Erano attimi quieti.
Lasciammo la pioggia
fuori al gelo,
alle finestre serrate.
Corremmo nudi
ai vetri umidi
per vedere il mare.
Addosso una coperta,
i nostri piedi ghiacci,
i corpi tiepidi.
Nel grigiore del cielo
ti riavviavo i capelli,
e nel sorriso avevi
riflessi teneri
di risacca.
Damie
Calme come onde lente
nella penombra, le dita aratre
divelsero certezze e slip
silenziosamente.
Col dondolio dei giorni
e lo sguardo al muro
t’abbracciavo la schiena.
Da giorni m’aspettava la pelle
appena morsa da un desiderio previsto
noi sospesi come l’aria
d’un quadro fiammingo.
Ma affannosa come l’attesa
che ci separava
era l’ansia.
Autunnale
Non più nascondo il volto all’autunno
l’opposto
mi libro in alto e in basso e corro
le foglie si attaccano
umide come polpi
su tutti i corpi.
Il vento lascio che mi porti a casa
giorno e notte
teorie ininterrotte
di piante morte.
Tutto mi riallaccia all’altrove
all’altroquando al nonostante
insolito pesante dolente
aggettivi d’una estate
che pareva mai arrivare
nell’attesa.
E nell’attesa c’eri tu
autunno senza moda
vento senza posa
nel romanticismo di chi pensa
che sia tutto stabilito
lefoglierossogrigie
lodoredelterrenoumido
iluoghicomuni
in cui ti ritrovai austero,
crepuscolare autunno.
Tutto scivola piovendo
e scia lascia scendere secreta
dagli occhi del cielo
per gli occhi della terra
simili e così diversi dai miei
per forma e colore
per definizione
e m’inoltro fino al fiume
correndo nudo e scalzo
il corpo è libero, l’amore
mi veste interamente di luce.
In un lago di luna
tremola l’immagine
di una donna vestita
solo di foglie
copuliamo mentre inarcano
fronde e schiene, schiene e fronde
tutte le foglie tese allo sfregare
tutte le mani fuse alle cortecce
e quando ella viene
insegna al vento il suo soffiare
e il fruscio d’orgasmo è potente
si che lo sente quasi
tutto il mondo.
© P.Bello
Pietra di Luna.
Distorsioni nel circuito d’identità.
Sono un gatto e un cane, un essere umano,
Miagolo di cuore e abbaio a comando.
Sono il delirio, visione distopica di te
Che mi guardi da lontano e ci sei, non ci sei.
Perpetua eclissi.
Ed io ci sono e non ci sono, in perpetua eclissi,
E mi tendo a toccarti mentre svanisci.
E mi tendo a toccarti mentre svanisci.
E mi tendo a toccarti.
E non ti ritrai ma svanisci, svanisci, riappari.
Una sottile linea sulla quale camminiamo per scoprire qual è
Il mistero che ci lega, la luce che ci abbaglia.
La mia anima abbaia e ulula e miagola alla luna da dove provieni,
la luna dal cui fianco tu sei nata.
Il tuo biancore fuso e versato, riversato in dolci parole che non assaggerò mai,
fuso in stampo a cera persa, esposto al pubblico,
Nel museo da cui ti ruberei per metterti a letto,
In questo letto piedistallo,
Su questo corpo piedistallo.
Questo corpo che miagola di cuore e abbaia a comando,
Come le onde a guardare le stelle e le stelle che guardano di rimando.
E tu mi guardi di rimando da lontano, appari svanisci,
E appena mi volto mi finisci di sguardi che non vedrei.
E il tuo rosso e il tuo bianco sono colori di notte,
Il nero è come volte di cattedrali che ti sostengono in alto
E in alto fuggi e corri ridendo e sorridendo, e ridendo e ridendo, roteando.
Tra dita di stelle sei pietra di luna e poi cadi a terra.
Pietra di luna in terra, raccolta dal mare.
Pietra di luna in terra, non puoi andare.
Pietra di luna in terra, bianco di lattea estate.
Pietra di luna in terra.
Ashore
Lo specchio nella mia stanza
ha stipato un ricordo di te
per bramosia:
anch’esso stringeva
i tuoi capelli muti,
sbuffando la tua impronta
in un’aria d’abbandono
che prima del corpo lasciasti
assente di forma.
Muta non più,
muta l’essenza
e per ciò parla senza
trovare pace
e mi riverbera gli occhi
negli occhi tersi
io che dispersi di te i capelli
nei capelli miei
e le tue mani le annegai
in cuscini di sogni.
Naufragio.
Mi hanno fatto di mezz’età.
