Se vi è rimasto ancora un briciolo di umanità, se le recenti, turpi vicende di manigoldi e trucidi protagonisti della storia umana non vi hanno deturpato del tutto l’animo, se il mondo delle informazioni non vi ha bruciato tutti i neuroni rendendovi isterici compulsivo-ossessivi, ebbene forse è il caso di recarsi nelle sale per apprezzare quello che sicuramente è il film dell’anno in Italia: “Gioia mia”, dell’esordiente Margherita Spampinato, sceneggiatrice dell’opera, sicuramente il prodotto più meritevole della filmografia italiana dell’anno in corso.
La trama è esile, i personaggi sono pochi, non c’è l’affollamento urbano cittadino, il paese viene vissuto attraverso i suoi palazzi abbandonati, ai dialoghi si preferisce il silenzio, a volte si assapora il piacere gustoso della noia. La pacatezza dell’impianto, la delicatezza dell’insieme, la tenerezza del rapporto tra generazioni distanti per età creano un ambiente poetico, ideale per riflettere sui tempi andati e su quelli presenti, a tutto vantaggio dei primi. La saggezza dell’esperienza della protagonista, incarnata da Aurora Quattrocchi, una delle rare leggende del defunto teatro italiano, si sovrappone alla superficialità e all’imbarazzante dipendenza da cellulare dii un nipotino, spedito dai genitori ad approfittare di una vacanza in Sicilia che al beneficiato appare come una punizione. Riusciranno i due a incontrarsi? Ebbene sì, grazie a una serie di piccoli moti dell’animo e di effimere vicende che nel contesto della storia assumono valore allegorico, gli inaspettati palpiti dell’intimo si guadagnano la grandezza epica della mitologica avventura di due cuori nella procella dell’esistenza. Perché ci sono dolori che sconvolgono la quiete, dai quali ci si risolleva soltanto lasciandosi andare al moto della vita, di cui bisogna accettare la forza, proprio ricorrendo al rispetto della propria sofferenza, della propria debolezza. Una delle scene “primarie” è quella in cui l’anziana e il bambino cercano di strapparsi il segreto del primo bacio e lei lo confessa all’altro, il primo a venirne a conoscenza. Da quella confidenza nasce un sottilissimo rapporto di rispetto e di fiducia che sfoceranno in una grazia decorosa, densa di affetto e di riconoscenza. Gli interni e gli esterni sono girati con una sapienza e con una maestria notevolissime, si insiste sui primi piani sfocando il resto dell’immagine, l’efficacia dei volti è spinta al massimo, la luce ne acquista una consapevolezza estrema, la Spampinato è bravissima, riesce a mettere insieme le tecniche più avanzate con la grande tradizione registica, con un montaggio discreto, volutamente non perfetto, merita lodi sperticate.
SULLA VIOLENZA DI GENERE – MILLE ANNI CHE SONO DONNA
di Massimo Pamio
L’esercizio della violenza pare connaturato all’uomo, fin dalla comparsa della specie, se è vera l’ipotesi secondo cui l’estinzione dell’homo di Neanderthal sia da attribuire ai conflitti insorti con i gruppi concorrenti ed evidentemente più agguerriti dell’homo sapiens.
Un’altra ipotesi, legata ai racconti riguardanti la regina di Saba e Cleopatra, sostiene che nei primordi vigeva una società alquanto pacifica, quella matriarcale, cancellata poi da quella patriarcale, con la conseguente emarginazione della donna, coattivamente relegata a rivestire ruoli secondari all’interno della comunità.
Da quel tempo, la donna è stata schiacciata e condannata al silenzio, che però la donna ha fatto suo fino in fondo, fino a “farla” la solitudine, a sceglierla, come scrive Marguerite Duras. In quel far solitudine, la donna, oltre a formare la sua personalità, ha trovato perfino la scrittura, la forza di “dirsi”, di negarsi a quel suo essere negata. Il silenzio della conversazione, della lettera, del diario.
Penelope Intesse, con la tela, il silenzio.
Grazie alla donna, il silenzio diviene un mondo nelle sue infinite possibilità, che coesiste con l’assenza. L’assenza dell’uomo, dei cani, delle torri, dell’acqua, della verità. Tutto ciò viene elaborato dalla donna, che assume il compito non solo di generare, ma di ri-generare attraverso l’assenza il mondo, quello della natura e dell’interiorità, l’uomo, al contrario, pensa di essere al centro dell’universo, di doverlo modellare a proprio uso e consumo. Perciò la donna è mondo, l’uomo il venir meno del mondo, che deve essere assaltato, aggredito, violato, posseduto.
Per millenni, la donna ha vissuto all’ombra dell’uomo e delle sue leggi, sottomessa, dedita a lavori lenti e ripetitivi o pesanti, increscendo animo e personalità nel segreto, nell’emarginazione, nella cura, nella custodia, forgiando un animo sensibile, premuroso, affettuoso, che risulta insondabile e misterioso all’uomo, a lui inconoscibile.
Una forza interiore la spinge e la incalza, perfino nella scrittura: “Non so se prima del 1300 vi sia stata una “donna di lettere” (…): l’opportunità e la facoltà di scrivere erano di solito troppo duramente conquistate perché si possa cercare una motivazione estrinseca per il loro scrivere.”1
La donna non deve gettarsi oltre, andare al di là, perché lei è già un limite, il limite dell’uomo, ed è già il nulla, l’altro dove l’uomo si specchia. L’uomo invece deve sempre andare oltre, superarsi, spingersi oltre; la donna non fa altro che essere se stessa, anche quando scrive o quando pensa. L’uomo deve essere sempre in un altro, deve sempre osservarsi, giudicarsi, pensarsi in un altro. La donna no. La donna sa.
Da Ipazia a Perpetua a Margherita Porete, da sempre votata al sacrificio, la donna ha fatto di tutto questo dolore la sua forza, che l’ha preparata a un riscatto non-violento; nei secoli, ha manifestato per liberarsi ed emanciparsi, esprimendo documenti quali la Dichiarazione dei diritti delle donne di Olympe de Gouges (1793) o La Rivendicazione dei diritti delle donne di Mary Wollstonecraft, raggiungendo faticosamente posizioni sempre più vicine alla parità di dignità con l’uomo all’interno della società.
In Italia una mitologia “romantica” pervade l’opera lirica, debitrice del canone della tragedia greca in cui le donne, anche se eroine, sono votate alla morte o al suicidio. Il tema della crudeltà inflitta ai personaggi femminili pare propria di un’epoca ossessionata dalle politiche identitarie, dal razzismo e dall’imperialismo. La prima guerra mondiale contribuisce a emancipare le donne che prendono il posto degli uomini, sostituendoli nelle occupazioni lavorative pubbliche e private e cominciando a sviluppare, nella società italiana, capacità e risorse umane di autonomia da sempre soffocate. Il cambiamento in atto viene poi vanificato dal fascismo che ricostruisce la figura della madre per vocazione obbediente e serviente e ricopre una funzione sessuale solamente “riproduttiva” mentre nel bordello quella di “sfogo”: una sessualità malata e repressiva dove la donna è sempre al servizio del maschio.
Si giunge alla situazione odierna in cui si assiste allo scatenarsi di una violenza nei confronti delle donne inaudita. I motivi degli omicidi ai danni delle donne sono tanti e diversi; innanzitutto, la mancanza di una giustizia sociale, il succedersi, negli ultimi settant’anni, di gestioni politico-economiche che non hanno garantito l’equità sociale, e che hanno permesso a pochi di arricchirsi in modo spropositato a dispetto dei tanti poveri, sempre più in aumento. A causa dell’affermarsi di un sistema capitalistico basato sul profitto e su una libera concorrenza priva di scrupoli e della globalizzazione che ha reso il pianeta un mercato senza regole, in Italia una fetta della società risulta incapace di rendersi autonoma economicamente e libera; troppi gli emarginati, i precari, i lavoratori sottoccupati o con contratti privi delle tutele e delle garanzie fondamentali. Non esiste un salario minimo, così come non esiste una tassa che intervenga sui patrimoni dei più ricchi (le statistiche parlano chiaro, gran parte della ricchezza nazionale è in mano a pochissimi) e non c’è un controllo efficace su quelli che evadono il pagamento delle tasse, altro male storico che nessun governo ha mai affrontato con serietà.
Si è creata una sacca di frustrati, di insoddisfatti in un mondo di ingiustizie in cui la componente più fragile è costituita proprio dall’uomo, che diviene violento se privato del possesso meno costoso, quello della propriadonna.
La violenza di genere in Italia è basata sull’ignoranza, sulla cecità di molti, e in poche parole, sul mancato riconoscimento di un ruolo che la donna ormai ha conseguito anche nel nostro paese, quello di poter decidere della propria vita non solo economica ma anche affettiva e sentimentale.
In una società siffatta è facile disconoscere l’altro, il diverso, la donna, che, si spera, continua a essere diversa dall’uomo, nonostante i traguardi raggiunti.
Scrive Alfredo Fiorani, in un libretto introvabile che spero si possa ripubblicare: “Ad onta di tutti i possibili ostacoli, muri, valichi, siepi, la donna continua la sua “lunga marcia”. Ma, si badi bene, non verso l’uguaglianza – è un falso concetto l’uguaglianza, Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé annota: «Sarebbe mille volte un peccato se le donne scrivessero come gli uomini e vivessero come gli uomini o assumessero l’aspetto di uomini (…) Non dovrebbe forse l’istruzione far emergere e rendere più salde le differenze anziché le somiglianze? Perché di somiglianze ne abbiamo già troppe…»” 2. Si dice alle donne che devono denunciare le violenze, ma non è sufficiente, bisogna educare per prevenire le violenze e agire per favorire la crescita di una società più giusta economicamente, altrimenti si rischia di allargare le forme dell’intolleranza e della conseguente violenza.
Emerge anche la fragilità maschile nel contesto attuale, l’impreparazione dell’uomo al cambiamento sociale, la sua impotenza di fronte a situazioni per lui nuove e difficili, che comportano a volte il dissolvimento dell’autonomia economica, che prima apparteneva solo alla sfera femminile. Ne scaturisce un conflitto tra i sessi che riporta il maschio a sviluppare una violenza arcaica, primordiale.
