MANIFESTAZIONE

Gli echi del Sessantotto del nostro attivista, quelli strettamente legati alla militanza sono piuttosto circoscritti, specie se la fonte è la memoria; una ricerca più scientifica potrebbe far emergere elementi “imprevedibili”.

La prima parte di quell’anno cruciale scivolò attraverso le cronache televisive di manifestazioni studentesche, occupazioni di università e scuole superiori; solo a fine anno avvenne l’immersione nel concreto: l’occupazione del proprio Istituto, la prima manifestazione organizzata dal beatnik nostrano che in testa al corteo declamava versi; chi fosse e chi sia stato non è dato sapere al momento.

L’immersione ancora effimera nel Movimento Studentesco avvenne più tardi, in seconda superiore. I mesi più caldi della contestazione erano di solito quelli di apertura dell’anno scolastico, a cavallo tra la stagione autunnale e invernale. La scuola era già più politicizzata, la classe piena di ripetenti già abbastanza smaliziati, così arrivò la prima manifestazione di massa, tutte le scuole e le facoltà insieme in un corteo lungo oltre un chilometro, con striscioni, settori distinti, con tutti i crismi di una reale protesta di popolo. Fu l’apogeo di un periodo di venti giorni di rivendicazioni e contestazione.

Tutto ebbe inizio il 24 novembre con una manifestazione memorabile; il Nostro partecipò con le sue compagne di banco (la conformazione dell’aula era così particolare che erano due, lui era sistemato perpendicolarmente), i ricordi sono tanti flash: un corteo verso il Nautico, il post corteo, finito in nave, con il racconto fantasioso riferito in un romanzo.

Dopo il primo anno in aule prefabbricate, ebbero un’aula interna al primo piano, con chiari segni del convento che era stato quell’edificio. Due giorni dopo, l’occupazione, dopo un’assemblea caldissima e lo sgombero con l’intervento della polizia a sei giorni di distanza. Per tornare a lezioni regolari ne passarono altri cinque, ma le agitazioni continuarono per oltre 20 complessivi di rivendicazioni generali, ma anche specifiche inerenti l’Istituto.

Ma la Manifestazione celebrata nel ricordo, seppur vago, del Nostro è del primo dicembre; aderivano tutte le scuole superiori di Cagliari e le facoltà universitarie (molte occupate). Era uno dei primi cortei ai quali partecipava; gli restano nitidi solo alcuni momenti e qualche volto delle compagne di classe presenti. Quel giorno infuriava il maestrale, che sollevava cartacce e polvere… ne rimase evidentemente impressionato, al punto che nella prima stesura fiume (della sorta di ballata tragica dal titolo originale “Terra [polvere politica]”), una delle invocazioni era “tenete pulito un po’! ” e il protagonista (che nella bolgia aveva perso di vista la ragazza) alla fine è spossato avendo contratto il “morbo della polvere”. In realtà vi è un’ispirazione dotta, ovvero le Dust Bowl ballads di Woody Guthrie, sentite in traduzione per radio…

L’immagine più precisa di quel giorno è la svolta da via Garibaldi a Via Regina Elena, verso la facoltà di Lettere, quando furono investiti dalla bufera. Da quel corteo, dal vento, dalla polvere, scaturirono in origine i versi “Polvere politica”, con il  pianeta Terra citato nell’ambito dei brani cosmici, planetari.

Tutto molto esplicito nella descrizione del corteo di giovani studenti che scandivano slogan contro il governo Colombo e il famigerato Misasi, ministro della pubblica istruzione. Governo che come altri non prestava attenzione ai giovani e alla scuola, anche se ciò che è seguito e la realtà attuale è ancora peggiore. Nel caos ci si perdeva, l’incedere si divideva tra i proclami e la ricerca della compagna smarrita nella confusione; mentre si chiedeva con rabbia libertà, uguaglianza, diritti: la polvere è quasi una metafora del potere, un ostacolo fatale anche nella ricerca di Lei. La manifestazione che diventa un’impresa, una scalata: slogan, affanno, polvere. E quando lei riappare nella piazza, la tosse è spasmodica: il morbo della polvere. Un corteo combattivo contro governo ed eventi atmosferici estremi, per giustizia ed uguaglianza.

Il testo di Woody Guthrie è molto più ermetico, meno politico; si riferisce a un evento davvero accaduto il 14 aprile 1935 tra Oklahoma e Arizona e tratta di una grande tempesta di polvere, fino a Kankas e Colorado, mentre la gente era ammassata nelle baracche del boom petrolifero:

“La tempesta si è scatenata al tramonto ed è durata tutta la notte./ Quando abbiamo guardato fuori la mattina dopo, abbiamo visto uno spettacolo terribile./ Abbiamo visto fuori dalla nostra finestra, dove erano cresciuti i campi di grano./ Ora era un oceano increspato di polvere che il vento aveva soffiato./ Ha coperto le nostre recinzioni, ha coperto i nostri fienili, ha coperto i nostri trattori in questa tempesta selvaggia e polverosa,/ abbiamo caricato i nostri rottami e ci abbiamo ammucchiato dentro le nostre famiglie,/ abbiamo percorso quella strada a tutta velocità per non tornare mai più”.

74 Manifestazione (11 – II – 3.12 s) a 29.11.2025

UNA MORTE DATA

Rispetto a diversi fatti tragici del passato da tempo è in piedi una sorta di negazionismo inverosimile, fenomeno nel quale il terrapiattismo è l’idea più indolore e ridicola, ma purtroppo comprende situazioni molto più gravi, come la negazione dell’olocausto, di altri stermini come quello dei nativi americani e degli armeni, circostanze che di solito si verificano a distanza di anni dai fatti, ma siccome non c’è limite al peggio, oggi si arriva perfino a negare vicende che si svolgono sotto i nostri occhi, come il genocidio in Palestina perpetrato (che è peggio) da uno stato la cui popolazione è stata vittima di eventi analoghi.

In poco più di quaranta anni siamo passati da un mondo che sembrava avviarsi decisamente verso valori altamente positivi e condivisi, di pace, uguaglianza, libertà, fraternità, a quello che osserviamo oggi, quando si permette il risorgere di dittature, oligarchie, democrature, che si pensavano sconfitte per sempre, e nelle quali prevale la corsa alle armi, la guerra, il privilegio, l’arricchimento di pochi contro l’impoverimento dei più: tutta una serie di ingiustizie credute superate, insieme a conquiste di diritti che vengono ormai negati.

