E quando leggo o meglio rileggo Antunes non riesco a leggere altro. Nient’altro. Né altri libri, né poesie più o meno famose, né post, né commenti ai post… e tanto meno riesco a scriverne io.
Troppo… limitata rispetto al mio adorato. Non mi piaccio.
Dunque saluto tutti, auguro buon ferragosto e buona fine dell’odiata estate e…
Suppongo che sarà un caso questo scoppiare di ricordi,
nonna era sempre così silenziosa, suppongo che sarà per questo che amo tanto il silenzio, non si sentiva un rumore nella vecchia casa, era tutto così avvolto nell’assenza di suoni che potevo avvertire l’arrivo della gatta, lenta lenta, dalla camera di nonna dall’altra parte della casa, cic, cic, cic, cic, già quando era all’inizio del lunghissimo corridoio, il corridoio con quelle mattonelle tutte punticchiate di nero circondate da una greca dove amavo camminare in equilibrio, un passo avanti all’altro, un passo avanti all’altro, fino all’ultima stanza, tutte in fila, una dopo l’altra, senza interruzioni, c’erano le porte? Non riesco a ricordare se ci fossero le porte, ricordo altro.
Suppongo che sarà un caso questo scoppiare di ricordi,
sarà forse la malinconia dell’Adagietto della n°5 di Mahler che mi sveglia sussurri d’infanzia, quando tutto era ancora possibile e non si sapeva che invece no. E la casa, la casa davvero era fonte di sorprese, quel comò così grande che ci si poteva nascondere dentro la sua nicchia,
(dove mi nascondo adesso?)
la pendola col suono greve che non mi svegliava, la notte, non mi infastidiva i sonni, perché i bambini dormono bene, si svegliano solo se qualcosa dentro di loro bussa, fame, paura per un brutto sogni, il pizzico di una zanzara, ma i rumori no. I rumori li arrotolano nei sogni e ci giocano.
come spiegarti? Non sei tu che mi manchi, sebbene alcune tue particolarità mi fossero davvero gradite, e non solo quello che immagini e che immaginerebbe chiunque, no, ma anche per esempio scoprire che certi libri che io ho letto tardi, certi autori che non conoscevo, sublimi, interessanti, o per lo meno grandi da stare nelle antologie dei licei, scoprire che certi autori tu li conoscevi già (davvero fantastico!) e lo scoprivo per caso, quando, dopo che la tempesta di fuoco s’era placata, nelle dolcezze delle carezze, si parlava di poesia, di sensazioni, di libertà.
Perché vedi, mio caro,
come spiegarti? Non sei tu che mi manchi, sebbene alcune tue particolarità sicuramente mi fossero particolarmente gradite, e non solo il profumo della tua pelle, sempre asciutta e morbida, bollente che spesso ti dicevo Ma hai la febbre? E tu rispondevi Me la fai venire tu!
Perché vedi, mio caro,
come spiegarti? Non sei tu che mi manchi, non direi che sei tu che mi manchi, anche se eri tutto un racconto di cose mai sentite, di storie straordinarie di vissuto fuori da ogni vissuto mai ascoltate da altri. Solo da te. E allora torno a dire
vedi, mio eterno amore,
non sei tu che mi manchi. Sono io. Sono io come ero con te.
Eternamente giovane, eternamente in attesa di epifanie di meraviglia,
eternamente felice e vera, senza bisogno mai di un Va bene, ma…
Io, per esempio, volo rileggendo per la nona, decima, undicesima, non lo so più, volta questo straordinario, impareggiabile, insuperabile romanzo di Antònio Lobo Antunes: L’ordine naturale delle cose.
mi piacerebbe una casa un po’ più… zen… tutta vuota, con solo un vaso lungo con dei fiori di pesco… pareti di carta di riso e letto spartano… ma devo riconoscere che anche così è bello…
la sera si fa largo tra le spine delle rose, poche foglie, pochi fiori, tra le foglie grasse delle begonie e i voli delle tortore, ultime nell’aria, prima di nascondersi a dormire chissà dove.
E io penso
Un altro giorno se ne sta fuggendo. Un altro giorno in cui non è successo proprio niente da ricordare.
Chissà dove se ne andranno tutte quelle macchine, scrollandosi la noia di dosso, in fila veloce sulla Tiburtina.
[Troppo gradevole e divertente questo scrivere alla maniera di Sei Shonagon]
Un vasetto di sottilissimo vetro pieno d’acqua quasi fino all’orlo con foglie e fiori piccoli, rossi e rosa, di melograno. Una decina di lettere di carta avorio, tenute insieme da un nastro celeste. Un po’ scolorito. Negli anni. Un cassetto di un canterano antico con biancheria di lino e pizzi macramè, qua e là sacchetti di lavanda legati con raso viola. Che forma piccoli fiocchi.
Scrivere ascoltando Mahler che suona Mahler. Meravigliandosi d’avere questa possibilità. E godendone. Restare immobili senza pigiare sui tasti, coi capelli raccolti e il trucco in ordine, a casa, soli, ad ascoltare Mahler che suona Mahler. Col proprio pc.
