Il romanziere, autore per l’infanzia e portavoce ufficioso dell’industria letteraria, parla del futuro della cultura dei libri.
DANIEL D’ADDARIO
Neil Gaiman, una sorta di portavoce ufficioso degli scrittori, non sa esattamente da che parte stare sulla diatriba concernente Amazon.
Il romanziere (“L’oceano in fondo al sentiero”) e leggenda della graphic-novel (“Sandman”) ha un nuovo libro per bambini, “Il primo giorno di scuola di Chu”, in uscita per il 24 giugno. Il seguito di “La giornata di Chu”, racconta la storia di un candido cucciolo di panda i cui potenti starnuti turbano quelli che gli stanno intorno.
In merito alla controversia in corso fra Amazon e Hachette – l’editore di sua moglie, la musicista Amanda Palmer – Gaiman è combattuto. “Sono un bizzarro miscuglio di pensieri, in questo momento,” dice, rilevando l’ambigua copertura informativa disponibile: “Ogni volta che tento davvero di leggere roba a sufficienza da poter capire cosa sta accadendo, mi imbatto in in sacco di ‘Non possiamo dire nulla, ma lui dice che’, e ‘Non possiamo dire nulla, ma lei dice che”.
Tuttavia, nell’ipotizzare l’esistenza di una cultura del libro, anche nel futuro, Gaiman – che ora scrive per l’infanzia- è in prima linea.
Come sei finito a scrivere questi libri per ragazzi?
È piuttosto strano, perché il primo “Chu” inizia mentre mi trovavo in Cina. Stavo parlando con il mio editore cinese, e gli ho detto, “Ragazzi, c’è una cosa che davvero non capisco. Tutti i miei libri da adulti sono disponibili – tradotti – in Cina. Sono un autore molto famoso, in Cina. Ho vinto tutti questi premi, qui da voi, sono stato eletto “Autore straniero dell’anno” per due volte” – tutto ciò è fichissimo. “Eppure, i miei libri illustrati per bambini… si trovano solo a Taiwan e Hong Kong, non sono disponibili sulla Cina continentale. Spiegatemi perché.”
E lui rispose: “Molto semplice. I tuoi libri per bambini non sono pubblicati su suolo cinese, perché fanno vedere dei bambini più svegli dei loro genitori. Mostrano una mancanza di rispetto nei confronti dei genitori – che sono le persone più sagge e importanti nel loro nucleo familiare. Mostrano una mancanza di rispetto per l’autorità. E nei tuoi libri, Neil, i bambini commettono cose terribili e la fanno franca. Per questo non possiamo pubblicarli in Cina.”
A quel punto era una bizzarra, furibonda questione d’onore, per me, cercare di scrivere un libro per bambini che potesse venire pubblicato in Cina, che magari non mostrasse il rispetto dovuto alla saggezza dei propri parenti anziani, e nel quale, forse, un bambino commetteva qualcosa di assolutamente terribile e la faceva franca.
E appena ho cominciato a pensarci su, tutto questo si trasformò molto semplicemente nella storia di un cucciolo di panda che starnutisce..
Stai scrivendo per i più piccoli. Senti addosso la pressione a dover introdurre una sorta di morale, o lezione, o ricerchi soltanto divertimento puro per i tuoi lettori?
In questi due libri – per me – esiste un insegnamento sottilmente celato. E, molto, molto semplicemente, è quello che tu, anche se sei un bambino molto, molto piccolo, puoi far accadere cose grandi, puoi scatenare effetti giganteschi. È una grande cosa dire ai bimbi, ai ragazzini, che sono in grado di fare cose grandi, di pensare in grande. E un’altra cosa che amo particolarmente, è la quantità di devastazione che Chu riesce a causare quando starnutisce.
