3/IV /

febbraio 28, 2025

il privilegio di una vita è
…….. essere se stessi

“prendimi come sono”, questo chiedeva Lew a Barbara
(o la sera sopraffatto
……….. dalla presenza dei figli
poi s’è messo in tasca la sua 33 ed è scomparso
in direzione Ovest
……………………… dall’osteria ieri vedevamo
giocare …… due di loro nella corrente:
poiane.

che si torni sempre indietro
il privilegio di essere uccelli… o l’appello di Joanne
a tutti: rifiutate il diritto
……….. di rinascere come esseri umani

troppa merda di cui nessuno
sa cosa fare

*

3/IV /

das Privileg eines Lebens ist es
………. man selbst zu sein

“nimm mich so wie ich bin”, bat Lew Barbara
(oder am Abend überwältigt
……… von der Anwesenheit der Kinder
dann nahm er seine 33er und verschwand
in westlicher Richtung
………………………… von der Kneipe aus sahen wir
gestern,……. zwei von ihnen auf der Thermik spielen:
Bussarde.

dass man eben doch immer wieder zurückkommt
das Privileg Vogel zu sein …. oder Joannes Appell
an alle: Verweigert das Recht
……….. als Mensch wiedergeboren zu werden

zu viel Scheiß mit dem keiner
was anzufangen weiß

………….Stefan HynerI diari perduti di Romy Schneider,
………….Prova d’Artista / Galerie Bordas 2021.
………….Traduzione di Anna Ruchat.

The Bowling Ball

febbraio 28, 2025

*                   *Bedford-Stuyvensant, Brooklyn
*                   *June, 2020

For several months now
there’s been a bowling ball
propped against the last step of my stoop,
gold and red and black
and cracked in half—
a sight no less grotesque
than the presence of a bowling ball itself
outside a bowling alley
(or out of doors at all)—
and yet, so integral has it become
to my psychic equilibrium,
so rightly is it placed,
this misplaced object,
in the structure of my sanity
my welfare stands entirely
on this orb
like a teenager atop a soccer ball,
at soccer practice, all but egging on
his punk-ass friends to come and kick him down.

Eventually I ask my neighbor John,
“What’s with the bowling ball?”
and John, from his own stoop,
looks over and says, “Oh yeah,
that bowling ball. Forgot that’s there,”
and he nods, and I kind of chuckle,
simultaneously scandalized
and chastened by the fact that nothing’s odd
in the context of a New York City street,
not even the surgical masks
that over the past four months—
from about the time the bowling ball appeared—
have joined the registry of litter
you’re preordained to see
on any walk, at any time, in any borough.

It’s a privilege, really,
to be so omnipresent,
to join such reliable company
as the flattened plastic bottle,
the bodega coffee lid,
the losing lotto ticket,
to enter the ecosystem of the inconsiderable—
a status I won’t grant our bowling ball,
that unrolling repository,
no mere mnemonic device
but a second brain
I’ve taken on, venturously,
even with its hideous crack
like a tear in the space-time fabric
one might peer into
and glimpse a truth we’re better off without.

*

La palla da bowling

*                   *Bedford-Stuyvesant, Brooklyn
*                   *Giugno, 2020

Ormai da molti mesi
c’è una palla da bowling
appoggiata all’ultimo scalino
della mia scala d’ingresso –
d’oro e rossa e nera
e con una crepa al centro –
uno spettacolo non meno grottesco
della presenza stessa di una palla da bowling
fuori da una sala da bowling
(o proprio all’aperto) –
eppure è diventata tanto indispensabile
per il mio equilibrio psichico,
così perfetto nel suo spazio
questo oggetto fuori posto,
per l’integrità della mia sanità mentale
che l’intero peso del mio benessere
poggia su questo globo
come un ragazzino in piedi su un pallone da calcio
durante un allenamento mentre sfida
i suoi amichetti del cazzo a farlo cadere.

