Cronache dall’Olimpo

Pubblicato: 28 aprile 2020 in capitoli

SILENZIO !!!
Non ne poteva più, ognuno diceva la sua, sembravano proprio degli umani.

Da quando avevano deciso di tirarsi in disparte, quella era la quarta o quinta volta che si ritrovavano riuniti tutti insieme. Le ultime volte era stato sempre a causa sua. Lei, l’irrequieta Pandora, faceva le prove, o meglio metteva una soluzione, a suo modo pacifica, ai problemi più grandi che avrebbe creato l’intervento di suo fratello Ares.
Suo padre già non gliela aveva perdonata dall’ultima volta che aveva tirato fuori una sua personale soluzione per risolvere il problema del ricambio di anime, la cui produzione aveva raggiunto il massimo dell’espansione. Produzione cessata molti secoli prima. 10 miliardi era il massimo che potevano permettersi per garantirsi lo spettacolo del palcoscenico terrestre.
Bhe erano una bella famiglia. Da quando Afrodite duemila anni prima, con il suo vogliamoci tutti bene, aveva spinto in Terra l’anima di Cristo con tutti i suoi derivati, loro erano stati messi da parte. Nessuno più iniziava una lotta in nome loro anche se Ares era quello che aveva più soddisfazioni, pur non essendo nominato direttamente. Ogni due per tre una nuova guerra era in atto. Il cristianesimo da solo per secoli produsse tanti di quei morti che il ricambio d’anime fu assicurato.
La cosa stava bene al sommo Zeus che voleva contenere il numero degli abitanti del pianeta. Dopo le grandi guerre del secolo precedente, che in poco meno di 50 anni avevano decimato la popolazione, c’erano state solo guerricciole a macchia di leopardo per i motivi più disparati. Al tempo stesso agli umani era venuta la smania di amarsi con tutte le conseguenze del caso, ovvero una marea di nascite.
All’ultima guerra, battezzata mondiale anche se in effetti era stata parziale, perchè alcuni stati come la Spagna se ne erano tenuti fuori, il resto del mondo vi aveva partecipato, per la gioia di Ares. L’effetto post bellico l’avevano chiamato baby boom, e Afrodite era al settimo cielo per le copule frenetiche di quegli anni. Non poteva bearsi solo lei, bisognava stroncare quel sollazzo, altrimenti nel giro di 40 anni ci sarebbe stato il sovraffollamento e le anime non sarebbero più state sufficienti. Produrne di nuove era costoso in termini di energia necessaria al pianeta, occorreva arrestare la marea di nascite per avere un ricambio continuo. Il virus che Pandora tirò fuori mise paura. Ammazzava gli umani in giovane età anche se, con le opportune soluzioni, molti potevano sopravvivere da storpi.

Tutto si risolse quando Mercurio con l’aiuto del solito Prometeo, che nei secoli aveva fornito tante soluzioni tecniche agli umani, trasmise a Sabin il segreto per neutralizzare il virus con un vaccino. Questi pensò bene di donarlo al mondo gratuitamente, la pandemia fu arrestata e si ebbe un po’ di quiete.

Negli anni, un po’ per farsi perdonare dell’errore fatto con il virus della polio, che colpiva i giovanissimi, un po’ per vedere quali erano quelli più idonei allo scopo del contenimento demografico, Pandora ogni tanto lasciava scappare qualche virus. I migliori erano quelli che si trasmettevano per via respiratoria. La prova fatta un secolo prima con l’influenza detta spagnola, aveva dato ottimi risultati, ma non era sufficientemente selettiva, colpiva giovani e vecchi indistintamente. Le ultime epidemie trasmesse dai volatili e perciò dette aviarie, diedero risultati modesti, anche a causa degli effetti dell’opera di Prometeo e dei vaccini che suggeriva.
Ma stavolta no, tutto filava liscio. Il virus rilasciato sul finire dell’anno prima, era risultato incontrollabile. Colpiva in prevalenza le persone anziane e i più deboli. Per le misure presto adottate dagli uomini gli effetti furono inizialmente contenuti, ma subito dopo furono vanificati dalla voglia fare, di stare insieme e di arricchirsi.
Fatto sta che a quella riunione straordinaria Afrodite era davvero furiosa.

