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God Save The Queen!

giugno 5, 2012

Londra – È notizia di questi giorni che nella capitale inglese si stia festeggiando per il Diamond Jubilee della Regina Elisabetta II Windsor.

L’occasione, nonostante la viva e partecipata presenza di circa 1 milione di sudditi inglesi non è passata senza polemiche.

Le polemiche in questione non sono certo sull’opportunità di festeggiare quello che per molti è stato di certo un lieto evento.

Le polemiche si sono incentrate sulle spese sostenute.

Nonostante lievi differenze tra chi ha criticato in toto l’idea stessa di stanziare dei fondi, fossero stati anche solo di 10 GBP, per celebrare l’evento e chi  pur non essendo detrattore totale delle celebrazioni, ha sindacato circa l’opportunità della spesa dato il periodo di crisi.

In pillole, l’argomentazione mossa apparentemente parte dal presupposto che, vista la spending review cui sono costretti gli Stati europei e il conseguente periodo di austerity, perché sperperare denaro pubblico in inutili manifestazioni?!

E appunti, per i detrattori del Diamond Jubilee, in questo periodo, dove le parole d’ordine sono “austerity” “fiscal compact” “sacrifici” “crisi”, non pare opportuno spendere tutti questi danari pubblici.

La critica però, come prima lievemente accennato, solo in apparenza punta il dito alla spreco di denaro. Poiché, cercando di ricostruire il profilo dei detrattori dei festeggiamenti per i 60 anni di regno della Regina, stranamente coloro i quali non vogliono spendere soldi in simili occasioni sono gli stessi che non vorrebbero nemmeno la regina. Bingo!

A questo punto sorge spontaneo chiedere se in momento di vacche grassissime – quale studiando la storia è difficile se non impossibile ritrovarne – sarebbe stata invece ammissibile tale spesa. La risposta è scontata: no. Negarlo significherebbe essere ipocriti.

Peraltro, la critica non si presenta solo come un non argomento, ma appare pure “meschina” poiché poggia sulla reazione di stomaco delle persone, che non sanno perché non si devono spendere dei soldi ma solo che visto che loro non ne hanno allora è meglio che nessuno spenda. E se si spendono, sono da spendere solo per chi non ne ha. Siamo alla demagogia più bassa.

 Roma – A ridosso dei festeggiamenti del 2 Giugno – per chi non lo sapesse data di ricorrenza del referendum che 66 anni fa sancì per l’Italia la forma di Stato repubblicana – non sono mancate polemiche circa l’opportunità di organizzare le cerimonie per commemorare “la festa della Repubblica”. La situazione di critica non si può non avvicinare alla vicenda Inglese.

E tuttavia, a differenza di ciò che è accaduto a Londra – nulla – a Roma delle conseguenze si sono viste. Eccome. Partecipazione decisamente minore agli anni precedenti. Come se del fatto qualcuno potrebbe esserne fiero.

Tutto lecito, certo. Grazie a quella data siamo anche diventati uno Stato Democratico. Per cui, ci si prende il lusso, qui, di crititcare aspramente questa presa di posizione.

L’analogia da ricercarsi con la commemorazione inglese sta proprio nell’uso improprio di una vicenda per delegittimare un istituzione. Da un lato, in Inghilterra, per attacare la monarchia si chiede di tagliare i costi per commemorazioni ad essa legata. In Italia si arriva a far ben peggio: da noi si attacca l’istituzione esercito (parata carnevalesca, inutile, non comprensibile ai più giovani etc etc etc) facendo leva su un dramma che ha sconvolto l’Italia proprio alla vigilia di quella data. Il dramma in questione, come sarà noto a tutti, riguarda il terremoto che nelle scorse settimane – dal 20 Maggio sino a oggi – sta sconvolgendo e devastando i territori dell’Emilia.

Uso improprio in quanto l’argomento portato a favore della cancellazione dell’evento suppergiù conteneva questo (non) argomentazione: invece di spendere i soldi in qualcosa di cui nessuno ha bisogno utilizziamoli per la ricostruzione ed aiuti ai terremotati.

Non è tanto, o meglio, non è certo l’idea di aiuto economico ed umanitario ciò che qui vuole essere attaccato. Anzi.

Dietro alle critiche mosse all’evento si annidano, sempre pronti a fuoriuscire, spinte antimilitaresche e pacifiste. Che di per loro sarebbero anche comprensibili. Ciò che non è comprensibile è appoggiarsi al dramma che vivono gli emiliani a causa dei cataclismi tellurici per assestare colpi ad una cosa, la parata militare che prende luogo il 2 Giugno, che con il terremoto non ha proprio nulla a che vedere.
Perché dunque legare i due eventi? Purtroppo, per rafforzare l’opinione che vorrebbe vedere cancellata la parata. E che vorrebbe vedere cancellata l’intera forza armata italiana.

Oltre alla strumentalizzazione di una vicenda tragica, cosa già di per sé deprecabile, quello che non piace e non dovrebbe piacere sono la mancanza di rispetto a ciò che siamo.

La ratio dietro al sostegno pieno e totale alla festa della Repubblica, serve a noi tutti per ricordarci chi siamo; siamo un popolo unico. E ci riconosciamo nella scelta fatta dai nostri nonni – per chi scrive – padri o bisnonni (e bisnonne, madri, nonne per la prima volta): quella di non essere più una monarchia. Quello di ripudiare il privilegio sancito per quella che è solo una presunta genealogia migliore.

Quel giorno decidemmo che l’Italia sarebbe stata di tutti.

Ecco perché dovremmo dedicare un giorno alla memoria di chi siamo: una comunità di persone che nell’Italia si riconosce.

Non riconoscerlo apre la porta a facili delegittimazioni: delle istituzioni come delle celebrazioni. Il meccanismo è facile e ben collaudato e le conseguenze sono abbastanza evidenti o comunque note e sono gravi.

Invece che risparmiare pochi soldi per nulla determinanti – salvo riempire la bocca a chi piace parlare per spot – si è perso l’occasione di ricordare perché siamo tutti vicini alle popolazioni emiliane: perché, come noi, sono italiani.

Questo gli inglesi lo sanno. Infatti non perdono occasione per rendere grazie per ciò che sono.Noi siamo un popolo giovane e ancora un po’ acerbo, anche se nel, maturando, prendendo maggior coscienza di ciò che siamo apprezzando pregi e difetti di trentini e siciliani, sardi e pugliesi (e via dicendo) impareremmo a riconoscerci davvero sotto un’unica bandiera.

Dio Salvi la Regina, e Ci doni un poco di autostima!

