La provvisoria inconsistenza dell’essere nel caos di mete irraggiungibili.

Mentre festosi auguri di “Buon Anno” echeggiano tra le vie del paese ed il loro suono giunge fino a me, nella mia mente rimbalzano immagini che mi riportano ad annI fa… Era l’ultimo dell’anno e mia madre si era già persa nel suo mondo di memorie svanite tra tortuosi sentieri di una mente soggiogata dalla demenza. I suoi occhi mi guardavano pur non vedendomi e le sue pupille, fisse sul mio viso, cercavano una luce nel buio del pensiero intorpidito. Strazianti le mie parole di conforto, tese verso una rinascita insperata e patetiche frasi di sostegno vanamente pronunciate, più per sollevare me che per effettiva necessità. Erano le ultime ore che trascorrevo insieme a lei, erano le ultime ore prima di separarmi per sempre dalla persona che mi aveva dato la vita e che io amavo disperatamente. Nel momento in cui ho vissuto quelle ore, mi sembrava di non essere presente a me stessa ma di recitare su un palcoscenico una farsa improvvisata senza regista. Ho acutamente analizzato il mio animo e ho trovato il totale annientamento della mia volontà, pervasa ormai da un’apatia onirica. Allora mi è apparsa nitidamente la provvisoria inconsistenza in cui viviamo, in cui immergiamo quotidianamente il nostro essere indotto a esistere in una caotica realtà protesa alla ricerca di ideali illusori e fittizi perché superflui nella finitezza dell’esistenza umana. È ormai sera; fuori sta scendendo una timida neve silenziosa ed impalpabile; la luce dei lampioni enfatizza la danza dei piccoli fiocchi leggeri e accarezza il profilo dei gerani intirizziti nei vasi sul balcone. Guardo dalla finestra e ricordo… Non mi resta che questo, per illudermi di avere ancora mia madre accanto a me.

Trentuno dicembre duemilaquattordici

Quando fuori il silenzio

© Maria Rosaria Teni

“Le Donne e la Poesia – un viaggio nel tempo – Il Rinascimento” di Maria Rosaria Teni

L’epoca rinascimentale annovera prevalentemente donne di classe nobiliare, istruite dai genitori alle arti e, spesso, obbligate ad abbandonare la loro produzione dopo il matrimonio. Una delle poetesse che riuscì a mettersi in evidenza, conquistando un posto nella letteratura è stata Veronica Gàmbara, appartenente ad una delle più potenti famiglie della prima età moderna.  Veronica Gàmbara nacque a Pratalboino, vicino Brescia, nel 1485 ed è erede di una stirpe di umanisti sia da parte di madre sia di padre e le sue rime vengono considerate dai poeti e autori più contemporanei come dei raffinati capolavori di tecnica che brillano tra i migliori versi della letteratura italiana.[1]

Veronica Gàmbara

Veronica ha l’opportunità di studiare greco e latino, filosofia e teologia. Sposata a ventiquattro anni a Gilberto X, signore di Correggio, lo amò e visse con lui un felice matrimonio fino al 1518, anno in cui rimase vedova e dovette occuparsi degli affari dello stato di Correggio che resse con notevole abilità e determinazione fino alla sua morte, avvenuta nel 1550. Di lei ci restano le Rime e una serie di Lettere, che trattano di cultura e politica. Il rilievo della Gàmbara nella letteratura del XVI secolo è principalmente legato alle Rime[2]  che riflettono una capacità intellettuale raffinata ed elegante,  dimostrandosi tanto impeccabili stilisticamente  da essere apprezzate anche da Giacomo Leopardi. Si ispirano ai registri tematici e stilistici della lirica petrarchistica contemporanea, che la poetessa acquisì grazie agli insegnamenti del Bembo; ne è un esempio la tematica amorosa, espressa attraverso un livello più spirituale e intimista.

Mentre da vaghi e giovenil pensieri
Fui nodrita, or temendo, ora sperando,
Piangendo or trista, ed or lieta cantando,
Da desir combattuta or falsi, or veri,

Con accenti sfogai pietosi e feri
I concetti del cor, che spesso amando
Il suo male assai più che ‘l ben cercando,
Consumava dogliosa i giorni interi.

Or che d’altri pensieri e d’altre voglie
Pasco la mente, a le già care rime
Ho posto ed a lo stil silenzio eterno.

E, se allor, vaneggiando, e quelle prime
Sciocchezze intesi, ora il pentirmi toglie,
Palesando la colpa, il duolo interno.