Passata la primavera in cui gli ormoni si erano risvegliati, presto sarebbe arrivata l’estate, ma con le regole di distanziamento attuate per evitare i contagi, le possibilità d’incontro erano poche.
C’erano le storie consolidate, quelle che si trascinavano per abitudine o per gli effetti delle cure di Eros e Cupido, ma presto venivano a noia. Anche gli spassosi eventi dettati dalla voglia di nuovo e dalle gelosie che funzionavano da elastico, rischiavano di essere annullati.
Basta occorreva correre ai ripari, ognuno diceva la sua pensando alla soddisfazione della propria area di competenza. Zeus non ne poteva più e quindi impose il silenzio prima e poi, rivolto ad Atena chiese di fare il punto della situazione.
A quattro mesi dall’inizio del nuovo anno astrale il saldo tra vivi, morti e nuove immissioni era quasi allo stallo. Gli umani presto sarebbero tornati a sfiorare la cifra dei 10 miliardi.
Fatta la constatazione il Sommo Padre si rivolse a Prometeo dicendo che era stanco di vedere il genere umano soffrire, occorreva trovargli una via d’uscita, consentirgli di migrare verso un altro pianeta.
Qualcuno fece notare che la vita media di ogni uomo o donna che fosse, era un limite temporale. Per essere efficace un trasferimento doveva essere rapido.
Zeus corrucciò la fronte, la decisione che andava a prendere non era facile. Per consentire agli umani di effettuare un viaggio interplanetario avrebbe dovuto acconsentire a fargli utilizzare una parte del cervello che solo a pochi era stata data possibilità di usare. Sapeva anche che bastava una scintilla in una di quelle teste per innescare fantasie incredibili con la speranza che poi fossero realizzate con i mezzi che avevano a disposizione.
Dopo averci pensato ancora un po’ su, nel silenzio che si faceva sempre più opprimente, emise il verdetto.
Agli umani sarebbe stato fornito il “la” per intraprendere l’avventura interplanetaria, ma intanto Pandora doveva lavorare al meglio delle sue possibilità con i virus. Per realizzare quei viaggi ci voleva del tempo e il numero degli abitanti del pianeta doveva essere contenuto, ma non doveva finire come finì con i dinosauri.
Afrodite e Artemide divennero rosse di rabbia, per ragioni opposte. Zeus leggendo il loro turbamento, le rassicurò con la prospettiva di quel che sarebbe avvenuto con la colonizzazione del nuovo pianeta, sempre che tutto andasse bene.

Ad ogni modo ormai  aveva deciso, si passasse ai fatti.

 

Cap. 6

Pubblicato: 15 Maggio 2012 in capitoli

Con la partenza del padre, Natal ha visto svanire il sogno dettato dal desiderio di vedere il castello da vicino, un giovane frate lo ha richiamato alla realtà dal breve sogno che stava facendo. “Vieni Natal, dobbiamo incominciare a conoscerci, io sono fratello Celestino, seguimi, ti mostro qualcosa, e intanto anche tu fammi vedere cosa sai fare”.  In silenzio Natal lo segue girandosi verso il padre che si allontana. Entra in una stanza dove ci sono dei tavoli e delle sedie al centro, mentre tutt’intorno ai lati ci sono delle panche con cassetto e dei banchi con inginocchiatoio. Guardando meglio nota anche l’altare.

“Questo è il coro,” dice il frate, “qui ci raduniamo per la preghiera”

“Ho visto fuori il cortile con il pozzo, misura cinquanta passi per lato”

“Quello è il chiostro Natal, non disturbare mai un confratello che lo percorre con un libro, è un nostro modo di pregare” e aggiunge “sai già contare, bene”.

“Fra Germano pregava sempre in chiesa”

“Ogni luogo va bene per la preghiera, nel chiostro si è protetti dalla pioggia e dal sole. Ora vieni, ti conduco al nostro campo e alla stalla”.

“Ecco ci siamo,” pensò Natal, “troppo bello che mi dicesse ora ti faccio vedere un libro”.

Attraversato il chiostro giunsero davanti ad una porta in ferro, il frate l’apri tirando il chiavistello e furono fuori. In lontananza si vedeva un altro muro e sulla destra una tettoia, una mangiatoia, due caprette,  una mucca e alcune galline. Si sentiva il tubare di colombi mentre a sinistra e davanti si estendeva un ampio spazio per la coltivazione. Si era inizio autunno, l’uva era stata raccolta e restavano appese solo delle mele ad un albero. Delle piantine di insalata si mostravano in un rettangolo di terra. Gli attrezzi da lavoro, zappe vanghe e picconi, alcuni in ferro ma per lo più di legno, erano riposti dentro una piccola capanna, in fondo all’angolo sinistro.

“Natal noi ti chiediamo di accudire gli animali che vedi, devi tenere pulito il loro recinto, t’insegnerò a mungere le caprette e la mucca e quando sarà tempo imparerai a farne formaggio. Ora vieni ti faccio vedere come si fa.”

“Fra Celestino, so come mungere pecore e mucche. E’ vero che mi insegnerà a scrivere?”

“Hai fretta Natal” dice fra Celestino mentre sistema lo sgabello per la mungitura e tira su il saio prima di sedersi per prendere una zinna e far vedere al piccolo come fare. “fai piano e si deciso, altrimenti la mucca ti scalcia”.

Un poco scocciato Natal segue la lezione pratica e quando tocca a lui far vedere se ha imparato, fra Celestino approva “bene, sei sveglio, impari in fretta”. Natal capisce che quello che lui aveva detto al frate, questi non l’aveva nemmeno sentito. Dopo la mucca toccò alle caprette e a quel punto con il secchio del latte pieno tornarono dentro le mura del monastero ed entrarono in cucina. Da un pentolone si levava del vapore e l’aria sapeva di verdure cotte. Un frate con le guance piene e mani grandi come non ne aveva mai viste, gli sorride e alzandosi aiuta l’esile Celestino a posar sul tavolo il secchio.

“Che buon profumo Simeone, cosa bolle in pentola?”

“Celestino, Celestino sei sempre affamato, bolle acqua con dentro verze e patate, va al tuo lavoro, che l’ora di pranzo è lontana”.

Così Celestino e Natal escono passando per un corridoio in cui si affacciano diverse porte. Entrano in quella più lontana salendo prima tre gradini. La stanza in cui entrano è piena di scaffali con sopra dei libri. La luce penetra da un insieme di finestre ad arco sotto cui stanno posizionate delle panche e un tavolo. Celestino prende un libro e una tavola su cui è cosparsa della cera.