Occorre far conoscere ampiamente il fenomeno, per permettere a più persone di riflettere sulla questione, di cui è un documento interessantissimo il libro Chiamatela Venerdì, storie di quotidiana violenza domestica, a cura di Guendalina Di Sabatino3, narrato in prima persona da donne entrate nel vortice delle violenze subite nel silenzio e nella umiliazione. La figlia di Aida, Liana, Venerdì, Elvia, Dalia, Gabriela raccontano in modo essenziale le loro drammatiche storie, incredibili se non fossero appunto espresse da coloro che le hanno vissute sulla loro pelle, storie tanto lontane da chi legge che magari stanno accadendo in un appartamento poco distante.
Scrive nel libro Lea Melandri: “Quello che emerge è la fragilità e la dipendenza maschile. (…) Con l’abbandono, è come se l’altro si portasse via anche la sicurezza della tua esistenza. Oggi la relazione tra i sessi emerge nella sua forma più selvaggia, arcaica, come il potere di vita e di morte. (…) Un processo di liberazione che potrebbe portare a rapporti diversi di un amore diverso da quello che abbiamo ereditato, di rispetto tra persone e non tra ruoli e gerarchie, resta così difficile. Un ostacolo è sicuramente il fatto che gli uomini vedono nella liberazione delle donne (…) un capovolgimento dei poteri.”4 Il cambiamento potrebbe portare a nuove forme di amore, a una nuova società. Che però non può nascere se il potere maschile non fa un passo indietro. Appartengo a coloro che attendono un nuovo mondo. Avrei tanto desiderato l’elezione di una donna quale Presidente della Repubblica Italiana, nella persona della professoressa e senatrice Elena Cattaneo. Abbiamo dovuto attendere paradossalmente la destra conservatrice che eleggesse come primo Presidente del Consiglio una donna attiva e preparata, fin troppo energica, Giorgia Meloni, che ha riportato l’Italia in primo piano in Europa. Una donna.
1 Peter Dronke, Introduzione, in Donne e cultura nel medioevo, il Saggiatore, Milano, 1986, p. 8.
2 Alfredo Fiorani, La tela di Penelope, Noubs, Chieti, 1997; la citazione di Virginia Woolf è tratta da Una stanza tutta per sé, Einaudi, Torino, 1995, p. 5 (trad. M. A. Saracino).
3 Chiamatela Venerdì, storie di quotidiana violenza domestica, a cura di Guendalina Di Sabatino, con contributi e riflessioni di Lea Melandri e di Stefano Ciccone, Edizioni Smasher, Barcellona Pozzo di Gotto, 2021.
4 Lea Melandri, La parentela insospettabile tra amore e violenza, ivi, pp. 126-127.
UNA SCRITTRICE PERUVIANA TRIONFA AL VENTICINQUENNALE DEL PREMIO LETTERA D’AMORE
Si spinge fin sulle rive del Pacifico il concorso Lettera d’Amore. Venerdì 8 agosto nel Parco della Gioventù San Karol del Palazzo Valignani in occasione della cerimonia di premiazione della XXVesima edizione della manifestazione patrocinata dal Comune di Torrevecchia Teatina, dalla Regione Abruzzo e dal Museo della Lettera d’Amore, saliranno sul podio più alto del palco nella notte più magicamente romantica dell’estate abruzzese la scrittrice peruviana Fátima Rocío Peralta García residente a Lima, ispirata dalla Turandot pucciniana, redattrice di una confessione indirizzata a Calaf in cui Liù parla del suo sacrificio, per un tema tragicamente tornato all’attenzione della cronaca in Italia, e Giovanni Monti, autore di un’esilarante e dissacratoria lettera scritta da un dislessico: “Lara Laura, in tuffi questi danni non ho mai spesso di ararti” saliranno sul podio, primi ex aequo davanti a una folta schiera di candidati, tutti egualmente meritevoli per il loro impegno. Secondi si sono classificati Alessandro Carandente e Gordiano Lupi, terzi Omar D’Anastasio, Clive Riche, musicista, compositore, attore e doppiatore inglese e Carlo Felice Tassini.
I premi speciali della giuria composta da Arnaldo Colasanti, Tonita Di Nisio, Massimo Pamio, Lucilla Sergiacomo e Giuseppina Verdoliva saranno assegnati a: Giulia Madonna, Fantino Mincone, Ginestra Odevaine, Serena Ongaro, Serena Corale, gruppo di lettura del Centro di Salute Mentale di Cinecittà di Roma guidato dalla dottoressa Laura Salvi, Flavia Giovanna Sgobba., Claudia Vazzoler. Segnalati: Enrico Bucci, Amalia Cavorso, Luigi Celi, Emanuela Colonna, Michela De Martino, Tino Di Cicco, Milvia Di Michele, Annarita Di Paolo, Claudia Falcone, Giuseppa Finocchiaro, Tania Giuga, Gemma Libriani, Nicola Menna, Paolo Miscia, Simona Novacco, Annarita Pasquinelli, Giuliano Petaccia, Claudia Ruscitti, Riccardo Santarelli, Giada Saracino, Assunta Spedicato, Monica Sterpone, Anna Tangocci, Dante Troilo, Cristina Zamò, Claudia Zangrandi.
Un commento dei promotori del Premio, Pina e Massimo Pamio: “Venticinque anni di promozione della lettera d’amore ci hanno fatto scoprire come il sentimento sia una vibrazione che corra sulle ali di un foglio, trasportando con sé l’immenso dono della vita che è offerto non per infierire l’uno sull’altro, ma per condividere, curare, guarire, gioire insieme, come in uno specchio che rimanda non la propria immagine, bensì quella di ogni altro”.
I hope my video will ease the pain of children in Gaza. I hope you can forward the link to the video to make more publicity. This video is essential to make us be able to oppose all the arguments that justify the killing of children in Gaza.
That’s why I have underlined that the Mother Earth is our friend. God existed before literacy as well as the understanding of good or bad. Nature gives us an equal field to draw a picture of what is happening now. It doesn’t help us to insist on the war propaganda machine. We must keep reasons on a superficial level.
I was under tremendous pressure from the people next to me. They picked up fragments from world history and the Bible. With these fragments and extracts, they try to convince me to believe the justification of the war. Now, they can’t get under my skin because I can say that God is older than any books, and he has told us what is right and what is wrong. And it is wrong to kill children, period. They are lost now when they are not weaponed with books. They can’t simply say that killing children is right. I have also found Rabbies who explained the Torah in a way that the Holy Land isn’t a political state. It’s more a state of mind.
Jewish Rabbi talks about the Ideology of Ben Shapiro
I translated a Few Sentences from English into Interlingua
I cracked a Few Sentences from English into Interlingua to get something in my palm. I have realized that talking about the suffering in Gaza won’t lead me anywhere. The opponent is too mighty. He is not God but Christian Zionism. I can’t find any other explanations for why people are ignoring the killing in Gaza. In some strange way, they think that it is God’s will. I’m afraid I must disagree with them, but what can I do alone? Of course, there are other aspects, but this one might be the most significant among Christians in Western Europe.
Io non comprende tu puncto de vista. Proque tu supporta Sionismo Christian?
I don’t understand your point of view. Why do you support Christian Zionism?
Es tu secur que Deo vole que tu occider infantes palestino?
Are you sure that God wants you to kill Palestinian children?
Le Sionismo Christian impedi multe personas de admitter que le actiones de Israel in Gaza es inhuman. Il ha essite battite in lor mentes que Palestina pertine al judeos.
Christian Zionism prevents many people from admitting that Israel’s actions in Gaza are inhumane. It has been forged in their minds that Palestine belongs to the Jews.
Christiano sionistic mesmo supporta le uso de violentia pro facer le predictiones del Biblia realisar.
Christian Zionists even support the use of violence to make The Bible’s predictions come true.
Statistics on the Israeli Genocide in the Gaza Strip (07 October – 24 November 2023)
Sembra che l’era fulgida della cultura europea sia giunta al termine. In Italia sono pochi i casi, nel corso di un intero anno, di uscite di nuovi libri mediante i quali sia possibile ristorare l’animo di dignità e bellezza – dignità e bellezza, parole consunte non tanto a causa della frenetica modernità, quanto a motivo di una crescente impermeabilità delle creature alla ricchezza dei sentimenti e della lingua, al patrimonio di cui ognuno si sta spogliando per ragioni occulte, forse per la crescente incapacità di desiderare o di esprimere curiosità nei confronti di alcunché: la media (mediocre e comunistica) sazietà derivante dall’omologante consumismo odierno impedisce la sapidità, le raffinatezze, esclude i vertici del gusto ed espone infine al disgusto, al malessere, alla superficialità, all’ignoranza. Le cose sono divenute tecnologia del consumo, e cioè deformazione dell’oggetto in scienza dell’appetito vorace e inutile, fatto che ha provocato la perdita di quel contenuto che l’uomo assegnava all’inanimato, l’involucro di provvide affettuosità e di pretestuose temporalità che finivano per istoriarle allignandovi, con il dono di una nascita e di una responsabilità ulteriori glorificate con il ricordo, con la memoria. Se la Natura evoca una presenza rivolgendosi silenziosamente all’uomo, l’uomo invoca una presenza umana alle cose.
Questo processo di esoterica autenticazione o di perversa modellazione dell’inautentico in autentico non è forse quello che accade anche allo scrittore, il quale deve assegnare non solo un aspetto formale al personaggio, ma anche sostenere l’obbligo di definirne caratteristiche, sensibilità e un contenuto riconoscibile, unico, singolare e fantasioso?
Nell’analisi che ciascuno compie di sé non sono forse le fantasie che erigono ed edificano la propria personalità, non è forse l’immaginazione a creare il proprio mondo, a costituire il proprio modo di pensare a di permeare e rivestire le relazioni con gli altri?
