Galeotto fu un libro – parte settima

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Chi è Kika?

Stefano balbettò una frase incoerente, mangiandosi qualche parola e si sfregò le mani nervoso.

Delia fece una faccia dispiaciuta ma dentro di lei sorrideva per l’impaccio del ragazzo. «No, no!» si affrettò a dire simulando dispiacere. «Capisco che è una ferita dolorosa Kika. Quindi possiamo parlare di noi. Chi siamo e cosa facciamo. Quali sono le nostre aspirazioni per il futuro. Lasciamola perdere».

Stefano abboccò all’amo e iniziò a spiegare come aveva conosciuta Kika, ignorando il suggerimento della ragazza.

«So di essere un po’ imbranato» ammise abbassando lo sguardo quasi come un sussurro. In effetti con le donne proprio non ci capiva nulla e sbagliava tutti i tempi dell’approccio. Quando è il tempo giusto di proporre o fare una avance, sto zitto impacciato e questa sfuma. Lo faccio però nei momenti meno opportuni rimediando delle figuracce megagalattiche. Però non posso condividere tutto questocon Delia. Anch’io ho un’anima e un amor proprio.

Dopo una piccola pausa che Delia con perfida attenzione non interruppe, riprese il discorso. «Un anno fa, più o meno, mi sono iscritto a un social. In realtà era un’app da usare col telefono. E lì ho incontrato Elke, che mi ha indirizzato a come scovare l’anima gemella».

Stefano deglutì con la bocca secca e si versò un altro goccio di coca. Delle gocce di sudore gli imperlavano la fronte, mentre con la lingua umettava le labbra.

«Vedo che è un ricordo doloroso questo di Kika. Meglio un cambio di argomento» spiegò Delia con un tono poco deciso, come se invece lo volesse spronare ad aprirsi. «Io lavoro come commessa in un negozio del centro commerciale Quo vadis?. Forse te lo avevo già detto. Però non ricordo. Tutto sommato mi trovo bene e la paga è buona. Però quando ci sono le feste come Pasqua o Natale è un delirio per gli orari e le persone. Non si può avere tutto dalla vita». Si adagiò allo schienale della poltrona, sperando che lui riprendesse il discorso su Kika, perché le stuzzicava la curiosità di conoscerne la storia.

Visto che lui si era inceppato e stava zitto, gli domandò con tono secco. «Hai detto, se non ricordo male, che lavori in un complesso industriale. Ma cosa fai di preciso, se non è un segreto?»

Stefano scosse il capo come per negare che fosse un segreto. «Mi occupo di informatica…».

«Urca!» esclamò Delia alzando la voce di un’ottava. «Un piccolo hacker!»

Il ragazzo sorrise compiaciuto ma si affrettò a smentirla. «No, non sono un hacker. Scrivo codice e gestisco delle app aziendali. Un lavoro impegnativo, specialmente a fine anno. Tuttavia mi diverte. Ho sempre sognato di occuparmi di questo. La paga… Beh! Potrebbe essere migliore ma visto che vivo in famiglia, è sufficiente per le mie necessità».

Delia cavalcò l’onda e gli pose un’altra domanda. «Se sei bravo, perché non cerchi un lavoro lontano da qui. Che ne so… ad esempio a Milano…». E lasciò in sospeso la domanda, sperando di avere la sua risposta.

Stefano scrollò il capo come se volesse negare di cercare un posto lontano. «Le occasioni ci sono state e non mancano ma preferisco rimanere qui anche se altrove la paga sarebbe migliore. Però in un’altra città dovrei pagare un affitto e mangiare e poi…». Fece una piccola pausa prima di riprendere il filo del discorso. «Dovrei ricominciare tutto da capo con le amicizie. Inoltre non è detto che nel nuovo ambiente mi troverei bene. Qui sono trattato con rispetto e considerato bene. L’ambiente è positivo. Coi colleghi ho legato e ci aiutiamo a vicenda senza farci degli sgambetti».

Delia sorrise in modo sarcastico. Te li raccomando i colleghi. Davanti tutti gentili ma appena giri le spalle… Zac! Una coltellata nella schiena. «Mi fa piacere ascoltare qualcuno che parla bene dei colleghi. Io non posso dire altrettanto. Bisogna fare attenzione a quello che dico e mi devo guardare con attenzione intorno».