Vittoria Colonna – Sebastiano del Piombo – 1520

Una delle donne più illustri e colte del Rinascimento è stata Vittoria Colonna[3], nata nel 1492 a Marino, sui Colli Albani, feudo della nobile famiglia dei Colonna. Vittoria ricevette una raffinata educazione improntata agli studi umanistici e, nel 1509, a soli diciannove anni, sposò Francesco Ferrante d’Avalos, marchese di Pescara e capitano generale delle truppe imperiali di Carlo V, che le era stato predestinato sin da bambina su preciso disegno del Re di Napoli. Il 5 dicembre del 1525 il marito, dopo una vita densa di avvenimenti, e con la prospettiva di una possibile successione al Regno di Napoli, morì in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Pavia, lasciando la moglie in un grande sconforto.  Rimasta sola e senza figli, Vittoria avrebbe voluto entrare in convento, ma ne fu dissuasa da papa Clemente, anche se riuscì ugualmente ad isolarsi dalla società per servire Dio con più dedizione, trascorrendo il resto della sua vita in modo austero e quasi claustrale. Ammirata e stimata nella società letteraria dell’epoca, divise il suo tempo fra il convento di Viterbo, dove si dedicò alla poesia e a programmi di rinnovamento religioso, e Roma, dove, nel 1536, conobbe Michelangelo, con il quale strinse una forte amicizia che durò tutta la vita e a cui fu legata da una grande affinità spirituale e da una stretta corrispondenza epistolare pubblicata postuma. Morì a Roma nel 1547, nel convento delle suore benedettine di Sant’ Anna, dove si era ritirata a vivere dopo un’esistenza caratterizzata da continue crisi spirituali e religiose. È da procedere con molta prudenza nel dire delle rime della Colonna. Non pare che ella vedesse volentieri le proprie cose date al pubblico, e le edizioni che, lei vivente, se ne fecero, non ebbero certo l’assistenza e le correzioni dell’autrice.[4]
Vasto è sua produzione poetica,  ristampata spesso anche dopo la morte, che, oltre alle Rime, comprende anche il Pianto sulla passione di Cristo, l’Orazione sull’Ave Maria e i versi dedicati al marito, che fece pubblicare solo quando furono trascorsi  dieci anni di lutto. Le Rime di Vittoria Colonna hanno una storia editoriale alquanto complessa: la poetessa non autorizzò nessuna stampa, le sue poesie circolavano solo attraverso uno scambio privato di codici manoscritti inviati in dono a importanti personaggi dell’epoca. Ciò ha reso difficoltosa anche una sistemazione cronologica delle Rime, che attualizzano gli schemi petrarcheschi, edite a Venezia nel 1544, generalmente distinte in rime amorose e rime spirituali.

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
ch’al cor mandar le luci al mondo sole,
e non per giunger lume al mio bel Sole,
al chiaro spirto e a l’onorata spoglia.

Giusta cagion a lamentar m’invoglia;
ch’io scemi la sua gloria assai mi dole;
per altra tromba e più sagge parole
convien ch’a morte il gran nome si toglia.

La pura fe’, l’ardor, l’intensa pena
mi scusi appo ciascun; ché ‘l grave pianto
è tal che tempo né ragion l’affrena.

Amaro lacrimar, non dolce canto,
foschi sospiri e non voce serena,
di stil no ma di duol mi danno vanto.

Isabella Morra

Vorrei ricordare anche la poetessa Isabella Morra, nata da famiglia patrizia nel 1520 a Favale, l’odierna Valsinni, un piccolo suggestivo borgo arroccato su un’estrema propaggine del Pollino, tra Lucania e Calabria.  La sua vita è stata troncata da un triste destino perché a soli 26 anni fu uccisa dai fratelli nel castello di Morra. La figura di Isabella Morra è stata studiata e rivalutata nel ‘900 da Benedetto Croce[5] che, incuriosito dalla particolarità dei suoi versi, ne riconobbe il valore di poesia immortale e addirittura si recò in Basilicata per indagare personalmente sulla vita della sventurata poetessa. Di lei restano miracolosamente un esile canzoniere, le “Rime”, tredici componimenti, dieci sonetti e cinque canzoni, che rappresentano l’impetuosa autobiografia e ne rivelano l’indole malinconica e appassionata, ma sono anche testimonianza della sua dotta e raffinata cultura. Nel tempo, la poesia della Morra varcò i confini dell’oblio e iniziò a diffondersi nei salotti di Napoli. La nobile Morra era sublime poetessa, come affermò Benedetto Croce, e sorprende in lei lo stile letterario così originale e profondo nonostante non potesse avere reali contatti o scambi con accademie, salotti letterari, altri intellettuali e scrittori che affollavano le corti dell’Italia del Sud. Le rime[6] di Isabella Morra, seppur ligie ai canoni del petrarchismo, si distinguono dalla lirica più sensibile all’eleganza formale delle altre poetesse del Cinquecento. Il tema amoroso, dominante nella poesia femminile del tempo, si arrende all’urgenza dello sfogo interiore quale lamento contro una Fortuna avversa che costringe Isabella alla solitudine.