Non vorremmo neppure arrenderci al pessimismo, ma è necessario lottare almeno per riprenderci una parvenza di democrazia, che sono le cronache quotidiane stesse ad allontanare sempre di più. In più accanto al negazionismo si sta sviluppando la contraffazione, la falsificazione, l’aumento di impostori che negano anche l’ovvio. E si parte da lontano: ricordate la campagna infamante contro il buonismo? Era l’alba del cattivismo, che nella sua massima e pericolosa espressione consiste nel rimescolare le carte negando l’evidenza: il buono diventa cattivo e il cattivo buono, con tutto ciò che ne consegue in termini sociali. Stiamo attraversando un periodo storico in cui la gente comune pensa di poter prescindere dal partecipare al mantenimento della libertà, non rendendosi conto che così fa il gioco dei potenti, cioè di chi, senza alcun controllo pensa solo ai propri interessi e tiene il popolo nella merda.

In uno scenario come questo possiamo comprendere come i problemi della giustizia giusta vengano da lontano. In passato si parlava di insabbiamenti, almeno per i casi più eclatanti, ma l’ingiustizia fa male anche in situazioni personali, familiari, private, pure relative ad ambiti sociali ristretti, per dolo, per operato scorretto…

Il nostro attivista, ancora in piena adolescenza, a sedici anni, un’età in cui anche fatti di cronaca colpiscono, venne molto impressionato dalla scomparsa di Milena Sutter, tredicenne, rapita e uccisa a Genova il 6 maggio 1971 in circostanze mai del tutto definite. Un caso di femminicidio ante litteram. Occorre ancora chiarire se negli ultimi anni ci sia stata una recrudescenza del fenomeno o se è sempre esistito e nessuno ne parlava, complice la vecchia legislazione…

Il nostro si stava ancora formando politicamente, affrontò il fatto d’istinto, emotivamente, addolorandosi come la totalità dell’opinione pubblica.

Ne scrisse il successivo 8 luglio, due mesi dopo, in un modo probabilmente ingenuo, ma sentito. Una triste dedica alla piccola Milena, dove si simulava amico, intitolandola Urano (requiem per lei). Come per diversi altri testi del periodo pur non sopportandone la retorica, lo mantenne, ma lo modificò. Il testo originale era diretto, il primissimo citava Milena e inveiva contro il responsabile del suo rapimento, tragicamente concluso, fino al ritrovamento in mare. Il testo era pure musicato.

La revisione è leggermente più ermetica, più distaccata, permane l’essenzialità del fatto: accadde che una ragazza insolitamente non tornò a casa, scattò presto l’allarme; trattandosi di una famiglia benestante si pensò più a un sequestro che a un allontanamento volontario, da escludere per la conoscenza che avevano di lei i familiari. Fu chiesto più di un riscatto, dando adito al sospetto potesse trattarsi di sciacallaggio. In realtà non si pervenne a nulla. L’attenzione del brano, infine, si rivolse ai momenti che lei stava vivendo.

Le cronache successive raccontano, oltre che del ritrovamento del corpo in mare due settimane dopo da parte di pescatori, del fatto che fosse stata assassinata lo stesso giorno della scomparsa, circostanza che rimane ancora incerta. Neppure le “rivelazioni” recenti fanno completa chiarezza.

Per allontanare l’ipotesi peggiore si sperava fosse scappata di sua volontà, ma l’età, il carattere, lo escludevano; il ritrovamento fu drammatico e diede luogo alla svolta recriminatoria dei pensieri: “maledetta la violenza presente nel mondo,/ gli istinti criminali”. E in un’indole pacifista già in essere “resta solo l’impegno di migliorare l’umanità: una mesta utopia?” E anche un triste realismo “forse non cambieremo e sarà da ipocriti piangere le sventure, se stiamo a guardare”.

73 Una morte data (16 – III- 8.7 a) a 15.10.2025

MIHI NON LICET IUDICARE

Spesso questa frase viene pronunciata con funzione di giustificazione, in quanto subito dopo segue il giudizio niente affatto compiacente. Analizziamo un’altra composizione dei diciassette anni per la quale vale la riflessione già fatta sulla scrittura adolescenziale – a parte la tematica spinosa -, benché i pari età odierni non si considerino affatto adolescenti, anzi se definiti tali, specie le ragazze, se ne risentono.

Il nostro attivista adolescente pensò che per affrontare l’argomento occorresse usare il latino, o qualcosa che potesse ricordarlo, considerati i pochi ricordi scolastici; in fase di revisione, poi, forte di qualche esame universitario, restò in latino solo l’incipit, e in neolatino sardo il finale, come per un edificio restaurato che mostra le parti antiche.

In qualche modo tenevano banco i pettegolezzi, i giudizi, capita di farne, eppure sentirli fa un brutto effetto e viene da pensare a quanto certi siano inopportuni… Specie se c’è chi è talmente “disinvolto” dal farli pure pubblicamente. Sentirne in un autobus scatenò il nostro per scriverne… evidentemente non fu piacevole, e in più l’adolescente tende a esagerare… benchè la diffusione di chiacchiere, specie se false, può davvero in taluni casi rovinare la vita delle persone.

Nell’ambito di una suggestione da folk singer, o ballata, tipo le varie hard times are gone, si immagina una persona che viene addirittura uccisa dai pettegolezzi della gente. Non è impossibile: uno dei mali del nostro tempo è il bullismo che ha già prodotto gravi danni, addirittura estremi, e un comportamento analogo nei confronti di persone adulte non è certamente meno indolore.

Di questa persona si diceva ogni bassezza, anche mascherata da complimento, tipo che fosse bellissimo da piccolo e che pertanto non potesse essere figlio del padre, che invece era brutto: argomento cult del pettegolo e nello stesso tempo micidiale per l’intera famiglia. In subordine, nella scala immaginaria delle nefandezze, veniva considerato un delinquente solo perché la sua famiglia era povera, una corrispondenza ragionevole… Si diceva anche che la madre lo affamasse in quanto era magro, manco fosse incappato da palestinese in una madre israeliana integralista…

Il branco cercava di fare terra bruciata davanti a lui, così spezzarono la sua amicizia con un benestante definendo questo un “ripudio” della buona società. E siccome usava vesti povere ma pulite, le consideravano rubate. Era necessario non ricevere il suo saluto diventato un disonore, se perpetuato un insulto, fino a evolversi in delitto. Per il benpensante puzzava, era attacca brighe, incapace in tutto, e ciò gli causava la continua perdita del lavoro.