 

O.R.

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Ipocrisie all’Italiana: i “Rimborsi” elettorali

aprile 13, 2012

Le doppie vicende che di recente, e recentissimo, hanno coinvolto i “tesorieri” della Margherita e della Lega Nord, aprono ad una riflessione, che non può più essere rimandata: mantenere in vita o abolire subito il meccanismo dei rimborsi elettorali.

Creato dopo il referendum abrogativo della legge che aveva istituito il finanziamento pubblico dei partiti in parlamento, il meccanismo dei rimborsi elettorali non ha mai convinto.

In primis, perché cambiato l’ordine dei fattori il risultato non cambia: al posto di foraggiare i partiti a priori si è passati al finanziamento sotto forma di rimborso a posteriori delle spese dichiarate. Insomma, cambia il quando ma non varia il quantum. Anzi, a sentire qualche stima, il quantum varia eccome… ma come avviene per ogni cosa in Italia, le variazioni di prezzo vanno a senso unico: alle stelle.

In secondo perché le argomentazioni che sostengono la sua opportunità non sono mai parse ragionevoli.

La prima delle argomentazioni a favore parla di un’intensificazione dei controlli sui bilanci degli stessi partiti. Si è detto, invece di cambiare il motore mettiamoci del nuovo olio, una piccola revisione e “tiriamo a campa’ ” per ancora un po’. Quando poi il motore si rompe, lo si cambierà. Via qualche meccanico – colpevole, anzi unico responsabile – e tutto come neanche-fosse-successo.

L’argomentazione s’inserisce in quella che senza fronzoli può essere catalogato come “l’ipocrita modo di ragionare” che avviene in Italia. Quando una cosa non funziona avviene che invece di essere cambiata, come il senno sembrerebbe suggerire, suggerire così bene a tutti i privati cittadini, viene ritoccata – giusto un po’, ma mai stravolta – e rimessa “in sella” come nuova. Una sorta di still novo.

Ecco che, coerentemente con questo raziocinare, la colpa delle pessime conseguenze prodotte dal sistema è individuata nella carenza o totale assenza di controlli certificazioni ai bilanci dei partiti. In sintesi si può ridurre il tutto a “noi abbiamo lasciato i partiti privi di controlli, o con dei controlli blandi perché in buona fede nei loro confronti; visto che hanno (i partiti, ndr) tradito la nostra (di noi cittadini che contribuiamo a questi rimborsi) fiducia, intensificheremo i controlli così da ottenere trasparenza e correttezza”.

Mai discorso fu più ipocrita.

La seconda argomentazione pecca di ingenuità. Si è detto “se ai partiti fosse imposto il finanziamento da parte dei privati, si aprirebbero le porte ad una sorta di corruzione a cielo aperto, costringendo i partiti alla sudditanza delle lobby, banche, grandi società ovvero si lascerebbero i partiti in mano a coloro che possono permettersi di finanziare in maniera ingente le spese elettorali ed ordinarie dei partiti stessi”.

Inoltre, il rimborso elettorale serve a mantenere in vita tutti quei partiti sorretti dall’1-2% degli elettori (quando va bene) che senza i soldi pubblici, impossibilitati dall’ottenere una forma di sostentamento sufficiente da parte dei privati, sono destinati a scomparire.

Al di là della nota strappalacrime, ma nemmeno troppo, non si capisce quale potrebbe essere il danno di non avere più in parlamento partiti utili solo a spostare l’ago della bilancia, facendo cadere i vari Governi a seconda dei loro “umori di pancia”.

Non fosse altro per questa ragione, i rimborsi elettorali o comunque una qualsiasi forma di finanziamento, latu senso, pubblico ai partiti dovrebbe essere abolito subito.

Tornando alla precedente argomentazione, a ben vedere forse la più ipocrita, ci si domanda: ma se il sistema dei finanziamenti privati comporterebbe una sorta di legalizzazione della corruzione, come mai la stessa corruzione esiste anche con un sistema che è stato ideato per evitare la corruzione stessa?

Il punto è significativo, dal momento che il Belpaese viene all’unanimità considerato uno dei più corrotti d’Europa (e ahinoi, del mondo).

L’alternativa offerta a questo sistema è questa, e consisterebbe in una maggiore consapevolezza: invece di non sapere i comodi di chi servirà quel partito, al cittadino sia data la possibilità di sapere che votando quel partito si faranno gli interessi di quella casa farmaceutica, di quella lobby, della classe degli avvocati piuttosto che dei farmacisti, di quella società di trasporti; votando l’altro partito, si saprà che i finanziamenti provengono solo dai propri sostenitori.

Passare da un finanziamento (seppur mascherato da rimborso) pubblico ad un finanziamento privato, tuttavia, significherebbe passare da un’idea di democrazia dove ad ogni pensiero spetti un partito – seppur al suo interno, si manifestino delle “correnti” differenti di pensiero (situazione alla quale non scampano neppure i partiti più leninisti) – ad un’idea di grandi partiti.

Solo che da un lato – quello dei finanziamenti privati – si “costringerebbero” i partiti a coinvolgere al proprio interno solo persone capaci di guadagnarsi la fiducia del cittadino prima delle urne; fiducia che consisterebbe nella capacità del politico di turno di riuscire a accumulare i fondi necessari alla propria campagna elettorale grazie alla volontà dei propri elettori di sostenere tale candidatura. Dall’altro, ai partiti resterebbe la facoltà di decidere chi e perché candidare.

Della serie se mi sostenete politicamente, allora sostenetemi anche economicamente. Questo perché la democrazia costa, sia che si paghi direttamente sia che si paghi indirettamente.

La seconda è ipocrita, la prima no… e lascia la possibilità al cittadino di abbeverarsi di maggiore partecipazione diretta alla vita democratica del paese.

 

 

O.R.

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Politica & Pop Corn: Tutti gli Uomini del Re

aprile 6, 2012

Ma sei pazzo?Anticipo la vostra domanda prima di introdurvi il mio prossimo consiglio per una serata di TV, politica e Pop Corn. Ebbene vi basterà aprire la pagina di wikipedia riguardante Tutti gli uomini del re, per rendervi conto che il film –buttiamola giù così- non fu esattamente un successone: Incassò solamente 9 milioni di dollari, con una perdita dell’84% del budget inizialmente investito ed addirittura la rivista Forbes lo ha nominato il più clamoroso insuccesso del quinquennio 2005 – 2010. Insomma, economicamente parlando, una catastrofe.

Ed allora perché vado controcorrente?