Queste ed altre riflessioni vengono spontanee nell’affrontare un livre de chevet, un piccolo agile capolavoro di cui è consigliabile l’acquisto, e non possono farsene sfuggire la preziosità coloro che, frequentando e soffrendo del vizio del piacere della lettura in modo esorbitante e severo, sono nel tempo diventati difficili, esuberanti, incontentabili: il suggerimento, per loro, è di correre a scovare “La sconosciuta”, Lettere a Guy de Maupassant, a cura di Bruno Nacci, per una elegante e intrigante edizione pubblicata dai tipi di Intransito, arricchita dal lodevole progetto grafico di Alessandra Albano, reso romanticamente acceso da una copertina color rosso sangue di bue in cartoncino plissettato con ritaglio nel centro che si apre su un’incisione pittografica, una tavola di Frans Masereel.
Insomma, quel che si definisce una “chicca”, un gioiellino curato in tutti i suoi particolari nel cui interno si riportano in ottima traduzione le lettere di un epistolario tra una giovane ragazza e Guy de Maupassant, un gioco letterario e di sottile affascinante seduzione tra una corrispondente che tace sulla sua identità e il famoso scrittore, che si interromperà per l’immatura scomparsa dei due, di lei, avvenuta per tisi.
Non soltanto un gioco di maschere e di corteggiamento tra donna e uomo, tra fascino e potere di seduzione femminile e desiderio di possessione maschile, ma anche tra vita e morte, tra mortalità e immortalità: tutte le componenti più avvincenti che si possano stabilire tra i due sessi sono implicate nello scambio di missive affidate a una compiacente cameriera cui veniva affidato il compito di spedire e ricevere le lettere fermo posta.
Lei è una nobile russa, nata nella Piccola Russia (oggi Ucraina) Marie Bashkirtseff, cresciuta in una “famiglia dove tutto è eccessivo, tra processi, tradimenti, suicidi, rapimenti, in un carosello di governanti, case, viaggi “, che a sedici anni scrive: “Gli antichi hanno torto. In amore è la donna che ama. Se si potesse essere doppi, vorrei esserlo per mettere il mio secondo io in ginocchio davanti al primo, solo perché questo è prosternato davanti all’amore. Cos’è una donna che vi ama in tutta semplicità? La si può stimare se vi adora? Sì, quelli che hanno sentimenti volgari. Ma se questa donna si erge in piedi, e in seguito si prosterna davanti a voi, è solo per farvi capire tutta la sua grandezza, la grandezza del suo amore. Solo umiliandosi così è grande, perché vi innalza e vi rende degno. Quale non si sentirebbe Dio davanti a una simile adorazione, e dunque non vorrebbe comprendervi e divenire uguale a voi!”
Una ragazza geniale, piena di vita e di voglia di conoscenza, che afferma: “Sono come Cesare che piangeva guardando la statua di Alessandro perché alla sua età era già grande mentre lui non ancora. Morirò o ci riuscirò (…). L’amore per me è solo un accessorio, un capriccio, un passatempo o comunque lo sacrifico all’ambizione”.
Un bel tipetto, che ha stima di sé, cresciuto in un ambiente che lo vezzeggia e gli predice una sorte gloriosa, facendolo crescere nel mito di se stesso. Marie scrive un diario in cui annota tutto, istruita da notevoli professori e intanto, scrive Bruno Nacci nella documentatissima postfazione, “legge Alexandre Dumas, Byron, Erodoto, e Shakespeare, Cervantes, Omero. Fa viaggi a Parigi e in Inghilterra. Ha un carattere imperioso. (…) Ripete spesso nel diario che vorrebbe essere un uomo, per amare come un uomo, andarsene in giro, studiare, senza scrupoli né pudori”. Ha una voce bellissima, suona il piano, il violino, la chitarra, dipinge. Nel 1880 un suo quadro viene ammesso al Salon di Parigi, e così nel 1881.
Si resta ammirati dalla ricchezza culturale e umana della giovane, commossi dalla sua ardente giovinezza che si consuma come una febbre, generando una vita incompiuta. Il mistero d’ogni esistenza si riassume in queste pagine romanticamente, mostrando un’epoca in cui l’Europa era ancora il centro pulsante del mondo, portatrice dei valori dell’umanesimo. Si avvicinava la fine di quell’epoca, con la prima guerra mondiale.
Il libro invita a riflettere il lettore non solo sul destino di due grandi personalità, quella di Marie, di cui restano tracce, lettere e pochi quadri, l’altra di Guy De Maupassant, grandissimo scrittore, di cui restano tanti romanzi e racconti, ma anche sul destino complessivo dell’umanità e di ciascuno e anche a interrogarsi su un futuro che appare sempre più oscuro e tragico, se resta affidato alla scellerata icona del Denaro, del Capitale, all’avidità di pochi dannati. Bisogna tornare ad abitare nel cuore dell’uomo, nella casa della misericordia, abbracciare la povertà, l’umiltà, la generosità, per rispettare il dono della vita che oggi è dissacrato, dispregiato, oltraggiato. Dov’è la dignità dell’uomo? Adam Vaccaro e lo scrivente hanno promosso un manifesto a. cui si invitano a partecipare tutti gli uomini e gli scrittori di buona volontà:
Cento poeti, Associazioni ed altri Enti e Istituzioni stanno aderendo ad un Manifesto promosso da Massimo Pamio e Adam Vaccaromediante cui si esprimono un grido di dolore e un monito nei confronti di un’umanità che appare come arresa di fronte alle vicende che la coinvolgono, indifferente al proprio destino, inerte di fronte al Male che incombe su ogni vita, oggi più che mai, con l’annuncio di aggressioni a Paesi e popoli liberi. L’umanità sta alzando bandiera bianca rispetto a una realtà che non appare governabile. Occorre tornare insieme per manifestare urgentemente una rinascita collettiva, se si vuole evitare un futuro orrendo.
Le adesioni al manifesto stanno a testimoniare che una coscienza si sta svegliando in Italia di fronte agli orrori crescenti cui assistiamo, per far sentire la propria voce in difesa dei principi della solidarietà, della fratellanza, della pace, del rispetto per ogni creatura. E’ generato da tutto questo il
MANIFESTO DELLA DIGNITA’ UMANA VIOLATA
Dopo l’avvio di questa iniziativa, motivata da bisogni irrinunciabili di riaffermazione di verità e senso umani – a fronte di narrazioni di poteri che non prospettano altro che riarmamenti e guerre senza fine, con crescenti pericoli di sbocchi apocalittici, come uniche soluzioni a difesa del Bene di cui saremmo i soli depositari.
L’attacco del regime israeliano all’Iran lo conferma: una strategia che aggiunge al genocidio in Palestina un altro tassello verso la Terza Grande Ignominia contro l’umanità.
Ringraziamo perciò le tante autorevoli condivisioni ricevute dai Cento Autori sottoelencati che hanno sottoscritto il testo che segue:
Come responsabili di questa iniziativa,insieme al più ampio Comitato Promotore, intendiamo riaffermare espressioni IN FAVORE DELLA VITA, denunciando le violenze e gli orrori, le crudeltà efferate perpetrate contro popolazioni inermi, la spersonalizzazione e i continui impoverimenti economici e culturali in atto che ledono la dignità di ogni essere umano. Riteniamo imprescrittibili i valori storici dell’umanesimo e di una coscienza universale costruita nel tempo e nella memoria del rispetto delle specificità umane e ambientali di ogni civiltà anche minoritaria. I capitali investiti in favore della perdita della biodiversità umana e naturale sono una minaccia per tutti. Per i poeti aderenti a questo Manifesto è prioritaria la presa di coscienza della trasformazione epocale in atto, che può generare perdita di ogni futuro, a partire da procedure istituzionali, nazionali e internazionali volte a privilegiare forme di potere concentrato, che mentre declamano democrazia, nei fatti la negano, con decisioni prive di ogni controllo e di legittimazione popolare, elaborando al contrario disposizioni legislative che criminalizzano o negano credibilità e legittimità a ogni voce di critica e dissenso.
Evidenziamo tali derive e proponiamo l’iniziativa di proclamare un giorno per l’umanità violata, in cui siano spenti cellulari, televisioni, computer e sia proposto l’ascolto del mondo, con iniziative nel Territorio, in tutti gli ambiti sociali capaci di farsi eco di sodalizi attivi e sensibili a tali complesse problematiche.
Massimo Pamio e Adam Vaccaro con
Il Comitato promotore:
Associazione Milanocosa
Silvana Baroni, L’ Associazione E’ Fatto Giorno Aps.