“Vieni, siediti qui vicino a me, ora devi imparare a tenere in mano l’asticella e tracciare i segni che simboleggiano le parole”. A Natal quasi trema la mano prende l’asticella tra le dita “bravo, la sai tenere delicatamente, comincia a fare dei piccoli cerchi e delle linnee”. La voglia di Natal di scrivere è grande, sino ad allora aveva giocato a far segni sulla sabbia della strada o dell’aia, ora ha una tavola di cera, il braccio sinistro è piegato sul tavolo mentre il gomito di quello destro sfiora appena il tavolo mentre la mano guida le dita che tengono l’asticella.

In un sol giorno impara le o, le i e le a. Presto imparerà a fare i fiocchi e i controfiocchi componendo lettere e parole e quando avrà imparato bene potrà passare a scrivere sui rotoli e sui fogli.

Cap. 5

Pubblicato: 8 Maggio 2012 in capitoli

La notte trascorse nel silenzio, con Natal accucciato tra le braccia del padre. Sdraiati su una panca, su cui era posto un pagliericcio, e con una coperta addosso. L’alba del nuovo giorno si annunziò con un suono di campanella. Dopo le vicende della sera prima s’aspettavano che qualcuno arrivasse dal castello. Un frate corse ad aprire e quando dallo spioncino vide quattro uomini a cavallo con le divise e i colori del castello, spalancò il portone per lasciare entrare i cavalieri.

Quello che sembrava il capo del drappello, e l’abate, si scambiarono poche parole.  Tre uomini scesero da cavallo, e mentre uno teneva le redini delle tre cavalcature, due seguirono un frate che si era affacciato da una porta sotto il colonnato. Ne uscirono di li a poco tirando appresso l’uomo della sera prima, quello che Vilnius aveva disarmato.

Prima di allontanarsi con il prigioniero, il capo drappello chiese notizie di chi era colui che aveva bloccato l’energumeno. I frati chiamarono Vilnius per compiacere il comandante. Come lo vide riconobbe Vilnius. Sceso dalla cavalcatura gli andò incontro, gli strinse la mano e lo abbracciò.

“Quanto tempo Vilnius, che fine hai fatto? Dalla battaglia di Aquitano non si hanno più tue notizie.”

“Ho impiegato un sacco di tempo a ritornare a casa, non sapevo che fare dopo quattro anni trascorsi a combattere. Avevo messo da parte un bel gruzzolo tra la paga e la divisione dei bottini. Poi ho deciso di tornare, di riabbracciare mia moglie che da tanto mi aspetta e rivedere mio figlio. Hai visto quel ragazzo laggiù? Si quello è Natal. In mia assenza la madre l’ha occupato facendogli dare una mano al prete del borgo. Ha imparato a leggere. Ha solo otto anni, ma mi dicono che ha un’intelligenza fuori dal comune. Non so se è vero, non me ne intendo. Vorrei studiasse qui tra i frati del monastero”.

“Ma no, prendi tuo figlio,  il carro e andiamo al castello, il Barone vorrà conoscere chi ha salvato la vita al suo figliolo.”

Vilnius non voleva contraddire il capo drappello, lasciò che fosse l’abate a parlare e lo convincesse a lasciare Natal al monastero. In cuor suo il piccolo ardeva dalla voglia di vedere quel castello di cui si parlava in giro. Ma quando i grandi decidono una cosa è inutile cercare di fargli cambiare idea.

Fu così, che la piccola processione si avvia, aperta da due uomini a cavallo, un carro con un uomo cassetta, un ferito nel cassone, un prigioniero legato per i polsi con una corda al carro dietro cui si trascina impedito nei movimenti da una corda che lega insieme le caviglie, e infine chiusa da due altri uomini a cavallo. Il piccolo corteo si avvia lentamente verso il castello. Non è molto lontano, il gruppo di uomini e cavalli vi giunge in meno di un’ora. Hanno attraversato il fiume su una zattera tirata da una corda tra una sponda e l’altra. Da  lontano appaiono prima due alte torri e poi gli stendardi al vento.

Il castello sorge su una rupe. Un’ampia e irta strada, mostra al viaggiatore che giunge da lontano, i tornanti che portavano alle mura.

Il grande portone è aperto e due uomini in armi lo controllano, mentre un esattore seduto davanti a una garitta di mattoni, controlla che ognuno paghi la sua grana di dazio. Questa volta Vilnius non versa nulla, è ospite, la comitiva si avvia verso il lato opposto dello spiazzo dove intanto il barone è apparso. Il carro si avvicina, quel tanto che al nobile sia possibile vedere il corpo esanime del figlio. “Portatelo nell’infermeria al piano terreno, c’è già il medico che se ne prenderà cura come si deve”.

Il medico quando vide il ferito, tirò su le maniche della tunica che lo copriva, si toccò il mento e ordinò all’aiutante di pulire la fronte del giovane. La tumefazione al tatto mostrò una scarsa resistenza. L’osso frontale era rotto. Il giovane avrebbe potuto morire e lui ne sarebbe stato ritenuto responsabile. Rivolgendosi al barone gli riferì la situazione di pericolo in cui versava il figlio. Ne aveva visti tanti morire così ai bordi dei campi di battaglia negli anni andati. Ora l’età non consentiva al medico di prestar soccorso alle truppe in guerra, esercitava l’arte dentro le mura del castello, dove donne, vecchi e bambini ricorrevano alle sue cure e spesso erano gli stessi pazienti a portare le erbe che lui avrebbe essiccato e miscelato nel mortaio. Per il figlio del Barone Tagliaferri non c’era che sperare nella benevola mano di Dio. Per quanto era in suo potere, poteva solo fargli bere delle tisane le cui essenze avrebbero procurato sollievo al corpo inerme immerso nel sonno.