Vi assicuro non voglio farvi passare una brutta serata! Per quanto mi riguarda basterebbe citare il nome di Sean Penn, come protagonista principale, per ottenere una fiducia incondizionata, ma andrò oltre gli incassi dei botteghini americani – non sono loro a fare di un film un buon film, basti osservare lo “scarso successo”che un genio assoluto come Woody Allen raccoglie in patria, per poi essere ricoperto d’allori in Europa – e vi dirò che questo film ci riguarda e, oltre ad essere girato molto bene, è di una attualità estrema.

In effetti la parabola politica di Willie Stark (interpretato appunto da Penn) , venditore a domicilio ed appassionato attivista politico nella Louisiana degli anni 30, potrà non dirvi molto. La connessione con “l’oggi” mi è apparsa però chiara comparandola con un’ altra parabola di un’ altro politico distante centinaia di migliaia di miglia e decine e decine d’anni da Stark: Umberto Bossi.

I contesti non potrebbero essere più diversi: la Louisiana degli anni 30, lo stato tra i più poveri ed arretrato d’ America, martoriato, come se non bastasse, pure dalla crisi del 29; Il Lombardo-Veneto del boom degli anni 80 e 90, il PIL più alto d’ Europa e Tangentopoli a demolire la struttura partitocratica della prima repubblica. I due luoghi però non sono altro che il palcoscenico per quello che sembra essere un topos letterario: il politico “villano”, contadino, rozzo, ammantato però da un’ aura mitica ed osannato dalla sua gente,  con una retorica potente e violenta, tagliata con l’accetta, proveniente dal “popolo” e suo garante- capo indiscusso,un barbaro, un alieno dal mondo dei banchieri, della finanza, dei salotti buoni di una politica convenzionale percepita come distante e corrotta.

Questo è la forza di entrambi questi due leader carismatici: la loro capacità di “essere di rottura” rispetto al passato, il loro presentarsi come “underdog” ovvero sfavoriti, l’abilità di “parlar chiaro” alla testa –ma soprattutto alla pancia- della loro “base” ed infine l’essere gli inesauribili fustigatori della corruzione e del mal costume incarnato dalla classe politica (romana nel caso di Bossi e del partito democratico nel caso di Stark)e dal mondo delle banche e della finanza. Insomma in una sola parola: populisti.

Parabola che condividono sia in ascesa, che in discesa. Discesa causata – guarda un po’- dall’ autorità giudiziaria (impersonata nel film dall’aristocratico giudice interpretato da Anthony Hopkins ) che scoperchierà un po’ del torbido mondo che sta dietro i due ed il loro entourage , alla tavola del governatore siedono personaggi discutibili come  il medico fragile e conservatore di Mark Ruffalo, il massiccio luogotenente (James Gandolfini) e il languido giornalista (Jude Law) testimone del patto contratto e sempre indietro sulla verità.  E così i Savonarola moderni finiscono per essere assorbiti dallo stesso torbido  mondo che pretendevano di stravolgere, assorbendone i peggiori dei vizi (corruzione, arroganza del potere ecc.)  e la storia, che non perde il senso dell’ ironia,  finisce per ripetersi secondo un circolo vizioso, uno sconfortante deja vu.  

Il paragone è forse ardito, forse forzato ma che ci può fornire una chiave di lettura originale per le vicende quotidiane.

Tecnicamente il film è di una buona qualità, usa dei toni epici e con protagonisti di grosso calibro. Insomma, dal mio punto di vista, un opera sottovalutata e snobbata, che vi propongo di rispolverare dagli scaffali polverosi della cinematografia “politica” moderna. Fidatevi, buona visione!

L.S

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C’era un tedesco,un inglese, un indiano e un italiano

marzo 14, 2012

E va bene, ci sono altre priorità ed il focus di questo governo resta tamponare la crisi economica e rilanciare – per quanto possibile- la crescita, ma l’operato di un esecutivo si giudica a 360 gradi e “la ciccia” non sta tutta lì.

Lo ammetto fin da subito: sono un fan del governo Monti ed in un paese in cui si etichetta più o meno tutto non mi sentirei offeso a definirmi un “montiano” , il mio giudizio sull’operato del governo è quindi tutto sommato positivo: spread tornato a livelli normali, riforma delle pensioni epocale ed avanzata rispetto al resto d’ Europa portata a casa, lotta seria all’evasione  e introduzione di uno stile sobrio e razionale nella politica. Il farsesco quasi ventennio berlusconiano – speriamo- lasciato alle spalle. Ma il caro Super Mario, per quanto dotato possa essere, resta comunque umano e fa il massimo per quello che le circostanze gli permettono di fare. Se si scruta attentamente l’operato di questo governo dei tecnici si possono infatti scorgere un paio di nei.

Vorrei soffermarmi in particolare sulla politica estera, aspetto a torto sottovalutato o forse più semplicemente oggetto non frequente del dibattito politico italiano.  Molti connazionali infatti  non sembrano dar molto peso a questo tipo di scelte del governo, salvo poi guardarsi attorno un bel giorno e scoprire  di due nostri connazionali rinchiusi nelle prigioni indiane, di uno che invece dovrebbe stare chiuso a chiave in galera da 30 anni ed invece se la ride bellamente –sfottendo pure-  sulle spiagge di Rio e di un altro morto dopo un blitz inglese in Nigeria.

Se da un lato c’è stato indubbiamente un notevole progresso dai tempi dello Schultz Kapò (oggi presidente del Parlamento Europeo) , del “cucu” e la telefonata di fronte alla Merkel, del baciamano a Gheddafi e dalla sardonica risata franco-tedesca, grazie al curriculum personale di Mr. Monti,  un biglietto da visita che parla da solo e che gli permette di essere rispettato e ascoltato con attenzione ai vertici internazionali. D’altra parte non ci si può adagiare sugli allori solo per il semplice fatto che i primi ministri europei non voltino la testa dall’altra parte al passaggio del nostro e che questo non sfoggi amicizie imbarazzanti con i dittatori di mezzo mondo.

Risulta triste rilevare che, nonostante gli sforzi per contare di più a livello europeo e nonostante l’apprezzata  prova di affidabilità e sacrificio  dimostrata a breve termine, il nostro paese sconti ancora un grosso gap a livello internazionale ereditato non solo dal governo Berlusconi ma anche dalla scarsa considerazione (quasi un pregiudizio atavico) circa l’affidabilità del bel paese e subisca un trattamento a volte quasi umiliante sia da parte dei “big” della scena internazionale sia da parte dei paesi emergenti. Gap che neppure il governo Monti può riuscire ad arginare a breve tempo.