Alla fine ho domandato al mio vicino di casa John,
“Ma che ci fa con questa palla da bowling?”
e John, seduto sulla sua scala d’ingresso
mi ha guardato e mi ha detto, “Ah, giusto
la palla da bowling. Non ci avevo fatto caso”
e mi ha fatto un cenno, e io ho ridacchiato
contemporaneamente turbato
e oppresso dal fatto che niente è insolito
nel contesto di una strada newyorkese,
neppure le mascherine chirurgiche
che negli ultimi quattro mesi –
cioè più o meno da quando è apparsa la palla da bowling –
si sono aggiunte al registro dei rifiuti
che si è destinati a vedere
a ogni passeggiata, a ogni ora, in ogni quartiere.

È un privilegio, in realtà,
essere così onnipresente,
unirsi a una compagnia così affidabile
come la bottiglia di plastica schiacciata,
il coperchio di un caffè d’asporto,
il gratta e vinci fallito,
entrare nell’ecosistema del trascurabile –
un titolo che non assegnerò alla nostra palla da bowling,
quel ricettacolo che non rotola,
non un mero espediente mnemonico
ma un secondo cervello
che ho indossato, avventurosamente,
pure con quella sua crepa orrenda
come uno squarcio nel tessuto dello spazio-tempo
dentro cui si potrebbe spiare
e scorgere una verità di cui facciamo volentieri a meno.

Todd Portnowitz

aprile 16, 2023

Un preludio

(L’esito mancato)

Dove e perché s’ingrippò la macchina
non ho mai capito e non mi è dato,
deve comunque essere stato, deve,
quando il segnale volse in una linea
dura e costante quale un orizzonte
piatto e nitido e senza soluzione,
il mare delle cose chiuso a un cielo
metaforico (come dire “vita”
e dire ciò che non si sa sapere).

Ebbene, quando fu marcato il limite,
lo spigolo, il peso del confronto,
un clic, sordo e generale, sospese
nel cuore delle cose il soffocato
rantolo come di motore acceso
e il tremito e il generatore.

Io non so dove né perché, ripeto,
fu come se, allo snodo del suo compiersi,
lo stato insufficiente delle cose,
la vita congedando e il suo esito,
chiuso si fosse nella sua armatura.

(Enrico Le Pera, da Urti e canti, Ensemble Edizioni 2021)

Il rimescolio delle acque

novembre 24, 2021

L’acqua di un blu verdastro opaco sa.
E’ densa per il lembo di cielo
che stringe tra le mani, nel suo ventre.
Ha bisogno di sapere.
Non si lamenta mai.

Conosce il rovescio di ogni cosa.

Beato colui che vive dove si mescolano le acque.

*

L’acqua trasparente scorre senza corpo.
Nemmeno li annusa, i ciottoli.
Li ringrazia velocemente facendoli brillare.
Non è insistente.

– 

Beato colui che sente il velo sottile dell’acqua sulla tristezza
e all’acqua sa dire grazie.

*

L’acqua di un beige latteo cerca le parole.
Le parole non sono di sabbia né di latte.
L’acqua diafana non sa chi credersi,
forse il serpente acefalo del dubbio…

Beato colui che ascolta la multiforme acqua sulle rocce.

Yves Bergeret, traduzione di Francesco Marotta

novembre 24, 2021

mi consegno allo spazio siderale
ti consacro costellazione
così potrò pensarti
a guardarmi

lucente come sei, senza che tu mi possa toccare –
mi faccio vento kaskasi da nord, nord est a spostare il dolore dell’argine in piena,
letto arso di sudore
e ricordo e casa
ti faccio parola pallottola – quella che mi ha presa al centro del petto,
mi si è infilata tra le cosce

e che continua a vagarmi dentro – sublimazione e eclissi
storia di un vuoto
il mio, certo
io che vivo in questa città e ti faccio sua scapola e rene – mia clavicola, mio labbro
di pace e assenza:
tua, senza tempo, io.

