“Nel Corpo di Me” – recensione libro

Che cosa succederebbe se una donna restasse incinta all’improvviso, senza aver mai avuto un rapporto con un uomo? E che cosa succederebbe se quella donna fosse, oltretutto, lesbica?

Due domande apparentemente senza senso, che sono però gli elementi centrali del libro di cui vorrei parlare oggi.

“Nel Corpo di Me”, romanzo d’esordio di Aurora Piaggesi, uscito nel 2025 per la casa editrice Ignazio Pappalardi, nasce da una curiosa speculazione dell’autrice e dalla sua necessità di dare voce a una categoria fortemente marginalizzata – ossia, un’importante fetta della comunità LGBTQ alla quale, ancora oggi, viene negata la possibilità di diventare genitore. È un’opera brillante e appassionante, che affronta temi complessi e straordinariamente attuali quali l’amore, la maternità e il desiderio di ritrovare, in mezzo al caos, la propria identità perduta.

LA TRAMA

Per Silvia, l’inaspettata notizia della sua gravidanza è tutt’altro che una piacevole novità.

Innanzi tutto, nessuno è in grado di spiegare come una lesbica che non ha mai avuto rapporti sessuali con un uomo possa essere riuscita, dal nulla, a creare la vita. Inoltre, il ritorno nella sua vita di Giada, la sua ex ragazza, non rende in alcun modo più semplice il dover prendere una decisione su cosa fare di quel piccolo ammasso di cellule che cresce lentamente dentro di lei, soprattutto quando tutto il mondo della medicina sembra volerla spremere come un limone pur di venire a capo di quel mistero.

In questa situazione tanto caotica quanto inverosimile, riuscirà Silvia a fare pace con se stessa e con il suo passato, alla ricerca di un’identità che possa, per la prima volta, includere anche la presenza di Giada?

COMMENTO

Lo stile di Aurora Piaggesi è tecnicamente ineccepibile, scorrevole e lineare, ma soprattutto estremamente sfaccettata. Il talento dell’autrice sta infatti nel passare con la massima disinvoltura da un registro a un altro, dimostrando non solo un’eccellente padronanza della lingua ma anche una notevole sensibilità artistica e una spiccata conoscenza dell’animo umano.
Il linguaggio è evocativo, le descrizioni vivide e ricche di dettagli, significativi e mai superflui; i dialoghi sono appassionanti e la trama è coinvolgente, tanto che più di una volta mi sono ritrovata a procrastinare le mille cose da fare dentro casa pur di non interrompere la lettura.

I personaggi sono ben definitivi e le relazioni che si intrecciano fra di loro coinvolgenti, raccontate in maniera autentica, senza forzature o fastidiosi artifizi narrativi – cosa che non mi sento mai di dare per scontata, soprattutto con gli autori emergenti. Confesso che ad appassionarmi sopra ogni altra cosa non è stata tanto la storia d’amore principale (che funziona comunque benissimo) ma tutte le altre relazioni collaterali, che pur restando un po’più sullo sfondo risultano allo stesso modo vive e intense, e arricchiscono in maniera sorprendente la narrazione.

Due cose, inoltre, mi hanno colpita.

In primo luogo, mi è parso evidente che l’autrice abbia trasmesso molti dei suoi valori ai personaggi di contorno e trattandosi di una storia che affronta argomenti e tematiche che ancora adesso rivestono una grande importanza all’interno della nostra società, questa sensibilità non può che avere un impatto positivo sulla scrittura, rendendola ancora più reale e, per questo, autentica.

Secondariamente, sono rimasta colpita dalla dedizione con cui Piaggesi ha lavorato a questo romanzo. Non parlo solo della scrittura da un punto di vista tecnico – che, lo ribadisco, è esemplare – ma dello studio che c’è dietro alla stesura di un’opera tanto complessa, sia per la quantità di informazioni tecnico-scientifiche da dover gestire (molte delle quali si basano su teorie e plausibili speculazioni), sia per l’enorme impatto emotivo degli eventi.
Non credo che sia semplice parlare in maniera tanto realistica – e senza mai scivolare nel cliché – delle emozioni legate alla maternità e al senso di sé, specialmente quando certe emozioni vengono vissute all’interno di contesti che appaiono tanto distanti a quelli che ci appartengono; eppure, Aurora Piaggesi riesce a farlo con una tale naturalezza che viene da chiedersi se non lo abbia semplicemente fatto da tutta una vita – o forse lei è solo la dimostrazione del fatto che il talento, se combinato con il duro lavoro e la passione, a un certo punto troverà sempre il modo di ripagare i propri sforzi.

Concludo questa sconclusionata recensione dicendo che “Nel Corpo di Me” è un romanzo profondo e toccante, la cui lettura è un’esperienza immersiva e difficile da dimenticare, una carezza per l’anima e, soprattutto, un regalo che tutti dovreste farvi.

Lavorare fuori dall’ufficio?

Fra le varie cose che ho intenzione di fare in questo 2026, c’è il cercare di portare il mio lavoro il più possibile fuori dall’ufficio. Sembra una cosa impossibile per una persona che lavora come assistente sociale all’interno di un Servizio per le Dipendenze, ma in realtà è un qualcosa che avevo più o meno iniziato a fare già un po’ di tempo fa, attraverso la pubblicazione di post, video o articoli di blog – con scarsissimo successo, ovviamente.

Ho deciso di continuare e di “elevare” la qualità di questi contenuti, nella speranza di portare un po’ più di informazione non solo sul mio lavoro ma anche su tutti quegli aspetti sociali e relazionali che riguardano la società in cui viviamo, questioni che per me sono letteralmente pane quotidiano ma che non tutti riescono a capire, non solo a causa delle scarse informazioni messe a disposizione ma anche a causa dei numerosi pregiudizi che un lavoro come il mio continua a portarsi dietro.