Il problema ( ripeto spesso non percepito neppure dalla classe politica) è che l’essere attori importanti a livello internazionale non è semplicemente uno sfoggio di potenza fine a se stesso, un qualcosa di cui vantarsi nei salotti buoni della diplomazia, si tratta di contare rispetto a mosse sullo scacchiere internazionale che possono incidere nel lungo periodo pesantemente sulla nostra vita quotidiana. In un’ Europa rinchiusa in se stessa, alla presa con i problemi del proprio cortile, rispetto alla quale risulta utopico immaginare una politica estera comune, spetta quindi ancora ai singoli stati “farsi valere” e sarà meglio colmare questo vuoto di credibilità al più presto non solo con gli altri stati membri dell’ UE , ma pure nello scenario mediorientale: il frastuono della crisi continentale sta coprendo gli echi di una guerra possibile tra Israele e Iran, che bisognerebbe evitare a tutti i costi e che rischierebbe di aggravare ancor di più la crisi economica, con il prezzo del petrolio che schizzerebbe alle stelle fino a livelli insostenibili.

Insomma occorre ritornare grandi, e occorre pure farlo in fretta per non rischiare di essere relegati a far bella figura con gli altri solo nelle barzellette.

L.S
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L’IMPOSSIBILITÀ’ DI CHIAMARCI SOCIETÀ’ CIVILE

febbraio 28, 2012

“A chiunque nutra delle riserve sul matrimonio gay dico questo: sì, è una questione di uguaglianza, ma anche di qualcos’altro: di impegno. I conservatori credono nei legami che ci tengono uniti; credono che la società è più forte quando promettiamo di badare l’un l’altro. Ecco perché non sostengo la necessità dei matrimoni gay “nonostante” sia conservatore. Ma li supporto proprio in quanto conservatore”.

Così David Cameron, Prime Minister of the U.K. of G.B. and Nothern Irland, affronta la questione etica e sociale sui matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Nella cattolicissima Spagna, seppur con alcune manifestazioni contrarie, il governo Zapatero è riuscito a imporre la possibilità di unire civilmente (ovvero riconoscere a coloro i quali condividono un legame affettivo un fascio di diritti e doveri giuridici) in matrimonio persone omosessuali.

Gli stessi Stati Uniti, nonostante una presenza di gran rilievo dell’ala “taliban” di matrice Cristiana, in alcuni Stati dell’Unione stanno dando inizio alla possibilità di riconoscere legalmente le unioni tra coppie omosessuali.

Certo, in altri paesi – troppo spesso oggetto d’imbarazzanti simpatie da parte di alcuni esponenti delle sinistre – esiste la pena di morte o la carcerazione per coloro che vogliono vivere apertamente (o vengo scoperti…) la propria omosessualità.

Un po’ come a Roma durante il periodo della persecuzione dei Cristiani: quando non sai come unire un popolo, trova un nemico comune.

Ma se le sinistre italiane non brillano certo di civiltà, a destra le cose non vanno certamente meglio. Senza qui scomodare gli amici leghisti né tanto meno gli estremisti di destra – come il moderato senatore della Repubblica, l’On. Ciarrapico – è interessante vedere come la pensano i “moderati” di centro destra.

No, non sono proprio Casini e l’UDC, che il tema di matrimoni gay gli provoca solo l’orticaria.

Forse Fini, poco dopo la scissione dal PDL e la nascita di FLI aveva offerto un’apertura concreta alla causa; salvo poi iniziare a perdere “pezzi” per strada, vedersi costretto a entrare nel Terzo polo per non scomparire e far tornare la questione nel cassetto più buio delle sue proposte.

Invece, è interessante vedere come il Popolo delle Libertà affronta la questione matrimoni gay.

Si parta dunque da il massimo esegeta pidiellino in tema di gay: l’On. Giancarlo Giovanardi, il quale non perde occasione per esprimere la propria opinione sui gay, prima ancora di prendere in considerazione (chissà se avrà mai la forza di spingersi a tanto) il tema del matrimonio.

L’ultima delle esternazioni del Giova esprime una similitudine non proprio educata, pacata, moderata: “Baci gay in pubblico? Come vedere un uomo che “fa pipì” per strada”.

Ora, il Giova – come tutti i politici ai quale piace spararla grossa – non ha perso nemmeno un minuto per correggere il tiro spiegando che le sue parole sono state travisate, peggio “l’audio è stato modificato con tagli di alcune parte dimodoché le mie parole suonassero come omofobe” (più o meno si corretto così, aggiungendo che procederà per vie legali contro gli autori di tali manipolazioni).

Certo Giova caro, se il tema dei gay non fosse un tarlo così battente forse non rischieresti di finire in situazioni del genere.

Il punto del post, tuttavia, non vuole incentrarsi sull’analisi e la critica del pensiero di un deputato della Repubblica.

Piuttosto vorrebbe prendere spunto dalle parole del Giova per criticare buona parte della società italiana che al suono di “diritti ai gay” inorridisce.

Le reazione contrarie a tale proposta (diritti ai gay, tra cui matrimonio per gli stessi) sono di diversa natura: si passa dai soliti benaltristi, secondo i quali “c’è qualcosa di più importante ed urgente da affrontare” o “il tema gay non è la priorità”… passando per i tralascisti, per i quali “non c’è bisogno di riconoscere diritti ai gay” e “loro possono fare ciò che vogliono, meglio se in casa propria” (tradotto, fate quel che volete ma a casa vostra) arrivando agli schierati (contro) che apertamente condannano la possibilità di riconoscere i matrimoni agli omosessuali adducendo argomentazioni simil “avete mai visto due animali gay” (tradotto, è contro natura… ai quali però sarebbe è consigliato un abbonamento tv che comprenda il programma discovery channel o comunque una buona dose di documentari, se sono così pigri da informarsi su libri che documentano l’omosessualità nel regno animale) oppure – i miei preferiti, gli armageddoniani – “se concedessimo la possibilità ai gay di sposarsi (sottointeso, non potendo loro procreare) rischieremmo l’estinzione”.

Infine c’è la sempre verde “accusa” di sostenere la causa gay solo se si è gay o gay friendly; come a dire, “certo che lotti per questi diritti, ti interessano”. Pur trovando difficile capire quale fondamento logico potrebbe avere tale argomentazione – forse autoreferenzialismo (??!) – alla quale peraltro è difficile rispondere (essendo basata sul nulla), bisogna invece dire una cosa: il livello di civiltà di un paese si misura nel disciplinare e regolare situazioni che magari non ci toccano direttamente, ma che sappiamo essere importanti se non fondamentali per altre persone.