«Torbido Siri, del mio mal superbo»[7]

Torbido Siri, del mio mal superbo,

or ch’io sento da presso il fine amaro,

fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,

se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.

5 Dilli com’io, morendo, disacerbo

l’aspra fortuna e lo mio fato avaro,

e, con esempio miserando e raro,

nome infelice alle tue onde io serbo.

Tosto ch’ei giunga alla sassosa riva

10 (a che pensar m’adduci, o fiera stella,

come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onda con crudel procella

e di’: – M’accrebber sì, mentre fu viva,

non li occhi, no, ma i fiumi d’Isabella.

Il Siri è il fiume Sinni, che scorre tra la Basilicata e la Calabria. In vita, la poetessa gli aveva affidato le sue lacrime, a gonfiarne le onde: adesso vi si rivolge per affidargli, come una specie di testamento, un messaggio per il padre lontano. I presagi di morte di Isabella troveranno presto una triste conferma.

Tullia D’Aragona – Bonvicino Alessandro Detto Moretto (1498 Ca./ 1519)

Tullia d’Aragona[8] nasce a Roma intorno al 1510 dalla cortigiana ferrarese Giulia Campana di cui l’alta società loda la leggendaria bellezza. Del padre non si hanno notizie certe ma lei si vanta d’esser figlia del cardinale Luigi d’Aragona, nipote del re Alfonso II di Napoli. Educata, sul volere della madre, alle arti e alla scrittura, era spinta a gareggiare con le donne oneste, spesso coltissime nell’ambiente cinquecentesco elevato e colto nel quale visse. Tuttavia è ammirata soprattutto per la sua fama da cortigiana nonostante gli sforzi per essere apprezzata prima di tutto come donna di lettere. Tullia scrive il Dialogo della infinità d’amore, sua opera più importante scritta nel 1547 per Cosimo de’Medici, una divertente “conversazione amorosa” che finge d’intrattenere con Benedetto Varchi, uno dei suoi amanti, mentre alla moglie Eleonora di Toledo, che diventa la sua protettrice e a cui chiede la speciale dispensa (e la ottiene) di evitare di portare il velo giallo, contrassegno obbligatorio per le cortigiane, dedica le Rime. Le rime sono nello stile petrarchesco, ma nel significato più profondo si concede una libertà di espressione che le donne non osavano prendersi spesso e parla con la stessa disinvoltura dell’amore più puro e delle gioie del piacere fisico. Oltre all’attività poetica, Tullia è ricordata anche per la traduzione di testi dallo spagnolo, fra cui Meschino detto il Guerrino, romanzo cavalleresco famoso al suo tempo. muore sola e dimenticata nel 1556.

Fiamma gentil che da gl’ interni lumi

Fiamma gentil che da gl’ interni lumi
con dolce folgorar in me discendi,
mio intenso affetto lietamente prendi,
com’ è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l’ alta tue luce m’ allumi
e sì soavemente il cor m’ accendi,
ch’ ardendo lieto vive e lo difendi,
che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che ‘l rozo ingegno,
caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi
per cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l’ età tarda farsi
noto che fosti tal, che stil più degno
uopo era, e che mi fu gloria l’ amarti.