Non so bene come imposterò questo lavoro, diciamo che come per molte altre cose conto principalmente di improvvisare e seguire il flusso degli eventi, ma in ogni caso spero davvero di contribuire alla causa e a portar alla luce un po’ più di conoscenza su vari argomenti di natura sociale e politica. Talvolta potrei perdermi in tecnicismi e tirar fuori dati o statistiche, più spesso incentrerò la mia divulgazione su aspetti prettamente pratici o sulla sfera emotiva-relazionale.

Spero che questo progetto possa aiutarmi a uscire un po’ dai confini del mio ufficio, permettendomi così di crescere non solo come professionista ma anche – soprattutto – come essere umano.

Questo progetto ha un nome? Assolutamente no, anzi, in questo momento è solo un piccolo embrione in fase di sviluppo, che mi auguro essere abbastanza resistente da sopravvivere ai miei soliti slanci dopaminergici solitamente destinati a estinguersi dopo che l’entusiasmo del momento ha lasciato il posto alla svogliatezza.

Del resto, il 2026 è l’anno del cavallo e dovrebbe essere foriero di grandi successi e novità.

Vediamo se saprò mettere in pratica le energie di questo universo!

2026

Buoni propositi per l’anno nuovo.

Non ne faccio più da circa 3 anni, un po’ perché mi viene l’ansia e un po’ perché ho sempre la sensazione di rincorrere delle aspettative irrealistiche che, giunta alla fine dell’anno successivo, mi renderò conto di non essere riuscita a soddisfare – e poi, alla fine, mi viene comunque l’ansia.

Però quest’anno ho deciso di riprovarci, anche se forse definirli “propositi” non è propriamente corretto. Diciamo, piuttosto, che voglio provare ad abbandonare vecchie abitudini malsane e voglio provare a sostituirle con altre che siano migliori.

Per esempio, voglio dedicare più tempo alla lettura e meno a scrollare stupidi video sul cellulare.

Voglio dedicare più tempo alla vita offline e meno a quella sui social, focalizzando le mie attenzioni su ciò che posso davvero ambire a raggiungere e non perdere tempo mettendomi a confronto con una marea di tizi e tizie sconosciuti che passano le proprie giornate a mostrare solo una misera parte della propria vita, facendo credere a tutti di avere un’esistenza perfetta e rafforzando in noi il senso di sconfitta e inadeguatezza.

E soprattutto, voglio tornare a scrivere con maggiore costanza.

Senza troppe pretese e soprattutto senza obiettivi – che tanto lo so, quelli non sono mai in grado di rispettarli e nel momento in cui realizzo di non essere stata all’altezza delle mie aspettative subito mi convinco di essere un’incapace e decido che scrivere sia l’ultima delle cose che dovrei fare a questo mondo. Non voglio dire che da questo 2026 scriverò ogni singolo giorno, né che riuscirò FINALMENTE a concludere questo dannato romanzo su cui lavoro da tre anni, però… Ecco, quantomeno vorrei provare a smetterla di ostacolarmi.

Ho iniziato l’anno con la consapevolezza che tante cose possono essere aggiustate lungo la strada, ma non andrò mai da nessuna parte se non comincio a camminare io per prima. Perciò, va bene: lentamente, un passo dopo l’altro, fino a quanto non riuscirò davvero ad arrivare da qualche parte.

Senza meta.

Alla fine, è questo il bello del poter vagare senza avere una destinazione: ogni punto di approdo, ha la straordinaria potenzialità di essere un punto di arrivo.

O, ancora meglio, di partenza.

“Atalanta” – recensione libro

Che succede quando riesci a dedicare del tempo alla lettura di un libro bello, di quelli che meritano davvero la tua attenzione? Beh, succede che ne devi parlare.

Trovato per puro caso fra gli scaffali di Feltrinelli, scelto in mezzo ad altri per il colore accattivante della copertina – un blu intenso – e il chiaro riferimento alla mitologia greca, “Atalanta” di Jennifer Saint ha saputo conquistarmi sin dalle prime righe. Io, che mastico la mitologia classica da quando andavo alle scuole elementari, riconosco di essere sempre molto pignola quando mi approccio a un retelling e con un personaggio come Atalanta, così facilmente a rischio di essere trasformata, attraverso una scrittura contemporanea, nel sempre ancor troppo diffuso cliché del “io non sono come le altre donne”, avevo deciso di tenere la guarda molto alta, pronta ad accantonare il libro al primo evidente segnale di banalità.

Eppure, con mio sommo piacere, non ce n’è stato alcun bisogno.

Certo, come temevo il personaggio di Atalante risente forse un po’ troppo della tendenza contemporanea a classificare qualunque donna che si distacchi dagli stereotipi di genere femminile come una specie di Mary Sue convinta di essere migliore delle altre, ma in verità l’autrice ha saputo incastrare questa caratterizzazione all’interno di una narrazione convincente e, soprattutto, estremamente aderente al mito originale.

Sulla trama in sé non sto ad ammorbarvi, in quanto è letteralmente il mito dell’eroina Atalanta, donna più forte e veloce del mondo: lei, cara ad Artemide, viene abbandonata dal padre e allevata dagli orsi prima di essere accolta fra le ninfee seguaci della dea. Atalanta, così diversa dalle altre donne che circondano, sembra essere destinata alla grandezza ed è infatti la stessa Artemine a spingerla verso di essa, convincendola a farsi ingaggiare per la più grande spedizione di eroi che la Grecia abbia mai conosciuto: la ricerca del Vello d’Oro.

La storia, come dicevo, è priva di sorprese per chi conosce la mitologia, ma la particolarità del racconto sta proprio nel fatto che ogni singolo evento viene visto dall’inedito punto di vista di Atalanta, una donna che si distingue fra tutte le altre per il modo in cui è stata cresciuta e per aver ricevuto dagli dei doni che, di norma, erano riservati solo agli uomini – la forza fisica, la velocità nella corsa e, più importante fra tutti, il desiderio di compiere grandi gesta eroiche.