Se non riconosciamo ad altri diritti sacrosanti non potremmo mai dirci paese pluralista e tollerante, laddove tollerare non significa solo accettare (sperando di non dover mai vedere due gay che si baciano), ma spingere affinché interessi altrui abbiano medesimi riconoscimenti di diritti propri.

Solo quando avremo una società che lotta per vedere affermati diritti che non toccano direttamente la propria sfera giuridica (e morale) potremmo dirci società civile; e noi ancora non lo siamo. Solo quando avremo una società basata sull’eguaglianza, saremo una società civile.

Ecco perché dovremmo cambiare.

O.R.   

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Il curioso caso dei Benjamin Buttun(s)

febbraio 23, 2012

  I giovani italiani oggi ricordano il film di qualche anno fa intitolato “il curioso caso Benjamin Button”; per chi non lo conoscesse il film, tratto da omonimo romanzo di Francis Scott Fizgerald (l’autore del “Grande Gatsby” per intenderci) parlava di un uomo nato vecchio che invecchiava ringiovanendo. Mai fotografia fu più adatta per descrivere i “giovani” nostrani.

La lettera aperta spedita pochi giorni fa dai giovani italiani (ovvero i giovani che decidono di riunirsi nel forum nazionale dei giovani dal quale è partita l’iniziativa) all’indirizzo dell’attuale Presidente del Consiglio, l’ON. Mario Monti, esprime il come i nostri giovani siano già vecchi.

Per coloro che ne fossero interessati, la lettera completa è reperibile all’indirizzo http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=1449&ID_sezione=274.

La richiesta, in soldoni, mira all’istituzione del Ministero della Gioventù che faccia da tramite tra le esigenze dei giovani e gli organi decisionali della Repubblica.

Fin qui tutto condivisibile. Se non fosse che le proposte avanzate e il metodo adottato per rendere tali proposte appartengano ad un repertorio vecchio, stra vecchio: già visto… e abbastanza inutile.

Inutile perché l’idea in base alla quale la classe dirigente dovrebbe ascoltare ed esaudire una richiesta così, perché avanzata non è mai stata un’idea vincente. Per ottenere qualcosa bisogna avere un certo peso.

In effetti, la ricerca del “peso” contrattuale i nostri giovani la vedono proprio nel tanto sperato Ministero.

Questo metodo, ovvero quello di aspettare che a furia di richieste qualcuno esaudisca le proprie richieste è il metodo vecchio, fatto di salti ad alcuni passaggio obbligati, nemmeno presi in considerazione; per capirci meglio, le richieste avanzate nello specifico – ossia lotta alla disoccupazione giovanile, accesso al credito, diritto alla casa… per carità, richieste queste che di per loro sono legittime. Se non fosse che sono richieste che non tengono conto di alcune condiciones sine qua non.

Non si occupano, o meglio, non aggrediscono quello che è il problema principale del lavoro giovanile: l’età di accesso al mondo del lavoro.

Ditemi voi, come si fa a parlare di giovani a 24-27 anni di età! A quell’età uno è già adulto, i nostri nonni, se non anche alcuni dei nostri genitori a quegli anni avevano già dei figli, un lavoro una casa… insomma erano già adulti. Per giovani invece bisognerebbe parlare di maggiorenni.

Infatti, che l’asticella che indica i “giovani” si sia man mano spostata sempre più in là, laddove una volta uno era giovane quando era un teen ager (13-19 anni), non interessa a nessuno: per giovani oggi, almeno in Italia, si intende una persona neolaureata ancora in difficoltà economica, ovvero non autonoma economicamente parlando.

Vedere per credere: chiunque mette in discussione quanto detto si goda un meeting dei giovani Avvocati, Medici, Commercialisti… in generale dei “giovani” professionisti: non ne trovate uno sotto i 25 anni. E la media è ancora più ingenerosa, aggirandosi intorno ai 40 anni circa di età.

Nulla di sbagliato, per carità, solo non si definiscano giovani.

Ed ecco il punto della questione; o almeno quello che a mio avviso è il nocciolo della questione: la lunghezza del corso di studi.

Diplomarsi a 19 anni e laurearsi a 24, ovvero iniziare a lavorare a 26, 27 anni – a ridosso dei trenta – è semplicemente antitetico con l’idea stessa di giovani.

E l’unico modo per permettere ai giovani, quelli veri di 17/ 21 anni, di accedere al mondo del lavoro è uno solo: tagliare almeno 3 anni di studi.

I motivi per cui tale taglio è mera chimera è uno solo: che il servizio pubblico elargito ai cittadini non va guardato dal punto di vista di chi questo servizio ne usufruisce, bensì di chi il servizio lo eroga, ossia del numero di lavoratori che impiega.

Rendere efficiente l’istruzione, tagliando anni inutili allo studente, permettendogli di finire i propri studi superiori a 17 annu, se non intende continuare, a un’età in cui possa definirsi giovane. E se fosse intenzionato a continuare i propri studi, a 21.

Ma questo imporrebbe uno scontro che i nostri “giovani”, che all’84% sognano il posto fisso – magari nell’istruzione (poche ore di lavoro ben remunerate, che ne dicano i professori) – non sono assolutamente disposti a ingaggiare, per l’evidente “conflitto d’interesse” appena accennato.

Stiamo dunque freschi se speriamo di arrivare ad avere dei giovani nel mondo del lavoro; la tendenza è quella di aggiungere anni, esami, corsi, specializzazioni post laurea… ma il nostro orologio biologico non si fermerà ad aspettarci.

Forse, come è stato per Benjamin Button, sarebbe meglio nascere vecchi invecchiare ringiovanendo… in attesa che ciò avvenga, ovvero il giorno in cui saremo noi ad adattarci al sistema che abbiamo generato spero arrivi qualcuno – giovane o meno giovane non importa – che proponga un metodo elementare quanto mai innovativo: che sia il sistema a cambiare in base alle nostre esigenze.

O.R.

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Rivoluzione culturale made in Italy

febbraio 16, 2012

 Non tocca dire a me se il mio governo ha un cuore buono ma invito

gli italiani a tener conto che se l’Italia è ridotta un po’ male è perché

i governi italiani per decenni hanno avuto il cuore troppo buono,

diffondendo buonismo sociale coprendolo con il debito a danno

dei giovani d’oggi

Così parlò Mario Monti.