Laura Battiferri – Angelo detto il Bronzino

Laura Battiferri[9], poetessa dimenticata del ‘500, nasce a Urbino nel 1523, figlia illegittima del nobile prelato Giovanni Antonio Battiferri con Maddalena Coccapani di Capri. Il padre tuttavia la riconosce e le garantisce un’ottima educazione umanistica: studia filosofia, sacre scritture e letteratura. L’Accademia degli Intronati di Siena infrange la sua regola più rigida per aprirle le sue porte: è la prima donna mai ammessa. Nulla si conosce della sua giovinezza se non che, andata sposa al bolognese Vittorio Sereni, ne rimase ben presto vedova. Si rimaritò a ventisette anni, il 17 apr. del 1550, con l’architetto e scultore fiorentino Bartolomeo Ammannati, e da questo momento la sua vita appare strettamente legata a quella del marito, non soltanto per le vicende esteriori, ma anche per un’effettiva consonanza di sentimenti e di ideali, quale si manifesta, tra l’altro, in numerosi passi delle lettere e delle poesie di lei. Non diede figli al marito, e se ne dolse in un sonetto, definendosi, con un petrarchesco bisticcio sul proprio nome, “arbor sterile”. Donna di profonda e intelligente pietà, in relazione spirituale con religiosi e monache di diversi Ordini, benefattrice dei padri gesuiti di Firenze, ebbe certamente una parte notevole nelle relazioni del marito con la Compagnia di Gesù nonché nell’orientamento in senso moralistico del pensiero di lui sull’arte, espresso nella Lettera agli ornatissimi Accademici del Disegno del 1582. Fu in relazione d’amicizia con molti letterati e artisti del tempo, tra cui, oltre il Varchi, il Caro e B. Tasso, si annoverano l’umanista Pier Vettori, Lelio Capilupi, il poeta e predicatore Gabriele Fiamma, Baccio Valori, i pittori A. Bronzino e Luca Martini, l’architetto Gherardo Spini, B. Cellini e altri, i cui nomi ricorrono abbastanza spesso o tra quelli di coloro che vengono a farle visita a Maiano o tra i dedicatari delle sue Rime, la cui pubblicazione avvenne nel 1560. Sono degni di nota, per sincerità d’accento e chiarezza di struttura, i Salmi, sonetti spirituali, di ispirazione classico-cristiana o neoplatonica. Profonda l’amicizia con Bronzino, pittore e poeta, autore di un suo famoso ritratto. Morì nel 1589, lasciando tutte le sue sostanze al marito.

Famoso il madrigale che celebra la bellezza naturale e storica di Roma, in cui Laura esprime il suo desiderio di non dover mai partire da questo posto meraviglioso.

Superbi e sacri Colli,

sotto il cui Glorioso e grande impero

tennero i figli vostri il mondo intero,

così fioriti e molli

vi servi largo e temperato cielo

né vi offende già mai caldo né gelo.

E tu, vago, corrente e chiaro fiume,

che fai più adorna Roma,

così tu aver de chioma

 del Sol non secchi il troppo ardente lume.

Fate che mai non sia quel crudo giorno

 che io lasci il vostro dolce almo soggiorno.[10]

Gaspara Stampa

Gaspara Stampa,[11] nata nel 1523 a Padova, si trasferisce giovane a Venezia dove viene notata per le sue qualità artistiche e poetiche, creando uno fra i salotti più frequentati della Serenissima. Nel 1531, la madre Cecilia, dopo la morte del marito Bartolomeo, decise di trasferirsi a Venezia con i figli (Gaspara, Cassandra, Baldassarre), ai quali diede un’educazione letteraria e artistica; in particolare le due sorelle divennero presto ammirate cantanti e suonatrici di liuto. La casa Stampa divenne un salotto letterario tra i più frequentati dai maggiori musicisti, pittori e letterati di Venezia. Gaspara, ammirata come cantante oltre che per la sua bellezza, “era circondata da un nuvolo di adoratori”. Nel 1544, l’improvvisa morte del fratello Baldassarre (anch’egli rimatore di buona fama presso i contemporanei, anche se le sue rime furono pubblicate solo nel 1738) turbò il clima sereno della casa, e Gaspara, particolarmente colpita, reagì allontanandosi dalla mondanità, tanto da meditare una vita monacale, stimolata su questa strada da suor Paola De Negri. Passata la crisi religiosa, e mitigato il dolore del lutto, tornò alla vita mondana del passato e alla spensieratezza amorosa. Se non fu cortigiana, come qualcuno ha supposto, visse certamente un’esistenza libera ed elegante, stringendo relazioni con letterati e gentiluomini. Tra le numerose relazioni, probabilmente la più sentita fu, nel 1548, con il conte Collaltino di Collalto, al quale dedicò gran parte dei 311 componimenti delle sue Rime. L’uomo, tuttavia, ricambiò solo a tratti la passione di Gaspara (Anasilla, come amò chiamarsi dal nome latino del Piave – Anaxus – che bagnava il feudo dei Collalto), allontanandosi spesso da Venezia per lunghi periodi. Quando, nel 1551, la loro relazione si interruppe definitivamente, fu probabilmente un duro colpo per Gaspara, che tuttavia non tardò ad intrecciare nuovi amori, il più durevole dei quali fu con il veneziano Bartolomeo Zen. Nel 1554, il 23 aprile, a soli 31 anni, Gaspara morì dopo quindici giorni di febbri intestinali (mal cholico); fu avanzato il sospetto, mai comprovato, di avvelenamento, e sulla base di questo sospetto è stata avanzata l’ipotesi della morte per suicidio. Ma le notizie attendibili della vita di Gaspara Stampa[12] restano poche e frammentarie. Il suo canzoniere, una forma di diario intimo in cui si alternano gioie e angosce, è una delle testimonianze letterarie più delicate della sensibilità femminile dell’epoca. I suoi scritti e la morte prematura fecero della Stampa una delle figure femminili più caratteristiche del suo tempo, nonché ispirazione delle diverse tesi romantiche sull’animo delle donne. Tutte le opere, le Rime sopra citate, i sonetti, le canzoni e le sestine, furono pubblicate postume dalla sorella Cassandra poco dopo la morte di Gaspara, e dedicate a Giovanni della Casa. A lei si devono 311 liriche che sono fra le poesie più interessanti del tempo, le Rime di Madonna Gaspara Stampa sono legate alla scuola petrarchista, al tempo seguita dai più importanti autori.