Atalanta si rende da subito conto di essere diversa dalle ninfe di Artemite, creature eteree e delicate, portatrici di una femminilità romantica che lei stessa, per qualche ragione, associa a una sorta di debolezza. Artemide, la dea vergine che ha scelto di non concedersi mai a uomo alcuno, desidera che anche la sua prediletta conservi la propria purezza, alimentata dalla paura che un giorno – come profetizzato – ella possa perdere i suoi doni e se stessa a causa del matrimonio.

E Atalanta, con i suoi sogni di gloria e le sue speranze, desidera portare a termine la propria missione per compiacere se stessa, oltre che la dea.

La mia sensazione iniziale, ossia quella che Atalanta potesse essere descritta come una Pick Me Girl o una specie di Mary Sue non era del tutto sbagliata, ma in fin dei conti non è un’immagine tanto diversa da quella del mito, che la dipinge come più forte e veloce di qualunque uomo – al punto tale che lei, per sottrarsi al matrimonio, decide di sfidare i suoi pretendenti a una gara di corsa, conscia del fatto che nessuno di loro sarà mai in grado di batterla.  C’è da dire, poi, che in un contesto come quello dell’antica Grecia il desiderio di Atalanta di essere diversa – forse persino migliore – rispetto alle altre donna ha perfettamente senso, dal momento che si trattava di una società fortemente maschilista che relegava le donne all’ambito delle mura domestiche, privandole del rispetto e della libertà che spettava agli uomini.

Per Atalanta, che è stata allevata dalla dea che più di ogni altra rivendicava quel bisogno di rispetto e quella libertà, non è semplice pensare di essere vista come un individuo inferiore e forse nel suo caso il desiderio di non essere accostata al femminile non nasce dal disprezzo verso le altre donne quanto, piuttosto, a un disperato bisogno di riconoscimento.

Da questo punto di vista ritengo “Atalanta” un romanzo brillante e innovativo, capace di arricchire il personaggio con un necessario tocco femminista che – aihmè – mancava al mito originale.

Ho visto che l’autrice ha scritto altri retelling di mitologia greca (ha scritto di figure come Arianna, Era ed Elettra) e viste le premesse, sono davvero curiosa di leggerle, anche perché negli ultimi tempi abbiamo finalmente superato quella visione maschiocentrica che si concentrava solo ed esclusivamente sugli eroi e descriveva i personaggi femminili come accessori o semplici vittime degli eventi.

Io credo che abbiamo un profondo bisogno di storie come quelle di Atalanta, che ci ricordano di quanto meritiamo di essere al centro della storia e non abbandonate dietro le quinte.

Soprattutto quando la storia che è sta per essere raccontata, è la nostra.

“The Voice of Hind Rajab”

Sono passati diversi giorni da quando sono stata al cinema, ma esattamente come non mi sarei sentita a posto con la coscienza se non avessi speso due ore della mia vita per guardare questo film, allo stesso modo non penso di poter lasciar cadere il silenzio su questa opera, anche se ormai è trascorso un po’ di tempo dalla sua uscita.

Non intendo soffermarmi sul film da un punto di vista tecnico, perché non è questo il punto, né intendo elencare tutti i riconoscimenti che ha già ottenuto nelle ultime settimane – per tutto questo, comunque, vi rimando a Wikipedia, che riporta tutte le informazioni più significative. Non voglio farlo perché, a mio avviso, parlare de “La Voce di Hind Rajab” in questo momento storico dovrebbe essere solo un modo per puntare ulteriormente i riflettori su ciò che sta succedendo nella striscia di Gaza, non solo negli ultimi 24 mesi ma da oltre 70 anni.

Non sono un’esperta di storia, non posso parlare del conflitto Israelo-Palestinese in maniera competente e per questo rimando la questione a chi lo ha studiato e ne sa certamente più di me.

Resto, tuttavia, un’operatrice sociale e principalmente un essere umano, e andare a vedere questo film uscito appena un mese fa mi sembrava la cosa più doverosa da fare, di fronte alla tragedia che si sta consumando sotto i nostri occhi. La storia della piccola Hind – storia che probabilmente conoscono tutte quelle persone che negli ultimi anni si sono informate con costanza su ciò che accadeva nella Striscia di Gaza – è solo una delle tante che potrebbero raccontare i cieli palestinesi ormai offuscati dal fumo e dal sangue, ma purtroppo è una delle più dolorose, considerata la giovanissima età della vittima più piccola (appena cinque anni).

Come ho già detto, questa mia non sarà un’analisi tecnica ma una pura condivisione emotiva, perché andare al cinema a vedere questo film è stata una delle esperienze più dolorose degli ultimi tempi e contestualmente una di quelle cose che, se non avessi mai fatto, avrebbe finito per tormentarmi per chissà quanto tempo. Con questo non voglio dire che tutti abbiano l’obbligo di vederlo, perché la sensibilità individuale è un qualcosa che non metto mai in discussione e so che per molti più essere difficile restare immobili su di una poltrona per oltre 90 minuti, sottoposti a un feroce bombardamento emotivo la cui unica reazione possibile è un misto fra rabbia, dolore e impotenza.

Io sono abituata alle storie brutte, ascoltarle è il mio lavoro, e nel corso degli anni ho imparato a schermarmi, a rendermi sopportabile anche le cose peggiori perché non volevo privarmi della possibilità di conoscere il maggior numero possibile di storie, anche se farlo significava espormi a un insostenibile livello di dolore. Inutile dire che questo film mi ha messo a dura prova, costringendomi alle lacrime per tutta la durata della visione e lasciandomi, alla fine, con una tale pesantezza sul cuore da non riuscire neppure a esprimerla con le parole.