Stefano sorrise sghembo. In realtà lui non dava molto spazio e confidenze ai colleghi. Solo lo stretto necessario, perché anche loro stanno in guardia. Però, non mi risulta che mo abbiano teso dei tranelli per avvantaggiarsi. «Capisco quello che vuoi dire ma ti assicuro che alle spalle non hanno mai tramato. Fuori dall’ufficio ci troviamo di rado. Direi quasi mai ma credo che sia meglio così. Legami troppo stretti non funzionano. Prima o poi capita di far baruffa».

Delia sorrise. Non è così ingenuo come vuol lasciar credere. «Che ne dici se attacchiamo la vaschetta di gelato?»

Il ragazzo annuì, mentre lei si alzava per prendere coppette e gelato.

Galeotto fu un libro – parte sesta

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A casa di Delia

Delia abitava in quello che fino all’inizio del novecento era stato il ghetto ebraico. All’inizio della sua strada c’erano ancora i segni: i due cardini che sostenevano il pesante cancello di ferro che alla sera richiudeva gli ebrei nelle loro vie strette e tortuose. Le case erano addossate l’una all’altra e avevano almeno quattro piani, dove gli ultimi erano chiaramente posticci.

L’appartamento di Delia era al piano nobile, il primo, ed era il frutto dello smembramento di quello originale diviso in tre parti. Il suo era la parte migliore coi soffitti affrescati con scene bucoliche e due enormi camini in marmo rosa di Verona. Quattro enormi finestre lo rendevano luminoso a differenza degli altri due che prendevano luce da un cavedio.

Infilata la chiave nel grande portone di quercia lavorata con scene di caccia, Delia accese la luce nel grande androne che mostrò una vecchia porta sulla sinistra e un imponente scalone di marmo sulla destra.

Stefano allargò gli occhi per la meraviglia socchiudendo la bocca come se volesse far uscire un “Oh!” di meraviglia.

«Una volta da quella porta si accedeva alla bottega di un falegname» spiegò accennandola col capo. «Adesso ospita le nostre macchine. Una bella comodità per chi abita nel centro storico avere l’auto sotto casa e sempre disponibile».

Dopo aver deposto sul tavolo in cucina quanto acquistato lungo il tragitto, la ragazza fece un rapido giro per la casa per mostrarla a Stefano. In effetti non c’era molto da vedere. Due ampie stanze col camino e soffitti affrescati, un comodo bagno cieco e una cucina di generose proporzioni che aveva due piccole finestre in alto che prendevano luce dalla scala.

«Sistemati sul divano. Arrivo con bevande e mangiare» urlò Delia dalla cucina, mentre armeggiava col frigorifero per sistemare la vaschetta di gelato.

Mise sul tavolino di teak, un pezzo degli anni sessanta ereditato dalla nonna, un vassoio con vino bianco ghiacciato, coca cola e birra e diversi bicchieri e boccali. Poi aggiunse le tartine acquistate Al Birbante, dei tranci di pizza e di ceci e un paio di contenitori con insalata e fagioli già conditi.

«Forza!» affermò la ragazza con tono deciso. «Io ho una fame da lupi. Pensavo di mangiare qualcosa alla discoteca ma…». E si versò un calice di vino che appannò il vetro, mentre metteva in bocca una tartina al salmone con salsa di tonno.

Per una buona mezz’ora si sentì solo il rumore della masticazione, il deglutire delle bevande inframmezzato da qualche borbottio che simulava una parvenza di conversazione.

«Dimmi di Kika» iniziò Delia con tono inquisitore, mentre si detergeva le labbra con una salvietta di carta, trattenendo un piccolo rutto.

Stefano rimase interdetto, sgranando gli occhi azzurri. Farfugliò qualcosa e diventò rosso come un pomodoro.

«Ho capito» fece la ragazza con tono ironico. «Non ne vuoi parlare». Poi si alzò per prendere la vaschetta di gelato e alcune fette di torta.

«Ma no!» protestò il ragazzo con le orecchie bordeaux per la figuraccia appena rimediata. «Quando ti siedi, ti racconto tutto!»

Delia sogghignò soddisfatta senza farsi notare.

La serata sembrava prendere il binario giusto.