La scoperta apportata da Niccolò Copernico, studioso tedesco vissuto tra 1573 e il 1543, è sovente usata a mò di metafora per indicare una rivoluzione culturale, prim’ancora che scientifica: un ribaltamento della prospettiva previgente.

Giova ricordare come la scoperta di Copernico, ovvero la dimostrazione di come la teoria Geocentrica, supportata da nessuna base scientifica, fosse errata: non era la Terra ad essere al centro dell’allora universo conosciuto… Ma era il sole.

La cosa, di per sé forte come tutte le innovazioni, al tempo non fu certo accolta con apprezzamento, anzi!

Com’era prevedibile, la teoria venne tacciata in un primo momento come un insulto alla conoscenza di allora; toccare un tabù, una verità immutabile ossia un dogma come quello significava solo una cosa: blasfemia!

Eppure, la dimostrazione e il tempo diedero ragione al buon Copernico.

Non per dire che quelle del Presidente del Consiglio Monti siano parole scientifiche, ma rivoluzionarie si.

E come tutte le parole, scoperte innovazioni rivoluzionarie le parole del presidente Monti e di alcuni membri del Governo dei “tecnici” stanno suscitando nell’opinione pubblica maggiormente diffusa la classica reazione davanti a scomodo o quanto meno non accomodanti parole: orrore, critiche, polemiche, insulti… insomma la reazione sobria e pacata che i nostri amici di Roma erano soliti avere verso coloro che si permettevano di violare una verità assoluta, un “dogma” sacro. L’unica differenza: niente pire e nessun falò (se non mediatico)!

Senza doversi qui fare esegeti del pensiero e delle parole del Presidente Monti e di alcuni Ministri del Governo, l’intento non era certo quello di insultare (il riferimento è alle parole sulla monotonia del posto fisso – inamovibilità per stare vicino a mamma e papà – studenti sfigati…) bensì quello di mandare un messaggio nuovo: basta perbenismo e buonismo. Affrontiamo la realtà per quella che è.

Certo, in questi anni i nostri incompetenti governanti ci hanno abituato a promesse irrealizzabili: meno tasse (senza minimamente toccare la spesa pubblica), più lavoro (senza mettere le mani al mercato del lavoro), sistema pensionistico da favola (baby-pensioni, 30+50 e sistema informato a un criterio retributivo), stipendi alti per tutti… tutte promesse accomunate da un unico minimo denominatore comune: l’insostenibilità.

Senza contare l’inspiegabile motivo per il quale (come il recente sondaggio condotto dal professor Mannheimer per il Corriere ha mostrato) i giovani italiani vogliano il posto fisso: perché uno dovrebbe desiderare, nel pieno delle sue energie un posto fisso? Perché non avere il coraggio di mettersi in gioco, di andare all’estero di cercare altrove la propria strada? Quando è perché ci siamo ridotti a elemosinare un lavoro, svendendo ciò che ci misura (lo so, è fin triste da constatare, ma csì credo che sia), ovvero lo stipendio in cambio di maggiori tutele. Invece di lottare per un posto flessibile dove tale flessibilità ottenga il giusto, quindi maggiore, corrispettivo?

Ebbene, se l’intento è scardinare questa mentalità – grazie alla quale siamo arrivati a questo punto – allora Caro presidente del Consiglio – le auguro con tutto il cuore di raggiungere il suo scopo: cambiare, in meglio, la “testa” degli italiani… insomma rivoluzionare culturalmente questo Stato.

Senza per questo farci diventare dei tedeschi! Solo degli italiani più maturi, coraggiosi e realistici.

O.R.

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Politica & Pop Corn: Le Idi di Marzo

gennaio 21, 2012

Policy & Pop Corn è la rubrica del nostro blog dedicata alle pellicole “politiche” che hanno, più o meno abilmente, messo la cinepresa di fronte alla cosa pubblica e/o i suoi grandi protagonisti.

L’ America è stata ed è ancora per moltissimi, nonostante le difficoltà di quest’ultimo periodo, il faro del mondo occidentale . Patria di democrazia e di cinema del 900.

I due tratti caratteristici di una certa visione “epica” degli States sono mirabilmente riassunti ne Le Idi di Marzo da uno degli alfieri del cinema americano “impegnato”, George Clooney , per questa volta in versione superman: produttore,sceneggiatore, regista e attore. Tuttavia chi si aspettasse un inno pregno di retorica  al sogno americano, rischia di rimanere deluso.

La vicenda si svolge tutta racchiusa all’interno dell’evento forse più eccitante, per gli appassionati, e più faticoso, per i candidati: le primarie , in questo caso all’ partito democratico. La campagna del candidato Mike Morris (George Clooney) è vista (quasi spiata) da dietro le quinte, mettendo soprattutto in risalto la schiera degli strateghi politici dei candidati, i c.d spin doctors  il più promettente dei quali è  il giovane prodigio Stephen Meyers (Ryan Gosling) il quale, a differenza degli altri più navigati consiglieri sembra mosso da una forte devozione verso la causa di Morris , l’unico uomo,( e qui è forte la correlazione –anche iconografica- con Barack Obama) che può far rialzare la testa all’ America dopo anni e anni di dominio repubblicano.

Ma gli eventi  che si susseguono ad un ritmo incalzante: il confronto continuo con gli altri candidati, i rapporti difficili con la stampa e la ricerca dell’appoggio degli altri “big” del partito metteranno a dura prova la ferrea convinzione negli ideali dei protagonisti , che volenti o nolenti dovranno affrontare compromessi e scelte difficili per portare a casa la vittoria.

È proprio questo il motivo d’interesse del film:  si tratta di un faro che accende le luci sul “lato oscuro” della politica americana, sugli accordi e gli atti non dichiarati al pubblico ed sul loro conflitto interiore con le convinzioni intime dei protagonisti. Tutto ciò viene narrato con un velo quasi malinconico, un accento disilluso che rimanda – forse- ad un mal celato disappunto verso le scelte dell’amministrazione Obama , partito con grande speranze ma che, vuoi per cause di forza maggiore, vuoi per la mancanza di capacità di mostrare i muscoli  nei momenti decisivi, le ha -per ora-  in buona parte disattese .

Le idi di Marzo si rivela nel complesso un film ben fatto,  che , oltre alla bravura dei singoli attori (tra i quali spicca il bravissimo Philip Seymour Hoffman ) ci offre molti spunti di riflessione sul divario tra   il modo di fare politica in Italia e negli USA.