Dalle Rime, CLXXXVIII:[13]

Quasi vago e purpureo giacinto
che ‘n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta, [il sole N.d.R.]
che lo mantien degli onor suoi dipinto,
subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che ‘l sol abbia coperto e cinto,

tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,
dinanzi a ‘rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor cresce.
Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura téma, che con lei si mesce,
che la sua luce tosto fia sparita.

Moderata Fonte

Moderata Fonte,[14] pseudonimo di Modesta Pozzo de’ Zorzi, vissuta a Venezia fra 1555 e 1592 , è stata una poetessa italiana del Rinascimento. Dopo la morte dei genitori, avvenuta un anno dopo la sua nascita, fu affidata insieme al fratello Leonardo alla tutela della nonna. Dopo aver trascorso due anni in un convento, all’età di nove anni tornò a casa, dove studiò il latino e il disegno; si dedicò anche alla musica, imparando a cantare e a suonare il liuto e il clavicembalo. Una delle sue prime opere, una sacra rappresentazione intitolata Le Feste, fu presentata al doge Nicolò da Ponte alla festa di Santo Stefano. Nello stesso anno, il 1581, Fonte pubblicò il poema cavalleresco I tredici canti del Floridoro, dedicato al granduca di Toscana Francesco I de’ Medici per il suo matrimonio con Bianca Cappello. Dopo aver sposato Filippo de’ Zorzi, un patrizio veneziano, Moderata si vide costretta, nei dieci anni di matrimonio, a sacrificare la propria attività letteraria. Morì all’età di trentasette anni, mentre dava alla luce il suo quarto figlio. Aveva però fatto in tempo a terminare la sua opera maggiore, il dialogo Il merito delle donne, che fu pubblicata postuma nel 1600.

Dall’incipit di Tredici canti del Floridoro[15]

cegli d’ornati, e ben composti accenti
Il più bel fior, leggiadra Musa, e canta
Li spogliati trofei, gli incendi spenti
Dal tempo, ond’ancor Marte e Amor si vanta.
Di’ le battaglie rie, le fiamme ardenti,
Ch’uscir da l’arme, e dalla face santa
Allor, che ‘l fero Dio gli altari avea,
E Ciprigna adorata era per Dea.

Canta l’inclite imprese, e i dolci affetti
De’ cavallieri, e de le donne illustri,
Fa’ che di quelle man, di questi petti
Viva il pregio, e la gioia eterni lustri;
E agguaglia lo stil con quei concetti,
Ch’escon de’ pensier miei vaghi e industri,
Mentre al raggio purissimo, e divino
D’un’alma coppia il rude ingegno affino.

Fra tanto ella, che luce e scorta sia
Della nobil da noi fatica presa,
Favorirà per così lunga via
Quel bel desir di c’ho la mente accesa;
Altrimenti quest’opera saria
Oscura troppo, e mal guidata impresa,
Né sperarei, senza il suo lume grato,
Di pervenirne al fin sì desiato.

FRANCESCO Serenissimo, splendore
Del fortunato Imperio di Toscana.
Voi, che quel sete, senza il cui favore
Ogni fatica mia reputo vana;
Degnisi il vostro generoso core,
Per l’alma sua virtù via più ch’umana
Talor rivolger del mio basso ingegno
Gli incolti versi, che cantando vegno.

a cura di Maria Rosaria Teni

[1] E. Bonora, Storia della letteratura italiana, Garzanti, vol. IV, 1966.