Galeotto fu un libro – parte quinta

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La serata prosegue

Delia gli diede appuntamento Al birbante, un locale nel centro città. «Riporto a casa la mia macchina, poi ci vediamo lì tra mezz’ora» lo ragguagliò la ragazza allontanandosi.

Dopo essersi dati appuntamento davanti al locale, Stefano raggiunse la sua auto nel grande parcheggio dinnanzi alla discoteca. Il ragazzo imprecò diverse volte, perché alcune macchine erano sistemate male e quasi gli impedivano di uscire.

Lei invece a passo svelto raggiunse la sua, prestando attenzione alla strada, perché, spente le luci stroboscopiche della discoteca, il luogo era quasi al buio totale, rischiarato appena da un pallido lampione. Col cuore che batteva a mille si sistemò velocemente nel posto di guida chiudendo tutte le portiere. Aveva fatto la spavalda nel parcheggiarla ma comprese che avrebbe potuto fare brutti incontri anche se il tragitto era di poco conto, appena qualche centinaio di metri.

I locali del centro città erano animati come tutti i sabato sera da giovani schiamazzanti che pensavano solo a divertirsi, far baldoria e tirare tardi.

Al brigante nonostante l’ampia distesa di tavoli sulla piazzetta pedonalizzata non ce ne era uno libero. Non pareva nemmeno che qualcuno si potesse liberare tanto presto. Delia era in attesa di un tavolo libero e appariva come un rapace pronto a ghermire la sua preda.

La ragazza sbuffava indispettita e imbronciata. Non amava aspettare che qualcuno togliesse le tende lasciando libero un tavolo. Poi la nuova conoscenza tardava troppo a raggiungerla. In piedi con lo sguardo cupo meditava di andarsene, anche perché dopo una veloce panoramica intorno notò che non era l’unica in attesa. Era certa che sarebbe finita in furibondo litigio la sera. Me la sento che finirò per litigare. Forse sarebbe meglio andarmene. Neppure è stata un’idea intelligente invitare Stefano a finire la serata con me. Rifletté guardandosi per l’ennesima volta intorno se qualcuno aveva intenzione di smobilitare.

Stefano arrivò dopo diversi minuti che lei era lì nervosa come un cavallo imbizzarito. Per lui trovare un posto libero per sistemare la sua auto era stata una questione di fortuna e lui non ne aveva avuta molta.

Mentre con lo sguardo cupo monitorava la situazione sempre incerta se restare o andarsene, stringeva convulsamente la sua tracolla e si dondolava nervosa sulle gambe, quando si sentì chiamare. «Delia!»

Si girò con gli occhi che lanciavano lampi di nervosismo e lo vide che si sbracciava, mentre si avvicinava col sorriso sulle labbra.

La ragazza ebbe un moto di collera che represse quasi subito in volto sorridente. «Finalmente!» affermò con tono leggermente acido. Poi ammorbidendo la voce aggiunse: «Rischiamo di rimanere in piede per un bel pezzo e litigarci una sedia!»

Stefano annuì perché aveva osservato che la piazzetta era strapiene di giovani in parte seduti e in parte in piedi in attesa di un mitico tavolo. Stava per replicare, proponendo di spostarsi in qualche altro locale, quando fu colto in contropiede da una proposta di Delia.

«Prendiamo un vassoio di tartine e qualche stuzzichino. Poi strada facendo ci facciamo una vaschetta di gelato e qualche trancio di pizza. Compriamo qualche cola e birra dal cingalese…». La ragazza fece una piccola pausa prima di riprendere il discorso. «Boh! Forse è un bengalese oppure non saprei. Hanno la pelle scura ma non sono dei negri. La sua bottega è sempre aperta fino a mezzanotte. Vende anche frutta e verdura oltre che alle bevande. In casa ho qualche bottiglia di vino e un pezzo di dolce».

Il ragazzo la guardò stranito. Non si aspettava che lo invitasse a casa sua a terminare la serata.

«Oppure preferisci andartene per i fatti tuoi?» domandò con tono incerto, vedendolo con l’occhio smarrito.

«No, no!» si affrettò a confermare con un bel sorriso stampato sulle labbra. Una serata iniziata in modo incerto sta prendendo una piega inaspettata.

«Bene! Avviamoci. Il mio appartamento non dista molto» spiegò prendendolo per la mano. «Però non farti idee malsane! Stiamo in pace a chiacchierare ma niente altro». Proseguì con voce seria. Non voleva che si creasse false aspettative.