Non solo per quanto riguarda il differente modo con cui gli elettorati sembrano soppesare i valori etico-morali dei candidati, forse troppo negli stati uniti (dove una scappatella può costare la presidenza) e forse troppo poco nel “bel paese”  dove la memoria degli elettori è spesso troppo corta ed il loro giudizio troppo indulgente. giudizio morale sui candidati. Ma anche per quanto riguarda l’affascinante sistema delle primarie:  usate sporadicamente in Italia dove i partiti (del solo centrosinistra) hanno ricorso a questo strumento , lo hanno fatto fino ad oggi in maniera non sistematica e altalenando momenti di esaltazione di questo strumento, quando si trattava di “incoronare” in maniera plebiscitaria il leader già scelto dall’ “intellighenzia” del partito, a momenti  di diffidenza, quando l’espressione della volontà popolare  metteva a rischio le scelte strategiche già decise a tavolino.

Discorso diverso negli stati uniti dove il sistema bipartitico ha reso necessario questo strumento , che è stato istituzionalizzato e risulta l’unico strumento possibile per selezionare il candidato alla presidenza trai i rappresentanti delle varie anime del partito.  Le quali, il più delle volte accettano il verdetto del loro elettorato, e si ricompattano a sostegno del vincitore per affrontare la vera sfida della corsa alle presidenziali.

Insomma un film che  anche se non entrerà probabilmente nella storia del cinema merita di essere visto dagli appassionati di cinema e politica … e ovviamente non dimenticate i pop corn!

L.S

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Quando la Costituzione fa la differenza

gennaio 16, 2012

 Il nostro futuro è scritto nella storia. La    frase, lì per lì, è evocativa, ma poco più.
Per arrivare al punto è però necessario un breve quanto mai sintetico flashback!
Se Aristotele fu il primo a interessarsi della costituzione delle città-stato dell’antica Grecia, Polibio – Storico macedone vissuto all’incirca tra il 206 e il 124 a.C. – fu il primo a cercare di dimostrare come esistesse un nesso causale tra costituzione della civiltà e successo della stessa.

Nel celebre scritto sull’Insuccesso dei greci e del successo dei romani lo storico attribuisce il merito della supremazia di Roma sulle altre civiltà proprio alla costituzione, intesa come insieme di rapporti intercorrenti tra le diverse istituzioni dell’Urbe repubblicana: il Consolato, il Senato e i Concilia/Comitia, laddove i Consules rappresentavano il potere Monarchico, il Senatus quello Aristocratico e i Concilia / Comitia il potere del popolo (ovvero il potere democratico, della moltitudine).
Secondo Polibio, la supremazia di Roma era da ricercarsi nella capacità del sistema di riuscire a prevedere queste tre forme di governo assieme, dando vita ad una sistema noto come costituzione mista, forte non tanto per il suo saper essere mista, ma in quanto per il sistema bilanciato dei vari poteri. La chiave del successo di Roma consisteva nell’aver coinvolto – con questa forma di governo mista – tutte le parti della società: dai militari ai patrizi passando per la plebe tutti si sentivano protagonisti a Roma e quindi tutti lottavano per la causa comune; last but not the least, il sistema permetteva e garantiva capacità di decisione e controllo allo stesso tempo.
Nel XVIII secolo, Charles-Louis de Secondat barone de La Brède et de Montesquieu, nel proprio Esprit des Lois – il celeberrimo trattato sulla separazione dei poteri – movendo i passi dalle teorizzazioni di Polibio, sostenne che solo una costituzione  bilanciata potesse garantire allo stesso tempo efficienza del sistema e rispetto delle libertà del cittadino; tale balance, ottenuta grazie alla costituzione di meccanismi di controllo reciproco tra i principali organi dello Stato, garantiva il successo dello Stato stesso.
Uno dei Padri fondatori della Repubblica degli Stati Uniti d’America, Thomas Jefferson, III presidente USA, studiò Montesquieu ed ebbe modo di conoscere il “background” culturale dello stesso: lo studio del diritto romano e gli studi su Polibio.
Il 4 Luglio 1776, con la dichiarazione d’indipendenza viene alla luce la prima Costituzione (intesa in senso moderno).
Nella Costituzione presentata a Philadelphia nel 1787 è chiara la partecipazione di Jefferson alla redazione della stessa.
Non è un caso se la struttura della Repubblica americana rimarca quella della Roma repubblicana:

  • Il Presidente degli Stati Uniti d’America, al quale fu deciso di attribuire un grande potere per breve tempo, ricorda i consoli romani.
  • Il Senato della Repubblica USA ricorda il Senatus Romanum.
  • La House of Representatives, richiama il sistema dei Comitia e dei Concilia.

Il pensiero di Polibio, strenuo sostenitore di quanto la costituzione di uno Stato potesse essere la determinante delle vicende economiche, sociali e militari, trova nell’esperienza Americana una sicura validazione.
A ben vedere, la Costituzione USA è figlia sia di Polibio che di Montesquieu: il meccanismo del check & balance tra gli organi fondamentali dello Stato – Presidenza della Repubblica, Congresso della repubblica e Corte Suprema Federale – fa si che ogni organo fondamentale controlli ed abbia il potere di censurare un altro organo fondamentale dello Stato, garantendo appunto la balance del sistema.
Forse era troppo sperare di avere altrettanti illustri padri fondatori, illuminati e lungimiranti quanto i “colleghi” americani.
Sta di fatto che la Costituzione del 1948 pare non aver preso alcuno spunto dalle teorie di Polibio e Montesquieu!
I costituenti italiani, onde evitare il ritorno di un nuovo uomo forte, architettarono un sistema che trovasse nel Parlamento, anziché nell’esecutivo, il fulcro della repubblica.
L’esecutivo sia per costituirsi sia per sopravvivere deve ottenere la fiducia del parlamento: in questo modo il potere esecutivo per potersi esercitare è tenuto a incontrare il sostegno del parlamento.
Forse, nelle intenzioni dei “costituenti” il ruolo del Parlamento doveva essere quello di mediatore, quasi un filtro, alle decisioni intraprese dall’Esecutivo.
Nella pratica, quello che ne esce, specie laddove il Governo è sostenuto da una coalizione fatta da oltre due partiti di sostegno – si veda il Governo Prodi 2006/2008 – è una serie continua di compromessi.
Ora, la logica del compromesso non è un male in sé, anzi: servirebbe a stemperare, a spuntare, a limare tutte quelle posizioni “estreme” e a favorire quelle moderate.
Nella pratica, quello che ne esce, è una serie di negazioni sistematiche a qualsiasi proposta provenga dalla controparte politica.
In questo modo, compromesso è diventato – in Italia – sinonimo d’indecisione. Con buona pace dell’elettorato costretto a vedere che il partito uscito vittorioso dalle urne alla fine della legislatura, se va bene, ha fatto circa due, forse tre delle cinquecento proposte.
All’indecisione, o a delle decisioni “compromesse” (ovvero snaturate rispetto il loro intento una volta passate attraverso il Parlamento) si aggiunga una fisiologica instabilità del Governo – sempre in balia delle c.d. crisi parlamentari – che di certo non aiuta a dare al paese stabilità e risposte immediate che necessitano, specialmente nei momenti di crisi.
Proprio nel momento di crisi, si appalesa come – nonostante la quasi totalità della popolazione riempia la bocca con parole come “Costituzione” – i meccanismi di base non siano conosciuti, ancor prima che capiti; non già i meccanismi più difficili come quelli per fini costituzionalisti, bensì gli stessi rapporti elementari che dovrebbero intercorre tra Governo, Parlamento e Magistratura; il riferimento alla modalità di nomina dell’attuale Presidente del Consiglio ne è la prova più evidente.
Proprio nel momento di crisi, la nostra costituzione mostra in tutta evidenza la propria incapacità ad affrontare le difficoltà che ci si presentano, segnalandoci l’opportunità di una riforma costituzionale coraggiosa che riesca a darci degli strumenti in grado di controllare coloro i quali decidono di ricoprire incarichi statali, ma al tempo stesso metta i cittadini in condizione di sindacare la classe politica non solo per gli intenti, sul “avrei voluto fare”, ma per le decisioni prese.
Solo così si potrebbe sperare di ottenere una classe politica che miri a scegliere, non a durare.
Forse sarebbe il caso di metterci le mani, a questa benedetta Costituzione!

