L’epoca rinascimentale annovera prevalentemente donne di classe nobiliare, istruite dai genitori alle arti e, spesso, obbligate ad abbandonare la loro produzione dopo il matrimonio. Una delle poetesse che riuscì a mettersi in evidenza, conquistando un posto nella letteratura è stata Veronica Gàmbara, appartenente ad una delle più potenti famiglie della prima età moderna. Veronica Gàmbara nacque a Pratalboino, vicino Brescia, nel 1485 ed è erede di una stirpe di umanisti sia da parte di madre sia di padre e le sue rime vengono considerate dai poeti e autori più contemporanei come dei raffinati capolavori di tecnica che brillano tra i migliori versi della letteratura italiana.[1]

Veronica Gàmbara
Veronica ha l’opportunità di studiare greco e latino, filosofia e teologia. Sposata a ventiquattro anni a Gilberto X, signore di Correggio, lo amò e visse con lui un felice matrimonio fino al 1518, anno in cui rimase vedova e dovette occuparsi degli affari dello stato di Correggio che resse con notevole abilità e determinazione fino alla sua morte, avvenuta nel 1550. Di lei ci restano le Rime e una serie di Lettere, che trattano di cultura e politica. Il rilievo della Gàmbara nella letteratura del XVI secolo è principalmente legato alle Rime[2] che riflettono una capacità intellettuale raffinata ed elegante, dimostrandosi tanto impeccabili stilisticamente da essere apprezzate anche da Giacomo Leopardi. Si ispirano ai registri tematici e stilistici della lirica petrarchistica contemporanea, che la poetessa acquisì grazie agli insegnamenti del Bembo; ne è un esempio la tematica amorosa, espressa attraverso un livello più spirituale e intimista.
Mentre da vaghi e giovenil pensieri
Fui nodrita, or temendo, ora sperando,
Piangendo or trista, ed or lieta cantando,
Da desir combattuta or falsi, or veri,
Con accenti sfogai pietosi e feri
I concetti del cor, che spesso amando
Il suo male assai più che ‘l ben cercando,
Consumava dogliosa i giorni interi.
Or che d’altri pensieri e d’altre voglie
Pasco la mente, a le già care rime
Ho posto ed a lo stil silenzio eterno.
E, se allor, vaneggiando, e quelle prime
Sciocchezze intesi, ora il pentirmi toglie,
Palesando la colpa, il duolo interno.
Vittoria Colonna – Sebastiano del Piombo – 1520
Una delle donne più illustri e colte del Rinascimento è stata Vittoria Colonna[3], nata nel 1492 a Marino, sui Colli Albani, feudo della nobile famiglia dei Colonna. Vittoria ricevette una raffinata educazione improntata agli studi umanistici e, nel 1509, a soli diciannove anni, sposò Francesco Ferrante d’Avalos, marchese di Pescara e capitano generale delle truppe imperiali di Carlo V, che le era stato predestinato sin da bambina su preciso disegno del Re di Napoli. Il 5 dicembre del 1525 il marito, dopo una vita densa di avvenimenti, e con la prospettiva di una possibile successione al Regno di Napoli, morì in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Pavia, lasciando la moglie in un grande sconforto. Rimasta sola e senza figli, Vittoria avrebbe voluto entrare in convento, ma ne fu dissuasa da papa Clemente, anche se riuscì ugualmente ad isolarsi dalla società per servire Dio con più dedizione, trascorrendo il resto della sua vita in modo austero e quasi claustrale. Ammirata e stimata nella società letteraria dell’epoca, divise il suo tempo fra il convento di Viterbo, dove si dedicò alla poesia e a programmi di rinnovamento religioso, e Roma, dove, nel 1536, conobbe Michelangelo, con il quale strinse una forte amicizia che durò tutta la vita e a cui fu legata da una grande affinità spirituale e da una stretta corrispondenza epistolare pubblicata postuma. Morì a Roma nel 1547, nel convento delle suore benedettine di Sant’ Anna, dove si era ritirata a vivere dopo un’esistenza caratterizzata da continue crisi spirituali e religiose. È da procedere con molta prudenza nel dire delle rime della Colonna. Non pare che ella vedesse volentieri le proprie cose date al pubblico, e le edizioni che, lei vivente, se ne fecero, non ebbero certo l’assistenza e le correzioni dell’autrice.[4]
Vasto è sua produzione poetica, ristampata spesso anche dopo la morte, che, oltre alle Rime, comprende anche il Pianto sulla passione di Cristo, l’Orazione sull’Ave Maria e i versi dedicati al marito, che fece pubblicare solo quando furono trascorsi dieci anni di lutto. Le Rime di Vittoria Colonna hanno una storia editoriale alquanto complessa: la poetessa non autorizzò nessuna stampa, le sue poesie circolavano solo attraverso uno scambio privato di codici manoscritti inviati in dono a importanti personaggi dell’epoca. Ciò ha reso difficoltosa anche una sistemazione cronologica delle Rime, che attualizzano gli schemi petrarcheschi, edite a Venezia nel 1544, generalmente distinte in rime amorose e rime spirituali.
Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
ch’al cor mandar le luci al mondo sole,
e non per giunger lume al mio bel Sole,
al chiaro spirto e a l’onorata spoglia.
Giusta cagion a lamentar m’invoglia;
ch’io scemi la sua gloria assai mi dole;
per altra tromba e più sagge parole
convien ch’a morte il gran nome si toglia.
La pura fe’, l’ardor, l’intensa pena
mi scusi appo ciascun; ché ‘l grave pianto
è tal che tempo né ragion l’affrena.
Amaro lacrimar, non dolce canto,
foschi sospiri e non voce serena,
di stil no ma di duol mi danno vanto.
Isabella Morra
Vorrei ricordare anche la poetessa Isabella Morra, nata da famiglia patrizia nel 1520 a Favale, l’odierna Valsinni, un piccolo suggestivo borgo arroccato su un’estrema propaggine del Pollino, tra Lucania e Calabria. La sua vita è stata troncata da un triste destino perché a soli 26 anni fu uccisa dai fratelli nel castello di Morra. La figura di Isabella Morra è stata studiata e rivalutata nel ‘900 da Benedetto Croce[5] che, incuriosito dalla particolarità dei suoi versi, ne riconobbe il valore di poesia immortale e addirittura si recò in Basilicata per indagare personalmente sulla vita della sventurata poetessa. Di lei restano miracolosamente un esile canzoniere, le “Rime”, tredici componimenti, dieci sonetti e cinque canzoni, che rappresentano l’impetuosa autobiografia e ne rivelano l’indole malinconica e appassionata, ma sono anche testimonianza della sua dotta e raffinata cultura. Nel tempo, la poesia della Morra varcò i confini dell’oblio e iniziò a diffondersi nei salotti di Napoli. La nobile Morra era sublime poetessa, come affermò Benedetto Croce, e sorprende in lei lo stile letterario così originale e profondo nonostante non potesse avere reali contatti o scambi con accademie, salotti letterari, altri intellettuali e scrittori che affollavano le corti dell’Italia del Sud. Le rime[6] di Isabella Morra, seppur ligie ai canoni del petrarchismo, si distinguono dalla lirica più sensibile all’eleganza formale delle altre poetesse del Cinquecento. Il tema amoroso, dominante nella poesia femminile del tempo, si arrende all’urgenza dello sfogo interiore quale lamento contro una Fortuna avversa che costringe Isabella alla solitudine.
«Torbido Siri, del mio mal superbo»[7]
Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fine amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.
5 Dilli com’io, morendo, disacerbo
l’aspra fortuna e lo mio fato avaro,
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice alle tue onde io serbo.
Tosto ch’ei giunga alla sassosa riva
10 (a che pensar m’adduci, o fiera stella,
come d’ogni mio ben son cassa e priva!),
inqueta l’onda con crudel procella
e di’: – M’accrebber sì, mentre fu viva,
non li occhi, no, ma i fiumi d’Isabella.
Il Siri è il fiume Sinni, che scorre tra la Basilicata e la Calabria. In vita, la poetessa gli aveva affidato le sue lacrime, a gonfiarne le onde: adesso vi si rivolge per affidargli, come una specie di testamento, un messaggio per il padre lontano. I presagi di morte di Isabella troveranno presto una triste conferma.