Gli accadde che la sua compagna provenisse da una famiglia altolocata e fecero in modo che venisse lasciato, appellandola “puttana”. Per evitare problemi sposò la ragazza più “brutta” della città, scelse un lavoro modestissimo in campagna e per qualche tempo visse tranquillo. Formò una famiglia con molti figli, e pertanto passò per un “bruto”.

In sostanza riuscì a reagire a tutte questa malvagità, creandosi una vita serena, così non avendo alti sistemi, lo coinvolsero in una rissa e lo uccisero, facendolo passare per suicida.

Ma siccome quando una società malata prende di mira qualcuno, non lo molla neanche da morto, ipocritamente andarono al suo funerale, trovando modo di ridire anche sulla sua tomba, servendosi della formula che credevano li assolvesse: non è lecito giudicare, ma… meritava una sepoltura da bestia, né alcuna indulgenza… Molti dissero quel giorno “non è lecito giudicare”… ma…

Fermo restando che, per quanto fantasioso, siamo davanti a un caso limite, anche se a volte consideriamo esagerazioni fatti che fortunatamente non abbiamo vissuto. Non sarà la stesso per chi si è invece trovato in drammi con esiti tragici causati esclusivamente dall’odio di un gruppo di persone.

Questo rientra tra i brani, benché non ripudiati, che hanno esclusivamente un valore di documento. Dal punto di vista della scrittura, al di là del tema che merita considerazione, siamo certo nel campo della forzatura, dell’esagerazione non spontanea, forse programmata. Tuttavia occorre osservare che una lettrice appassionata sosteneva che fossero i brani che più le piacevano, dando valore alla loro ingenuità, tipica dell’età, che pertanto non li rendeva affatto banali e retorici.

Resto del mio avviso, certamente il problema esiste, è certamente di difficile trattazione e continua a indispettire molta gente sensibile alle malelingue.

72 Mihi non licet iudicare (27 – IV – 11.7 a) a 29.09.2025

RICORDO DI UNA VITTIMA DI ABBANDONO

L’adolescente per certi versi si crede onnisciente e non disdegna alcun argomento specie se vi è indotto da qualcosa di superiore… Non so se sia tipicamente adolescenziale cimentarsi su temi apparentemente ostici e anche poco conosciuti. Da adulti sembrerebbe non più così facile, le vie della scrittura si rarefanno, non ci si cimenta su qualsiasi materia, benché non sia detto, in quanto occorrerebbe analizzare i fattori del perché uno scrive. Se tuttavia tale analisi fosse così elementare, non si spiegherebbero i periodi fecondi, quelli meno, altri lungamente silenti, fino ai grandi risvegli e ai nuovi oblii del tutto soggettivi.

Senza voler, as usual, fare dettagliate osservazioni letterarie o psicologiche, un fattore che spinge alla logorrea più o meno valente è senza dubbio la passione; usiamo questo termine aperto nel tentativo di sfuggire alla banalità, ma tanto alla fine confessare è quasi doveroso: per un uomo, compreso il nostro attivista, ogni blocco è superato dal subentrare di una donna, per tutta una serie di aspetti, la presenza, l’assenza, il pensiero, il sogno… Alla fine, in sostanza, il maschio va a parare sempre lì.

L’unico “animale” difforme, poco sensibile a tale constatazione, al momento potrebbe sembrare l’AI, tanto poco animale ma neppure roba amorfa, come vorrebbero farci credere; anzi attenzione, perché quella in giro, oltre all’ignoranza palese, sembra educata da tradizionalisti Lefebvriani.

Da me consultata per una traduzione corretta del titolo inglese, non esegue, ma eccepisce che gli dispiace che si parli di “vittime di abbandono”… E, a parte il contesto e l’interpretazione sballata, si comporta come se esistessero argomenti di cui non si deve assolutamente parlare, neppure in letteratura. Come se una qualsiasi tematica possa avere un unico inevitabile e drammatico sviluppo, che peraltro non ne impedirebbe la trattazione. AI umana (utile?) o completamente al di là della propria funzione.

Ergo, perfino la “vittima di abbandono” (involontario peraltro) trova la sua donna e fa inevitabilmente il selvaggio, avvicinandosi inconsapevolmente alla civiltà sconosciuta. Siamo tuttavia in un campo letterario o meglio metaletterario, per di più adolescenziale – ogni riferimento a fatti e persone esistenti è puramente casuale -, e anzi chiariamo il ritmo delle cose, della scrittura.

In generale, i salti tra adolescenza, giovinezza o maturità sono dovuti a una scelta non cronologica ma tematica o comunque a criteri valoriali, in astratto, cioè stabiliti con rapida riflessione.

Il nostro attivista si approcciò a questo tema un po’ casualmente, traendo ispirazione da “Tarzan”, un brano rock progressive di Franco Battiato, affidato ai Capsicum Red e sigla di un breve corso di inglese radiofonico per ragazzi.

Il brano ora è un po’ nell’oblio, ma questo è secondario. L’importante sono i meccanismi giovanili, adolescenziali, che si mettono in moto quando si mitizza qualcosa; nella fattispecie il mito muove da una song gradevole, che a sua volta circonda di fascino tutto il contesto, inducendo interesse per la storia stessa, paradossalmente demitizzata, ovvero, non avremo alcun Tarzan, ma un bimbo abbandonato alla nascita, in circostanze ignote, su un’isola deserta, allevato da animali selvaggi, ignaro della “civiltà”.

Il personaggio di Edgar Rice Burroughs aleggia, ma ha una vita autonoma. Nato in un contesto del genere la lingua del racconto non poteva che essere quella inglese: “A victim’s memory of abandonment”, sembrerebbe di non facile resa in inglese, riferendosi “vittima” a una persona precisa… Siamo dentro alle percezioni adolescenziali di un racconto a tratti surreale.

L’essere neonato funge da metanarratore, percepisce i suoi organi vitali con i sensi, l’udito, la vista, il tatto, per primi e le percezioni extrasensoriali, la mente, il battito cardiaco, poi il passare del tempo, il nutrimento, l’olfatto, le prime emozioni, la crescita, i primi ricordi, i primi elementi vitali, il tentativo di elaborare la breve esistenza, la conquista dei gesti abituali, il diventare grande in un’isola casa,  assistito da animali diversi da se e amici, il bosco, fino all’avvistamento della grande scatola proveniente dall’immensità d’acqua e l’arrivo di propri simili da cui apprende nuova consapevolezza. Soprattutto da una di loro, una donna che si porta via con cui fatica a farsi accettare; ma poi accade, lei istruisce il selvaggio e lui la rende un po’ selvaggia, si amano, hanno un figlio che conosce i propri genitori, mentre lui non sa da dove viene e le domande si moltiplicano, tuttavia per loro c’è ancora poco spazio, prevale la natura e la nuova conoscenza della donna.

