In giorni come questi
di ansie e di presagi,
per non soccombere
per non istupidire,
la salvezza, come a dodici anni,
è di nuovo Dickens
– da leggere come fosse per la vita.
la mia stanza
Le cianfrusaglie, i libri, i fogli sparsi,
gli appunti indecifrabili a matita,
i volti dei poeti e dei miei cari,
i vecchi calendari alle pareti,
la finestra da cui sempre la luna –
ogni cosa pare già adattarsi
a sbiadire nell’insignificanza.
arrangiarsi
Nel kit di sopravvivenza metterò
prima di tutto la mia pecorella,
tanto per parlare con qualcuno,
le foto dei più cari vivi e morti,
poi acqua, salviettine profumate,
e ovviamente un termos di caffè,
più cioccolatini e noccioline,
bottigline di rum o di cognac
e, in previsione del futuro,
scaduti i tre giorni concessi,
un grammo di benefico cianuro.
un bambino
Ha un certo cipiglio il bambinello
di fronte al gran coro dei vecchioni
che van dicendoo Ah quanto sei bello!
Infatti è bello con gli occhioni neri
le guance tonde lisce come mele
il nasino perfetto, le piumette
ribelli ritte come aghi sulla testa.
Gli basta poi un sorriso – ed ecco
che distende il sopracciglio alzato
e ride allora come uno stupidello.
camminando
Tra i minuscoli fiori azzurri
in mezzo all’erba
mossa appena dal vento
e lucida di pioggia
la danza di due api
risvegliate dalla primavera.
desideri impossibili
Alla svolta della strada, dove
il quartiere sconfina con i campi,
si trova il cimitero dei cani.
Squallido come tutti i cimiteri,
certo anche di più, ma piccolo
e non del tutto esiliato dai vivi
che, passandovi accanto in bici
o a piedi, vi gettano lo sguardo.
Vorrei essere sepolta lì – o almeno
che esistesse qualcuno disposto
a spargervi con cura le mie ceneri,
nottetempo magari, e con la luna.
la bella giornata
La bella giornata, col suo azzurro,
con le sue nuvolette e via dicendo,
la gode ogni vivente, a mio parere,
compresi quelli con il muso a terra,
le talpe e gli insettini tutti antenne
– per non dire dell’erba e delle siepi,
che l’aria accarezza e con cui danza.
La dolcezza di una mattinata
non è privilegio di chi la sa ridire.
La sente pure chi ha altro per la testa
e non la guarda – anche il cieco la sente
sulla pelle, e – perché no? – persino
chi sta con gli occhi sul telefonino.
silenzio
Giace a terra tra le lucide penne
e con il becco vanamente aperto
il merlo, che da giorni ogni mattina
svegliava col suo canto un coro
di altri versi più trepidi e sommessi.
Ha la gola squarciata. Rossa brilla
la ferita tanto fresca che fa male
anche solo guardarla.
Finirà sempre più schiacciato
dalle ruote sull’asfalto, polvere
informe, dove per poco ancora
resterà il giallo del becco a ricordarlo.
speranze
Ubriachi di potere i nuovi boss
non nascondono più le loro mire
dietro maschere di nobile retorica.
Un po’ ci fa piacere,
perché toglie ogni residuo velo
all’interesse osceno che li muove.
E tuttavia non tanto ci conforta
questa scomparsa dell’ipocrisia
che travolge con sè persino l’eco
degli umani ideali e li calpesta.
Il cinismo la crudeltà la forza bruta
un fosco carnevale di soprusi
sono i nuovi valori, le bandiere,
le trombe che strillano assordanti
il presente trionfo di Mammona.
Non sappiamo nulla del futuro.
Altre volte però nel buio passato,
quando ogni pietà pareva morta
e sepolta nel gelo ogni speranza,
si è visto rifiorire un nuovo aprile.
le streghe di Macbeth
Il brutto è bello e bello il brutto
Così risuona il ghigno delle streghe
dai crani scompigliati dei potenti.
Pace è la guerra e guerra la pace
dritto il torto e torto il dritto
vero il falso e falso il vero
sana e lieta la disuguaglianza
dispotismo la democrazia.