Mi hanno fatto di mezz’età, sono nato serio. Ascoltavo mozart quand’ero ancora nell’utero. Infatti, appena nato tentai il suicidio col cordone ombelicale. A un anno mi iscrissi all’infanzia kamikaze: facevo gli attacchi dalla culla a qualsiasi cosa si muovesse, ma le ossa erano ancora molli e quindi sopravvivevo sempre. A due anni mi misi in testa di voler usare il cane come cavallo di troia per espugnare il gelataio. Un piano che si rivelò fallace: il cane aveva il diabete e fui scoperto quando morì. Avevo un precoce talento per la rivolta: usavo i pannolini come armi chimiche per minacciare i miei genitori quando non volevano accontentarmi. Fu così che ottenni un carro armato a soli cinque anni. Vero. Lo usavo per conquistarmi la simpatia del vicinato, eludevo la sicurezza lasciando in giro giornalididonnenude, distruggevo le loro macchine. Ero un po’ troppo serio.
Verso i sei anni ebbi una crisi come-si-deve: quando mi resi conto che mancavano almeno altri dieci anni di duro lavoro alla pensione, tentai di nuovo il suicidio. Stavolta avevo optato per un metodo che avevo visto fare una volta in tv, di sicuro infallibile: lasciai il gas del dolceforno di mia sorella aperto. Anche stavolta mi salvai: il dolceforno era elettrico. E che cazzo!
Il suicidio è sempre stato un leitmotiv da quando sono nato, tra i più bei ricordi d’infanzia. È comparabile soltanto al prete sudato in sagrestia con la perpetua. Pregavano sempre insieme ed io li sentivo ogni volta. Che persone di fede, ma soprattutto stakanovisti! Ricordo che chiesi alla perpetua di dire un Awewawia pure per me. Fu così che imparai a pregare male. Awewawia wiewawiwawia…
Ero un bimbo così serio che alle elementari, quando facevamo il dettato, registravo la maestra per poi sbobinare a casa. Il meglio erano le paginette di lettere: venivano fuori delle cassette piene di aaaaaaaaaaa biiiiiiiiiiii ciiiiiiiiiiiiiii. La cassetta con le A mi tornò utile in seguito, quando scoprii la masturbazione. Fu verso la pubertà, a sette otto anni, che capii che le donne non erano un modello da imitare ma degli esseri sovrannaturali da conquistare: cominciai a dedicare alle mie amichette poesie di Verlaine e Apollinaire. Compii dei passi avanti: adesso erano i miei bersagli amorosi che tentavano di ammazzarsi infilando la testa nel dolceforno.
Mia madre me lo diceva sempre “Le donne: sempre troppo, o troppo poco”.
PLENIVITAE
Tu non mi dicesti mai
“Ecco, guidati di me”
ma io capivo,
capivo e ti guardavo:
nell’oscurità
le mie pupille e le tue
si frastagliavano d’immagini
e la notte sembrava
rumore d’acqua
sorgente di sesso
plenivita.
Poetiche Verdi Volkswagen
Voce indecisa illuminata da una 10 watt volkswagen. Eccola li la poetessa tremula che non s’avanza un sorriso deciso. E come m’incammino sui suoi versi m’accorgo dell’accordo. Metà futurista e metà nonsocosa, bocca di rosa che non sa di rosa. S’avverte solo voci vaghe al limitare dell’orecchio. Scivolano e rompono una quiete acquisita. Squisita. Certo, preferirei ben altro palco. Ma da queste quisquilie mi dileguo quando quell’anima pia sgorga dalle parole. A fiotti.
Rossosanguerojosangrerougesangredblood.
Che delitto imperfetto compie questa bocca rossa assassina che sfiotta parole come il treno che ora m’intasa i pensieri-Il maledetto è lungo molto lungo. Quale fottuto lemmicidio s’avanza ai miei orecchi. Ecco che la invito a parlare di meno e inchiostrare di più. Sarebbe facile e felice, un puro calice di facilità. Ma come potrei? Sarebbe un cielo stellato di stelle in stallo, eccole verso di noi, guardale raccogliamole.
Ma dove corri? Non vedi che s’è posata proprio lì, vicino alla panchina? Presto presto catturiamo studiamola penetriamone l’essenza.
Boccoli di catrame non sa cosa nasconda un’astro caduto nel pascolo quiescente della serata. Una fischer che sbocca dal buio si chiede i perchè dello stellicidio. Solo noi rimaniamo in estasi. Eccoci. Solo noi che raccogliamo con le nocche diafane frammenti e monili e polveri da chissaddove. Ecco t’inciprio il naso, fondotinta astrale. Prendi, prendine a piene mani.
E il naso è grigioluna e la volkswagen verde lattemmenta. Ti disseta solo a guardarla. Mi disseto solo a guardarla. Ci si appoggia, si scruta silenti. Eccone un’altra! Muoiono tutte stasera! E non so come guardarla.
Se la sapiente mano della luna c’accarezzasse le ciocche saremmo meno sporchi di grigio e più audaci di stella. M’inframmento in un opale inquinandone l’essenza e lo incastono alla poetessa. Boccoli di catrame non sa cosa nasconda un frammento d’opale OGM. E si perdono le parole lungo le curve ed i tornanti tornando da una ciocca fino all’altare degli occhi. Ormai s’è fatto tardi e la 10watt si spegne. Cadenzano ancora lontane piccole voci irsute questi ultimi istanti. E vai via non ti voltare.
Nello spavento dello scatto potrebbero cadere altre stelle.
Vertigo.