“Che sia fatto il volere di Dio, che aiuti le vostre mani a trovare le erbe giuste”

Poi il barone si girò e rivolto al capo delle guardie disse “seguitemi”. Vilnius, invitato da un cenno dell’amico gli si fece appresso e mentre il capitano entrava nella stanza si fermò a due passi dall’uscio a cui un armato montava la guardia.

“Verin dimmi, dove è avvenuta l’imboscata a Jared?” chiede il barone

“Poco dopo il ponte del Becco, signore” risponde Verin, “andrò io stesso tra poco a fare un sopralluogo”.

“Uhm, il cavallo è stato ritrovato? Sai che quello stallone è già tornato al castello da solo altre volte, che fine avrà fatto?”

“Lo potremo scoprire dall’interrogatorio del bandito”

“E Vilnius come ha fatto a ritrovare mio figlio? Se era in fondo a una piccola scarpata, come ha fatto a vederlo? Ha gli occhi di una lince quell’uomo, chiamalo, fallo entrare”.

Cap. 4

Pubblicato: 2 Maggio 2012 in capitoli

Il frate che stava andando incontro all’intruso, rivolgendosi ai confratelli chiede della corda e un sacco. L”uomo viene rapidamente legato e il sacco usato per coprirlo  dalla testa alla cintola. Lo si sente digrignare i denti, “Frati maledetti, figli del demonio, ve la farò pagare”.

“Che facciamo adesso?” dice una voce.

Quello che si era alzato per primo e che sembra l’abate dice “Portiamolo in una delle celle del sotterraneo,  intanto –  rivolto a un confratello – tu vai al castello e avvisa che mandino qualcuno a prenderlo. Se per il ferito potevamo attendere l’alba, con questo è meglio non fidarsi. Vai!”.

Nell’ombra della sera che avanza, una tonaca incappucciata scende saltellando per la carrareccia. Dove può taglia il percorso per scorciatoie che i suoi sandali conoscono bene e poi sparisce.

“Vi devo delle spiegazioni Vilnius. Siete un brav’omo, me lo avevano detto. Se ho acconsentito ad accettare vostro figlio nel nostro umile monastero, è stato più per le raccomandazioni che ci sono state nei vostri confronti che per l’effettiva necessità di avere un giovane servo da crescere secondo i nostri comandamenti”. Natal guardava  l’abate che parlava al padre, non sentiva le parole, ma il silenzio del padre, non più orco ma guerriero, gli faceva capire che stava dicendo cose importanti.

“Quello che avete portato qui ferito è il figlio del signore del posto. Il Barone Tagliaferri. E’ un uomo di valore, membro della congregazione dei cavalieri dell’Altare, un gruppo temprato da Dio e dalla vita, che si batte per dare giustizia agli uomini in questa terra.”

“Perché mi dite queste cose padre? Non vi ho chiesto nulla.”

“No figliolo, è bene che tu sappia. Non sai cosa stai rischiando” si liscia la lunga barba e riprende. “Il figlio del barone, quello che tu hai soccorso e portato sin qui, è andato via dalla casa paterna un anno e mezzo fa per inseguire la gloria che deriva agli uomini d’armi. E’ il più giovane dei figli, a parte il sangue che gli scorre nelle vene, non avrà diritto alla baronia che per successione spetterà al fratello maggiore. Avrebbe potuto prendere i voti, cosa che fanno in tanti nelle sue condizioni, ma ha scelto le armi e l’avventura solinga. Durante il suo peregrinare si è imbattuto nel gruppo il cui capo hai reso inoffensivo stasera. Il gruppo era composto da tre uomini che stavano terrorizzando le campagne qui intorno, prendendo di mira le case dei contadini. Quelle di famiglie con la presenza di giovani donne erano le preferite. Abusavano sia delle figlie che delle madri, distruggevano le piccole oasi di paradiso che avevano costruito in anni di faticoso lavoro. Una notte il figlio del barone, stava tornando al castello. Percorreva un sentiero largo abbastanza per essere illuminato dalla luna. Immagino i pensieri del giovane che tornava a casa dopo oltre un anno. D’un tratto il silenzio fu interrotto da urla di aiuto e, oltre il fitto del bosco, notò una casa, poco più di una capanna, da cui filtrava una luce rossastra, interrotta dall’ombra di corpi in movimento. Vi si diresse, lasciò il cavallo poco lontano e quando vide due uomini che tenevano un uomo inerme e terrorizzato, mentre un altro  cercava di approfittare della donna a cui aveva strappato i vestiti, non si tirò indietro. Sguainata la spada, appena varcata la porta, fece roteare la lama che stacco di netto la testa di quello che si stava avventando sulla donna. Così han raccontato, ma della testa non c’è traccia e nemmeno del corpo decapitato. Gli altri si dettero alla fuga, a uno stacco un avambraccio di netto. Il Monco ormai lo chiamano, ed è il fratello di quello che stasera hai colpito e disarmato”.