Non è stata solo la sorte della piccola Hind a far male, ma la consapevolezza del fatto che non fosse l’unica a cui era riservato quel destino. Mi ha fatto male rendermi conto di quante persone, in quel momento, si fossero sentite impotenti e quanto grandi siano i limiti umani di fronte alla guerra e alla distruzione – e forse, da operatrice sociale, mi sono immedesimata un po’ troppo in quel dolore.

Quando, alla fine del film, l’intera sala si è dileguata in silenzio, ho sentito come un enorme vuoto allo stomaco, un malessere a cui per molto tempo non ho saputo dare un nome. Neanche adesso, in effetti, credo di riuscirci pienamente.

Non so come qualcuno possa pensare di rimanere in silenzio, come possa rendersi complice di questo sterminio, di questa folle dichiarazione di morte a un’intera fetta di umanità. Non credo di avere, da sola, le capacità per cambiare qualcosa, ma di certo non penso di poter rimanere in silenzio, questo non posso permettermelo. Quando cala il silenzio su una storia del genere, allora significa che è finita, chi opprime ha già vinto e agli oppressi non resta più nulla a cui aggrapparsi, nessuna speranza in cui credere.

Per questo ne parlo, adesso, anche se non so cosa dire – anche se forse non troverò mai le parole giuste per dirlo.

Perché il silenzio è complice.

E io non voglio essere complice di nessun Genocidio.

Ho pensato di non avere talento

E sì, l’ho pensato più di una volta.

Mi sono detta che forse ho speso troppo tempo dietro a cose che non sono in grado di fare, per cui semplicemente non sono portata. Anni e anni trascorsi a studiare canto, per poi scoprire che in realtà non sono affatto brava; a scrivere racconti, pensieri, abbozzi di un romanzo che forse non vedrà mai la luce, per poi rendermi conto che non sarò mai una scrittrice, né un suo patetico tentativo di imitazione.

L’ho pensato spesso, di non avere talento.

E altrettanto spesso ho pensato di non meritarmi di andare avanti, di dover mollare perché in un certo qual senso non ero degna di quello che stavo facendo, dell’arte che stavo tentando di plasmare. Se qualcun altro mi avesse detto di voler smettere di fare una cosa che ama solo perché non pensa di essere abbastanza bravo, di certo gli avrei detto che il suo era un comportamento folle, che non si fa una cosa quando si è bravi ma quando farlo ci rende felici, quanto nel farlo sentiamo di avere uno scopo.

Su di me, questo pensiero si applica facilmente.

Forse è a causa del mio insopportabile perfezionismo, della mia tendenza a screditare ogni più piccola cosa che faccio, che se è andata bene è solo fortuna o merito di qualcun altro e se va male… Beh, no, se va male è interamente colpa mia.

Funziona così, no?

No, forse no.

Forse la verità è che sono da sempre troppo severa con me stessa, che ho aspettative troppo alte e che mi sono lasciata convincere da questa società capitalistica che la performance e la sua resa finale siano più importanti dell’emozione che ci mettiamo, dell’amore con cui quella cosa cerchiamo di portarla avanti, seppure a fatica e forse non coi risultati che vorremmo, ma per il semplice fatto che riesce a portarci gioia – e di questi tempi, perché dovremmo sottovalutare l’importanza di una cosa che sa renderci felici?

Che poi, l’ho sempre detto, io di musica e di scrittura mica ci devo campare; non sono i soldi, la fama e la gloria che certo, ma solo l’emozione. Quella degli altri, certo, quella che spero sempre di suscitare quando offro a un pubblico un racconto o una canzone, ma soprattutto la mia.

Quella che mi ricorda di essere ancora viva, perché è l’arte a rendermi tale.

E in mezzo a tutto questo, il talento a che serve? Sì, magari non guasta averne, ma quello che chiedo, alla fine, è solo di sentirmi bene facendo ciò che amo. E non sta forse qui, il talento? Nel trasformare in arte l’amore? Anche quando il risultato non è dei migliori, alla fine l’ho fatto.

Ho dato ascolto alla mia voce, ho avuto il coraggio di andare oltre le paure e ho permesso al cuore di guidarmi.

Non è una cosa da tutti, credo.

E allora, come altro possiamo chiamarlo questo, se non talento?

Credevo di odiare il romanticismo

A un certo punto, nella mia vita, ho smesso di leggere e scrivere storie d’amore.

Non so perché io lo abbia fatto, perché così di punto in bianco abbia deciso di sopprimere con tanta violenza una parte fondamentale di me. Sono sempre stata una ragazzina romantica e sognatrice, innamorata della stessa idea dell’amore, costantemente alla ricerca di nuove storie in cui immergermi, di relazioni dalle quali lasciarmi travolgere.

Avevo davvero la sensazione di non poterne fare a meno, eppure un giorno tutto questo è svanito, come se qualcuno vi avesse steso sopra un enorme mantello dell’invisibilità, rendendo quella parte di vita, fino ad allora tanto importante, inutile e sconosciuta ai miei occhi. Di colpo, non ero più quella ragazzina romantica e sognatrice, ma una persona che fingeva di non provare il minimo interesse per quel genere di letteratura – non cinica, ma semplicemente disinteressata a quel tipo di storie. Non le leggevo e non le scrivevo, e mi sembrava che andasse benissimo così.

Fino a quanto, piuttosto recentemente, non ho capito che stavo solo prendendo in giro me stessa.

Non ero davvero io a rifiutare tutto quel romanticismo, ma quella parte di me stessa che per anni si era sentita fragile e indifesa, derisa dalle persone per essere troppo ingenua, troppo immatura e infantile… A volte, persino troppo debole. Un’immagine di me che ho cercato molte volte di sopprimere, anche a discapito delle cose che più amavo: il colore rosa, per esempio, o le storie d’amore.