Anna Lombardo Geymonat – Associazione Palabra en el Mundo
Associazione Il Talento di Roma
Alessandra Maltoni – Associazione Cultura e Società
Maurizio Abbate Presidente Nazionale ENAC Ente Nazionale Attività Culturali
Guido Oldani – Fondatore Movimento Realisti Terminali
OPI – Orchestra Poetica Italiana diretta da Beniamino Cardines
Bibliodrammatica – Centro di ricerca produzione e promozione culturale
————————————————————————–
Hanno sottoscritto il Manifesto (in ordine alfabetico):
***
Alida Airaghi, Pina Allegrini, Antonio Alleva, Luca Alvino, Guglielmo Angelozzi, Lino Angiuli, Maria Attanasio, Claudia Azzola, Maria Carla Baroni, Silvana Baroni, Donatella Bisutti, Ferruccio Brugnaro, Vito Bucciarelli, Letizia Buccini, Giancarlo Bufacchi, Alessandro Cabianca, Antonella Caggiano, Valentina Calista, Giovanni Campi, Chandra Livia Candiani, Luciano Caniato, Luigi Cannillo, Laura Cantelmo, Beniamino Cardines, Barbara Carle, Anna Maria Carpi, Alessandro Carrera, Andrea Cattania, Nadia Cavalera, Ennio Cavalli, Daniele Cavicchia, Alberto Cellotto, Maria Benedetta Cerro, Giuseppe Cinà, Emilio Coco, Manuel Cohen, Claudio Comandini, Giuseppe Conte, Anna Maria Curci, Azzurra D’Agostino, Chiara Daino, Francesco Dalessandro, Rolando D’Alonzo, Antonella D’Arrezzo, Vito Davoli, Sandra De Felice, Francesco De Girolamo, Francesco De Napoli, Mariella De Santis, Nino De Vita, Tino Di Cicco, Manuela Di Dalmazi, Luigi Di Giampietro, Nicoletta Di Gregorio, Paola Di Gregorio, Ennio Di Lello, Stefania Di Lino, Grazia Di Lisio, Silvia Di Lorenzo, Antonio Di Marino, Milvia Di Michele, Annitta Di Mineo, Bruno Di Pietro, Antonella Doria, Gabriela Fantato, Francesca Farina, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Mauro Ferrari, Monica Ferri, Alessandro Fo, Caterina Franchetta, Fabio Franzin, Lucetta Frisa, Barbara Gabotto, Mario Gabriele, Angelo Gaccione, Sergio Gallo, Gabriella Galzio, Maria Teresa Garau, Paolo Gera, Fabia Ghenzovich, Marco Giammarchi, Annamaria Giancarli, Giancarlo Giuliani, Francesco Granatiero, Giacomo Graziani, Alfonso Graziano, Vincenzo Guarracino, Lucia Guida, Lucia Guidorizzi, Giacomo Guidetti, Marco Guzzi, Nino Iacovella, Maria Jatosti, Giuseppe Langella, Anna Leone, Anna Lombardo, Mauro Macario, Francesco Macciò, Giulia Madonna, Dante Maffia, Giulio Maffii, Valerio Magrelli, Marcello Marciani, Dante Marianacci, Gianpaolo Mastropasqua, Vincenzo Mastropirro, Eugenio Mazzarella, Francesco Paolo Memmo, Daniele Mencarelli, Giorgio Moio, Massimo Mori, Mara Motta, Simona Novacco, Guido Oldani (RT), Vincenzina Pace, Marco Palladini, Alfredo Panetta, Margherita Parrelli, Angela Passarello, Marco Pavoni, Sandro Pecchiari, Elio Pecora, Plinio Perilli, John Picchione, Serena Piccoli, Giuseppe Piccolo, Mario Pizzolon, Ivan Pozzoni, Carlo Prinzhofer, Maria Pia Quintavalla, Valeria Raimondi, Vittoria Ravagli, Filippo Ravizza, Alberto Rizzi, Claudio Romano, Giuseppe Rosato, Ottavio Rossani, Raffaele Rubino, Paolo Ruffilli, Dimitri Ruggeri, Francesco Sassetto, Alessio Scancella, Pier Paolo Segneri, Lidia Sella, Simone Sibilio, Ambra Simeone, Antonio Spagnuolo, Stevka Smitran, Patrizia Splendiani, Marco Tabellione, Anna Maria Tamburini, Bianca Tarozzi, Gabriele Tinti, Bruno Tognolini, Angelo Tonelli, Matteo Veronesi, Pasquale Vitagliano, Stefano Vitale, Lucio Vitello, Lello Voce, Serena Zitti.
***
Come da programma, al Manifesto è connessa l’antologia poetica Non nel nostro nome. Cento poeti italiani in difesa della dignità umana – che sarà pubblicata a dicembre del 2025, a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, per le Edizioni Mondo Nuovo. L’elenco dei nomi inseriti sarà comunicato prossimamente secondo la programmazione editoriale
Le Associazioni Culturali Il Pensiero Divergente, UTE (Università Della Terza Età) , UTL (Università Del Tempo Libero Aterno) e La Centenaria bandiscono, organizza e promuovono , con il patrocinio del Comune di Spoltore e del Museo della Lettera d’Amore, la seconda edizione del Concorso “Poesia d’Amore” Città di Spoltorededicato alla memoria di Marco Tornar.
La cerimonia di premiazione si terrà a Spoltore (Pescara) venerdì 12 settembre 2025 alle 18 e 30, nell’ambito del festival Scrittura d’Amore.
Regolamento concorso letterario Poesia d’Amore Marco Tornar – Città di Spoltore 2025
Art. 1 Si partecipa stilando in qualsiasi lingua (se straniera o in dialetto, si deve accludere la traduzione in lingua italiana) una sola poesia d’amore, inedita, della lunghezza massima di 30 versi, in 2 copie ben leggibili con cognome e nome del partecipante in alto a destra sulla prima pagina. Vanno aggiunte le dichiarazioni e le notizie richieste all’art. 2 in un solo foglio a parte. L’invio va fatto o con posta ordinaria o prioritaria, ma non raccomandata, oppure inviando il testo della poesia (una copia) per posta elettronica in un’unica e-mail allegando il file formato word intestato con cognome e nome del candidato che riporti la poesia – da spedire all’indirizzo di posta elettronica: [email protected]
Art. 2 Non è dovuta alcuna tassa di iscrizione o partecipazione. Bisogna accludere: un foglio (si veda il fac-simile allegato) contenente: a) le generalità del partecipante (nome, cognome, indirizzo, età, numero di telefono, curriculum, e-mail); b) dichiarazione di autenticità del testo; c) autorizzazione alla pubblicazione gratuita della poesia e all’archiviazione digitale nel Museo della Lettera d’Amore, che ne acquisisce i diritti di pubblicazione e di diffusione; d) dichiarazione di adesione a tutte le norme del concorso. Possono partecipare anche i minorenni e studenti delle scuole di ogni ordine e grado, nel rispetto delle norme del bando. Per i minorenni l’autorizzazione a partecipare dovrà essere firmata da un genitore o da chi esercita la patria potestà.
Art. 3 Il termine ultimo per l’invio dell’elaborato, se inviato per posta al seguente indirizzo: Concorso Poesia d’Amore – Città di Spoltore c/o Associazione IL PENSIERO DIVERGENTE, Via G. Fonzi n°45, 65010 Spoltore (PE), è fissato al 30 giugno 2025(farà fede il timbro postale di partenza o la data d’invio della mail). La giuria, il cui verdetto è insindacabile, è composta da: Nicoletta Di Gregorio (Presidente), Annamaria Giancarli, Enrico Guerra, Massimo Pamio, Daniela Quieti, Stevka Smitran, Giada Faieta, Milvia Di Michele.
Art. 4 Saranno assegnati i seguenti premi: Euro 250,00 al primo classificato; Euro 150,00 al secondo; Euro 100,00 al terzo; altri premi ai segnalati. Non è previsto rimborso per le spese di viaggio.
Art. 5 Solo i vincitori e i segnalati saranno avvisati tempestivamente. I risultati verranno resi pubblicamente noti tramite la stampa, il sito internet ufficiale dell’associazione https://sites.google.com/view/ilpensierodivergente e gli indirizzi e mail di riferimento: [email protected] [email protected] Gli elaborati non saranno restituiti. La partecipazione al premio comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento. È tutelata la legge sulla privacy. L’organizzazione non risponde della mancata ricezione dei testi. Le lettere in formato elettronico entreranno a far parte dell’archivio del Museo della Lettera d’Amore.
Art. 6 Per evitare spiacevoli sorprese, si specifica che i candidati che non rispetteranno le norme del bando saranno esclusi.
FAC-SIMILE SCHEDA DI PARTECIPAZIONE
a) Generalità del partecipante Il/la sottoscritto/a … nato/a … residente … a … invia/piazza … n° … cellulare … email… dichiara sotto la propria responsabilità, ai sensi della normativa vigente, che
b) il proprio testo è originale ed autentico e non lede in alcun modo diritti di terzi, in ossequio alle disposizioni internazionali, comunitarie e legislative di cui alla legge 633/1941, in materia di diritti d’autore e successive disposizioni normative, né costituisce violazione di norme penali;
c) autorizza la pubblicazione gratuita del proprio testo integralmente e/o in parte;
d) autorizza l’inserimento del proprio testo nell’archivio digitale del MLA/Museo della Lettera d’Amore e la pubblicazione e diffusione dello stesso testo a titolo gratuito e senza limiti di tempo, anche ai sensi degli art. 10 e 320 C.C. e degli art. 96 e 97 legge 22.4.41 n. 633;
e) accetta tutte le norme del Concorso;
f) allega alla presente un breve curriculum (professione ed eventuali pubblicazioni);
g) in caso di vittoria o segnalazione, si impegna ad avvisare l’Organizzazione circa la propria presenza;
h) per i minorenni: autorizzazione di un genitore o di chi esercita la patria potestà …
i) data e firma … …
La presente scheda va inviata: a: Premio Poesia d’Amore Città di Spoltore c/o Associazione IL PENSIERO DIVERGENTE via G.Fonzi n° 45 – 65010 SPOLTORE (PE) (per e-mail o in formato cartaceo)
Per chi, non apprezzando la narrativa odierna, continua a insistere nella frequentazione dei classici, nei quali, come a una fonte inesauribile, appaga la propria sete di piacere per la lettura, è motivo di sorpresa ma anche di entusiasmo scoprire uno scrittore in attività che riveste un indubbio valore, vicenda che contribuisce a novare la fede in un presente deludente e apparentemente senza speranze.
Daniele Mencarelli è il caso in questione, uno dei pochi che riesce a suggellare la pagina con un’intensità paragonabile alle esperienze dei grandi del passato, capace di uno stile personale, di un’impronta che, sebbene rivesta un’attualità necessaria e per nulla corriva, si avvale di un afflato antico, di una semplicità che sollecita la riflessione e coinvolge la sostanza del lettore e la percorre tutta, fino al cuore, al nocciolo dei sentimenti, come se lo scrittore avesse a cuore di ricucire l’unicità dell’essere umano, per restituirlo nella sua interezza e, di converso, in una luce nuova e sempre antica di bellezza. Quale il suo metodo? Egli estrapola dall’esistenza dei personaggi alcuni giorni nei quali sembrano volersi consumare le ragioni di intere esistenze rese inimitabilmente universali, mediante una scrittura chiara, fondata su una cronaca dura e cruda, resa accessibile a tutti. La sua abilità consiste nel mostrare la vita così com’è, da parte di un narratore onnisciente che gode di un’intima consapevolezza pronta ad affrontare e a scarnificare la storia più fonda del dolore e a trarne le modalità di un’infinita dolcezza. Un viaggio alla scoperta dell’inferno che si nasconde in ogni individuo e nel suo itinerario giunge alla catarsi, alla salvezza, alla rinascita, dove la realtà si svela in quella meravigliosa veste che indossa quando appare ignuda: la Verità.