“Quindi padre d’ora in poi avrò da temere per la mia vita. Son legato col sangue al barone Tagliaferri, da anni le mie armi sono al suo servizio, affrontando nemici sconosciuti. Pensavo che dopo la guerra combattuta potessi tornare alla pace della mia casa, invece ora avrò da temere anche nella terra in cui son nato?”

“Temo di si, tu e suo figlio avete un nemico comune. Uno che non vale nulla se non la vita che porta via agli altri. Va, va a riposare ora, vi abbiamo preparato una celletta, non temere stanotte sarete al sicuro”.

“Non so se lo saremo. Se quello è riuscito ad entrare senza conoscere ostacoli…”

“Ho già parlato al confratello che stava alla porta, ha aperto perché a bussare sembrava un pellegrino mendico, la sorpresa è stata dopo. Non accadrà ancora, dormi tranquillo e Iddio ti abbia in grazia.”

Cap. 3

Pubblicato: 21 aprile 2012 in capitoli

Mentre è avvolto nei suoi pensieri Natal sente la voce di pà “ohhh, oh feeerma”. Tira le briglie e le porge al bambino. Nel saltare giù gli raccomanda di non muoversi. Va un po’ dietro al carro, scende nella piccola scarpata e si china verso qualcosa che è lì. Poi, rivolto a Natal, dice “scendi, tira il freno, metti dei sassi davanti alle ruote e vieni qui”. Natal Lo raggiunge e vede che quello accanto a cui si è inginocchiato il padre, è un uomo, che sembra morto. Natal ha paura, le gambe tremano mentre pà gli dice “aiutami, è vivo”. Scende all’indietro, aggrappandosi ai ciuffi d’erba, a piedi nudi, gli zoccoli li ha lasciati sul carro, non servono, anzi sono d’impiccio se devi scendere lungo un dirupo di due o tre metri. Si ferma sul terrazzo naturale dov’è il padre con il corpo sconosciuto. Per quanto possa fare lo aiuta a caricare il corpo sulla schiena per poi risalir la china. Natal si porta avanti, abbassa la sponda del cassone di legno e aiuta il padre a sdraiare l’uomo sulla paglia, il giaciglio dove lui ha dormito sino a qualche ora prima.  Il padre avvicina alla bocca dell’uomo esanime l’otre, e, visto che non beve, sfila un lembo della busciacca, lo bagna e gli inumidisce prima la bocca e poi il viso.

“Torna su Natal, andiamo lo cureranno i frati”.

Ogni tanto Natal si volta indietro a guardate l’uomo che giace sdraiato. I capelli unti gli scendono lungo le guance pallide e una crosta di sangue segna l’attaccatura del cuoio capelluto. Ha le palpebre e gli zigomi tumefatti ma respira. Piano, ma respira.

Poco dopo appare in lontananza il monastero, accoccolato sulla collina. L’ultimo tratto è una ripida salita, Vilnius lascia le briglie al figlio e comincia a spingere il carro per aiutare il mulo che fatica nel tiro. Finalmente il tratto piano sino al portone del monastero.

Il cielo comincia a scurirsi quando pà tira la cordicella che annuncia i viandanti. Un  frate che non mostra il volto a causa del cappuccio abbassato, apre prima una fessura e poi il portone. Con un gesto della mano indica di entrare. Il portone si apre verso l’esterno. Si capisce che sono attesi. Vilnius gli dice che trasporta un ferito e il frate si allontana bisbigliando un “aspettate qui”. Poco dopo torna insieme ad altri due confratelli che si fermano accanto al carro, sollevano il telo. Dopo aver visto in faccia il poveraccio si fanno il segno della croce volgendo gli occhi al cielo.

“Sia benedetto il Signore che vi ha condotto qui, voi sapete chi è questo giovane?”

No, pà non lo sa, il frate non aggiunge altro e si allontana per tornare di li a poco con una coperta dove dopo aver sistemato l’uomo, tutti insieme la sollevano tendendo i quattro angoli. Trasportano il ferito oltre una porta che si apre nel cortile.

Approfittando della loro attenzione per il pover’uomo Natal ha contato quanti passi misura il cortile, che è quadrato e al centro ha un pozzo dove la voce rimbomba e un secchio penzola nel vuoto. Pà è tornato fuori, gli viene incontro “Dormirò anch’io qui stanotte, poi domani all’alba torno a casa”. Natal lo segue per un tragitto che il padre sembra conoscere, entrano in una stanza grande dove ci sono altri frati, seduti su delle panche sistemate ai lati lunghi del tavolo. Tutti col capo chino verso le ciotole da cui attingono il cibo tenendo in una mano un pezzo di pane e nell’altra un sottile cucchiaio di legno. L’uomo e il ragazzo siedono ai due posti lasciati vuoti, fatto il segno della croce e recitata una preghiera di ringraziamento, con voracità divorano il pane e la calda zuppa di legumi e orzo.

All’improvviso la porta da cui sono entrati si spalanca, senza che nessuno bussi o si annunci. Tutte le teste si alzano e tutti gli occhi guardano il nuovo arrivato che, tenendo i denti stretti lascia uscire solo poche parole, “Chi è il pellegrino che ha portato qui Jonan?”

Tutti tacciono, un frate si alza sollevando il cappuccio che svela una testa dai capelli bianchi come la barba che gli copre il mento. Lo guarda in faccia e dice “non sei contento di averlo quasi ammazzato? Cos’è che ti ha fatto il povero Jonan per essere così odiato da te?”