So che nessuno ti dice di andare a leggere le tue recensioni su Amazon, perché è lì che si annida la follia. Ma quando “Chu” uscì, ero furioso, e ricordo la mia mascella che cadeva lentamente davanti ad una recensione che diceva: “Sono un grande fan dei romanzi del signor Gaiman”, era un americano, o qualcosa del genere, e continuava “ma ho ordinato “La giornata di Chu” e devo dire che è davvero sottile”.
Stiamo parlando di un libro destinato ad una così giovane generazione di lettori, che potremmo dire che in effetti è per i futuri lettori. Tu, che come portavoce degli autori sei sempre stato piuttosto esplicito – credi che ci sarà una cultura del libro, in futuro?
Di certo sento che è mia responsabilità impegnarmi a crearla. E mi preoccupo un po’, perché i ragazzi adorano gli iPad e i tablet. Davvero. Sono luccicanti, divertenti, si muovono, hanno campanelli e fischietti – spesso letteralmente – tanto da far dimenticare la gioia di un libro.
Al tempo stesso, sono appena tornato a casa dopo aver vagabondato per tre settimane. Sono stato in Giordania, nel campo dei profughi siriani, sono stato alle Nazioni Unite, sono stato a firmare libri in Norvegia e in Svezia e in Spagna. Sono tornato a casa, e ad aspettarmi c’era la copia rilegata in cartone di “La giornata di Chu”, che era appena uscita a beneficio dei bambini molto piccoli. E non credo di essere stato mai più fiero di così, mentre tenevo questa grande cosa di cartone, dove le pagine sono grosse e spesse e tu sai bene che le pagine saranno masticate e ciucciate.
E la mente torna indietro di 52 anni, nel mio caso, e ti ricordi qual era il gusto nel masticare un libro cartonato. Io ne ho fatto uno. Finalmente sono un vero autore.
La relazione tattile con i libri materiali è uno degli argomenti contro gli ebook. Alla luce delle strategie che Amazon attua contro gli editori, Hachette in maniera considerevole, i tuoi sentimenti verso Amazon sono cambiati negli ultimi mesi?
Sono un bizzarro assortimento di sentimenti, ora come ora, perché da un lato è chiaro che sono incazzato con Amazon. Sono un autore Hachette, in Gran Bretagna, mia moglie è un’autrice Hachette, adesso, e sono conscio del fatto che Hachette sarà una delle prime case editrici con cui si terranno le negoziazioni, e che il turno di HarperCollins [l’editore statunitense di Gaiman] non si presenterà prima di sei mesi o qualcosa del genere. D’altro canto, sono altrettanto consapevole che in questo momento stiamo assistendo ad una transazione di enorme, immane portata fra enormi società, entrambe vincolate alla segretezza, e ogni volta che tento davvero di leggere roba a sufficienza da poter capire cosa sta accadendo, mi imbatto in in sacco di ‘Non possiamo dire nulla, ma lui dice che’, e ‘Non possiamo dire nulla, ma lei dice che”.
C’è una cosa che avevo letto ieri, in cui qualcuno, mi pare di Amazon, in via confidenziale, avrebbe spiegato che tutta questa faccenda della consegna con tre-cinque settimane [di ritardo] dei libri Hachette, sia da imputarsi al fatto che da Hachette si sono messi a fare il gioco duro, e non stanno consegnando i libri ad Amazon. Sarà vero? Non lo so. Non ne ho idea.
Naturalmente, è problematico il fatto che Amazon possieda, a occhio e croce, dal 30 al 40 per cento del mercato editoriale. Il che non è una buona cosa. Il punto sul quale, penso che mi infiammerei, è l’eventualità che Amazon possa ripetere il teatrino che mise in piedi, credo qualche anno fa, con la casa editrice Macmillan – quando sostanzialmente disse che non avrebbero venduto i loro libri. In quel caso, stava facendo la stessa cosa che Barnes and Noble fece a me un paio di anni fa, quando – argomentando con il fatto che stavano avendo, di nuovo, una di queste diatribe corporative con la DC Comics – disse: “Bene, gli albi di Sandman non sono in vendita, non potrete più comperarli da Barnes and Noble.” E io ero infuriato.