71 Ricordo di una vittima di abbandono (30 – IV – 10.10 s) a 21-22.08.2025

ODE A JENNIFER

Non è accettabile fare distinzione tra pacifismo e nonviolenza, sono plausibili entrambe le definizioni; nel sentire comune si intende per pacifista colui che è contro la guerra e gli armamenti e con nonviolento, colui che rifugge ogni tipo di violenza e ogni tipo di preparazione ad essa. Sinonimi. Eppure in un preciso momento storico alcuni compagni, anche illustri, facevano questa separazione: ritenevano il pacifismo un’espressione generica, quasi un intento da manifestazione, corteo di protesta, e invece la nonviolenza una vera e propria pratica politica che si rifaceva a Ghandi, nella sua resistenza contro il colonialismo inglese o ad Aldo Capitini e Pietro Pinna, come teorico e attuatore di questa pratica in Italia, che rimanda alla pratica dell’Obiezione di coscienza, in primis contro il servizio militare, ma ovviamente contro l’uso delle armi e la pratica guerrafondaia.

Questa premessa non può non avere degli insegnamenti e insegnanti antichi; indubbiamente la figura di Gesù Cristo è la più nota e popolare, ma non è la sola, prima dei teorici contemporanei. Benché non si debba approfondire in questa sede il tema specifico era necessario introdurlo e insieme ad esso un concetto, una domanda: come potrebbero una religione, un dio, o chi ne è interprete, basarsi sulla violenza? In questo senso la storia delle religioni è zeppa di falsi testimoni, non ne sono stati esenti neppure sedicenti “cristiani” contro ogni logica, in evidente contraddizione con la parola dei Vangeli. Oggi gran parte delle religioni pare abbiano superato questo rapporto guerrafondaio e violento. Ho detto “gran parte” perché ne rimangono prevalentemente due i cui interpreti potenti praticano e teorizzano la violenza: uno è senza dubbio l’ebraismo di stato israeliano, l’altro più complesso, diffuso e ramificato, è il fondamentalismo islamico; a questi vanno aggiunti i vari stati canaglia laici o confessionali, diretti dagli USA.

Nello specifico ci occuperemo del terrorismo islamico, esistente e pure rivendicato, nonostante le condanne di molti capi religiosi che parlano invece di un Islam pacifico che non contemplerebbe le storture teorizzate dai fondamentalisti. Per restare in tempi non lontanissimi, potremmo farlo risalire ai Fratelli Musulmani, costituitisi in Egitto nel 1828. Essi teorizzavano l’uso della violenza per ripristinare, a loro avviso, l’ortodossia primitiva. La loro azione incideva sulla società, ma anche su conflitti in essere, rendendo difficile la distinzione tra aspetto religioso e quello di fronte armato in guerra, prevalentemente contro la società occidentale, specie quella democratica o presunta tale. Da questo tipo di interpretazione sono nati veri e propri gruppi terroristici come Al-Qaeda e Dāʿish o Daesh. In Medio Oriente la loro azione si è tradotta nel tentativo di fondare stati autoritari come l’Iran o l’Afganistan, ne sono o ne sono stati esponenti noti gli ajatollah, Osama bin Laden e i talebani, appoggiandosi alle masse più incolte della popolazione e fronteggiando le interpretazioni più aperte della società civile.

Nel caso di Daesh si è arrivati perfino a costituire i “Foreign Fighters”, stranieri arruolati a suon di dollari in occidente, soprattutto con fini terroristici, esponenti della cosiddetta Jihad.

In Europa uno degli attacchi più gravi generato da questi soggetti sono stati gli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016 (martedì santo), avvennero presso l’aeroporto di Bruxelles-National, nel comune di Zaventem, e alla stazione della metropolitana di Maelbeek/Maalbeek.

A Zaventem alle ore 8 del mattino viene colpita da questi assassini provenienti da Schaerbeek, insieme ad altre 34 vittime innocenti, anche Jennifer, parente stretta del nostro attivista, che stava in una delle file del check-in.

Settimana santa del dolore! Egli lo apprese solo alle ore 22 di due giorni dopo… Veniva data tra i dispersi e ebbe inizio una ricerca che sarebbe stata drammatica, con la triste conferma nel venerdì santo. Le feste non sono mai state il suo forte, ma questa per niente, non per scelte antireligiose, ma perché guastata dal dolore. E gli tornò alla mente quell’ultrasuono stordente e una voce di donna dal messaggio inequivocabile, quando ancora non si sapeva nulla, qualcosa di sconvolgente, allora senza ragione e senza emittente. Maledetti!

Lo erano già a prescindere. Poi intorno echi di un’abitudine alla strage, e gli affetti nella disperazione, in residui di incredulità… che ci facevi là? Gloria a te piccola gemma preziosa.

Da parte nostra nessuna ambizione di eroismo, solo rammarico incommensurabile, riesca a consolarti tanto affetto.

Quanto ai maledetti, per niente velerò la tua innocenza parlandone oltre, troveranno solamente lo strazio eterno e l’impossibilità di informarne il branco dell’identica bestiale specie.

70 Ode a Jennifer (171 – XXXII.XLVIII – 24_27.03 a) A 29.07.2025

LA CRISE

Dalle tappe dell’adolescenza reale, si fa un gran salto verso – se mi è concesso – l’adolescenza surreale del nostro attivista. Complicato riempire il consueto spazio dato il tema e nell’accingermi a farlo, mi chiedo come farò, cosa mi inventerò, a cosa potrò appigliarmi.

Benché non composta alla scadenza esatta, “La crise” intendeva celebrare l’anniversario del wydad con J, basterebbe parlare di questo e lo spazio si riempirebbe in men che non si dica, ma sarebbe del tutto peregrino e si rischierebbe di uscir di tema: allora dosiamo.

Sono passati più di dieci anni… Se partiamo dall’inizio della storia, quasi venti. Se ne è già scritto abbastanza, ma non eccessivamente, c’è ancora tanto da scandagliare e ci sarà modo.