Una signora alla fermata della metro, che, nella bolgia sgraziata generale, se ne sta immobile, guanti di cotone bianco traforati, tailleur di lino e foulard, senza sudare né parlare. Quieta.
Ricordarla sempre ascoltando Mahler che suona Mahler.
Una tavola apparecchiata con una semplice tovaglia di lino bianco e piatti in porcellana fine, lievemente decorati a mano con piccoli tralci di fiori, antichi, sì, più di cento anni, dunque antichi. Della nonna, che poi erano della nonna della nonna. Sulla tovaglia di lino, fiori rosa. Peonie. Molli e languide. Posate d’argento. Calici di cristallo. Sottilissimi.
Dei piedini di donna ben curati, lisci, calzati con sandali leggeri bianchi, tacco medio e slanciato, smalto alle unghie, perfetto.
Dei piedini di donna nudi, ben curati, smalto alle unghie, perfetto.
Le mani di un uomo che sfiorano i tasti di un pianoforte nero. Il suono del pianoforte nero.
Mahler che suona un pianoforte nero. E mentre suona, lievemente, sorride.
Ma no, perché dici così? Poverina. Ma no! Vuoi mettere? Te lo dico io chi è poverina. O poverino, che è lo stesso. È povero chi non ha ricordi così intensi, così belli da dover credere, e forse a ragione, di non aver mai vissuto. Chi galleggia da sempre in un limbo di grigia mediocrità. Blanda calma piatta. Non chi adesso che s’è scatenato un temporale, un temporale! dopo giorni e giorni di sole da deserto, un temporale con tuoni come bombe e acqua e fulmini e tutto un putiferio in cielo, lotte tra forze titaniche che non sai chi vincerà, chi perderà, e che importa? Staremo a vedere! un temporale come questo sai che fa? Ricorda. Sorride e ricorda.
Ricorda un altro temporale, quando c’era silenzio se non sospiri, nella stanza e fuori sferragliava uno scatafascio di acqua e tuoni e fulmini e grandine. Chicchi come bombe sul piccolo tavolo bianco in balcone. E dentro era tutta dolcezza. Tutto tepore. tutto sfavillante desiderio, tutto generoso reciproco amore. E ricevere e dare e regalare e pretendere e appropriarsene e dare ancora e ancora e ancora. E ancora.
Poverina. Ma dai!
Chi s’è emozionata anche solo una volta così profondamente da sospettare d’essere vicina a morirne, o d’essere prossima alla fine del mondo, che certo non poteva continuare ad andare avanti così, ché tutto era troppo, troppo e troppo…
Poverina? No guarda!
Chi ha provato la tempesta infinita e la calma rigogliosa di un’isola che non sta nelle mappe, e lo stupore di uno sguardo che conteneva tutte le meraviglie del mondo e lo straordinario piacere di osservare un corpo da dio greco, assoluto e perfetto come solo i greci sapevano immaginare, ché i romani no! loro facevano ritratti. E la perfezione sulla terra non esiste. E invece esiste e qualcuno l’ha vista. Lei l’ha vista. Toccata. Baciata. Posseduta, accarezzata. E s’è fatta baciare, toccare, possedere, accarezzare dalla bellezza, anche solo una volta, e non è stata solo una volta, lo sai! beh…
Poverina?
Solo perché è finita? Non è finita. Non finirà mai. L’impronta del Dio si porta in petto, marchiata a fuoco. E non si cancella.
Eh, beato te! E di cosa dovrei vivere ancora? Forse delle notizie del tg, una peggio dell’altra? Una rovina. Tutti imbestiati, tutti inferociti, tutti pazzi. Meglio non ascoltare. Che poi, dovrei forse vivere della tv sempre accesa che sputa informazioni vitali sul calcio mercato, e chi pijamo, e chi vendemo…
Dalla mattina alla sera così. Sempre accesa. Rarissimi momenti di silenzio per fortunate casualità.
Di questo dovrei vivere?
Dice Non va bene vivere solo di ricordi
Ok, ma il presente è sopravvivenza. È starsene un po’ in balcone, caldo permettendo, a spiare, spiare è la parola adatta, l’arrivo temuto di qualche bestiaccia per farla secca subito. Non darle neanche il tempo di acclimatarsi. Il presente è stirare otto camicie, co’ ‘sto caldo e pensare intanto a cosa comprare per la spesa.
Dice Non va bene vivere solo di ricordi
E allora di che? Delle 23 polpette appena impastate e infornate, per poi farle freddare e congelare e tirare fuori all’occorrenza, per avere il tempo poi di fare che? Fare che? O pensare che stasera mi mangerò i miei due pomodori col riso fatti solo per me, che qua non piacciono a nessuno?
belli, eh?
Dice Non va bene vivere esclusivamente di ricordi
Ma i ricordi erano vita. Erano attese con la certezza della gioia. Erano batticuore. Erano meraviglie. Epifanie di bellezza. Gloria! Ecco. E allora.