Sotto l’influsso della luna – Il pranzo di natale

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Pranzo di Natale

Alex dopo aver chiuso la porta e riposto stivali e mantelli nella stanzetta accanto la cucina ad asciugare, ravvivò il fuoco morente nel camino. Un dolce tepore li riscaldò dopo la lunga e faticosa camminata nella neve, che andava gelando.

Mentre Marion portava in tavola un Christmas pudding e una fetta di tacchino arrosto ricoperta con salsa di pane, Alex riscaldò il mulled wine, che nella gelida serata avrebbe riscaldato i loro corpi. Poi si sedettero a tavola. Questa sarebbe stata la loro cena della vigilia.

La tavola era già pronta per il giorno dopo, quando avrebbero ricevuto gli amici per il tradizionale pranzo natalizio che a turno facevano nelle proprie abitazioni. Quest’anno era toccato a loro.

Dopo aver ringraziato il Signore per il pane quotidiano, una lama di luce filtrò attraverso la pesante tenda, che copriva la finestra, colpendo il dolce natalizio.

«È nostra signora Luna che ci ha accompagnato in questa notte buia lungo la strada. Ci sta dando il saluto della buona notte» affermò Marion con voce serena, pensando che fosse di buon auspicio per il giorno dopo.

Cenarono in silenzio, dividendo le due portate tra loro per non far mancare nulla ai loro amici quando sarebbero arrivati a mezzogiorno. Era anche un modo per controllare che il pranzo sarebbe stato un successo.

«È venuto buono sia tacchino sia il pudding. Domani faremo bella figura coi nostri ospiti» affermò Alex, pulendosi la bocca da alcune briciole. La moglie annuì contenta, confermando il giudizio del marito.

Marion aveva lavorato sodo tutta la vigilia per preparare il tacchino farcito per i loro ospiti. Era il piatto tradizionale del villaggio e non poteva mancare dalla loro tavola.

Alex l’aveva allevato con la massima cura durante l’anno, perché fosse pronto per il pranzo di Natale, quando loro insieme agli amici dei casolari vicini si sarebbero riuniti per festeggiare il venticinque dicembre.

Dopo aver lavato e asciugato piatti e posate, li misero sulla tavola, lasciando che l’ultimo ciocco finisse di bruciare nel camino.

Quando il gallo diede loro la sveglia, Marion sbirciò dalla finestra incrostata di ghiaccio per controllare come era il tempo. Alex accese il fuoco in cucina che era gelida. Indossava un pesante mantello per ripararsi dal gelo della notte. Con un dito intirizzito scrostò qualche cristallo ricamato dal freddo sul vetro della finestra.

«Hai visto Alex! Nostra signora Luna ci ha regalato una splendida giornata di sole. Sarà un pranzo speciale coi nostri amici!» esternò con voce felice Marion dalla stanza da letto, osservando il biancore della neve che il sole rifletteva in mille luccichii tanto da costringerla a stringere gli occhi per l’intensità della luce.

Marion tutta felice per l’inaspettata giornata luminosa dopo due giorni grigi per l’intensa nevicata si apprestò a completare il pranzo. Preparò otto piccole porzioni di Christmas pudding al cui interno mise sei foglietti della fortuna e due corone d’argento.

A mezzogiorno in punto Brad e Anne arrivarono portando quattro piccole crostate ripiene di frutta secca, spezie e zucchero, accolti da generosi abbracci da parte di Alex e Marion.

Subito dopo giunsero Paul e Alice con un piatto di salcicce avvolte nel bacon da servire come antipasto. Furono sommersi dai baci e dagli abbracci dei presenti.

Alla fine arrivò l’ultima coppia, Peter e Angie, che portarono cavolini con pancetta e castagne.

Era tutto un vociare allegro e uno scambio di auguri e baci nella sala illuminata da uno splendido sole, con il fuoco del camino che ardeva in un crepitio di puntini rossi.

Le quattro coppie si sistemarono intorno alla tavola imbandita per il pranzo natalizio. Al centro era l’ospite d’onore, che non poteva mancare. Il tacchino al forno ripieno di spezie, cipolle e pancetta, contornato da patate arrosto e salsa di pane. A parte c’era la cranberry sauce, una salsa di mirtillo selvatico, raccolto nei boschi intorno al villaggio, e i cavolini con pancetta e castagne. Iniziarono la festa con le sausages wrapped in bacon, deliziose salcicce avvolte nella pancetta.