Tullia D’Aragona – Bonvicino Alessandro Detto Moretto (1498 Ca./ 1519)
Tullia d’Aragona[8] nasce a Roma intorno al 1510 dalla cortigiana ferrarese Giulia Campana di cui l’alta società loda la leggendaria bellezza. Del padre non si hanno notizie certe ma lei si vanta d’esser figlia del cardinale Luigi d’Aragona, nipote del re Alfonso II di Napoli. Educata, sul volere della madre, alle arti e alla scrittura, era spinta a gareggiare con le donne oneste, spesso coltissime nell’ambiente cinquecentesco elevato e colto nel quale visse. Tuttavia è ammirata soprattutto per la sua fama da cortigiana nonostante gli sforzi per essere apprezzata prima di tutto come donna di lettere. Tullia scrive il Dialogo della infinità d’amore, sua opera più importante scritta nel 1547 per Cosimo de’Medici, una divertente “conversazione amorosa” che finge d’intrattenere con Benedetto Varchi, uno dei suoi amanti, mentre alla moglie Eleonora di Toledo, che diventa la sua protettrice e a cui chiede la speciale dispensa (e la ottiene) di evitare di portare il velo giallo, contrassegno obbligatorio per le cortigiane, dedica le Rime. Le rime sono nello stile petrarchesco, ma nel significato più profondo si concede una libertà di espressione che le donne non osavano prendersi spesso e parla con la stessa disinvoltura dell’amore più puro e delle gioie del piacere fisico. Oltre all’attività poetica, Tullia è ricordata anche per la traduzione di testi dallo spagnolo, fra cui Meschino detto il Guerrino, romanzo cavalleresco famoso al suo tempo. muore sola e dimenticata nel 1556.
Fiamma gentil che da gl’ interni lumi
Fiamma gentil che da gl’ interni lumi
con dolce folgorar in me discendi,
mio intenso affetto lietamente prendi,
com’ è usanza a tuoi santi costumi;
poi che con l’ alta tue luce m’ allumi
e sì soavemente il cor m’ accendi,
ch’ ardendo lieto vive e lo difendi,
che forza di vil foco nol consumi.
E con la lingua fai che ‘l rozo ingegno,
caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi
per cantar tue virtuti in mille parti;
io spero ancor a l’ età tarda farsi
noto che fosti tal, che stil più degno
uopo era, e che mi fu gloria l’ amarti.
Laura Battiferri – Angelo detto il Bronzino
Laura Battiferri[9], poetessa dimenticata del ‘500, nasce a Urbino nel 1523, figlia illegittima del nobile prelato Giovanni Antonio Battiferri con Maddalena Coccapani di Capri. Il padre tuttavia la riconosce e le garantisce un’ottima educazione umanistica: studia filosofia, sacre scritture e letteratura. L’Accademia degli Intronati di Siena infrange la sua regola più rigida per aprirle le sue porte: è la prima donna mai ammessa. Nulla si conosce della sua giovinezza se non che, andata sposa al bolognese Vittorio Sereni, ne rimase ben presto vedova. Si rimaritò a ventisette anni, il 17 apr. del 1550, con l’architetto e scultore fiorentino Bartolomeo Ammannati, e da questo momento la sua vita appare strettamente legata a quella del marito, non soltanto per le vicende esteriori, ma anche per un’effettiva consonanza di sentimenti e di ideali, quale si manifesta, tra l’altro, in numerosi passi delle lettere e delle poesie di lei. Non diede figli al marito, e se ne dolse in un sonetto, definendosi, con un petrarchesco bisticcio sul proprio nome, “arbor sterile”. Donna di profonda e intelligente pietà, in relazione spirituale con religiosi e monache di diversi Ordini, benefattrice dei padri gesuiti di Firenze, ebbe certamente una parte notevole nelle relazioni del marito con la Compagnia di Gesù nonché nell’orientamento in senso moralistico del pensiero di lui sull’arte, espresso nella Lettera agli ornatissimi Accademici del Disegno del 1582. Fu in relazione d’amicizia con molti letterati e artisti del tempo, tra cui, oltre il Varchi, il Caro e B. Tasso, si annoverano l’umanista Pier Vettori, Lelio Capilupi, il poeta e predicatore Gabriele Fiamma, Baccio Valori, i pittori A. Bronzino e Luca Martini, l’architetto Gherardo Spini, B. Cellini e altri, i cui nomi ricorrono abbastanza spesso o tra quelli di coloro che vengono a farle visita a Maiano o tra i dedicatari delle sue Rime, la cui pubblicazione avvenne nel 1560. Sono degni di nota, per sincerità d’accento e chiarezza di struttura, i Salmi, sonetti spirituali, di ispirazione classico-cristiana o neoplatonica. Profonda l’amicizia con Bronzino, pittore e poeta, autore di un suo famoso ritratto. Morì nel 1589, lasciando tutte le sue sostanze al marito.