Che cosa vorresti veder succedere nel mondo dell’editoria, nel corso dei prossimi anni?
Mi piacerebbe davvero vedere prosperare più librerie indipendenti. Credo che una delle ragioni per cui sono stato molto a lungo, se non pro-Amazon, per lo meno pro-qualcosa-che-somigliasse-ad-Amazon, [è che] mi ricordo con molto, molto timore di quando ho acquistato il mio primo libro online, da Powells.com – che esiste ancora e che raccomando caldamente, lì sono meravigliosi. Comprare da Powells.com mi rendeva nervoso, perché per molti anni sono vissuto nel bel mezzo dell’America. E dovevo guidare cento miglia per arrivare in un negozio di libri, a una città dove ci fosse un Barnes and Noble, una città con una vera libreria. All’epoca esisteva a malapena un piccolo negozio vicino a dove abitavo, che si chiamava Libri e Altro, e mi rendeva piuttosto eccitato.
E “altro” per che cosa stava?
Ho scoperto che si trattava di libri di seconda mano e accessori per acquari. Adesso, ogni volta che vedo scritto “e altro”, presumo sempre che si tratti di accessori per acquari. Comunque, in quel frangente, ho sentito davvero quanto ci fosse bisogno di librerie. Abbiamo bisogno di librerie indipendenti. Anche se capisco del tutto qualsiasi persona che si affidi ai portali di vendite online, perché se ti siedi a consultare una mappa gigante dell’America, che è un posto molto grande per la maggior parte delle persone, potrai vedere che c’è da fare molta, molta strada per arrivare ad una libreria. Ma credo che niente di tutto questo possa competere davvero con l’esperienza di entrare fisicamente dentro una libreria indipendente.
Quando lo faccio, sono solito guardarmi intorno e dire Questo posto è curato in maniera assolutamente geniale, e wow, hanno questo, e io nemmeno sapevo che fosse uscito, mi piace il loro gusto, e è allora che esci da lì con della roba acquistata. Al contrario, nei negozi delle grandi catene editoriali in cui solitamente entro, mi sento molto depresso, e inizio a sperare semplicemente che le persone smettano di scrivere libri.
Se potessi dire una sola cosa, a Jeff Bezos, il capo di Amazon, quale sarebbe?
Credo che sarebbe tutto più complicato di una semplice cosa. Ma in questo caso, credo che gli ricorderei che Amazon è nato come un negozio online di libri. E è poi divenuto negozio online di qualsiasi cosa. E ora è il più grande negozio di qualsiasi cosa che c’è al mondo. Non sono sicuro che sia così, ma presumo che se Amazon smettesse di vendere libri domani, alla fine non sarebbe un gran danno per loro.
Ma gli farei presente che i libri sono speciali, i libri sono la maniera attraverso la quale parliamo alle generazioni che non sono ancora comparse. Il fatto è che possiamo davvero, profondamente comunicare con le persone dell’antico Egitto, con quelle dell’antica Roma o della Grecia, quelle dell’antica Britannia o con le persone della New York degli anni ’20, e queste persone possono comunicare con noi e modificare la nostra maniera di pensare, le cose in cui crediamo.
Credo che i libri siano speciali. I libri sono sacri. E penso che nel momento in cui tu stai vendendo dei libri, devi tenere a mente che in mezzo a tutti i profitti e le spese, in tutto ciò, stai percorrendo un terreno consacrato. E di nuovo, tutto è reso complesso dal fatto che si ha a che fare con gigantesche società multimiliardarie.