Nel soffermarsi sulle prime opere di Daniele Mencarelli, si è spinti alla libertà della lettura e dell’interpretazione: il comunicare e l’esprimere sono così equilibrati da sembrare paradigma unico, proprio perché le parole e le frasi abbandonano spontaneamente lo stretto ambito laboratoriale critico-ermeneutico per espandersi e riprendersi il loro spazio etico (estetica ed etica si sovrappongono) di animosa testimonianza, di messaggi volti apticamente a toccare le più celate e imperscrutabili profondità.
Lo stesso Dio forse è spinto a riconciliarsi con la sua creazione, quando legge Mencarelli, e anche il lettore meno smaliziato, in una pur debole parca memoria, è sollecitato a cercare, nell’esistenza propria, una sola settimana in cui, almeno per una volta, è stato unicamente se stesso: puro uomo.
È indubitabile, esistono creature provviste di una sensibilità diversa, più divorante e fremente, che non lascia scampo e sovrasta la persona, fino a renderla incomparabilmente diversa dalle altre, destinandola a una esistenza difficile, complessa, meno libera, perché (ir)responsabilmente tesa verso tutto e verso il rispetto di tutti. E se il caso è quello di uno scrittore, ebbene, c’è da aspettarsi libri profondamente acuti e vibratili, pagine in grado di suggerire una provvisoria riconciliazione con la vita, con la misera e sublime condizione dell’essere umano, con quella di tutti, fetenti o assassini, ricchi ipocriti, falsi o buoni o cattivi. Non c’è dubbio, il caso è proprio quello di Mencarelli, autore le cui opere dovrebbero essere adottate negli istituti scolastici: La casa degli sguardi, Tutto chiede salvezza, Fame d’aria valgono per mille e mille ore di lezioni trascorse nelle aule scolastiche.
L’impianto romanzesco
Daniele Mencarelli appartiene alla specie migliore, a quelli che raccontano storie in grado di trovare un varco nel corpo, nella mente, nei labirinti dei personaggi, alla categoria di quelli non dominati dalla ricerca di trame efficaci, ma (come Siti, Busi, Trevi) si affidano all’arte della introspezione, allo studio molto approfondito delle caratteristiche dell’uomo, e a una sociologia, a un’analisi del ruolo che quel personaggio occupa nella comunità degli uomini, e sopra tutto dei modi in cui i gruppi degli uomini, al di là dell’organizzazione sociale, esplicano i loro rapporti, tessono relazioni che non sono solo rapporti di forza, di potere, di gerarchie. Rispetto agli altri, Mencarelli ha un elemento in più, possiede uno slancio che lo contraddistingue. Egli scopre il rapporto che gli uomini intrecciano con il dolore, che oscuramente ne sovraordina azioni e comportamenti. Come racconta lui il dolore, nessun altro. Il dolore visto non solo dall’esterno e dalle sue conseguenze evidenti. I personaggi annegano nel magma del dolore fino al collo. E sanno esplicarlo, non hanno vergogna di mostrarne le viscere, di renderlo presente, di esibire intime ferite, quotidiani morsi nella carne. Com’è, com’è fatto, come agisce, il Dolore. Come si rende, come si riporta tale condizione? Dietro ogni parola di Mencarelli c’è pathos ma c’è anche un’intelligenza profonda mediante cui cerca di svelare gli intrecci tra dolore e vita sociale e personale, e come il dolore riesca a creare e a modellare la società umana. Non c’è la fredda determinazione dello scrittore di creare un personaggio indimenticabile, di scrivere una storia memorabile. No, Mencarelli è innocente, ingenuo, dice il vero: nei primi romanzi ogni parola è una lacrima che spicca dagli occhi, ogni vocabolo è un grido di dolore appena contenuto, è il Dolore, lo strappo che rende l’uomo ancor più secreto a se stesso e ancor più umano, come se nascondimento e aletheia(verità, non nascondimento) fossero due cose distinte e però costitutive, che, senza l’uno, l’altro non sarebbe; ebbene, così come Mencarelli racconta, il lettore viene invitato a sondare il più profondo degli abissi, insieme con i personaggi, insieme con la storia, verso un pozzo senza fondo da cui forse alla fine si riemergerà nudi, ma veri, finalmente mistero e umanità fusi, sapranno ricostruire quel che c’è di essenziale nell’umana vita. Gran parte del meritoè da annettere all’uso sapiente dei dialoghi, sempre coerenti, volti a sbozzare i personaggi, a renderli autentici: essenziali, taglienti, sinceri.
Il primo Mencarelli: i suoi testi come una domanda rivolta al lettore, costretto a interrogarsi, a torturarsi: dopo la lettura di un suo romanzo o si rinasce o si è privati del barlume della luce. Perché alle sue domande bisogna rispondere e non si può voltare la faccia dall’altra parte: gli scritti rafforzano, incoraggiano, fanno ri-diventare uomini, sinceri, senza fronzoli, senza risposte ipocrite, senza codardia, senza viltà. Dopo la lettura si torna non reali, ma leali. Con se stessi, con il mondo. E se dall’altra parte c’è slealtà, non sarà abbastanza forte come la lealtà che si è acquistata.
Potrà sembrare eccessivo, ma i romanzi di Mencarelli sono tali, senza trucchi, drammaticamente autentici e veri, e all’autenticità non si può rispondere che con altrettanta veemenza. Perciò, se si è pavidi, ipocriti, Mencarelli non è affrontabile.
Brucia l’origine
E poi arriva il romanzo più recente, Brucia l’origine1, in cui l’Autore è sempre più vicino a Walter Siti, non foss’altro per l’ambiente romano di periferia che non funge da fondale scenografico, bensì viene ad essere il vero protagonista della rappresentazione. Rispetto a Siti, però, accade qualcosa di diverso, che definirei mencarelliano, e cioè una sorpresa vertiginosa nell’esposizione che si percepisce in ogni rigo, in ogni frase: una dolcezza leggerissima, impercettibile, appena gemmata, che si intuisce, non si svela. Ed è nient’altro che la commozione profonda con cui l’autore avverte le figure che descrive, una commozione costante, continua, tenace che non si interrompe mai, perfino nei momenti più crudi del racconto. Una dolcezza sontuosa e pungente come una struggente, malinconica nostalgia, che restituisce ancor più nudi e umani i personaggi: ecco, torna il tema della verità intima raccontata con una fedeltà certosina. Si azzarderebbe nell’affermare che Mencarelli ami alla follia i suoi personaggi, ma si direbbe il vero. Mencarelli, come Jacopone da Todi, è il folle d’amore, è talmente innamorato dei suoi personaggi da rasentare il misticismo. Egli è lo scrittore più mistico della letteratura italiana dei nostri giorni (caratteristica che stavolta lo avvicina a Trevi, al Trevi di Il libro della gioia perpetua.).
Vale la pena raccontare la trama del libro? Il ritaglio dei pochi giorni mediante cui traspaiono in filigrana i destini di tante persone, con le quali il lettore finisce per fraternizzare? No, vale la pena leggere Brucia l’origine, per aiutare se stessi a interrogarsi sui propri timori, sulle proprie gioie. Ed è quello che la grande letteratura compie, da sempre, allenare all’empatia per riparare se stessi.
Daniele Mencarelli, Brucia l’origine, Milano, Mondadori, 2024, pp. 192, € 19,00. Gli altri romanzi di cui qui si parla, sempre dello stesso autore: La casa degli sguardi, Milano, Mondadori, 2018, Tutto chiede salvezza, Milano, Mondadori, 2020, Sempre tornare, Milano, Mondadori, 2021, Fame d’aria, Milano, Mondadori, 20
Una poesia di Roberto Mussapi. La dedico a mia madre Adriana Puglielli, fuggita via con tutta la mia vita e con un’otre di citazioni sibilline, con la memoria della terra e del cielo che le furono compagni dolci e amari, il 5 maggio, una madre che ebbe il solo torto di darmi la luce, e questa vita misteriosa e ingrata
Ho abitato più di una casa e di ognuno niente è perduto: la prima in Corso dante, quando ero bambino e i pini crescevano sotto masse di neve, poi Viale degli Angeli, sull’argine del fiume: di lì mia madre mi vide partire in automobile, guardando dal balcone la Terra di Nessuno che mi rapiva, e poi Valdieri, e nella luce radiosa Via delle Palme, in Liguria, sul mare, e Via Marsili 11, a Bologna dove ho salito infinite scale, e ora qui, a Milano, in Via Mameli. Di tutte ricordo le voci, i volti, le persone, l’impercettibile respiro respirato e trasformato in forma di pensiero nella memoria che mi tiene in vita.
Ma solo per poco ognuna di loro È stata veramente la mia casa, nel breve tempo in cui mi era straniera, prima che entrasse in me, con le sue vite. Io non ho mai davvero abitato una casa, io sono la casa di ogni casa con loro, con tutti quelli che la fecero mia, così presenti che non sono più io, unico esule in me, sfrattato dal mio cuore.
(Ronberto Mussapi, da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, 2007)
Federico Ferrari si interroga sulla sorte degli spazi museali e dell’arte. Se i contenitori sono diventati più importanti del contenuto, e se l’arte si è impoverita intellettualmente e visivamente, quali sarebbero le vie d’uscita dalla palude?
SUGLI SPAZI MUSEALI
Federico Ferrari si pone, da filosofo, nel libro Il silenzio dell’arte, domande radicali.
La prima questione riguarda gli spazi deputati ad accogliere le opere. Il museo moderno appare oggi come lo spazio di una “finalità senza scopo”, in base all’apodittica legge che stabilisce l’autonomia dell’arte, e il suo non poter essere giudicata secondo contenuti che non siano vagliati al suo interno. La società è esclusa da ogni intervento. Critico e gallerista vengono così a stabilire un rapporto assoluto con l’opera e sono loro stessi a definire come debba essere concepito uno spazio artistico.