Elisabetta Destasio

Cosa scriviamo quando scriviamo poesia

novembre 24, 2021

Dai dodici ai quattordici anni
circa
io scrivevo poesie:
una ogni giorno,
anche se a volte
tornavo sulla stessa per limarla
(allora non dicevo
“limarla”: dicevo “migliorarla”
o “finirla”,
cominciando a intuire
che forse non l’avrei finita mai.
Invece la finivo).
E quando mi sentivo soddisfatta
o comunque convinta
che una parola in più l’avrebbe rovinata
la mettevo in un fustino usato
di detersivo, che avevo rivestito
con carta a fiori gialla, rosa e rossa.
Era orrendo.
Poi, quando si riempiva
fino a toccare l’orlo, le premevo
con tutte le mie forze
e sempre c’era spazio
per una nuova.
Scrivevo a mano
su fogli di quaderno
che strappavo, alla fine
della poesia.
E così per due anni,
circa,
vacanze a parte.
Un giorno uscii di casa
come ogni giorno, per andare a scuola,
e quando ritornai
trovai il fustino vuoto.
“Sembravano cartacce, non sapevo
che ci tenessi tanto. Erano fogli
stracciati, stropicciati”– ed era vero –
“ero sicura
che fossero cartacce”,
disse mia madre.
Non ho voluto credere
che fosse stata lei: perciò, vigliacca,
addossai ogni colpa a una donna
che ci aiutava in casa
e se ne andava.
Io ero disperata.
A ripensarci erano tremende:
parlavano d’amore
a nessuno,
con parole sbagliate e ricercate.
Me ne ricordo una.
Non la saprete mai.
Da allora
ogni volta che scrivo io riscrivo.

Fiamma Lolli

Melagrana

novembre 24, 2021

L’inverno arriva immenso, andiamo al fuoco
ha freddo il viso dei giorni, andiamo al fuoco
il fuoco avrà certo qualcosa da dirci
si schiuderanno mille parole, calde più dell’estate
la lingua è secca, da lì andiamo alla melagrana
ha una casa molto affollata la melagrana,
se solo offrisse rifugio anche a noi,
adesso la casa ci pare immensa, ogni camera
una separazione, i bambini una scatola chiusa
e i giardini nel caos: così come eravamo
amici di vite e orti, mentre si condivideva
il frutto della pergola, ecco che il ladro ha preso
a spogliare la vigna delle foglie, la vite è nuda!
Se nell’orto dei melograni arriva l’uomo bruto
la miseria si abbatte sul cuore, prima che sulla pelle,
prima che abbia freddo il cuore e la pelle si rattristi
e si apra e si sparga per noi, andiamo al fuoco;
la casa, come la melagrana è un giardino nell’altro
la donna è il giardino dell’amore, edera folle,
stringiamoci al suo amore, presto, andiamo al fuoco
Sia detto, dalla mano del fuoco abbiamo colto quest’amore!

Haydar Ergülen, traduzione di Nicola Verderame

Inchinami a ciò che di me è più grande

novembre 22, 2021

Portami in faccia ancora il vento
e le luci da sopra la collina,
raccontami famiglie, il borgo del paese,
le piante che dovevi arrampicare.

Dimmi dei prati dove giocavi,
di cosa c’è adesso ne ha preso il posto,
di cosa sarà di queste mie mani.

Curami avvolto nel centro del letto,
inchinami a ciò che di me è più grande,
fischiami l’harvest fammi
addormentare.

(Giorgio Casali, da Domestiche Abitudini, Contatti Edizioni 2020)

XVIII. La Luna

novembre 22, 2021

Inchiodati ma non ancora in croce, qui 
non si distingue lo schianto da una svolta; 
fa talmente caldo che l’aria davanti 
svirgola e sembra un muro ma è solo 
la vista che assorbe dal nero qualche forma 
di splendore, e non si abitua. 

Davide LUCANTONI, Mem, Osimo: Arcipelago Itaca Edizioni, 2021

Essenziale (vol. 21)

novembre 22, 2021

Dichiaro aperta la veduta.
Rami seccati, lupi che passano
sotto la neve, bacche rosse
baricentro abbassato.
Dichiaro aperto il sentimento.
Mi manchi quanto è lontano
il giardino di Nettuno.
Non ci ascolta nessuno.
Dichiaro aperta l’esperienza.

Gianluca Moro


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