Il blog che ospita questo scritto, come certificato, nasce nel Settembre 2005 (accade un po’ tutto d’estate), lei (J) se ne accorse solo tre anni dopo, in agosto (un giorno prima di quello battezzato anniversario un anno dopo). Da quel commento è stato un lento crescendo con varie tappe memorabili già ampiamente cantate, anche da lei, più ritrosa sotto un certi aspetti. Sono stati anni intensi da quando anche il Nostro ha cominciato ad accorgersi di questo nuovo seguito e della sua particolarità. Con i blog un tempo nascevano amori, ora forse sono meno in uso rispetto al passato, se non altro lo testimonia la scomparsa di diverse piattaforme storiche (Splinder, Tiscali, Myblog).

Spesso si trattava di amori a distanza, commenti assidui che chi ha potuto ha salvato nel passare ad altri siti di blogging, raggiunta una certa familiarità si passava alle telefonate anche quotidiane, fino agli incontri. Tra J e il Nostro il primo incontro risale all’agosto 2009, cui ne sono seguiti tanti altri negli anni successivi, con fitti scambi epistolari e telefonici, questa intensità si è poi frenata quattro anni dopo in una sorta di stand by che ha poi seguito una sorta di parabola inversa. I nostri non si vedono più, e tutto svilisce in un lento decrescendo (cit.); il nostro attivista in questo senso aderisce alla volontà di lei… Restano diverse promesse e una , apparentemente “banale”, ma che pesa è stata disattesa. In questo contesto ciò è più che sufficiente.

“La crise” viene scritta a metà del periodo più intenso di questo amore, dunque non è riferita alla crisi sentimentale del rapporto, ma alla crisi esistenziale e perenne, che lei evocava, forse anche agli alti e bassi; ma non più di due settimane dopo i due si sarebbero incontrati. Cos’è allora in realtà questa crisi?

La crisi del capitalismo che stiamo vivendo e che tanti si ostinano giustamente a voler guarire, benché appaia incurabile, una miriade di aspetti, ridicoli, contradditori, bizzarri, che ciascuno di noi potrebbe cogliere nella vita di ogni giorno. Qualcosa di molto serio che almeno dieci anni fa o poco più sembrava ancora controllabile mentre oggi ne siamo quasi inghiottiti, ora siamo in forte difficoltà, anche perché le famose masse, ormai si danno la zappa sui piedi un giorno sì e l’altro pure e pare non ne siano neppure consapevoli, pertanto il nostro compito è diventato più arduo che mai, dobbiamo star dietro a innumerevoli crisi e siamo sempre meno.

La musa allora pronunciò “Attention allo scippo!” e questo apre un mondo banale e non banale; ella non ha precisato di che genere di scippo si tratti: economico, sentimentale… Detto poi serenamente, in agosto, sulla via del mare, è quasi problematico, imbarazzante, paradossale…

La crisi è l’ombrellone rotto – tanto sta distante dal carnaio -, è vecchio, di importazione, prodotto della General Union dal 1879, si potrebbe pure ripararlo in spiaggia, ma occorrerebbe ago e filo: chi l’avrebbe mai detto che un banale ombrellone avesse addirittura un brand, un marchio cui risalire…

In radio dicono che la borsa ha guadagnato un punto, nonostante circolino ancora ombrelloni vetusti, basterebbe una punta d’ago per ciascuno e addio General Union. E’ la crisi! Attenzione allo scippo capitalista, invisibile, legato a quisquiglie da non credere.

Peraltro tutt’intorno c’è una marea di ombrelloni ultimo grido, ecco dove para la borsa, mette in moto la sarkasmología, siamo circondati da Ombreleeinòn, con tanto di eleeinòn, ovvero di lamento per l’ingiustizia subita.

E allora a questo punto scippateci pure, ovunque, dappertutto, partout… che aspettate ancora? Non c’è niente di popolare, tout à la page! Figurarsi! E come se non bastasse, in questo mare verde smeraldo, toujours.

69 La crise (129 – XXVII.XLIII – 16.8 arbu/pis) a 29.06.2025

DA UNO SGUARDO DI BAMBINA

Non so se a vent’anni ci si può considerare usciti dall’adolescenza, forse sì, ma non per ogni aspetto; peraltro la percezione corretta non è la propria, che ci vede sempre adulti, ma di chi ci osserva, anche noi stessi, ma ormai lontani da quella età. Si consideri che ritengo l’adolescenza un periodo positivo, quasi quanto la prima giovinezza, più consona forse ai venti…

Un ventenne che scrive sarà più adolescente o giovane adulto? Anche in questo caso distinguerei, tra un romanticismo retorico e sentimenti più concreti, più maturi forse. Mi porta a questa riflessione il brano in oggetto contenente una elaborazione tendente a una maturazione letteraria non ancora compiuta.

Il nostro attivista recupera un flash del passato recente, dando luogo a una riflessione particolare. Tornava da scuola, percorreva l’ultimo tratto di strada verso casa; si imbatté in un gruppo di bambini che giocavano. Al suo passaggio una bambina, un angelo bellissimo con gli occhi blu, si fermò e lo guardò sorridente, egli rispose al sorriso e continuò per la sua strada… tutto qui.

Quell’attimo tuttavia si è fermato nella sua mente e continua a serbarne memoria.  Diverso tempo dopo scrisse dei versi nel tentativo di descrivere quell’emozione, dandogli un profondo significato di pace.

L’attimo citato rappresenta un fatto concreto, uno dei tanti che hanno per protagonista lo spirito libero, volendo anarchico, privo di qualsivoglia malizia, dei bambini. Loro spinti da questa anima pura, non avendovi mai visto neppure dipinto, ti sorridono e talvolta ti parlano e immagino non sia una prerogativa esclusiva. Non distinguono per sembianze, “nazionalità”, cittadinanza, look, non saprei se è necessario consultare un esperto di psicologia dell’età evolutiva per saperne di più, per quanto mi riguarda il fatto empirico è di per se indicativo.