Dopo aver fatto onore al tacchino e ai suoi deliziosi contorni, terminarono con gli immancabili dolci natalizi.

«Fatte attenzione nell’addentare il christmas pudding. Non vorrei dover pagare i danni dal dentista» affermò Alex con tono alterato dalle molte birre artigianali e dai mulled wine.

Tutti risero felici, sperando di essere i fortunati a cui sarebbe toccata in sorte la corona d’argento.qui.

Galeotto fu un libro… parte quarta

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«Chi è Kika?» Domandò Delia con lo sguardo curioso, sorseggiando il suo drink, mentre prendeva una patatina.

Stefano sorrise impacciato. «Non lo so. L’ho conosciuta sul web ma non ho mai visto una sua immagine. Ignoro faccia, occhi, altezza. Me la sono immaginata di statura alta come te. Occhi verdi e capelli… Non saprei proprio. A volte rossi, altre castano. Insomma…».

La ragazza sgranò gli occhi, inarcando le sopracciglia. Non sa che viso abbia e le ha dato un appuntamento al buio! Non poteva credere che fosse così ingenuo da immaginare che questa fantomatica Kika sarebbe venuta stasera. Lo osservò sbigottita.

«Il riconoscimento doveva avvenire con la cartolina che hai nella borsa. Mi ha detto di metterla nella sua buchetta delle lettere con luogo e data dell’appuntamento» proseguì il ragazzo con le guance tutte rosse, pensando a quanto era stato sprovveduto, mentre terminava la sua coca. «Però qualcosa non è andato per il giusto verso, visto che ci sei tu al posto di Kika».

Delia si appoggiò allo schienale della sedia e socchiuse gli occhi, inspirando un po’ di aria prima di rispondere. «Direi proprio di sì, visto che si è sbarazzata di cartolina e messaggio, lasciandoli in mezzo a un libro che era a disposizione di tutti».

Tra loro calò un silenzio come se avessero esaurito tutte le spiegazioni, finché la ragazza non riprese il pallino della conversazione.

«Bene» riprese a parlare Delia terminando di bere il drink e infilandosi in bocca una nocciolina. «Dimenticata Kika, concentriamoci su di noi. Ho venticinque anni e sono una commessa. Vivo da sola senza alcun legame con qualcuno. E tu?»

«Ho la tua età e ho cominciato da poco a lavorare in un gruppo industriale alla periferia della città. Dopo la laurea breve ho tentato il dottorato ma non sono tagliato per gli studi. Così ho preferito un impiego piuttosto che proseguire senza stimolo, allungando il tempo di essere produttivo con un lavoro. Vivo ancora in famiglia. Pensavo che…».

«Lascia perdere Kika» lo interruppe Delia, scuotendo il suoi riccioli biondi. «Dunque sei single visto che hai puntato sul cavallo perdente». Terminò il pensiero con un sorriso per nulla ironico.

Stefano annuì. Era inutile accampare sogni o scuse. Mi sono innamorato di molte ragazze che però non hanno ricambiato i miei sentimenti. Anzi a essere sinceri si sono prese gioco di me. Doveva ammetterlo che con le donne non ci sapeva fare. Pensava di migliorare la situazione nascosto dietro una tastiera e uno schermo ma era stata solo un’illusione. Osservò Delia che dimostrava maturità e idee chiare sui rapporti con gli uomini. Quindi tutto sommato questa serata non è stata deludente. Forse è stato un colpo del destino che quella cartolina sia finita nella sue mani.

«Ma sei sempre stata single?» Chiese Stefano, meravigliandosi della sua audacia per la domanda posta, mentre fantasticava un possibile approccio.

Delia gettò indietro il capo ridendo di gusto. Quel ragazzino sta tirando fuori tutto il suo coraggio visto che finora gli è andata buca con le donne! Merita una risposta sincera.

«Certo che no. Di uomini ne ho avuto diversi. Non molti ma almeno tre o quattro. L’ultimo, che ha convissuto con me per circa un anno, l’ho cacciato di casa. Non ne potevo più di averlo tra i piedi!» Confessò con candore la ragazza, tanto per fargli capire di che stoffa era fatta: era una donna indipendente e per nulla facile se per caso gli fossero venute strane idee.