Famoso il madrigale che celebra la bellezza naturale e storica di Roma, in cui Laura esprime il suo desiderio di non dover mai partire da questo posto meraviglioso.
Superbi e sacri Colli,
sotto il cui Glorioso e grande impero
tennero i figli vostri il mondo intero,
così fioriti e molli
vi servi largo e temperato cielo
né vi offende già mai caldo né gelo.
E tu, vago, corrente e chiaro fiume,
che fai più adorna Roma,
così tu aver de chioma
del Sol non secchi il troppo ardente lume.
Fate che mai non sia quel crudo giorno
che io lasci il vostro dolce almo soggiorno.[10]
Gaspara Stampa
Gaspara Stampa,[11] nata nel 1523 a Padova, si trasferisce giovane a Venezia dove viene notata per le sue qualità artistiche e poetiche, creando uno fra i salotti più frequentati della Serenissima. Nel 1531, la madre Cecilia, dopo la morte del marito Bartolomeo, decise di trasferirsi a Venezia con i figli (Gaspara, Cassandra, Baldassarre), ai quali diede un’educazione letteraria e artistica; in particolare le due sorelle divennero presto ammirate cantanti e suonatrici di liuto. La casa Stampa divenne un salotto letterario tra i più frequentati dai maggiori musicisti, pittori e letterati di Venezia. Gaspara, ammirata come cantante oltre che per la sua bellezza, “era circondata da un nuvolo di adoratori”. Nel 1544, l’improvvisa morte del fratello Baldassarre (anch’egli rimatore di buona fama presso i contemporanei, anche se le sue rime furono pubblicate solo nel 1738) turbò il clima sereno della casa, e Gaspara, particolarmente colpita, reagì allontanandosi dalla mondanità, tanto da meditare una vita monacale, stimolata su questa strada da suor Paola De Negri. Passata la crisi religiosa, e mitigato il dolore del lutto, tornò alla vita mondana del passato e alla spensieratezza amorosa. Se non fu cortigiana, come qualcuno ha supposto, visse certamente un’esistenza libera ed elegante, stringendo relazioni con letterati e gentiluomini. Tra le numerose relazioni, probabilmente la più sentita fu, nel 1548, con il conte Collaltino di Collalto, al quale dedicò gran parte dei 311 componimenti delle sue Rime. L’uomo, tuttavia, ricambiò solo a tratti la passione di Gaspara (Anasilla, come amò chiamarsi dal nome latino del Piave – Anaxus – che bagnava il feudo dei Collalto), allontanandosi spesso da Venezia per lunghi periodi. Quando, nel 1551, la loro relazione si interruppe definitivamente, fu probabilmente un duro colpo per Gaspara, che tuttavia non tardò ad intrecciare nuovi amori, il più durevole dei quali fu con il veneziano Bartolomeo Zen. Nel 1554, il 23 aprile, a soli 31 anni, Gaspara morì dopo quindici giorni di febbri intestinali (mal cholico); fu avanzato il sospetto, mai comprovato, di avvelenamento, e sulla base di questo sospetto è stata avanzata l’ipotesi della morte per suicidio. Ma le notizie attendibili della vita di Gaspara Stampa[12] restano poche e frammentarie. Il suo canzoniere, una forma di diario intimo in cui si alternano gioie e angosce, è una delle testimonianze letterarie più delicate della sensibilità femminile dell’epoca. I suoi scritti e la morte prematura fecero della Stampa una delle figure femminili più caratteristiche del suo tempo, nonché ispirazione delle diverse tesi romantiche sull’animo delle donne. Tutte le opere, le Rime sopra citate, i sonetti, le canzoni e le sestine, furono pubblicate postume dalla sorella Cassandra poco dopo la morte di Gaspara, e dedicate a Giovanni della Casa. A lei si devono 311 liriche che sono fra le poesie più interessanti del tempo, le Rime di Madonna Gaspara Stampa sono legate alla scuola petrarchista, al tempo seguita dai più importanti autori.
Dalle Rime, CLXXXVIII:[13]
Quasi vago e purpureo giacinto
che ‘n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta, [il sole N.d.R.]
che lo mantien degli onor suoi dipinto,
subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che ‘l sol abbia coperto e cinto,
tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,
dinanzi a ‘rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor cresce.
Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura téma, che con lei si mesce,
che la sua luce tosto fia sparita.