[2] Le Rime, a cura di A. Bullock, Firenze, Olschki, 1995

[3] S. Bianchi (a cura di) Poetesse italiane del Cinquecento, Milano, Mondadori 2003

[4] “Rime di tre gentildonne del secolo XVI” (Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Veronica Gàmbara), con prefazione di Olindo Guerrini, Milano, Sonzogno ed., 1882

[5] B. Croce, Vite di avventure, di fede e di passione, Adelphi, Milano 1989

[6] A De Gubernatis, Isabella Morra, Le Rime, Roma, Forzani e C. Tip. del Senato 1907

[7] da Lirici del Cinquecento, L. Baldacci, (a cura di), Longanesi, Milano 1984

[8]M. Antes (Autore), Tullia d’Aragona. Cortigiana e filosofa, Pagliai Ed., 2011

[9]BATTIFERRI, Laura, su treccani.it.

[10] Battiferri, Primo Libro.

[11] G. Dolci, Gaspara Stampa in Letteratura italiana. I Minori, II, Milano, La Prora 1961.

[12] M. T. Dazzi, Gaspara Stampa, in Dizionario Bompiani degli autori 1963.

[13] Rime, Biblioteca Universale Rizzoli, 1978

[14] http://www.treccani.it/enciclopedia/modesta-dal-pozzo_(Dizionario-Biografico)

[15] Tredici canti del Floridoro / Moderata Fonte ; a cura di Valeria Finucci – Modena : Mucchi, 1995. –

L’Albero di Natale

Capita, a volte, di essere sopraffatti da pensieri all’apparenza banali, ma profondi e significativi se analizzati a fondo. Guardando il mio albero di Natale, questa mattina, pensavo proprio a quanto sia importante, per me, vedere questo simbolo che illumina i miei giorni con le sue lucine frettolose e intermittenti. Un senso di calore, di pace, di nostalgica e rassicurante aria di famiglia mentre le stanze si sono svuotate di voci e la quotidianità ha preso il sopravvento sulla libertà di indugiare nel ricordo. Natale è costruito sui simboli ma è anche un cantuccio dove ognuno di noi può ritrovare ritagli di passato e illudersi di ricostruirli in un puzzle che si va sempre più sbiadendo. L’albero è un pretesto per colmare un vuoto di infanzia perduta e un appiglio per ravvisare abbagli di fanciullesca spensieratezza, mentre le ali delle stagioni ammantano di bontà tutto ciò che è stato, tra illusioni e delusioni, tra scontri e incontri, tra cadute e risalite, in un percorso che, visto a ritroso, perde la spigolosa urgenza del presente. Natale è uno stato d’animo, una lacrima che sfugge tra reminiscenze di abbracci e profumi di persone amate che restano in quell’angolo di cuore inviolabile ai tarli del tempo. Natale è un rimpianto, un atto d’amore, un’occasione per riflettere e tentare una rinascita che inevitabilmente sfuma nel conflitto di peregrine vicissitudini. Natale ogni giorno, forse questa potrebbe essere una soluzione al male di vivere che consuma la favola dell’esistenza, che imprigiona le emozioni in uno scrigno di indifferenza e ci rende estranei tra simili. Natale ogni giorno, per vivere ogni attimo e non sopravvivere per aspettare un Godot che mai arriverà…

Non è nato oggi

Nel gelo non è nato oggi

un bambino santo.

Il freddo ha sepolto

un bambino di guerra

raggelato dal balenio

di fuochi

che non sono artificiali

e trafiggono

piccole mani aggrappate

alla madre.

Intanto

altrove si festeggia.

25 dicembre

©Maria Rosaria Teni

I tuoi occhi

I tuoi occhi che guardano
e non vedono

il tuo sorriso composto
in una maschera assente

le tue mani che tremano
aggrappate alle mie mani

nella sbalordita attesa
di uno squarcio di vita.

Mamma….

©Maria Rosaria Teni

Nel giardino delle rose profumate

In questi giorni dedicati alle donne, vorrei parlare della grande donna che è stata mia madre. A lei va sempre il mio pensiero, anche se ormai non è più con me. A lei, spesso, si accompagnano le mie riflessioni, anche in momenti particolari. Un giorno, quando troverò la forza, mi piacerebbe raccontare la sua vita, il suo cammino nel secolo scorso, non sempre facile e lieto. Oggi la ritrovo nel suo giardino in cui le rose dominano sovrane ed emanano ancora un delicato aroma di ricordi.