Chissà quanti splendidi libri mi sono persa e quante dolcissime storie avrei potuto scrivere io stessa, se solo avessi avuto il coraggio di essere me stessa senza riserve. Ma fingere di essere disinteressata, in quel momento, mi sembrava la cosa più logica da fare, l’unica che potesse preservarmi dall’essere percepita come la solita, fragile e insicura Federica che sa solo perdersi in romanticismo.

Mi ci sono voluti anni di esperienza e di terapia, per capire che non posso pensarmi bi-dimensionalmente, che la mia persona non può riassumersi in un’unica caratteristica: amare il rosa e le cose stereotipicamente “da femmine” non mi rende certo una persona frivola, così come il leggere o scrivere storie d’amore non mi riporta automaticamente a quella ragazzina insicura che sto cercando di curare.

Ho avuto bisogno di prendermi cura di quella bambina ferita e insegnarle che va bene essere così, perdersi stupidamente nel romanticismo anche quando non ci tocca da vicino. Lei aveva bisogno di saperlo e io, per tornare a essere me stessa, avevo bisogno di darle un enorme abbraccio figurato e farla sentire di nuovo al proprio posto, non messa da parte come avevo fatto per tutti questi anni.

La cosa davvero bella è che accettare di essere quel tipo di lettrice che ama il romanticismo, mi ha in qualche modo permesso di sbloccare la mia creatività, perché evidentemente quel blocco che mi impediva di essere me stessa impediva anche alle mie parole di fluire correttamente, come se qualcuno avesse messo una sorta di sigillo al mio cuore.

Ora lo so.

E prometto che non tenterò più di scappare da me stessa, neanche quando essere me stessa mi sembrerà così difficile.

Mi hanno sempre detto che non c’è niente di male a essere fedeli a ciò in cui crediamo.

Ora capisco davvero il perché.

Basta parlare con superficialità di salute mentale – la storia di Iryna Zarutska

Vorrei prendere spunto da un evento di cronaca divenuto – aihmè – molto popolare sui social negli ultimi giorni, per parlare di una questione che mi sta parecchio a cuore: la salute mentale.

Da persona che lavora a stretto contatto con questo ambito e che da sempre reputa fondamentale sensibilizzare e fare una corretta informazione sull’argomento, ritengo che nell’ultimo periodo il mondo dei social network ne stia parlando in una maniera che andrebbe sensibilmente rivista, specialmente quando a farlo non sono professionisti del settore bensì influencer e content creator – gente che ha sì il diritto a esprimere la propria opinione, ma certo non la competenza e le conoscenze socio-scientifiche per potersi esprimere con cognizione di causa.

Perché sì, di gente che sui social parla di salute mentale se ne trova parecchia, e la stragrande maggioranza delle persone lo fa nel modo sbagliato, e alla fine ciò che ne deriva non è una maggiore conoscenza e sensibilità al tempo, quanto – piuttosto – un inevitabile aumento dello stigma e della discriminazione.

Ma, appunto, facciamo un paio di passi indietro.

Negli ultimi giorni, dicevo, sui social è diventato virale il video di una giovane ragazza ucraina, Iryna Zarutska, che durante un viaggio in metropolitana a Charlotte è stata aggredita e mortalmente ferita da un senza tetto di nome Decarlos Brown Jr, sotto lo sguardo impotente degli altri viaggiatori.

Ora, su questa vicenda è stato già detto di tutto, ma i temi principali sono tre: l’indignazione generale e lo sdegno nei confronti di tutte quelle persone che non hanno mosso un dito per aiutare la povera ragazza; l’etnia dell’aggressore – un uomo nero – e dunque l’evidente matrice “razzista” dell’omicidio; la cieca convinzione che l’assassino sia un mostro figlio del demonio e che meriti di essere punito con il massimo della pena – che da quella parte, ricordiamolo, è la morte.

Per quanto riguarda il primo punto, mi sono già espressa: è difficile valutare, da pochi secondi di video, l’effettiva reattività dei presenti all’evento e, soprattutto, è IMPOSSIBILE determinarne le condizioni emotive e psicologiche. Io immagino che la maggior parte di noi là fuori non si sia MAI ritrovato nelle condizioni di assistere a un omicidio in diretta (lo voglio ben sperare) e dunque che nessuno possa dire con assoluta certezza come si sarebbe comportata se fosse stata al posto di una di quelle persone; di conseguenza, ritengo che NESSUNO dovrebbe, da dietro uno schermo, arrogarsi il diritto di dire che quella gente fa schifo e che se fosse stata al loro posto avrebbe certo fatto qualcosa per soccorrere la povera ragazza morente.

Perché la verità è che nessuno sa veramente che cosa avrebbe fatto in quel momento, perché una simile esperienza può essere soltanto immaginata, e nella realtà entrano in gioco così tanti fattori complessi – paura, shock, istinto di sopravvivenza – che il comportamento umano, semplicemente, non può essere previsto.

E non agire – questo vorrei fosse ben chiaro a tutti – non significa automaticamente essere complice, né tanto meno indifferente.

Andando avanti, le altre due questioni sono in qualche modo legate l’una all’altra, perché ruotano attorno alla medesima questione: il movente.

C’è chi sostiene che l’assassino abbia scelto di accanirsi appositamente sull’unica ragazza bianca del vagone, e che pertanto l’omicidio sarebbe un vero e proprio crimine a sfondo “razzista”. Vaglielo a spiegare a queste persone che il razzismo al contrario NON esiste, che si tratta di un fenomeno sistemico che nasce da continue e ripetute forme di discriminazione nei confronti di una categoria che viene considerata inferiore rispetto alla massa.