Moderata Fonte
Moderata Fonte,[14] pseudonimo di Modesta Pozzo de’ Zorzi, vissuta a Venezia fra 1555 e 1592 , è stata una poetessa italiana del Rinascimento. Dopo la morte dei genitori, avvenuta un anno dopo la sua nascita, fu affidata insieme al fratello Leonardo alla tutela della nonna. Dopo aver trascorso due anni in un convento, all’età di nove anni tornò a casa, dove studiò il latino e il disegno; si dedicò anche alla musica, imparando a cantare e a suonare il liuto e il clavicembalo. Una delle sue prime opere, una sacra rappresentazione intitolata Le Feste, fu presentata al doge Nicolò da Ponte alla festa di Santo Stefano. Nello stesso anno, il 1581, Fonte pubblicò il poema cavalleresco I tredici canti del Floridoro, dedicato al granduca di Toscana Francesco I de’ Medici per il suo matrimonio con Bianca Cappello. Dopo aver sposato Filippo de’ Zorzi, un patrizio veneziano, Moderata si vide costretta, nei dieci anni di matrimonio, a sacrificare la propria attività letteraria. Morì all’età di trentasette anni, mentre dava alla luce il suo quarto figlio. Aveva però fatto in tempo a terminare la sua opera maggiore, il dialogo Il merito delle donne, che fu pubblicata postuma nel 1600.
Dall’incipit di Tredici canti del Floridoro[15]
cegli d’ornati, e ben composti accenti
Il più bel fior, leggiadra Musa, e canta
Li spogliati trofei, gli incendi spenti
Dal tempo, ond’ancor Marte e Amor si vanta.
Di’ le battaglie rie, le fiamme ardenti,
Ch’uscir da l’arme, e dalla face santa
Allor, che ‘l fero Dio gli altari avea,
E Ciprigna adorata era per Dea.
Canta l’inclite imprese, e i dolci affetti
De’ cavallieri, e de le donne illustri,
Fa’ che di quelle man, di questi petti
Viva il pregio, e la gioia eterni lustri;
E agguaglia lo stil con quei concetti,
Ch’escon de’ pensier miei vaghi e industri,
Mentre al raggio purissimo, e divino
D’un’alma coppia il rude ingegno affino.
Fra tanto ella, che luce e scorta sia
Della nobil da noi fatica presa,
Favorirà per così lunga via
Quel bel desir di c’ho la mente accesa;
Altrimenti quest’opera saria
Oscura troppo, e mal guidata impresa,
Né sperarei, senza il suo lume grato,
Di pervenirne al fin sì desiato.
FRANCESCO Serenissimo, splendore
Del fortunato Imperio di Toscana.
Voi, che quel sete, senza il cui favore
Ogni fatica mia reputo vana;
Degnisi il vostro generoso core,
Per l’alma sua virtù via più ch’umana
Talor rivolger del mio basso ingegno
Gli incolti versi, che cantando vegno.
a cura di Maria Rosaria Teni
[1] E. Bonora, Storia della letteratura italiana, Garzanti, vol. IV, 1966.
[2] Le Rime, a cura di A. Bullock, Firenze, Olschki, 1995
[3] S. Bianchi (a cura di) Poetesse italiane del Cinquecento, Milano, Mondadori 2003
[4] “Rime di tre gentildonne del secolo XVI” (Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, Veronica Gàmbara), con prefazione di Olindo Guerrini, Milano, Sonzogno ed., 1882
[5] B. Croce, Vite di avventure, di fede e di passione, Adelphi, Milano 1989
[6] A De Gubernatis, Isabella Morra, Le Rime, Roma, Forzani e C. Tip. del Senato 1907
[7] da Lirici del Cinquecento, L. Baldacci, (a cura di), Longanesi, Milano 1984
[8]M. Antes (Autore), Tullia d’Aragona. Cortigiana e filosofa, Pagliai Ed., 2011
[9]BATTIFERRI, Laura, su treccani.it.
[10] Battiferri, Primo Libro.
[11] G. Dolci, Gaspara Stampa in Letteratura italiana. I Minori, II, Milano, La Prora 1961.
[12] M. T. Dazzi, Gaspara Stampa, in Dizionario Bompiani degli autori 1963.
[13] Rime, Biblioteca Universale Rizzoli, 1978
[14] http://www.treccani.it/enciclopedia/modesta-dal-pozzo_(Dizionario-Biografico)
[15] Tredici canti del Floridoro / Moderata Fonte ; a cura di Valeria Finucci – Modena : Mucchi, 1995. –