Non avevo ancora preso il coraggio a due mani per trovare la forza di guardarmi dentro e chiedermi come avessi metabolizzato la perdita di mia madre.
Oggi, a distanza di anni dalla sua morte, nell’ansa della memoria, i ricordi tracimano e mi invadono. E chiedono di uscire dal tunnel del dolore  e chiedono di essere animati ed affrontati per dimostrare che l’esistenza non si è persa nel vuoto della dimenticanza.
Affrontare il percorso degli ultimi istanti mi procura un’afflizione troppo forte e non so se scrivere ciò che provo possa darmi sollievo o infliggermi un’ulteriore sofferenza. Nebbiosa è la circostanza che io tento di focalizzare; sfuggente l’immagine della donna che mi ha messo al mondo e che ho amato, e amo, visceralmente senza pudori.
In una sfocata sera d’inverno, un’impressione desolante mi agghiaccia il pensiero.
Tubi di flebo e cateteri: un corpo martoriato da aghi e da smarrimento confuso.
“Nella sua inconsapevole amnesia forse non soffre, mia madre, o vive il suo dolore mediato da uno schermo di riflessi ritardati.” – analizzo le mie sensazioni e un soffuso scoramento mi assale subdolamente.
Le accarezzo le mani tormentate da ecchimosi bluastre e sento tra le dita riverberi primigeni che scaturiscono dal contatto con la sua pelle morbida. Quante volte ho stretto quelle mani per cercare sicurezza, per ricorrere all’affetto materno, per assicurarmi il mio essere al mondo, per ringraziarla e anche rincuorarla nei momenti di fragilità per la malattia incombente!
La mamma è sempre stata una donna forte, una roccia, per usare una metafora appropriata. Orfana già nella sua prima giovinezza, ha iniziato a rimboccarsi le maniche e a gestire la sua vita in maniera indipendente e precorritrice sui tempi. L’incontro con mio padre è stata una giusta ricompensa per gli innumerevoli affanni patiti e il loro amore è stato un esempio per molti scettici sul matrimonio. Il coraggio che ha dimostrato nei vari accadimenti verificatisi nel corso della sua vita, l’hanno fatta assurgere al ruolo di donna saggia ed assennata, dispensatrice di consigli e suggerimenti forniti al momento giusto.
Un susseguirsi di fasi entro cui si è dipanata la sua esistenza, tra gioie e dispiaceri, in un’altalena di traversie che l’hanno immancabilmente divorata, facendola precipitare in una depressione insinuante, devastante e vittoriosa alfine.
Dopo la morte di mio padre non ha cercato più la vita, che prima rubava negli spiragli tra una crisi e l’altra. Non ha rincorso più i giorni, ma li ha subiti nel lento sgranare di ore solitarie. E allora la sua mente si è infittita di ombre e, come una corolla al tramonto, si è ripiegata in se stessa, chiudendosi, alla ricerca di fantasmi inebriati dalla fallace luce del ricordo.
E’ strano raccontare in poche righe la storia della persona che ho tanto amato e che ho visto morire.  Quando ha cessato di respirare, tra le mie braccia, istintivamente ho pensato di infonderle il mio respiro per vederla ancora viva. Guardavo il suo viso mentre una lacrima, l’ultima lacrima, le rigava silenziosamente, teneramente, furtivamente, il volto pallido mentre gli occhi si perdevano rivolti verso un mondo inesplorato e inesplorabile. Un volto impresso dentro di me; uno sguardo che mi brucia nell’anima, che mi tormenta nelle notti insonni, che mi rende disperata e furiosa e che mi fa disprezzare il mio essere al mondo.
Non si può chiudere in questo modo un’esistenza che poi resta solo nel ricordo. Non posso accettare un inganno così astutamente architettato da un oscuro determinismo non identificato. Chi decide quando nascere e chi decreta quando morire? Chi sovrintende al percorso esistenziale e stabilisce quando l’ultimo respiro si confonde col respiro dell’aria? Per quale astrusa macchinazione, un attimo imprecisato deve essere causa di annientamento definitivo? Non so rassegnarmi …
E’ ancora troppo vivo il rammarico di non aver strappato al crudele “Tristo mietitore”, bramoso di brandire la sua falce, la mia mamma, preziosa e insostituibile. Ho vissuto il suo trapasso come inebetita, incapace di vedermi dentro e cercare una via di fuga. Avrei voluto correre e gridare al vento la mia disperazione e poi cercare nel vento la sua voce che mi chiamava.
La sua voce! Non avrei più sentito la sua voce, non avrei più accarezzato le sue mani o baciato le sue guance dall’inconfondibile buono odore di mamma …
Bambina, ricordo che l’abbracciavo e chiudevo gli occhi, nell’impegno di imprimere il suo aroma tra i profumi cari e poi le sussurravo: “Profumi di mamma!”. In quegli istanti affioravano le sensazioni della prima infanzia, quando mi rifugiavo tra sue braccia per salvarmi dai “mostri” della notte. Credo che non si fosse mai reciso il cordone ombelicale, perché a distanza di tempo, la sua rassicurante presenza bastava a tranquillizzare le mie innumerevoli ansietà.
Eppure, oggi, nonostante il mio bisogno di “lei”, mia madre non c’è più ed io non so dove cercarla. Non so dove trovarla …
Tra le stanze vuote di una casa dove la sveglia non batte le sue ore e l’eco della sua voce si riflette sulle pareti disadorne di realtà e di vita.
Tra le rose sfiorite di un giardino senza tempo e senza pianto, orfano delle sue cure, dove  mi pare di vederla arrivare, con lo sguardo fiducioso.
E mi sembra di abbracciarla e di risentire il profumo della sua pelle nel cantuccio del suo cuore palpitante, mentre l’effluvio intorno mi inebria di ricordi mai scordati tra le pieghe della memoria …
A lei, una rosa …