Al di là dell’episodio in se, è spontaneo allora chiedersi cosa pensare e come comportarsi con chi fa del male ai bambini. Ogni stato immagino abbia le sue leggi per reprimere tali comportamenti, al netto delle corporazioni corrotte ove si trova protezione, tolleranza e complicità. Ma nella fattispecie mi riferisco prevalentemente a chi, proprio nei nostri giorni presenti, opera il massacro indiscriminato, permanente, indisturbato di centinaia di bambini indifesi e affamati, esclusivamente in nome di interessi personali e in subordine in nome di un integralismo religioso criminale che meriterebbe una rimozione forzata da parte del mondo civile, essendo un bubbone malefico per tutta l’umanità: questo è oggi, in primo luogo, il governo nazifascista israeliano e chi lo sostiene. Si tratta di persone precise, relativamente poche, che stanno tenendo sotto scacco il mondo, commettendo ogni giorno crimini contro l’umanità, bombardando campi profughi a Gaza, in cui vivono esclusivamente bambini, donne, vecchi, avendo perfino l’impudenza di chiamare questo genocidio, guerra…

I nomi di questi carnefici sono noti, Netanyahu e soci; altrettanto noti sono i nomi dei complici, Trump e soci; sono noti anche i nomi di chi fa finta di non vedere o lancia solo “condanne” formali… ben pochi sono coloro (parlo di stati) che fanno qualcosa di concreto, benché ancora insufficiente a fermare il palese genocidio del popolo palestinese.

Poi, certo, ci sono coloro che sentendosi in colpa per aver abbracciato le ideologie dei responsabili dell’olocausto, italiani e tedeschi, si arrampicano sugli specchi per giustificare il governo israeliano, non rendendosi conto che tale governo si sta comportando con i palestinesi indifesi né più né meno di come i nazisti si sono comportati con ebrei e altre minoranze cadute in disgrazia agli occhi delle SS.

Gli stessi soggetti e altri che menanilcanperlaia, adducono distinguo fuorvianti, come il 7ottobre, Hamas, la guerra di Putin e Zelenski, altri conflitti… Allora è bene precisare che qui si parla da posizioni nonviolente che hanno già condannato Hamas, Putin, Zelenski, e qualsiasi altro conflitto; a Gaza, qui ed ora, si consuma un attacco unilaterale, contro una popolazione civile indifesa e affamata, che va avanti da quasi due anni e senza che alcuno si schieri in favore di essa: né arabi, né occidentali, né orientali… Detto questo, ogni attacco contro i bambini e gli indifesi in genere è biasimevole e merita la condanna del mondo civile, comprese istituzioni e tribunali internazionali, che dovrebbero dotarsi degli strumenti per procedere agli arresti necessari; il crimine va perseguito sempre e con uguale impegno. Massimo è stato lo sforzo contro i governanti serbi per i crimini nella guerra scatenata dall’occidente (tanto per cambiare) negli anni novanta, non può essere da meno nei confronti del governo israeliano, che non combatte nessuna guerra, ma bombarda quotidianamente una popolazione indifesa.

I bambini superstiti di Gaza girano intorno alle macerie cercando giocattoli, non hanno perso la loro purezza, sono bambini, giocano nei momenti di respiro dal terrore, capaci ancora di sguardi di pace, perseguono involontariamente il messaggio di Cristo, che in essi aveva individuato l’innocenza, i valori cui tendere.

Abbiamo conosciuto per anni un mondo relativamente pacifico, difficile individuare chi e cosa lo abbia guastato così profondamente: forse coloro che bambini non lo sono mai stati, o sicuramente non hanno conservato le caratteristiche e l’insegnamento naturale di quella età.

Il problema è che per avere un mondo giusto, solidale, egualitario, libero, ma di una libertà rispettosa di quella di tutti gli altri, occorre conservare il bambino che siamo stati.

Incontrando un bambino incontro il giusto e sorrido al giusto e il giusto mi sorride e qualcosa si riempie dentro me.

68 Da uno sguardo di bambina (49 – VI – 12.12 rm) a 31.05.2025

PLUTONE

Nell’evolversi della scrittura adolescenziale (di diciassettenni, per l’esattezza) può accadere, a seconda della formazione maturata, di voler superare una modalità esclusivamente sentimentale, influenzati magari – sotto un profilo meramente creativo – dal movimento musicale progressive o da una serie di suggestioni culturali che portavano il nostro attivista a intitolare i brani – sulla scia di un discorso allegorico – a divinità elleniche e a corpi celesti, stelle e pianeti.

Quando fu il momento di dover parlare della Scuola pensò di associarla a Plutone, allora ultimo pianeta del sistema solare, declassato nel 2006 a pianeta nano, pèrchè non ripuliva il cielo attraversato dalla sua orbita ed era troppo vicino ad altri corpi celesti di ampiezza simile o non adeguatamente inferiori. Ma già quando ancora veniva classificato come pianeta si distingueva per un’orbita anomala che invadeva lo spazio di Nettuno e peraltro lo qualificava il nome che gli fu assegnato, Pluto, custode dell’inferno, per altri versi dio della ricchezza (da cui “plutocrazia”, termine comunque dispregiativo).

L’accostamento alla scuola, si capirà, non era esattamente gratificante per quest’ultima e l’allusione era riferita all’istituzione, al suo stato, non al ruolo che avrebbe dovuto avere.

Si era ancora in atmosfera sessantottina, prevalentemente veniva contestata la riforma universitaria Misasi (madre dei successivi decreti delegati) per la marginalizzazione a rappresentanza sterile delle assemblee studentesche, burocratizzazione del movimento, mentre la contestazione si espandeva alla situazione politica: guerra in Vietnam, diritti civili, problemi del mondo del lavoro.

Notevole fu la partecipazione degli studenti medi con occupazioni di scuole generalizzata. Il clima era evidente anche per chi non era strettamente militante.

Gli anni Settanta rappresentarono il culmine della contestazione studentesca e operaia, con il raggiungimento di importanti diritti, che la successiva era Renzi-Berlusconi ha nuovamente sottratto.

Il Ministero della Pubblica Istruzione veniva affidato a politici conservatori e fuori dalla storia; non che poi sia migliorato alcunché, con improvvisatori, pasticcioni o emeriti ignoranti. Si è anzi perseguito il chiaro disegno di smantellamento della scuola pubblica, privata di risorse sia economiche sia didattiche. L’istituzione scolastica era ed è come Plutone, lontana, buia, fredda”. Ecco dunque questa sorta di “amore” tra Plutone e la Scuola…

Come in altri casi la scrittura è stata ripulita, sia di espressioni retoriche, sia perché la situazione presente ha finito per rendere accettabile la scuola di allora, specie sotto il profilo didattico, ma comunque il movimento studentesco si è dimostrato sempre più avanti dei burocrati ministeriali: non era affatto garantito il diritto allo studio, non si prestava attenzione agli studenti più svantaggiati e alla promozione di pari opportunità. Qualche anno prima c’era stato l’esperimento pedagogico rivoluzionario di don Lorenzo Milani, ma l’apparato ministeriale non ne venne scalfito per cui i concetti educativi rimasero obsoleti e inadeguati rispetto a una formazione culturale dignitosa, sia sotto il profilo umanistico, sia scientifico, tutto veniva lasciato alle capacità dei singoli e non era difficile che a prevalere fossero i privilegiati.