Stefano sorrise. La risposta non l’aveva deluso. Doveva far correre meno la fantasia e tenere i piedi saldi a terra. Aveva compreso che Delia era un tipino tosto, gentile ma determinata. Per nulla arrendevole.

«Dovrai perdonarmi per la domanda indiscreta, visto che ti conosco da poco tempo» rimediò con tono sicuro ma educato. «La mia è una semplice curiosità visto che sei venuta in questo posto da sola senza conoscere nessuno».

Delia sorrise dandogli un buffetto sulla mano. «Non tengo segreti né scheletri nell’armadio. Quindi la tua domanda non mi ha infastidita» replicò con voce ferma, guardando l’orologio. «Io penso di trasferirmi in centro per finire la serata. Qui mi annoio e poi c’è troppa folla e frastuono per i miei gusti. Che fai? Vieni con me oppure aspetti la misteriosa Kika?»

Stefano si alzò deciso. Buttarmi in pista? No, meglio la sua offerta. «Visto che me lo hai chiesto vengo con te in centro. Io sono in macchina e tu?»

«Anch’io. Allora andiamo».

Galeotto fu un libro… parte terza

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Stava per varcare la soglia per uscire, quando sentì un «Ciao. Sei Kika?» Si fermò interdetta, pensando che quella voce maschile dal tono titubante avesse apostrofato una delle due ragazze che ancora si attardavano nell’atrio. Si girò ma vide dietro di lei un biondino con lo sguardo di un cucciolo smarrito. Stava per spingere il vetro, quando quella voce riprese a parlare. «Il mio messaggio l’hai letto, visto che hai la cartolina».

Delia farfugliò qualche parola biascicata come un vecchio sdentato, mentre scrutava il ragazzo imporporato per l’emozione. Sembra un lattante con la bocca sporca di latte. Lei con i suoi venticinque anni si sentiva una donna matura già svezzata alla vita.

Lui sempre più impacciato mosse un passo indeciso verso di lei, mentre si torceva le mani.

Delia si accorse in quel momento che erano rimasti solo loro due. Le due ragazze forse si erano gettate nella bolgia, perché erano sparite. «No. Non sono Kika» affermò con tono secco come infastidita da una zanzara molesta.

«Eppure hai la mia cartolina. Quella che ti ho scritto una settimana fa» replicò con voce rinfrancata, facendo un passo in avanti.

«Però Kika l’ha messa in un libro della biblioteca» spiegò con voce calma Delia, dando per scontato che fosse stata questa misteriosa Kika a inserire la cartolina. Avanzò di un passo verso di lui. «Io l’ho trovato con un messaggio».

Il ragazzo la guardò interdetto con lo sguardo smarrito. Non capiva il senso delle parole di Delia. Libro? Quale libro? Aveva nitido il ricordo di aver messo cartolina e messaggio nella buchetta della posta della casa di Kika. Non di certo in un libro. Provò a spiegarsi con Delia, farfugliando parole confuse.

La ragazza sorrise trattenendo una risata per non demoralizzarlo. Dunque lui ha messo cartolina e messaggio nella buchetta di una ragazza che non conosce o forse non ha mai visto. Lei li ha inserito nel libro preso in prestito lasciandoli lì. Adesso la curiosità era cresciuta e voleva andare a fondo di questa buffa situazione. «Andiamo al bar» affermò con tono energico di comando, avviandosi. Trovava che il contesto fosse divertente. Ignorava il suo nome e lui l’aveva scambiata per Kika.

Lui la seguì in silenzio qualche passo dietro di lei.

Si sistemarono in un angolo appartato dove il rumore della musica arrivava appena soffuso.

Un ragazzo si avvicinò al loro tavolo. «Per ordinare dovete passare alla cassa e chiedere al banco. Stasera non c’è servizio al tavolo» spiegò con tono discreto prima di allontanarsi.

«Io prendo un drink analcolico con qualche stuzzichino. Tu?» domandò Delia alzandosi vista lo sguardo smarrito del ragazzo.

«Una coca» farfugliò in maniera quasi impercettibile prima di dire con tono franco «Pago io», andando verso la cassa.