Sulla solitudine, per imparare il “mestiere di vivere”

“Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri.” Da Il mestiere di vivere. Diario (1935-1950), Einaudi, Torino, 1952.  Oggi più che mai le parole di Cesare Pavese risultano di un’attualità disarmante. La solitudine che attanaglia l’uomo, o anche il giovane, che ancor privo di punti di riferimento si trova a vivere spesso la propria parabola adolescenziale senza poter condividere con alcuno i dubbi e mille problemi che scaturiscono da questo percorso impegnativo, è sempre in agguato, pronta a insinuarsi, a fornire uno pseudo rifugio che finisce col diventare una illusoria situazione di comodo. Paradossalmente, il problema della comunicazione si risolve frequentemente in una non comunicazione o meglio in una comunicazione artificiale o mediata che fondamentalmente alimenta ulteriormente il proprio stato di solitudine. La meditazione silenziosa si nutre a volte di fantasmi, di sogni irrealizzabili che diventano dominanti al punto da condurre ad una realtà alienata. Mi viene in mente un altro pensiero di Pavese che, nel suo Diario, scrive: “Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia” e mi fa pensare a quanto la solitudine possa assumere una strana caratteristica ambivalente. Spesso apprezzata perché offre giaciglio a riflessioni e pensieri rassicuranti, ma assai più spesso diventa un muro, assume contorni invalicabili che conducono inevitabilmente sulla strada di un solipsismo esasperato ed esasperante che sfocia in autentico isolamento, manipolato da una spirale di pensieri turbolenti e alienanti. Come non restare sconvolti, dunque, quando ci si accorge che, pur nella sconfinata libertà che offre l’universo della scrittura e dell’arte in generale, con la possibilità di inventare mondi e personaggi e farli diventare reali, intessere trame e creare paesaggi che si popolano di tante anime che parlano, vivono, soffrono, ebbene anche uno scrittore o un poeta o chiunque eserciti il suo speciale ingegno, in realtà è schiacciato dal peso della non comunicabilità, della solitudine? Come non comprendere che la fragilità dell’essere, spesso non rivelata, è insita nella precarietà stessa del vivere che, come Pavese vorrebbe intendere alla stregua di un mestiere, è un’arte che in realtà non si apprende e non appaga? Interrogativi che mi portano a concludere sfumando sulle parole di un poeta che amo da sempre e che scrive: “La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.” (Giacomo Leopardi)

©Maria Rosaria Teni

Lo so

Non è eterna questa vita

Lo so

anche se mi sto abituando

ad aprire gli occhi al mattino

a chiuderli la sera

a preparare il pranzo e la cena

pensando che questo sia per sempre.

Non è così

e non so quando finirà

A volte penso che sia tutto un sogno

che la vita reale sia da un’altra parte.

Ma cosa c’è di reale

se tutto può finire da un momento all’altro?

Transitiamo

senza conoscere il passo successivo

con il fardello di un futuro già tracciato.

©Maria Rosaria Teni

Libertà sognando

Libertà

è quella linea all’orizzonte

che puoi abbracciare

con lo sguardo

sognando

che non esistano confini

che non si arresti il respiro

che non muoia il pensiero

soffocato da miserabili bavagli

©Maria Rosaria Teni