanto le sarebbe mancata pranzare e cenare con lui, parlare di libri e di poesia, di prof che amavano e di quelli che odiavano. Non avrebbe dovuto stare a bere da sola, e pensare quanto fosse stato bello la sera prima essere nuda dalla vitain su, sotto di lui che le baciava il seno. I capezzoli. Non avrebbe dovuto stare a bere da sola, pensando quanto fosse erotico dormire nel suo letto, con il braccio di lui intorno a sé tutta la notte. Le faceva desiderare quelle cose, Axel. Cose completamente diverse da quelle che le faceva desiderare Rupert. Voleva spogliare Axel, legarlo, morderlo, baciarlo, farlo implorare per avere di più.forse gli avrebbe dato di più. Forse no. Forse un cubetto di ghiaccio e l’avrebbe torturato con quello. Porca puttana, da dove sbucavano quelle fantasie? Lei era una sottomessa, era proprietà di Rupert. Non riusciva ad immaginarsi sopra Rupert. Era assurdo persino pensarlo. Allora perchè lo voleva così tanto? Perchè non pensava ad altro quando lei ed Axel erano insieme da soli? Non importava. Una fantasia. L’avrebbe dimenticata, il mattino seguente.
Mise la sua bottiglia di bitter sul comodino e la guardò.
Bere da sola era senza alcun dubbio una pessima idea. Decise di svuotare la bottiglia nel lavandino. Prima di arrivarci, sentì bussare alla porta. Una dozzina di colpi.
“Festa nella stanza all’angolo!”, udì da una cacofonia di voci, maschili e femminili. Passarono alla porta seguente, e bussarono di nuovo.
Un tipico invito del venerdì sera.
Angelica guardò la bottiglia che aveva in mano. Quella mattina, mentre cercava di alzarsi dal letto di Axel, lui si era svegliato,’l’aveva stretta a sé e aveva mormorato: aspetterò finchè vorrai, ma devi sapere che muoio dalla voglia di stare dentro di te.
Le sue parole e la sensazione della sua erezione che le premeva sulla schiena l’avevano lasciata con una voglia che l’aveva perseguitata per tutto il giorno. Venerdì sera. Che idea terribile, bere da sola. Prese una bibita e si avviò verso la stanza all’angolo. Perchè non bere in compagnia?