O.R.

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AAA Cercasi Viagra

gennaio 6, 2012

Ok, va bene vi chiedo uno sforzo di sopportazione:

Si saltino a pie pari i facili umorismi sui cerchi magici, i riti celtici, le trote ritardate e il nuovo conio del  “calderolo”; si faccia a meno di sbattere in faccia il becero razzismo camuffato da rigore morale e i più o meno 27.000 ripensamenti sulla panzana della secessione; si passi oltre gli spettacoli da buffoni al senato, le taglie sugli immigrati irregolari, le ronde, i soli delle alpi stampati nelle scuole;

si evitino commenti sulle entità territoriali fittizie create ad arte, senza basi storiche, la cui prova maestra sarebbe l’esistenza del grana padano;

si sospenda per un momento l’indignazione di fronte agli europarlamentari che addestrano all’infiltrazione nelle istituzioni gruppi neofascisti francesi e che bruciano barboni in giro per il nord Italia, i leader carismatici che si esprimono a scorregge, diti medi e quant’altro;

si sorvoli sull’ipocrita adattamento ai costumi della vituperata “Roma ladrona”, sui maiali portati al pascolo sui siti delle future moschee,  sui ridicoli spettri di zingaropoli e stanze del buco agitati contro il sindaco di Milano  e l’acritico appoggio al democratura targata Berlusconi.

Fatto? (complimenti!) Ora , al netto delle suddette cialtronerie, ci si concentri su l’unica vera proposta seria e rivoluzionaria che la Lega Nord ha avuto il merito di portare all’ordine del giorno del dibattito politico italiano: il celeberrimo federalismo.

Si perché anche i più acerrimi detrattori del Carroccio almeno un paio di pregi li devono riconoscere all’avversario: la capacità di saper parlare semplicemente e direttamente al cuore della base (prova ne è il tanto decantato dislocamento sul territorio del partito) e l’aver introdotto nella politica italiana la “questione settentrionale” che altro non è che una questione – sacrosanta- di equità , la cui soluzione si tradurrebbe fondamentalmente nel federalismo fiscale.

Federalismo che è divento, una volta abbandonate le velleità secessioniste – rispolverate ogni tanto per ricompattare il popolo padano- ,  il vero e proprio imperativo categorico del partito di Umberto Bossi , un mantra da ripetere  in ogni occasione di incontro pubblico.

La potenza del progetto federalista è stata tale da convincere della sua stessa bontà anche le altre forze politiche, tant’è che oggi –almeno sulla carta- più o meno tutti i partiti presenti in parlamento si dicono disponibili a realizzare federalismo, forse consapevoli che il traguardo è ancora lontano, e  tutt’al più aggiungono l’aggettivo “solidale” , ovvero ne annacquano la ratio.

Se tutto ciò è vero bisogna però sottolineare qualche nota dolente rispetto al progetto leghista:

  1. Puntare tutto, addirittura come scopo della stessa esistenza del partito, sul federalismo potrebbe rivelarsi paradossalmente un’arma a doppio taglio se un giorno questo obiettivo venisse raggiunto. Allo stesso modo in cui i partiti più smaccatamente anti-berlusconisti hanno perso o perderanno probabilmente slancio nel momento dell’uscita di Berlusconi. Ma questi sono supposizioni  meramente ipotetiche  e future dato che l’obiettivo è ancora da raggiungere
  2. Quanto è stato fatto fin’ora? Poco, quasi nulla.  Specialmente se si confrontano i risultati della Lega con quelli ottenuti in altri paesi, basti pensare ad es. alla Spagna dove le comunità autonome (Catalogna e Paesi Baschi in primis) hanno acquisito sempre più competenze e potere negli ultimi decenni. Tutto ciò  dovrebbe far riflettere  i leader leghisti su un cambio di strategia: forse i toni da pistoleri del far West (o da camionisti di Varese) sono serviti fino ad un certo punto al momento di concretizzare il progetto federalista  dal punto di vista politico ed ance la poca  apertura dimostrata a chi stava all’opposizione si è dimostrata controproducente.
  3. Ultima ma non meno importante è la questione della “successione” alla leadership di Umberto Bossi. I mal celati dissapori tra i seguaci del “cerchio magico” e Maroniani potrebbero sfociare in una conflittualità ancora più accesa, anche se appare probabile il subentro dell’ex ministro degli interni alla guida del partito, che diventerebbe in questo modo meno “di lotta” e più “di governo” , più ”istituzionalizzato” almeno in apparenza.

Nel frattempo, in attesa del riassestamento ed il rilancio dopo la caduta dal governo sotto il peso dello spread, i leghisti sono tornati finalmente liberi  di fare quello che gli riesce meglio e che tentavano di fare anche quand’erano al governo: l’opposizione. E se tra anni di governo avevano afflosciato il celodurismo verde, ora bisognerà solo trovare qualche pillola blu per rinvigorirsi e passare di nuovo al contrattacco.

L.S

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