Quando ero un giovane autore, amavo la velocità con cui le cose stavano cambiando, e [adesso] detesto la velocità con cui le cose stanno cambiando. Quando ero un giovane giornalista, recensivo libri e questo significava avere in mano tutti i diversi cataloghi di tutti i diversi editori nel Regno Unito, e la maggior parte degli editori del Regno Unito erano realtà piccole, che stavano pubblicando da 50, 80, 150 o 200 anni, e a volte avevano sede nello stesso edificio in cui erano sempre state. A volte la famiglia che le gestiva era la stessa il cui nome era impresso sulla copertina.
Come Allen & Unwin, che pubblicavano Tolkien mentre la famiglia Unwin era ancora in affari. Dopodiché, intorno la fine degli anni ’80, tutti questi editori sono stati fagocitati da altri editori e hanno smesso di esistere. Tutte queste piccole case editrici avevano il loro piccolo edificio da cui uscivano le loro pubblicazioni, e il loro catalogo, di tanto in tanto ha subito dei colpi.
In questo modo è cambiata la natura stessa dell’editoria. Adesso stiamo assistendo al capitalismo in azione, e non è divertente.
Non si possono biasimare i giovani autori per sentirsi demoralizzati. C’è qualcosa che vorresti dire ad un autore emergente o alle persone che iniziano la loro carriera letteraria proprio adesso?
Ora come ora io non mi sentirei scoraggiato. Mi sentirei enormemente incoraggiato, perché a questo punto della storia, nessuno, nemmeno Jeff Bezos, ha la minima idea di quel che accadrà, di come la situazione si assesterà, o di come le cose saranno fra cinque anni. Non sappiamo che cosa accadrà all’editoria, non conosciamo l’impatto che gli e-book avranno sul lungo termine, né quali saranno le conseguenze finora impensate della tecnologia. Non sappiamo come i Kindle e gli smartphone stanno modificando le capacità di lettura delle persone. E non sappiamo nemmeno ancora come la possibilità di raggiungere ogni persona al mondo andrà a cambiare i nostri scrittori.
È un momento fantastico per essere un autore emergente. Questo perché puoi fare, puoi provare cose che i vecchi babbioni come me nemmeno immaginano.
Non me ne uscirò fuori con una cosa tipo, OK, adesso faccio una app che vi manderà pezzi di un romanzo ogni giorno, ma tu devi superare delle piccole prove per ottenerli, o qualcosa del genere. Non sono bravo a pensare così.
Ho 53 anni adesso. Mi piacerebbe molto che per quando ne avrò 65, il panorama editoriale fosse completamente irriconoscibile. Sto apprezzando l’idea che parte delle conseguenze inaspettate di aggeggi come Kindle o Nook, riguarderà il fatto che i libri diventeranno più belli.
Non tutti, ma molti di essi. Entrerai in una libreria e ne troverai uno con le linguette alla francese, un altro con le pagine frastagliate. Ho dato un’occhiata all’edizione spagnola e a quella svedese del mio romanzo “L’oceano in fondo al sentiero”, ed erano entrambe meravigliose. Delle persone ci hanno messo dentro delle idee. Quel che sta succedendo adesso è la separazione fra l’oggetto e il contenuto. Quindi se vuoi dare alle persone una ragione per comperare l’oggetto, un buon motivo è la sua bellezza.
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Un ribaltamento inaspettatamente piacevole.
Questo è più o meno come mi sento in merito all’intera faccenda Amazon-contro-editori, che si sta consumando in questo momento. Credo che sia terribilmente dannosa per i diritti degli autori, adesso? Sì, assolutamente. Credo che possa assestarsi in un modo interessante? Sì, assolutamente.
Credo che il dipartimento di Giustizia abbia commesso un errore perseguendo i “Big Five” per il suo sistema di prezzaggio, nel momento in cui avevano deciso di affidarsi a un modello non-agency? Sì, lo credo.
Quel che ci sta capitando qui è una naturale reazione del mercato a come viene gestito un monopolio, cosa che Amazon, in effetti, è.
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(l’articolo originale)