Tale esclusivo rapporto contribuisce a mutare anche la funzione del museo, che, slegato da ogni funzionalità, diventa un luogo meramente espositivo, privo di dimensione di culto, “luogo di un pellegrinaggio alla scoperta di un’aura che l’esposizione sembrerebbe invece impedire”1. Si va in un museo non per celebrare la memoria storica e sociale di una civiltà, bensì per onorare il luogo stesso (è il caso dei musei-cattedrale). Jean Clair afferma che “al valore culturale dell’opera d’arte, religiosa o sociale, si sia sostituito il suo valore espositivo, sino a rendere l’esposizione di qualsiasi cosa un valore”2. L’opera diviene “la memoria mediata di un prodotto senza storia”3. Ai nostri giorni, il museologo è un professionista, un tecnico della conservazione. Ha bisogno di un esperto per le mostre: il curatore, che incarna, nella maggior parte dei casi, “la miseria dell’arte e della critica contemporanea. Più che un ponte tra le diverse discipline, è una figura inafferrabile, con una formazione inconsistente. È sempre alla ricerca di contratti e contrattini per crearsi una nomea vendibile, valutabile in termini monetari e di potere.”4. In tempi recentissimi, sono sorti nuovi musei, subito entrati in crisi a causa delle regole che li governano: la produttività e l’esigenza dello spettacolare. Sono sorti i museum food, i fast museum e fast food.
ESISTONO SOLUZIONI?
Come uscire da questa palude?
Per Ferrari, si tratta di ripensare il concetto di arte, di spazio espositivo e la figura del critico. Lo spazio espositivo non è il padrone di casa, ma l’ospite. Occorre “rendere a ogni visitatore la presenza dell’arte e il presente del proprio tempo”5. Lo spazio museale non è un contenitore vuoto, deve svolgere il ruolo di contenere la tensione dell’opera e di farla risuonare, “senza isolarla o disperderla nella monumentalità vuota di un’architettura autoreferenziale.”6.
È difficile ammetterlo, puntualizza l’autore in un passo che appare come un vero e proprio manifesto programmatico, ma “siamo alla fine di un’arte di regime, la cui volgarità e povertà intellettuale e visiva è sconcertante. È necessario, affinché qualcosa d’altro possa apparire, che questa illusione ottica sia smascherata e sia rivendicato con forza (…) un altro modo di frequentare l’opera d’arte, un altro modo di fruire l’opera.”7. Bisogna rivendicare la tradizione, senza che ciò comporti nostalgia del ritorno (…) e la necessità di un nuovo inizio che non ha nulla a che vedere con un’utopia futura, ma piuttosto con la frequentazione e l’invenzione del gesto artistico.”8.
Nelle perentorie rivendicazioni di Ferrari, lo scrivente si ritrova perfettamente, avendo sostenuto gli stessi principi in vari libri (nelle monografie critiche su Sergio Padovani, Pierluca Cetera, Agostino Arrivabene, Greta Bisandola alle quali si rimanda per cfr.), in particolare quelli riguardanti una rinascita di una vera e colta critica d’arte che provveda a differenziare i vari generi che sono sorti nel Novecento, cancellando il termine “contemporaneo”, frutto di un errore grossolano e di una concezione che è figlia del “mondo delle mega-mostre (…) identiche in ogni parte del pianeta, (…) è il mondo salottiero di una élite internazionale che non sente davvero più il bisogno di scoprire né di capire (…) ma semplicemente scalpita per apparire à la page.”9
L’arte contemporanea renderebbe evidente questa decadenza, che viene dalla perdita della tensione vitale, da una sperimentazione fine a se stessa. Ci si troverebbe di fronte al tempo di una latitanza critica, anzi di un declino vero e proprio della capacità critica, che si traduce in una semplice acquisizione di stilemi e di osservazioni prive di contenuti e di un reale contenuto teoretico.
Ferrari è dotato di un acume critico e filosofico straordinario, che assomma in sé le qualità dell’estetologo ma anche dello storico dell’arte e del sociale, di un antropologo che ha idee molto chiare anche sui fenomeni sociali e politici. Egli sostiene che l’ideale dell’arte novecentesca, quello di creare un popolo all’altezza dell’arte e di produrre una forma d’arte volta a stabilire un incontro tra arte e vita, sia stato il frutto di un fraintendimento, di una confusione tra l’essenza del fenomeno artistico e quello del politico. È prevalsa la riduzione concettuale dell’arte alla pura contingenza, alla sottomissione all’effimero.
ARISTOCRAZIA ANARCHICA DELL’ARTE
Ferrari parla di uno scimmiottamento della critica, di uno sprofondamento nel sistema economico, con la istituzione di una fabbrica di talenti (il nuovo sistema “museo”) atta ad assecondare lo spettacolare e a generare ondate culturali passeggere. Piuttosto che tentare il passo in avanti, l’arte salta sul posto, totalmente presa nell’adesione al presente, fatto che non la preserva dal mercato, anzi ne fa un prodotto di cosnumo. La cristallizzazione del fenomeno ha costituito una crisi da cui l’arte ha cercato di uscire producendo “derivati”, proprio come quelli del mercato bancario e finanziario, il cui valore è “derivato” dal prezzo dell’attività sottostante a cui il contratto fa riferimento. I derivati non hanno consistenza in sé, ma derivano il loro valore da un’altra attività o prodotto, proprio come le opere d’arte, che hanno assunto un valore spropositato dettato dalle oscillazioni del mercato tramite il sistema di musei, gallerie, case d’asta. La pura speculazione ha preso la scena, una scena in cui l’opera è indifferente o addirittura inesistente (posso citare la vendita a prezzi altissimi di banane, di opere tagliate a pezzettini, oppure si commette un reato contro l’arte “contemporanea”?).
L’asservimento dell’arte al presente o alla dimensione politica riduce la stessa a puro strumento, a mezzo da utilizzare per raggiungere una finalità: in questo modo, rileva Ferrari, l’arte scompare. Bisogna ripensare il rapporto tra arte e politica. Né art pour l’art né arte politica: l’arte non è un fine a sé, né ha un fine fuori di sé. Il suo scopo è una riflessione sul senso del creare immagini e sul mondo che l’immagine crea. È creazione di immagini, un fine che è eccentrico, che porta fuori di sé. Non deve confondersi con altre pratiche, pubblicità, intrattenimento, critica, società, politica.
Se l’arte è democratica, quale potere o popolo potrebbe legittimare o delegittimare l’arte? E ancora, si chiede Ferrari, essa può davvero essere giudicata da un potere o da un popolo? Il saggista affronta il problema in modo radicale, giungendo a definire la democrazia un regime di autoriflessività collettiva in cui ogni voce possa risuonare e vedere realizzata la propria vocazione: non un fatto, bensì un atto del possibile.
Il fine dell’arte, al contrario, non è la sua democratizzazione, il far credere a ogni uomo di essere un artista, o che sia il popolo, il gradimento del pubblico o il successo mediatico, a decidere che cosa sia arte. L’ideologia della cultura-spettacolo, nel promuovere “eventi” in cui si mescolava (e si continua a mescolare) l’alto col basso, per coinvolgere il grande pubblico, ha soltanto generato confusione, trionfo del vile, mostrando gli aspetti deleteri di un tentativo demagogico. Ferrari obietta che il successo delle grandi mostre spettacolari non svelano una maggiore sensibilità artistica da parte dei tanti, bensì la parodia di una devastazione globalizzata che allontana dal senso del fare artistico. L’accesso all’arte è il risultato di un processo di conoscenza non immediato, non offerto da una fruizione usa e getta. Il principio democratico non è il motore regolatore dell’arte. Se la democrazia è il risultato di una prassi sociale, l’arte, al contrario, è l’espressione di un’aristocraziaanarchica che trova il proprio fondamento in sé, nella sua potenza creatrice che dal passato si rinnova nell’esperienza sempre incombente della scomparsa del gesto dei migliori in un relativismo dettato da pericoli – il consumo o l’appartenenza sic et simpliciter a un’epoca o a un popolo. La forza e il segreto dell’arte consistono proprio nella sua alterità, nel suo andare sempre al di là di ogni volontà costrittiva e riduttiva. L’artista – il vero artista – è quello che vive una responsabilità estetica e non politica e che intesse un dialogo continuo con i membri della comunità artistica, non dipendendo da nessun potere. L’aristocrazia dell’arte, afferma Ferrari, è la comunità elettiva di coloro che riconoscono gli uni negli altri l’eccellenza della pratica creatrice. Nulla a che vedere con una classe sociale, con l’ereditarietà, con l’appartenenza a una classe privilegiata, bensì con la capacità e la qualità, con il talento esercitati da parte di alcuni di assumere l’eredità dei migliori, dei quali riprendono il gesto e lo stravolgono, divenendo a loro volta i migliori. L’aristocrazia dell’arte non ha gerarchia, non è una condizione di privilegio ereditaria. Non si nasce aristocratici, migliori. La comunità aristocratica dell’arte non ha nessun re, nessun individuo che ne detti le regole; non ci sono tavole della Legge o Costituzioni, manuali che reggano. Nessun principio al di fuori dell’atto creativo. L’anarchia dell’arte fa tutt’uno con la sua aristocrazia. E con il talento personale e individuale – il genio – dell’artista.
________________________
1 Federico Ferrari, Il silenzio dell’arte, Roma, Luca Sossella, p. 45.
Sono onorato dal dono di libri da parte di sodali poeti, di cui mi è grato segnalare i meriti, in poche righe, a causa della carenza di tempo a mia disposizione per analizzarne le opere con la dovuta attenzione. Spero mi perdoneranno le autrici e gli autori. Inizio con “La montagna dell’andare” di Federica D’Amato, un testo di poesia che, intriso della perfetta, amata fortuna della gioventù aperta al presente, ad ogni presente, compie il viaggio estremo di volerne illuminare l’aspetto metafisico, l’Assoluto; proseguo con “L’isola e il cerchio”, “Alfabeti segreti”, “Migratorie non sono le vie degli uccelli” di Fernanda Ferraresso, poetessa, che nelle opere rispetta un andamento ritmico speculare (versi endecasillabi circondati di senari e ottonari a specchio) oppure osserva una metrica libera mediante cui ossessivamente segue e sembra voler parodiare la forza gravitazionale, ridotta ad uso, delle frasi che comprimono e imprimono e sembrano voler incidere il foglio di carta come il senso delle cose, descrivendo la materia che si scinde in molecole d’aria, nella trasmutazione degli elementi. La voce si fa orecchio e bocca, orifizio naturale che prende, restituisce e proietta, l’incarnazione della Natura
Erano di silenzio le lettere che per me tu preparavi erano di neve i suoni leggeri delle parole sussurrate
Il compimento della Natura è insieme con l’altro,
e fino alla fine fino al con- fine dove di nuovo ci incontreremo sul nostro volto di pioggia sull’immagine delle nostre labbra la solitudine non avrà più ferite ma un ampio respiro.