Delia scosse il capo. Trovava la situazione quasi surreale, mentre lo seguiva.

Tornati al tavolo con bevande e stuzzichini, si osservarono per un po’ in silenzio.

«Io sono Delia» affermò con tono franco rompendo il ghiaccio. Sperava d’indurlo a parlare con chiarezza. Sollevò il bicchiere come se volesse fare un brindisi.

«Stefano» replicò asciutto alzando la sua coca.

Scoppiarono a ridere insieme, perché alla fine si erano presentati.

Sotto il segno della luna

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Luz aveva proposto di scrivere un incipit basandosi su tre immagini. Io ho scelto questa ma il concorso prescriveva come clausola che dovessi commentare e scegliere altri due incipit come 1° e 2 °. Purtroppo mi è sfuggita la data e il mio incipit è stato escluso.

Lo propongo qui sotto

Aveva nevicato tutto il giorno a grandi falde ricoprendo di un manto bianco l’intero villaggio e il bosco di abeti e larici.

Però Alex e Marion non si dettero per vinti. Non volevano mancare alla veglia della vigilia. Domani sarebbe stato Natale e da quando vivevano insieme non avevano mai disertato la messa di mezzanotte.

Loro abitavano a tre leghe dal villaggio che raggiungevano col calesse, tempo permettendo. Però questa sera non era possibile. La neve era alta un braccio e il povero Trotter non sarebbe riuscito a trascinare il calesse fino al villaggio. Quindi decisero di andarci a piedi, costi quel che costi.

Messo qualche ciocco nel camino per tenere calda la sala, dove al loro ritorno avrebbero consumato un frugale pasto per salutare la nascita del Bambin Gesù.

Infilati gli stivali di pelo, ben unti con il grasso di foca, indossato il mantello di lana sulle spalle si avviarono in silenzio e per mano verso il villaggio.

Il cielo era latteo senza una stella, senza la luna. Solo una lanterna a olio rischiarava il loro cammino, mentre affondavano nella neve fresca.

Con grande fatica per l’alto strato del manto nevoso raggiunsero la piccola chiesa illuminata da mille candele che si riverberavano sulle finestre colorate in un piacevole gioco di luci e di ombre.

Trovarono posto appena dentro la porta e in piedi, perché la chiesetta era gremita dalle persone del villaggio. Non mancava nessuno. Erano tutti lì raccolti per ascoltare la messa della mezzanotte.

«Siamo arrivati Marion» sussurrò con un filo di voce Alex, per non disturbare i canti e le litanie.

Lei annuì con un leggero movimento della testa, mentre con delicatezza si scrollò dal capo un po’ di neve.

Gli spifferi che entravano dalla porta gelavano la loro schiene, mentre il calore prodotto dalle persone arrossava il loro viso. Sopportarono con stoicismo questa tortura, fino al termine della messa.

Uscirono per primi dalla chiesa e strinsero la mano a tutti augurando loro un sereno Natale.

Terminati i saluti si avviarono infreddoliti verso la loro casa. La lanterna si era spenta e non sapevano come riaccenderla. «Faremo il cammino al buio. La strada la conosciamo» affermò Alex con tono dubbioso, ben sapendo che la nevicata aveva ricoperto tutto, lasciando solo intuire cosa ci fosse sotto quel manto candido e intonso.

Usciti dal villaggio, vedevano intorno a loro solo il biancore della neve e quel cielo latteo che li sovrastava.

«Alex! Guarda!» esclamò Marion con voce gioiosa, indicando un punto del cielo con l’indice della mano.

Alex solleva il viso per visualizzare quello che la compagna indicava con tono festante. «Oh!» Gli uscì dalle labbra.

Era la luna piena che avrebbe accompagnato i loro passi.

«Sia lode al Signore!» Ringraziò Marion sollevando il viso al cielo.

La luna rischiarava le tenebre della notte e facilitava il loro cammino.

Il tragitto sembrò loro più corto quando giunsero dinnanzi alla loro porta.

Alex sollevò il paletto per entrare. Un caldo tepore li riscaldò.

«Chissà se i nostri amici saranno con noi a mezzogiorno» sospirò Marion, togliendosi gli stivali bagnati dalla neve.

«Non ci resta che aspettare!» replicò Alex, scrollando il mantello dalle minuscole gocce d’acqua.