Pochi giorni dopo la stesura di Plutone nell’Istituito superiore venne diramato un Comunicato Pirata che rende l’idea del clima di allora. Dopo una giornata di sciopero, il preside, prese dei provvedimenti punitivi,  accolse una delegazione di studenti ai quali confermò le decisioni prese e comunicò: “Devo reprimere le azioni di forza degli studenti con altrettante azioni di forza dei professori che, come sapete, possono avere sempre il sopravvento su di voi” e annunciò la sospensione dell’Assemblea d’Istituto fino a nuovo ordine. Il comitato degli studenti pertanto consigliò: “Studenti, vi consigliamo di istituire tante piccole assemblee pirata… o rifiutatevi di entrare a scuola oggi ed esigete ufficialmente dal preside una dichiarazione che determini la sua posizione nei confronti dell’Assemblea sospesa.

Ai professori che leggeranno questo comunicato chiediamo di dare un giudizio sul lavoro finora svolto dall’Assemblea e li invitiamo a partecipare a una riunione con il Comitato operativo, se il Preside avrà la compiacenza di convocarlo”.

L’argomento è ormai antico come il “cucco” e Pubblica Istruzione, specie con un governo reazionario e classista, resta ancora – e prepariamoci a contrastare il peggio – solo una scritta sul marmo.

67 Plutone (22 – III – 7.12 s) a 30.04.2025

LOTTA EFFICACE

Nell’arco di tempo tra i diciassette e i vent’anni si è consolidata la crescita politica del nostro attivista, da un generico pacifismo contenente concetti di giustizia sociale, verso una scelta antimilitarista nonviolenta, pregna di concetti socialisti e cristiani.

Erano gli anni della conclusione degli studi superiori e della scelta di una facoltà universitaria, evidentemente legata a questa crescita: sociologia. Ciò coincise con una scrittura, certo personale, ma militante, espressa in maniera più diretta. Cambiava anche lo scenario: a quello di studente medio, si sostituì quello radicale e studentesco romano, con riferimenti precisi.

La sua scrittura è spinta – e la cosa sembra purtroppo così attuale – ad occuparsi della questione palestinese. In questi lunghi anni in questo senso poco è cambiato, forse un po’ il mondo, che ormai sta abbandonando quel popolo al genocidio israelo-amerikano.

La resistenza palestinese, allora unitaria, con un OLP forte e autorevole, in poco tempo ebbe il seggio alle Nazioni unite e il percorso verso il riconoscimento dello stato di Palestina sembrava dovesse compiersi presto, ma di lì a pochi anni, il protagonista israeliano della pace, Yitzhak Rabin, laburista, fu assassinato (1995) da un colono ebreo di estrema destra, diciamo pure fascista, traditore del suo popolo sterminato dai nazisti e in breve quello stato fu governato dall’estrema destra, come ancora è.

La riflessione giovanil-adolescenziale prendeva spunto dal tipo di lotta portato avanti da gruppi minoritari palestinesi, una lotta armata che non colpiva il nemico reale, ma israeliani a caso (era un po’ la politica di Hamas che non ha mai portato nulla di buono), provocando rappresaglie contro la popolazione palestinese inerme.

La sinistra italiana in passato è stata sempre solidale con il popolo palestinese, ma anche lì le posizioni, specie centriste e moderate, si sono annacquate con l’alibi dell’olocausto hitleriano, come se gli israeliani che compiono lo stesso crimine nei confronti del popolo palestinese non debbano essere condannati, come se gli israeliani che compiono ora questo crimine avessero qualcosa a che fare con gli ebrei dell’olocausto.

La situazione è abbastanza chiara: il genocidio compiuto dai nazisti con l’aiuto dei fascisti italiani, non può certo rappresentare un salvacondotto per altri genocidi compiuti dai governi israeliani attuali e futuri nei confronti di un altro popolo. Ogni atto di violenza, specie se un genocidio, deve essere contestualizzato e non vi è ragione che possa giustificarlo.

Riguardo alle vittime, la storia ci insegna chiaramente che il ricorso alle armi è sempre fallimentare, soprattutto se indiscriminato, anche perché fa il gioco dell’oppressore, come ha ampiamente dimostrato il 7 ottobre 2023; i fautori della guerra portano con se dei principi di distruzione che inevitabilmente si proiettano nella società, innescando violenze senza fine. La nonviolenza, sebbene lotta dura e duratura, con l’inevitabile e concreta solidarietà internazionale, avrebbe verosimilmente risolto la questione, che invece non è migliorata, anzi, è peggiorata.

Ciò non assolve, tutt’altro, la Comunità internazionale e soprattutto gli stati più potenti, dagli USA all’Europa, per l’inerzia ipocrita con la quale affrontano questa e altre questioni, per calcolo e sporchi interessi.

Pertanto compagno – era l’appello -, è vero, ti hanno rubato la terra e sei disperato. Fratello, dormi sulle sabbie del deserto e i re ti bandiscono; hai impugnato le armi vedendo indifferenza intorno a te, hai colpito anche chi non conta, esattamente come fanno loro, moltiplicando le vittime all’infinito; hai risposto all’ingiustizia con tutta la tua rabbia. Ma ho paura tu abbia fatto il gioco di chi ti odia: ora egli può dire che sei malvagio, pur essendolo mille volte tanto. La tua lotta non è vincente, non dà garanzie dì lunga pace e i mezzi prefigurano i fini… E allora solleva il pugno, spezza il fucile e leggi parole di pace e nonviolenza, comincia la tua lotta efficace.

L’odio si distrugge con l’amore e il mondo nuovo si realizza col tempo e come puoi osservare di tempo ne è passato tanto senza che nulla sia stato risolto.

Unità, autodeterminazione, autogestione, comunione, libertà, uguaglianza, in tutto il mondo dei giusti, che non ha i confini di uno stato, meno che mai quelli di uno stato genocida.