L’altro, il Tu, l’Amante, l’Amato diventa luogo delle parole e “ricongiunge/ al filo di un’origine/ il dove in cui tutto si rianima”. Un altro libro notevole, da acquistare e leggere, a cura di Valeria Di Felice, è quello di Anna De Brémont, “Sonetti e poesie d’amore”, per la prima volta tradotta in Italia. Un testo romantico e fremente, che si erge come un vessillo contro le ipocrisie di una società benpensante.
Di Gabriella Pace “Ritorno”, un diario emozionane, commovente
Quando apri le braccia per accogliermi è maggio in tutti i giardini perfino quelli affollati dai turisti dalle coppie in viaggio di nozze. Nella stanza del nostro riposo si asciugano al sole dei tuoi sorrisi tutte le ferite che credevo insanabili io già in ascolto di una nuova vita tu acqua viva dietro le palpebre chiuse.
Ad Antonio Spagnuolo, che ha pubblicato 51 libri di poesia, uno degli autori che hanno contribuito a generare la poesia di due secoli in Italia, e che non ha dimenticato di inserire nel suo curriculum la mia monografia critica uscita nel lontano 1991, Ritmi del lontano presente (Introduzione alla lettura dell’opera di Antonio Spagnuolo), mi ha fatto avere i suoi ultimi testi, “Futili arpeggi” e “Più volte sciolto”, nei quali prosciuga l’ermetismo avanguardistico in favore di una essenzialità verbale con cui osserva acutamente il presente. Poetessa iraniana, tradotta da Fernanda Ferraresso, Elham Hamedi in “Un colpo alla testa era uno Zaqboor” trascrive una grottesca surreale dimensione quotidiana su cui incombe la verità come un sottile filo che divide la realtà dall’immaginazione. Una grandissima poetessa, pluripremiata, Premio Internazionale della Poesia, insieme con la poetessa di Gaza Dunia al-Amal Ismail, a Spoltore, per la prima edizione di “Scritture d’Amore”, “premio di poesia d’amore Marco Tornar”. Personalità spiccatamente mediterranea, quella di Dante Quaglietta, passionale e spontaneamente affettuosa, che, percorsa fin dalla prima giovinezza da un amore impetuoso per l’arte istrionica del teatro e da improvvisi slanci per la delicata e intima arte della poesia, non ha mai abbandonato i suoi interessi giovanili. Di recente ha affidato alle stampe un volumetto di poesia molto elegante e curato nei particolari, dal titolo “La scialuppa”. Il sottotitolo è emblematico: “Poesie d’amore”. Di “Paradigmi della complessità” di Silvia Elena Di Donato, scrive Tonita Di Nisio: “L’atmosfera della Pasqua mi spinge a riaprire il libretto di poesie di Silvia Di Donato, per rileggere due testi che sono in tema. La presenza di Dio e di Cristo si richiama a pagine dei testi sacri: bellissima l’invenzione all’origine de IL CATINO! Il bacile è sì quello in cui si lavò le mani Pilato, dinanzi alla folla (Matteo,27,24). L’autrice montalianamente (Cfr. “Cigola la carrucola nel pozzo”: vs. 4 – nel puro cerchio un’immagine ride -) lo mette in rapporto ad un volto che si specchia: Mi specchiò il volto un puro cerchio d’acqua. Quello che si specchia non è il volto del 5° governatore, che ha abdicato al proprio ruolo, ma di un Altro. È l’Altro è Colui che è stato tutte le acque di cui il Vangelo ci parla: al pozzo di Sicàr dove attingeva la samaritana; al lago di Tiberiade dove Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni furono chiamati per divenire pescatori di anime; a Cana negli orci che videro alle nozze il prodigio della trasformazione in vino; al Giordano, ove Giovanni si vide chiedere dal Cugino lo stesso battesimo di conversione, che dispensava alle folle; alle piscine di Siloe e Betzaedà, ove furono operati i miracoli sul cieco nato e sul paralico; al Mare di Galilea, sulla superficie del quale il Signore camminò e dove apparve dopo la Resurrezione . È Cristo: solitudine ed eresia/scandalo, perfetto enigma. È Cristo che si specchia nel catino: Colui che sarebbe diventato altra acqua, ACQUA VIVA”. Poeta di razza, nato nel 1934 a Vittorito, Pietro Civitareale è un’altra delle voci più intrise e dense del mondo poetico italiano, uno dei maggiori poeti abruzzesi. Ha raccolto in un libro le sue raccolte di poesia dialettale, dal 1957 al 2023, “Nu munne, ju recorde, le parole”. Ecco un esempio fulminante di come si possa fare grande la poesia con poche parole:
Quele che succede turnejajje ju munne. Scànzete i ‘uarde. (Ciò che accade dà forma al mondo. Scansati e guarda.)
Per Simone Sibilio, docente universitario, che ha di recente ripubblicato “Una bussola per bandiera”, la poesia è un bisogno, un’esigenza di civiltà che si sprigiona come canto di libertà e di pace, nella sua qualità di essere segno e testimonianza degli archai, degli archetipi del sogno umano di fratellanza ed eguaglianza. Un libro vitale, accorato, appassionato, che dal dolore e dalle sofferenze dei popoli trae speranze che attraversano come un fiume in piena la raccapricciante storia umana, mediante una voce tesa a riassumere il canto di poeti noti o senza nome: testimonianza unica e stellare nel panorama poetico italiano
(…) Non credo nelle guerre, origine del viaggio nelle acque del destino credo all’acqua per piante assetate e tempie bollenti di creature ancora in fasce
Non credo nella terra, madre aperta come piaga, né nei vagiti delle crepe solcate dal braccio della morte.
Non credo nella pace dei sermoni, dei proclami di lingue marcescenti, credo nella pace che non sventola su bandiere iridescenti come fiamme di un sorriso. (…)
Vincitrice di numerosi premi, Milvia Di Michele conferma, in “Noi siamo il mare”, una vena poetica spontanea, innata, d’ispirazione classicistica, che non disdegna forme e metri tradizionali, come il sonetto, la cinquina incatenata, il madrigale, la sestina lirica, grazie ai quali sfoggia grazia d’accento e levità di tono, come in questo rondò con rime speculari, dallo schema ABCD -DCBA -AFFG – GFEA SOFFIO D’AMORE Cos’è quest’ansia densa, che mi prende, che l’incertezza teme e al suo apparire, mi turba il cuore e spezza gambe e mente e più non vedo il bello e più non godo?
Cos’è che lega l’anima d’un nodo, che stretto stretto stringe e non mi mente, non dice false storie per guarire, cos’è quest’ansia densa, che sorprende?
E per te teme il cuore mio, pretende per te le rose pure tra la neve, per te vorrei soltanto primavere, per te l’eterno, come fossi un dio.
E lascio andare l’ansia e metto io tutta la forza, vista nelle sfere delle indovine nella sorte lieve: l’amore soffio e verso di te si tende.
Antonio Alleva è un poeta di forte impronta personale, che coniuga una tensione prosastica e di racconto con un anelito lirico e sentimentale attraversando, in cuor suo, tutta la storia della poesia, con rimandi, celate citazioni che esprimono una devozione alla Poesia intesa quale tensione interiore, viva, gioiosa e dolorosa dell’essere. Che cos’è, in codesti versi intitolati “La gentilezza”, che cos’è la gentilezza se non una degli abiti della Poesia che si macchiano della propria capacità di ironia sul mondo e sulle cose?
La gentilezza
Mi piuma il cuore di requie e di buono, avvolge la percezione del mondo in un ecumenico foulard. e poi guarda che mattinata sole dovunque, in pieno inverno, e quindi che avranno da strombazzare questi qui alle mie spalle… (…) “L’avventura di restare” raccoglie una selezione dei testi pubblicati tra il1970 e il 2020 di Elio Pecora, che per il sottoscritto condivide con Giuseppe Rosato la palma del poeta più rappresentativo del nostro Paese. In questo libro si raccoglie gran parte di una testimonianza, tra le più significative, della poesia italiana di fine Novecento e degli inizi del ventunesimo secolo: poesia che si coglie immediatamente, fin dal primo verso di ogni lirica, – come un afflato, come una seconda voce che spinge la parola ad emergere, la voce dell’anima, della poesia stessa, che si fonde con quella dello scrittore, interpretando una tensione universale che si accumula nel mondo e poi si libera nella voce del singolo, di un singolo poeta- e che collega Pecora alla grande tradizione italiana, a Caproni, Luzi, Saba, Penna, Raboni, per fare i nomi dei poeti che prediligo.
A Pier Paolo Pasolini C’era nella tua voce quieta, querula, anche mentre parlavi di Ninetto o di tua madre santa smemorata, il grido trattenuto, il dispiacere di chi ha lasciato (o soltanto sognato) il giardino – recinto dove ciascuno accoglie e dona amore. (…) C’era in quel grido questo restare -dopo la rabbia, dopo la tristezza – che conosce e patisce seguitando a cercare.
“A declinare il respiro del tempo” è la più recente pubblicazione di Anna Maria Giancarli, una delle voci più rappresentative della poesia dell’impegno e della ricerca in Abruzzo, ma anche in Italia. Nell’opera, si apprezza un’apertura del significato rispetto al senso, più che al suono e al significante, tanto che si ingenera una riflessione sulla società e sull’umano che offre riflessioni profonde, filosofiche di rara intensità, senza mai rifuggire dallo sperimentalismo, inteso come fare stesso della poesia.