Non è questo il caso – e ci arriverò dopo – ma nell’ipotesi in cui una persona di colore bianco venga aggredita da una persona nera per ragioni che riguardano le discriminazioni razziali, quello non sarebbe un episodio razzista, bensì una reazione fisiologica che sorge in risposta al fenomeno principale – il razzismo stesso, per l’appunto. E quindi mi dispiace per i partiti di destra che tentano disperatamente di strumentalizzare l’episodio, ma in questo come in molti altri casi parlare di razzismo al contrario è, senza mezzi termini, una stronzata di dimensioni epocali.

Che poi, dicevamo, anche il movente di questo omicidio è un po’ più complesso di così: l’uomo che ha uccido Iryna non era solo un senza tetto dalla pelle nera, bensì un uomo con numerosi precedenti penali e a cui per ben 14 volte era stato negato un trattamento sanitario obbligatorio, con il conseguente rilascio a piede libero. Brown, affetto da una grave forma di schizofrenia, era un soggetto con evidente pericolosità sociale che di certo non avrebbe dovuto girare indisturbato per le vie della città, ma al quale lo Stato e le istituzioni avrebbero dovuto fornire adeguato supporto e un regolare accesso alle cure – non solo per il suo bene ma anche per prevenire che questi potesse, data la sua pericolosità, fare del male ad altre persone.

Ed è proprio qui, che sorge la mia polemica.

Ho perso il conto dei commenti scritti da gente indignata, pseudo paladini della giustizia, che dava ai passeggeri della metro la colpa della morte di Irina, senza capire che i soli e unici responsabili di una simile tragedia sono proprio i servizi sociali e sanitari americani, che per 14 volte non sono stati in grado di fornire a Brown le cure e il supporto di cui necessitava. Non so quante delle persone che mi leggono siano a conoscenza di come funziona il sistema sanitario del nostro paese, ma in Italia esiste una cosa chiamata TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) che si attiva nel momento in cui una persona in evidente stato di alterazione psichica possa costituire un grave pericolo per sé e per gli altri; esistono i reparti psichiatrici (gli SPDC) in cui vengono svolti questi trattamenti, che trattandosi di un servizio pubblico sono erogati a totale carico dello Stato.

Ecco, in America il servizio psichiatrico pubblico NON esiste; di conseguenza la tutela di persone come Brown viene lasciata alla gestione del singolo cittadino, che laddove non abbia le risorse economiche e – non meno importante – la consapevolezza del proprio problema, non farà mai niente per curarsi e il risultato finale sarà che le strade delle città americane siano strapiene di persone senza una casa, senza soldi e senza una cura per le – spesso – gravi patologie psichiatriche di cui sono affette.

Quindi sì, Brown è e resterà comunque un assassino, ma non secondariamente è a sua volta vittima di un sistema fallace che non solo lo ha privato delle cure necessarie, ma ha fatto sì che arrivasse a compiere un gesto così atroce come togliere la vita a una persona senza neppure averne la piena e assoluta coscienza.

La popolazione media dei social, ovviamente, non ha aspettato un solo istante prima di scagliarsi su di lui definendolo un mostro senza pietà, un demone che merita soltanto la pena di morte, che l’unico modo che ha per pagarla è subire la stessa tragica sorte a cui lui ha costretto Irina. Senza guardare oltre, senza pensare alla sua storia, alla sua malattia, alle terribili condizioni del sistema che lo ha condotto fino a quel punto di non ritorno.

E questo mi fa pensare che a certe persone piace parlare di salute mentale solo quando fa loro comodo, o quando gli argomenti sono più di tendenza: va di moda parlare di ansia e depressione, di ADHD e disturbi del neurosviluppo; va bene anche abusare di termini quale “narcisismo”, “borderline” e “bipolare” senza avere la minima conoscenza su ciò che comporti davvero avere questo genere di disturbi.

Tanto la salute mentale è trendy, parlarne in questi termini crea engagement, fa “figo”.

Poi però, quando c’è da parlare di questo lato della salute mentale, quello più oscuro, improvvisamente le persone fanno un passo indietro; non ci sono più anime candide e fragili da proteggere, ma diavoli senza un briciolo di umanità, mostri che non meritano neppure un briciolo di comprensione, figuriamoci di empatia.

Questo sì, mi fa rabbia.

Molto più di quanto possano farmi rabbia quelle persone che, forse paralizzate dallo shock o dalla paura, non sono riuscite a muovere un dito per prestare soccorso a una ragazza che, quella notte, ha semplicemente avuto la sfortuna di incrociare la propria strada con la persona sbagliata. E mi fa rabbia sentire che la pena di morte continua a essere per molti l’unica punizione plausibile, come se la cura o la rieducazione (che in questo caso mi sembra, evidentemente, una strada non percorribile) non servissero a niente, fossero soltanto una perdita di tempo.

Quello che è successo a Iryna è terrificante e sì, probabilmente è stata davvero l’indifferenza a ucciderla.

Certo non nel modo in cui i social network continuano a raccontare.

“Paternal Leave” – recensione film

Circa un paio di settimane fa (forse tre) sono andata al cinema a vedere “Paternal Leave”, film uscito a maggio di quest’anno con protagonista Luca Marinelli, nonché esordio alla regia di Alissa Jung, attrice tedesca e moglie di Marinelli – i due, informazione assolutamente non richiesta, si sono conosciuti sul set del film “Maria Di Nazareth”.

Alla visione del film, proiettato in un cinema all’aperto di Lucca, è poi seguito un dibattito con la regista, al quale ho purtroppo potuto assistere solo in minima parte perché si era già fatto tardi e io, la mattina dopo, mi sarei dovuta alzare molto presto. Mio marito sostiene che se assieme ad Alissa Jung fosse stato presente anche Luca Marinelli, probabilmente non mi sarei fatta troppi problemi a rinunciare a qualche ora di sonno in più; io, in tutta onestà, non mi sento di dargli torto.