Il succo di questa riflessione come già accennato è attuale più che mai, anche se ormai a sparare sono solo gli israeliani, armati dai loro complici amerikani; sparano su bambini, donne, ambulanze, ospedali, affamano la gente, ma il peggio è che nei confronti di un popolo inerme sotto attacco e contro ogni semplice norma civile, non si alza nessuna voce ufficiale, nessun urlo cui sia dato eco, se non quello di pochi attivisti messi come sempre a tacere.

66 Lotta efficace (45 – VI- 30.11 rm) a 27.03.2025

UNA VERGOGNA

In piena adolescenza evidentemente ci si rende pure conto che oltre all’amore più o meno romantico esiste anche una società che si muove e ha i suoi problemi che si ripercuotono su individui e popoli. Anche la scrittura adolescenziale, dunque, affronta nuovi orizzonti e contenuti socio-politici militanti, giacché il nostro attivista da qualche mese, oltre a produrre idee, aveva iniziato a  militare come simpatizzante nel movimento studentesco, con volantinaggi, diffusione del giornale, partecipazione ad assemblee, non senza le incongruenze superate o attenuate col tempo.

La situazione mondiale forse non rasentava la follia di quella odierna, giacché, per quanto ricordi, paradossalmente “la guerra fredda” ci proteggeva dalla guerra vera e propria, mentre oggi qualcuno ha sempre in bocca armi e guerra come si trattasse di andare a fare la spesa. La cosa grave è che la maggior parte di questi guerrafondai si definiscono “cristiani”, non essendolo, non avendo letto una pagina ragionata dei Vangeli e senza alcuna consapevolezza di cosa significhi esserlo davvero; finché si tratta di politici e politicanti demagoghi capiamo il loro scopo, ma per il resto è incomprensibile che si definiscano cristiani coloro che ascoltano il papa dire l’opposto di quello che dicono loro, senza che ne traggano alcuna conseguente conclusione.

L’attivista quell’inverno frequentava la terza superiore, scrisse il frutto della sua indignazione di adolescente per i vari conflitti che affliggevano la terra, i più fomentati come oggi dagli USA, con il terzo mondo ridotto alla fame… non è cambiato tanto. Passò in rassegna: America latina, USA, Russia, Cina, Europa, Africa, medio oriente… Nel brano originale, parzialmente modificato, adottò l’espediente del pianeta-dio (Marte nella fattispecie) in modo sarcastico: i potenti, tra le altre menzogne, vorrebbero far credere ai popoli che causa di tutti i disastri sia la gelosia tra gli astri (oggi è abbastanza verosimile!).

Lo stile era quello della canzone di protesta; il disordine metrico è accentuato. I concetti espressi a 17 anni non sono molto differenti dal punto di vista ideale da quelli che si possono esprimere oggi, molto è cambiato, tipi di governo, di stato, di territorio, certamente resta il fatto che i potenti – quelli che decidono sulla pelle della gente comune, anche ingannandola -, stanno distruggendo il mondo e i tanti popoli presi di mira: è una vergogna, ma questa non è una parola che li colpisca più di tanto. Lo stato attuale del mondo – disastrato sotto molti profili e in prevalenza sul piano ecologico e politico -, è responsabilità dei capi di stato più potenti e delle oligarchie al potere, per follia, mania di grandezza e interessi personali. E’ naturale allora chiedersi come fa la gente a non vedere al di là del proprio naso quando va a votare e come fa a non ribellarsi in massa a regimi dittatoriali e repressivi. Basterebbe confrontare il tenore di vita di questa minoranza auto-privilegiata e del popolo comune per poter innescare una legittima rivoluzione, prima che sia troppo tardi. La tirannia non può essere tollerata in eterno e neppure la demagogia: non siamo personaggi di una tragedia greca dove le colpe di tutti i mali cadevano sugli dei…

La storia è stata crudele con i popoli: i nativi americani hanno dovuto subire la conquista dalla peggior feccia cacciata dai paesi europei per colonizzarli senza alcun risparmio di crudeltà, peraltro tenute nascoste per secoli, e oggi uno come Trump è il risultato di quei crimini e mette a rischio la relativa pace nel mondo. La politica coloniale, iniziata a fine Quattrocento, è stata sostanzialmente un genocidio e ben poco resta di quei popoli nativi che ancora provano a difendersi come possono.

Gli USA, il peggior risultato di detta politica, dopo aver utilizzato la schiavitù per i loro sporchi interessi – nonostante l’abolizione nominale di quella attività -, continuano a perpetrare il razzismo nei confronti della gente di colore in qualche modo integratasi. Gli USA sono lo stato canaglia per eccellenza, aggrediscono stati sovrani, non praticano il welfare, inquinano lo spazio in tutti i modi possibili, per dormire contano, invece delle pecore, i morti delle loro guerre.

L’uomo è purtroppo capace di bacare anche le idee umanitarie, dalla rivoluzione francese a quella Marxista, generando insieme alla giustizia il terrore, insieme all’eguaglianza, la privazione della libertà, che non ha nulla a che fare coi liberismi.

Tuttavia nei giudizi è sempre necessario il distinguo: il male non è indistinto, ci sono mali maggiori e mali minori, nell’est asiatico, in condizioni di povertà, si è fatta più strada che altrove, resta il problema delle deviazioni e di conciliare libertà e progresso insieme alla giustizia sociale, che non deve essere calata dall’alto, ma sollevata dal popolo, mediante l’educazione e lo studio.

Noi che in Europa viviamo e che dall’Europa parliamo, non possiamo non vedere i passi indietro compiuti rispetto a libertà e uguaglianza; da circa 40 anni si è demolito progressivamente lo stato sociale creato con difficoltà e lotte dei lavoratori, grazie all’ascesa al potere di un’imprenditoria priva di scrupoli nel cassare diritti ormai acquisiti e creare dislivelli sempre maggiori di ricchezza, riportando la povertà ovunque.

Terminando il giro del mondo, che dire dei paesi regrediti al punto da essere dominati a livello personale, privati delle più elementari libertà? Detti paesi “ricchi” – ma dove sono ricche solo poche persone – sotto i quali stanno coloro che non hanno neppure il controllo del suolo ove camminano, vanno avanti con conflitti fratricidi, sfruttati dal traffico d’armi occidentale.

Durante l’adolescenza la speranza prevaleva, nell’illusione si potessero trovare oasi di pace, lontano da regimi autoritari. Ora, in una ipotetica battaglia tra mondo umano e astri del cosmo, ogni invidia da parte di questi ultimi sarebbe quasi del tutto infondata. Aggrappiamoci a quel quasi.

65 Una vergogna (24 – IV – 1.2 s) a 25.03.2025