Appesa ad un sogno lenta/mente m’appare l’invisibile.
Sospesa nel mio essere istante (…) Se rima fa rumore con soffio oso / per timore esalto la virtù dell’astrazione catturata la fascinazione. Allora l’enigma particolare come specchio convesso riflette l’arcano univerrsale.
“Quando piove canto più forte” e “21 poesie invece di chiederti come stai” sono le raccolte di Paolo Fiorucci, che era cantautore di grande spessore, e ora si dedica ai libri e alle parole con la cura di un restauratore o di un monaco amanuense. Nei suoi testi la spontaneità è quella di una gioventù eterna, del puer, che si esalta e deprime nel giro di due versi, con effetti di una profonda semplicità, come i successivi esempi che echeggiano Vian, Clemente Di Leo, Ivan Graziani:
(…) Pensate che quest’anno 2019, all’estate, non credeva nessuno.
O come: (…) La mia libertà è un letto a una piazza sola in una camera spoglia, ma a te la racconterò diversa.
“A macchia e u jardinu” è un’opera in dialetto siciliano di Giuseppe Cinà, in cui si assiste iconicamente allo spettacolo naturale di un territorio all’interno della riserva dello Zingaro, sottoposto a trasformazioni orribili negli ultimi cinquant’anni, attraverso vicende e fatti minuti di uomini, animali e piante, all’interno del microcosmo ciniano. Il padre esorta il figlio a prendere esempio non dagli uomini ma dagli animali, per essere migliore:
Picciuttanza
Fino a quannu mi fici zita l’armali pi mmia fora scola e compagnia. Pì insignàrimi a bona crianza e lu rispettu me patri ‘un mi dicìa talìa la tali pirsuna, pìgghianni copia c abboni ti nni veni, no, iddu mi purtava a parauni l’armali.
Mi è fraterno amico il poeta e filosofo Tino Di Cicco, e dunque il mio giudizio forse potrebbe essere di parte, in verità Tino è un poeta di grandissima levatura, che, risentendo del pensiero di Meister Eckhart, di Simone Weil, di Cristina Campo, tra gli italiani è quello più vicino alle grandi lezioni di Holderlin e di Celan. Splendido volume è “Dieci volte più dell’eternità”, in cui forse raggiunge l’acme della sua ricerca e che a mio avviso è uno dei libri più importanti degli ultimi dieci anni in Italia:
essenziale la poesia deve tendere al nulla che fa male
deve tendere al nulla della gioia
più sono diventato come l’acqua come l’aria non ho fatto più resistenza né al giorno né alla notte
se tu cercavi una pietra io ero la pietra che cercavi, se tu certcavi l’amore ero io l’amore
È vero che nessuno è obbligato a rispondere all’amore con l’amore
ma è così breve la vita così inutile tutto quello che siamo che dell’amore non dovremmo sciupare neanche l’illusione
Un altro poeta che stimo tantissimo come uomo, poeta e pedagogo è Giancarlo Giuliani, persona di elevatissima cultura, che ha pubblicato “Il nulla e l’uno” , in cui il ritmo poetico coincide con quello della voce, sempre mantenendo alta una dignità e una equità dei sentimenti che ne fanno un canto virile
Liber alchemicus
Le passioni, maestro, non sono che affezioni del corpo, ma chi ne abbia sia pure imperfetta coscienza, con sorpresa scopre quanto dell’uomo sia connesso alle stelle. Dal corpo nasce un impulso, momento eroico in cui si coglie un prometeico slancio d’amore. (…)
Barbara Giuliani mi ha donato “Bianca”, ma ha già nel frattempo pubblicato due altre opere, “Occidente” (2023) e “materia madre – versione minima” (2025). In “Bianca” le parole sono “parole-oggetti” e gli oggetti, si sa, sono merci nel nostro mondo consumista. La mercificazione della vita ridotta a consumo, le parole a consumo, la vita a consumo sono al centro di questa raccolta di fortissimo impatto, che illumina anche sulla velocità con cui la società consuma, banalizzando e omologando ogni gesto. Il nostro agire è nient’altro che una riproduzione del dittico: usa e getta. Giuliani invita allora a farsi custodi della parola e della sua sacertà, della lentezza, di apporre, opporre, porre sempre più silenzio attorno, in modo da arrestare il movimento spericolato della società, che precipita verso l’autodistruzione. La scrittrice incita al dialogo per evitare il blabla universale, il caos delle parole usate e gettate come residui, frammenti, scarti della produzione e del consumo. Per ritrovare anche l’unità ormai scissa del corpo e della mente.
Baci. Ma nell’aria c’è una malattia dell’Essere: la chiami noia per ripetermi e quindi evadere ogni possibilità di offesa. La chiamo «mondo» e, rinnovandomi, c’è questa splendida facoltà di intesa.
**********
Vanno ragazzi vestiti come paggi incontro a fanciulle vestite come rose e la mia solitudine s’incanta nel vederli di lontano giungere come sposi lieti con le loro liete spose. Ognuno d’essi coglie la mano alla graziosa che nuova meraviglia negli occhi accende che non videro se non che sogni nella casa e candida promette un fuoco nuovo ignoto al mondo. Così amore risveglia sue proprie creature quando il sole suona come strumento di violino attento alla sua partitura. Così il bocciolo che s’apre le sue vene dischiude il sole il suo calice: vanno ragazzi e fanciulle cercando la prima pianta e il primo fusto e la prima immagine. Io, più in là in quell’erbetta, preso nel sogno di quella che non sa, un nome dico di un volto e una figura pronunzio: vergine sorella stella, e tu guida il passo al luogo che mi spazia.
*************
LETTERA PER UNA DOMANDA DI PERDONO (Crocetti, 103, 1997)
L’esperienza ci ha strappati l’uno dall’altra, amore; l’esperienza ci ha rattristati l’uno nell’altra, amore; e il mio “tu” e il tuo “tu” si perdono nel vento: quale furtiva foglia asciugherà il pianto del rubinetto? Quale cotone assorbirà il mio canto? Io nudo come il cielo; tu troppo densa, troppo carica, troppo, troppo. Sbaglio le parole e suono come un peccato, come una percossa, come un tradimento, come una pazzia. E tu, se mi disegni a lungo, mi perdi. Ritrovami nel giuramento della sera: io sono il dèmone del dramma e della catarsi. Ma per raggiungerti in purezza dovrò mangiarmi le mani? La tua bocca mi guarda e io svanisco,
insano dentro una perla umida di nebbia. Le tue mani mi dividono e io scivolo in un tempo di zanzare. Resta solo di me il bicchiere di questo seme sparso sul cuscino; le radici di questa barba che abbrutisce il cuore; il grido di questa gola che nessuna pastiglia addolcisce e questa rovina che assapora tutto il pudore che mi resta, tutta la malizia che ho consumato e tutto il canto. Vieni, e credi di nuovo che il mio corpo, sposo del tuo; che il mio silenzio, padre del tuo; che il mio canto, fratello della tua amarezza raggiunga il dio nel tutto che supplichi e s’allontana. Non ci sono più ossa, ma rose; non ci sono più muri ma strade; non ci sono più inverni, non ci sono: tra poco è marzo, vieni, camminiamo.
***********
Poiché essi ci hanno indicato i turbamenti della distruzione, torniamo ai padri poeti, Eliot Brecht, che ci hanno predetto che il futuro è leggibile soltanto se la mano impugna una zolla di terra. E di questo, in verità, non saremo troppo prodighi, né avari in malafede; perché il figlio avvisato in verità in verità risponde.
*
Rimane questo celeste, questo azzurro e questo rumore del cobalto: di noi andanti per le vie segrete, grazie e di nuovo ci saremo: per una luna che sale la rocca a interpretare chiaramente il destino e il ritorno, come animali metafisici che fiutano l’assenza di un bianco gatto.
Giuseppe Piccoli nacque nel 1949 a Verona e morì suicida a Napoli nel 1987. Giovane sensibile e istruito, figlio di un professore di latino e greco e di un’insegnante di musica, amante dell’arte, nel 1981, poco più che trentenne, in un attacco di schizofrenia ferisce con un coltello da cucina la madre e il padre, che muore pochi giorni dopo. In vita uscirono due raccolte di poesie, Di certe presenze di tensione (Guanda 1981) e Foglie, con prefazione di Maurizio Cucchi, nell’ Almanacco dello Specchio, 1983. Postumo è uscito, curato di Arnaldo Ederle, Chiusa poesia della chiusa porta (Bertani 1987). Una scelta delle sue poesie si trova in Cucchi e Giovanardi, Poeti italiani del secondo novecento (Mondadori 1990). Nel numero 103 di Poesia, Febbraio 1997, escono alcuni inediti a cura di Arnaldo Ederle. Nel numero 213 di Poesia, febbraio 2007, escono alcuni inediti sempre a cura di Arnaldo Ederle mentre nel 2012 esce, nella collana I giardini della minerva, diretta da Maurizio Cucchi per LietoColle, Fratello poeta.
La politica dei dazi di Trump è un colpo inferto al politicamente corretto dell’economia. Trump ha in pochi giorni accumulato soldi a sfavore di tutti gli altri paesi, compreso quelli da sempre amici (vedi l’Europa, il Canada, ecc. sono crollate le borse asiatiche ed europee con perdite miliardarie, l’Italia è in ginocchio, checché ne dicano i nostri politici), mettendo in luce che cos’è l’economia e da quali leggi è retta: quella del più furbo e senza scrupoli e dell’egoismo più falso e opportunista. Ala faccia di tutti i benpensanti e in favore di una nuova realpolitik che ha dell’osceno (tutto viene messo in piazza, spettacolarizzata ogni ipocrisia). Ora il problema è un altro. Che Trump non vuole far diventare grande gli USA, il suo paese, come afferma, bensì le multinazionali che lo hanno eletto e poi rieletto dopo la sua caduta. Egli è una semplice marionetta in mano a quelli che stanno lavorando per fare più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. E soprattutto meno intelligenti quelli che restano (l’umanità intera) in favore dell’intelligenza artificiale. Un mondo meno umano che però non favorirà i ricchi, ma sarà imprevedibile.