Al di là delle mie cotte per attori belli e talentuosi, devo dire che aspettavo di vedere questo film da diversi mesi e che le mie aspettative al riguardo erano molto alte, non solo perché ogni prodotto in cui è presente Marinelli raggiunge, a mio modesto parare, in automatico un altissimo livello, ma soprattutto perché avevo già letto diverse recensioni del film e in molti me lo avevano descritto come un prodotto di ottima qualità, dunque non potevo che aspettarmi grandi cose da questa collaborazione intra-coniugale.

Ecco, devo invece ammettere che la resa finale non ha pienamente soddisfatto le mie aspettative.

E vi dico subito perché.

LA TRAMA:

Leona – detta Leo – è un’adolescente tormentata che vive in Germania, ha una madre assente e problematica, e un padre di cui conosce solo il nome e l’indirizzo di casa. Un giorno, ormai logorata dalla curiosità e dal desiderio di saperne di più su questo padre misterioso, decide di salire su un treno e dirigersi in Italia, così da poter fare conoscenza con quell’uomo che, 15 anni prima, ha deciso di abbandonarla e farsi una nuova vita dimenticandosi della sua esistenza.

L’incontro fra i due, non privo di tensioni, porterà a galla tutte le paure e le insicurezze che i due hanno faticosamente tentato di seppellire nel tempo, rafforzando dubbi e rivelando fragilità che, fino a quel momento, erano rimaste estranee persino a loro stessi.

COMMENTO AL FILM:                                                                                                            

Il film, recitato in tre lingue – italiano, inglese e tedesco – è uno spaccato di vita quotidiana estremamente crudo e realistico, sebbene i temi affrontati vengano trattati spesso con leggerezza e con toni che non definirei esattamente drammatici, quanto piuttosto dolce-amari.
La storia di Leo (Julie Grabenhenrich) e Paolo (Luca Marinelli) non è una storia particolarmente originale, perché di racconti di padri e figli ritrovati ce ne sono a bizzeffe nel mondo della finzione. Ciò che rende questa storia unica è, certamente, la caratterizzazione delle emozioni, che giocano un ruolo fondamentale all’interno di tutta la vicenda: Leo è una ragazzina incazzata col mondo intero – e come darle torto, poverina? Abbandonata dal padre e costretta a crescere con una madre che neanche si accorge del fatto che per tre giorni si è allontanata dalla Germania – e che come molte adolescenti è convinta di sapere tutto del mondo e della vita; si atteggia a persona adulta, sfoggiando una spocchia e un’arroganza che solo a 15 anni si può avere, e fatica a comprendere le reali emozioni di Paolo, che ai suoi occhi appare solo come un uomo egoista e immaturo, inadatto e del tutto incapace a prendersi le proprie responsabilità.

Paolo, d’altro canto, è un uomo incasinato che cerca di risollevarsi dopo le mille batoste ricevute: ha avuto un’altra figlia, appena quattro anni prima, e ha una nuova compagna con la quale tenta disperatamente di ricucire i rapporti. È sì un uomo disastrato, ma è evidente – e lo si capisce ancora di più quando Leo inizia ad avanzare pretese verso di lui – che abbia compreso la natura dei propri sbagli giovanili e in virtù di essi sta cercando di essere una persona migliore, un padre migliore che sappia prendersi cura della propria figlia nel modo in cui, 15 anni prima, non è stato in grado di fare con Leo.

Lui, del resto, lo dice molto chiaramente: a 21 anni non sei grande abbastanza da accettare una responsabilità grande come quella di diventare padre e il suo, dopo tutto, è forse l’atto più sincero e altruistico che vediamo nel corso del film.

Onestamente ho fatto più fatica a empatizzare con Leo che con Paolo, forse perché il personaggio di lei è veramente arrogante e mi ha spesso fatto venire voglia di prenderla a male parole; Paolo, invece, è più fragile e sprovveduto, e forse è stata proprio questa sua caratterizzazione a farmi provare così tanta tenerezza nei suoi riguardi.

Ma insomma, mi direte voi, qual è il problema di questo film? Perché sono uscita dal cinema delusa?

Il problema più grosso è, a mio avviso, il tempo: il film scorre in maniera troppo lenta ed è davvero troppo emotivo (non credevo che sarei mai arrivata a fare una critica simile su qualcosa), gli eventi non scorrono in maniera dinamica e soprattutto non ho mai avuto davvero la sensazione che stesse per succedere qualcosa. La risoluzione degli eventi, per contro, avviene in maniera troppo frettolosa e gli ultimi 20 minuti di pellicola sono davvero troppo rapidi, sembra quasi mancare un senso a ciò che accade e gli eventi sembrano essere solo un lungo, incontenibile flusso di emozioni.

Vero che si tratta di un film che preferisce soffermarsi sulle relazioni fra i vari personaggi piuttosto che sugli eventi, ma per i miei gusti si tratta di un’opera davvero troppo poco dinamica e la noia, devo riconoscerla, è giunta a farmi visita ben prima di quanto non potessi sperare.  Certo, le performance attoriali sono estremamente valide (specialmente quella di Grabenhenrich), ma anche su questo aspetto avrei delle riserve, perché lo stesso Marinelli mi è sembrato sotto tono, come se per quel ruolo non avesse davvero dato il suo cento per cento – e chi conosce Marinelli sa bene quanto lui possa volare alto.

Insomma, alla fine della fiera “Paternal Leave” resta un bel film sui rapporti umani e sulla difficoltà di essere figli e genitori, e non posso dire che non mi sento di consigliarlo. È, tuttavia, un film che non rivedrei una seconda volta e che purtroppo non ha saputo lasciarmi col cuore spalancato come avrei tanto desiderato.