“Senti frate non t’impicciare, ti basta se ti dico che la sua sola colpa è quella di aver incrociato la mia strada? Se non ti basta fattela bastare. Non ci si passa in due per la stessa via. Ma questi perché lo han portato qui? Li avete mandati voi a cercarlo?”

“No, lo han trovato per caso, un cristiano va sempre aiutato, qualunque colpa abbia”.

“Tu, vieni qui” dice rivolto al padre di Natal che sta seduto al tavolo con gli occhi affondati nel tegame. Vilnius non si muove. Il frate che è in piedi fa qualche passo verso lo sconosciuto e questi tirando fuori un pugnale gli dice “fermati, o il tuo buon Dio avrà un fedele servitore in meno”.

Natal vede solo un’ombra sollevarsi tra se e la porta, un’ombra che solleva la ciotola con la mano aperta, la sbatte in faccia all’uomo che, prima che se ne renda conto, riceve il ginocchio di pà all’inguine. Poi mentre le mani cercano di coprire il dolore, un’altra mano gli stringe il polso e gli porta via l’arma. Come una saetta il padre di Natal ora è dietro di lui, gli torce un braccio dietro la schiena e la lama che prima minacciava il frate, ora preme sulla sua gola.

“Non mi importa chi sia o che ti ha fatto, era moribondo, l’ho trovato per strada e l’ho portato qui. Non si uccide un uomo se non c’è una ragione vera, e questa può essere solo per salvarsi la vita. Ha forse tentato di portare via la tua?”. La voce di Vilnius è quasi un sussurro nell’orecchio dello sconosciuto.

“Maledetto! Chiunque tu sia non vivrai a lungo”.

I frati sono tutti in piedi, chi si fa il segno della croce, chi alza le mani al cielo. Natal resta seduto e sembra diventato di marmo.

Cap. 2

Pubblicato: 14 aprile 2012 in capitoli

Ma dove lo nasconde ora sto giocattolo? Da quando Paporco è tornato a casa, Natal non sa più se i suoi nascondigli sono sicuri come prima. Quale posto è migliore della sacrestia dove solo lui abitualmente ci mette mano? Cosi decide che il burattino lo può nascondere nell’armadio, in fondo all’ultimo scaffale in alto, dove nessuno ci arriva e la perpetua non ci va certo a pulire.

Torna a casa quando Gino il campanaro, che Natal ha ribattezzato Gindon per il mestiere che fa, ha lasciato squillare l’ultimo tocco della solista che disperde il suono rimbalzando sui tetti, o cosi pare, visto che il piccolo Natal è raso terra e il suono scende a fontanella, perdendosi infine nei ciottoli del torrente lavato dall’acqua che corre.

“Buon giorno padre” “Ciao Natal, vieni a salutarmi”.

E come gli ha insegnato a fare mà, si avvicina e gli bacia la mano. Paporco non ha più in faccia i peli della prima sera e non puzza, anzi ha lo stesso profumo delle lenzuola pulite. Finalmente lo guarda in tutta la sua figura, poi gira la testa e vede che la tenda è sparita dalla stanza, con lei il suo letto, che è stato trasportato nello stanzino di sopra. Si sente strappato via da quell’angolo di casa che condivideva con la mamma. L’idea di svegliarsi di notte, inseguito dai sogni, lo fa sentire smarrito. L’unico rifugio ad occhi aperti sarà il silenzio del buio. Mangia in silenzio e poi va di sopra.

“Ne ho passate tante e viste altrettanto. Lucia il mondo sta cambiando, non è solo il ferro delle spade che lo conquista, ma la favella, la parola conta e tutto deve essere scritto. I tumuli di terra che mi ha concesso il barone, sono nostri finché campa, ma se muore nessuno potrà fare onorare la promessa fatta da un morto se questa non gli piace,  perciò  questa va scritta. Per tutto il sangue dei mori versato, per tutti quelli che ho squartato e ucciso, quando toccherà a me lasciare questa terra voglio che quel che è mio appartenga sempre al mio sangue.”

Natal ascoltava quelle parole disteso sul ciglio della porta che portava alla scala. Furtivo guardava giù. Pà parlava. Mà, a testa china stava zitta, e lui lì, accucciato che sembrava potesse morire solo per la paura di quello che stava sentendo.

“Ma perché proprio ora che sei tornato? Vilnius, potremmo stare insieme, tutti e tre, gioire finalmente di quello che la vita ci da, riprenderci il tempo che è volato via.”

“No Lucia, vedrai che tra nove mesi o un anno al massimo, Natal lo avrai sostituito con quel che il buon Dio ci manderà, lui nel frattempo potrà imparare a scrivere, so che leggere lo sa già fare, voglio che non debba temere di essere fregato per firme che non sarebbe  in grado di mettere e che qualcun altro potrebbe fare per lui”.

“Ma io l’amo sto figlio! Non portarmelo via! In un monastero con i frati ora che ha solo otto anni. Quando lo rivedrò mi riconoscerà appena, sarò invecchiata, come mia madre con i capelli bianchi. Mi scambierà per la nonna o la zia.” Lucia piangente chiede se non ci sia un’altra via.

No. Sembra che lui ci abbia pensato a lungo negli ultimi mesi, da quando la guerra annunciava la sua fine e per lui l’inizio di nuova vita. Non sfamerà Natal col pane paterno che tempra, farà in modo che mangi altro pane, quello che disseta la mente, che possa imparare a scrivere e tener di conto.

