Lascio di nuovo la parola a mia madre Angela, che legge molto più di me, per recensire un altro romanzo di Georges Simenon uscito nella collana dedicata all’autore francese, targata “la Repubblica” e “La Stampa”.
L’uomo di Londra
Composto nel 1933 a Marsilly – dove Simenon aveva acquistato una residenza di campagna chiamata La Richardière e dove visse fra la primavera del 1932 e l’autunno del 1934 -, L’uomo di Londra apparve presso Fayard l’anno successivo e conobbe nel 1946 una trasposizione cinematografica (Temptation Harbour, di Lance Confort).
Ci troviamo nel porto di Dieppe, in Normandia. Il personaggio principale della storia è Louis Maloin, scambista ferroviere alla stazione marittima.
«Di solito la cabina degli addetti agli scambi, piazzata com’è fra binari, massicciate e segnali, è isolata dalla vita normale: quella di Maloin, invece, si trovava in città, anzi nel cuore stesso della città.
Ciò era dovuto al fatto che la sua non era una stazione vera e propria, ma una stazione marittima.
I traghetti che arrivavano due volte al giorno dall’Inghilterra, all’una e a mezzanotte, si disponevano lungo la banchina, e il rapido per Parigi, lasciata la stazione ferroviaria all’altro capo di Dieppe, attraversava le strade come un tram e veniva a fermarsi a pochi metri dalla nave.
C’erano solo cinque binari, e nulla, né palizzate né scarpate, separava il mondo della ferrovia dal mondo reale.» (dal romanzo)
Grazie ad un percorso speciale, il treno arriva in porto dalla stazione, attende i passeggeri che sbarcano dai traghetti per accompagnarli in stazione; al di sopra del porto c’è la cabina di vetro e al suo interno operano gli scambisti che godono di una vista privilegiata.
Una sera, durante il suo turno, Maloin vede qualcosa…. non voglio dire cosa, perché è troppo bello scoprire la trama del romanzo piano piano, leggendo senza sapere cosa succederà e scoprirlo autonomamente, con grande emozione.
Dopo avere visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, inizia una caccia febbrile e segreta fra lo scambista Maloin ed un uomo arrivato da Londra, Pitt Brown. Maloin e l’uomo di Londra si cercano, si spiano, si sfuggono, mentre la loro intesa si fa sempre più tormentosa e profonda
L’uomo di Londra sembrerebbe inizialmente un classico giallo da risolvere, invece si tratta anzitutto di un quesito morale.
«I due protagonisti del romanzo sono entrambi in una fase della vita in cui si rendono conto che il destino non cambierà da un momento all’altro, e non presenterà grandi occasioni di mutamento; la loro esistenza pare destinata a compiersi in una consueta modestia di orizzonti, di mezzi, contando il centesimo, valutando ogni spesa, ogni azzardo, ripetendo gli stessi gesti ogni giorno e accettando lavori che non sono certo la risposta a un desiderio, al massimo bisogno alle necessità più impellenti.
L’illusione di una svolta clamorosa è tramontata.
Ma ecco, invece, si presenta un evento inatteso: una valigetta colma di banconote può stravolgere la vita, può consentire la libertà, agguantare il benessere, togliersi di dosso la pietà di tutti coloro che ti circondano, ti maltrattano, ti vessano, o semplicemente ti sottostimano.
Finalmente anche loro potranno far parte di coloro che possono, abbandonando la folta schiera di coloro che non possono».
(Tiziano Fratus: L’Affaire Simenon)
Il libro si legge con emozione, velocemente; sono soltanto 119 pagine, non c’è una parola di più di quelle necessarie a descrivere minuziosamente ogni mossa di Maloin e dell’uomo di Londra, le loro paure, i loro dilemmi morali, dove presenti e dove mancano.
Un libro coinvolgente e meraviglioso, consigliato da Andrea Camilleri in una trasmissione che ho visto su YouTube; io lo consiglio a chi sta leggendo queste poche righe.
Angela
L.
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Bellissimo romanzo di 294 pagine, cosa inusuale per Simenon, dove si arriva al finale senza accorgersene, senza un attimo di stanchezza, senza una parola di troppo, dove ogni pagina, ogni capoverso, ogni riga è indispensabile per immergersi nell’atmosfera della famiglia Donadieu. Una delle più ricche famiglie di La Rochelle, a sud-ovest della Francia, dove il capostipite ha creato una ditta ed i vari eredi l’hanno ampliata fino a divenire una istituzione cittadina. Alla morte dell’attuale patriarca, noi diremmo Padre-Padrone, si attende con ansia l’apertura del testamento, per sapere quale sarà la successione, sia dei beni mobili ed immobili, sia dello scettro del Clan.





