“E scaldarsi al fuoco di un accendino rubato…”

Non pensavo di avere bisogno di questa canzone, neppure pensavo che mi avrebbe presa più di quanto io stessa non sperassi. Un brano che, di partenza, prometteva di essere eccezionale anche solo per i due artisti che lo interpretano: Annalisa, quando canta brani alla sua altezza, ha una voce splendida e una tecnica incredibile, e Marco Mengoni… Beh, Marco non ha bisogni di ulteriori giudizi, la sua intera presenza nel panorama musicale italiano è da considerarsi una benedizione assoluta e non credo di avere parole a sufficienza per parlare del suo indescrivibile talento.

Ecco, questi due mostri sacri hanno deciso di fare un duetto.

E non un duetto qualsiasi, ma una di quelle canzoni che avrei voluto nel mio lettore mp3 da adolescente, quando a seguito di ogni delusione amorosa mi ritrovavo riversa sul mio letto a piangere lacrime su lacrime mentre nella musica annegavano i miei pensieri, anestetizzati dalle rime di Tiziano Ferro, Amy Lee e Alex Band – frontman dei “The Calling”, se non sapete di chi sto parlando allora sono decisamente vecchia.

Questo brano, che si intitola “Piazza San Marco”, poteva essere l’ennesima canzone che racconta un amore finito attraverso il punto di vista di chi lo ha vissuto, in un botta e risposta drammatico in cui entrambi gli attori cercano di sovrastare l’altro per dimostrare – a chi, poi – chi dei due abbia sofferto di più. Poteva essere un pezzo strappalacrime come tanti altri, e invece ha scelto di giocare con il testo in maniera poetica e brillante, raccontando una storia d’amore completamente diversa da quella che ci si potrebbe aspettare.

La voce di Annalisa, calda ed emotiva, canta la sua prima strofa rivolgendosi a un “lui” che l’ha lasciata con il cuore spezzato e un bicchiere di acqua tonica strapieno di lacrime; lei, che “per piacergli di più gli ha mentito”, si sente come se avesse mandato giù “caramelle mischiate all’arsenico” e nel suo dolore invoca la presenza di un amico, una persona con cui potersi consolare in mezzo a piazza San Marco, riscaldati “al fuoco di un accendino rubato”.

Poi arriva Mengoni, e ci si aspetterebbe che a lui venisse affidato il punto di vista dell’uomo di cui ci parla Annalisa, ma in un attimo ecco il colpo di scena: la sua voce, dolcissima e delicata, racconta un terzo punto di vista, quello dell’amico giunto in soccorso di lei, il supporto emotivo che accoglie il suo dolore come se fosse proprio – “quante lacrime nell’acqua tonica, fortuna ci piace il sale – e si ferma a raccogliere i cocci di un cuore spezzato nel bel mezzo di Piazza San Marco, sapendo che certe cose “passano, ma non finiscono”.

Le loro voci non solo non si sovrastano, ma si fondono alla perfezione e in alcuni momenti è quasi impossibile rendersi conto di chi stia cantando quale linea melodica, come a voler alludere al fatto che a volte il dolore di una persona diventa quello di chi le sta accanto e cerca di aiutarla a sopravvivere, persino quando sembra impossibile riuscire a tirare avanti.

Oh sì… Quanto avrei voluto avere questa canzone durante la mia adolescenza solitaria, illudendomi di avere accanto un Marco Mengoni con cui condividere il dolore del mio cuore spezzato, affidare alla cura della sua incantevole voce tutti quei problemi che all’epoca mi sembravano grandissimi. Adesso, in questo momento in cui non mi sento poi così distante da quella ragazzina insicura, aggrapparmi a questa canzone sembra la cosa più sensata da fare per non sentire troppo la pesantezza di un cuore che inizia a dubitare di sé stesso e di quello che è sempre stato.

Non è la fine di un amore quello che sto sperimentando, ma fa male come se lo fosse.

E mi piacerebbe avere un amico con cui stringermi al fuoco di un accendino rubato, in mezzo a Piazza San Marco.

Vento da est e freddo veramente
Ma dove finisce quello che non finisce
Mentre restiamo in coda?
Chiedere a te non è servito a niente
Chi vuol capire capisce, sì
Ti ho visto salutare una ragazza bionda

Quante lacrime nell’acqua tonica?
E sembrava di bere il mare
Ma quanto parli? Mollami
Che è solo venerdì
A-A-Amico cercasi
Devi sapere che


Per piacerti di più ti ho mentito
Caramelle mischiate all’arsenico
E scaldarsi al fuoco di un accendino rubato
Oddio, che ansia, però
Piazza San Marco era bella da far schifo
Se penso a tutte le ragazze che hai preso per mano su un molo
Nello stesso identico modo
Ma la notte finisce quando chiamano la polizia
E la tua mano è ancora nella mia


Dieci alle tre, però c’è ancora gente
Ti passa, ma non finisce qui
Chissà dove sarà quella ragazza bionda
Quante lacrime nell’acqua tonica
Fortuna ci piace il sale

Ma quanto parli? Mollami
Che è ancora venerdì
E noi che siamo sempre qui
Devi sapere che


Per piacergli di più gli hai mentito
Caramelle mischiate all’arsenico
E scaldarsi al fuoco di un accendino rubato
Oddio, che ansia, però
Piazza San Marco era bella da far schifo
Se pensi a tutte le ragazze che ha preso per mano su un molo
Nello stesso identico modo
Ma la notte finisce e rimaniamo solamente noi

Soli noi, soli noi
Soli noi, soli noi
Soli noi, soli noi
Soli noi, soli noi
Soli noi, soli noi, soli noi
Soli noi, soli noi, soli noi

Oddio, che ansia, però
Piazza San Marco era bella da far schifo
Se pensi a tutte le ragazze che ha preso per mano su un molo
Nello stesso identico modo
Ma la notte finisce quando chiamano la polizia
E la tua mano è ancora nella mia