Sono passati tre giorni da quando Natal, attraverso un vetro opaco di lacrime ha visto la scena e le sue mani cercavano di tappare le orecchie mentre la bocca succhiava forte la lingua nel palato per non far uscire suoni. In quei giorni pà era andato spesso a trovare fra Germano ed ora è deciso, Natal andrà a Castagnon tra i frati a studiare.

Il viaggio lo compiono col carro trainato da un mulo, è pà che lo porta a Castagnon. Partono che non è ancora giorno. Pà gli dice che è fortunato, che la sistemazione trovata è stata possibile grazie alle sue conoscenze nella chiesa. Natal immagina la chiesa del  borgo, con il suo campanile stagliato in cielo dove sembra infilarsi quando è azzurro, e che faccia da fuso alle nuvole per tirarne i fili e trasformarle in pioggia. La mamma ha pianto. Per un pezzo li ha accompagnati a piedi stando di fianco al carro che sobbalza tra le pietre sconnesse dell’antica strada. Prima di voltarsi lo ha salutato ancora. Ha sfiorato il suo braccio e avrebbe voluto abbracciarla. Tirandosi indietro  ha pianto, in silenzio. Ancora una volta in silenzio. Non voleva mostrare la sua pena a Paporco che se ne stava con le briglie in mano, un fuscello d’erba in bocca e lo sguardo fisso avanti.

Forse un altro, uno veramente povero, al suo posto sarebbe stato contento di fare quella strada, di andare a trovare calore in un monastero protetto dalle mura alte e dalla mano divina. Fra Germano nel salutarlo gli ha detto di stare a sentire sempre i consigli di chi  avrà l’incarico d’istruirlo, di non aver fretta, di aspettare i momenti giusti per fare ogni cosa.

Com’era diverso dal Fra Germano che aveva frequentato per tutto questo tempo.

Mentre stava a pensare lo coglie il sonno e un sogno. Si trova in un bosco. Non è quello dove è stato tante volte a cercar funghi, erbe o a raccoglier castagne, è un bosco diverso dove le piante sono molto più alte dei castagni che crescono oltre il paese. Un bosco dove gli alberi hanno tronchi che due uomini grandi non riuscirebbero ad abbracciare e i rami vengono giù a sfiorare il terreno. Un raggio di luce filtra tra lo spesso strato di aghi che crescono sui rami che pendono carichi di neve. Mentre cammina scosta i rami, un raggio di sole comincia a muoversi accarezzando la polvere di neve che si sparge al vento. Non è più un raggio di sole appoggiato alla polvere nevosa, ma tante tante farfalle color della luce che si spostano andando verso il cielo e poi d’improvviso tornano indietro, che lo circondano e avvolgono quasi a portarlo via con loro, e diventano acqua poggiandosi a terra. D’improvviso comincia a piovere, una pioggia fitta, le farfalle sono sparite e le sue mani cercano di proteggere la testa dalle gocce che cadono. Una buca nel terreno fa sobbalzare il carro e Natal si sveglia con la testa che penzola oltre il sedile, la mano di pà che lo trattiene e la sua voce, “sta attento Natal che caschi. Se devi dormire sdraiati sul pianale dietro”.

Natal prende il polso del padre con entrambe le mani e si tira su. E’ il primo contatto che Natal ricorda di aver avuto con lui dopo l’abbraccio della prima sera e il rito del baciamano. In tutte quelle occasioni però non era lui che lo cercava. Stavolta il gesto gli rimane impresso. Ha sentito il braccio forte del padre, quello capace di impugnar la spada e farla vorticare contro i nemici, l’ha sentito e si è sentito, una volta tanto e per sempre, protetto da colui che tanto ha odiato, ha stretto forte la sua mano. Non si è mai illuso di poter rammentare per sempre quel gesto, ma così è se a distanza di tempo lo ricorda ancora.

Aiutato dal braccio del babbo è saltato sul pianale, si è infilato sotto il telo che copre la biada che avrebbe sfamato il mulo che tirava il carro. In quel giaciglio improvviso dorme a lungo. Quando caccia fuori la testa il cielo è illuminato dal sole ormai alto. Si stiracchia a dovere per svegliare le articolazioni e mettersi seduto.

Quasi l’avesse sentito, pà si volge indietro, e guardando Natal in viso, mentre il suo sguardo sfugge da lui e si abbassa sul sedile, gli dice “dormito bene?” è quasi ora di mangiar qualcosa” e tira fuori da una sacca una grossa pagnotta che la madre ha cucinato il giorno prima. Infilandosi le briglie sotto una coscia, tira fuori un coltello, taglia una fetta di pane e la porge al figlio. Poi gli da una pera e del formaggio. Altrettanto fa per se. Natal addenta prima la pera poi il formaggio e infine il pane . Mastica lento e deglutisce il tutto. Sembra una polpetta unita dalla saliva, quasi gli resta in gola. Lo stomaco però, ancora vuoto dal giorno prima, spalanca le sue fauci ed accoglie il composto pizzicante di pane e formaggio che la pera addolcisce.

“Hai sete? Tieni bevi”  gli porge un otre di pelle in cui l’acqua si mantiene fresca.

“Prima che faccia buio saremo arrivati, mi raccomando presentati bene, sta zitto quando parlo e non parlare se non ti viene chiesto”.

Gli sembra d’aver trascorso il pomeriggio di quel  lungo viaggio con la testa appoggiata alle ginocchia raccolte tra le esili braccia. Ogni tanto si stendeva e qualche volta si tirava su in piedi, il movimento irregolare del carro lo costringeva a ritornar seduto. Solo silenzio, il rumore delle ruote di legno rivestite in ferro sui sassi e il clip clap degli zoccoli. Ogni tanto, quando un rivolo d’acqua o un ruscello, interrompevano la strada, pà gridava “ohhh feeerma”,  lasciava bere l’animale e un paio di volte ha legato una saccoccia piena di biada al collo del mulo che così ha mangiato. Diverse volte Natal è sceso dal carro per raccogliere lo sterco con una paletta di legno per poi riporlo nella cassetta che c’era sotto il fondale del carretto. L’avrebbero utilizzato a casa, come concime o una volta rinsecchito, per scaldarsi d’inverno o per bollire l’acqua nella pentola di rame appoggiata alla stufa di ferro.

“Non bisogna buttar via niente, la vita e dura e tutto quel che si mangia, anche se finisce in merda, lo si deve utilizzare almeno un’altra volta, pena la fame.”

Ne avrebbe raccolto tanto di sterco nella stalla del convento negli anni successivi. “Che se ne fanno i frati di tutta quella merda mischiata alla lettiera? – sarebbe stato uno dei suoi pensieri –  Che serva ad alimentar le fiamme dell’inferno per tener buono il diavolo?”

Cap. 1

Pubblicato: 11 aprile 2012 in capitoli

Dalla piazzetta dove i contadini di fuori porta accatastavano le ceste con le loro robe, ci passava ogni giorno. Lo sguardo andava dai frutti in esposizione ai carretti senza bestia da soma, troppo costose. Loro le sostituivano trainando curvi, i carretti. Le gocce di sudore che al mattino la salita faceva produrre per lo sforzo, scendevano gocciolando dal mento, e tutto il corpo, madido di sudore, inumidiva le casacche. Il colletto della blusa sollecitava il mento di Natal, soffiava una leggera brezza, una carezza lieve tra i capelli. Avrebbe voluto fermarsi a guardare meglio il gioco di legno di Annibale, il fabbricante di giocattoli, che con ganci e legni faceva vivere i suoi sogni. No fermarsi oggi non poteva, il giorno prima il frate aveva già detto al padre che il ragazzo si perdeva strada facendo. Mamma gli aveva detto che il babbo aveva brontolato.

Il babbo. Quell’uomo conosciuto quando i calzoni, dalla caviglia si erano alzati al ginocchio, lo faceva tremare. I calzoni erano cresciuti insieme a lui, sempre gli stessi, i giorni passavano e loro si accorciavano. Poi una sera un rumore alla porta e al di la dall’uscio, un volto pieno di peli come non aveva mai visto. Mamma che apriva la porta e buttava le braccia al collo dell’orco. Natal guardava la scena a bocca aperta. Come la fiammella del lume a olio, anch’egli tremò un po’ quando  l’uomo entrò in casa. Non sapeva se l’aria dei suoi polmoni avesse continuato ad entrare e uscire, o se si  fosse fermata insieme ai suoi occhi inchiodati su quei due che si abbracciavano. Poi l’uomo lo guarda, gli mostra i denti in un sorriso, gli accarezza i capelli, lo prende in braccio, lo bacia pure e l’unica cosa che sente Natal è la barba ispida che gli punge il volto.

“E’ tuo padre Natal, è lui, è quello che aspettavi”.

“No non è papà” avrebbe voluto gridare fuggendo via, papà doveva arrivare con un cavallo bianco e scortato dai servi. Questo è un vecchio mendicante senza bastone. Dov’è la spada che ha difeso la mia vita dai nemici che lui è andato a combattere? Dov’è il cane che mi avevi promesso avrebbe portato? No, è solo un orso vestito da uomo che bussa alla porta sul finire del giorno”.

Tutte parole che rimasero dentro la pancia, che si contorcevano e dovette correre alla fossa per scaricare quello che non poteva vomitare. Quando rientrò l’orso era seduto sulla panca accanto al tavolo e sorseggiava vino da un boccale. Intanto  mamma preparava una minestra e mentre girava il mestolo nella pentola da destra a sinistra, girava la testa da sinistra a destra, passando dal tavolo a lui alla tenda dietro cui stava il letto dove dopo avrebbero consumato la notte e, come saprà più tardi, a recuperare il tempo perso. Poi la tenda sarebbe stata tolta, insieme al suo letto spostato di sopra, in uno stanzino accanto a quello della serva.

Intanto sta qui, nella piazza,  dove c’è Annibale il giocattolaio, quello che vende cose inutili per i grandi, pianto per i bimbi, distrazione continua dall’oggi e dal domani di Natal.

Il giorno prima aveva chiesto “Annibale quanto vuoi per quel burattino che batte la mani?”

“Un soldo! Lo hai?”

Anche oggi ripete la stessa domanda, e la risposta è uguale a quella del giorno prima. Ma oggi ha con se il suo piccolo tesoro e lo mostra.

“No, ho questi”. Mostrando un sacchetto di iuta dice “sono fagioli, li vuoi in cambio?”, Annibale li prende guardandosi intorno furtivo “va bene, da qua, almeno mangeremo qualcosa”.

Lo sapeva che prima o poi quei fagioli che prelevava poco alla volta dalla dispensa gli sarebbero serviti. Ma come giustificare con mà il nuovo gioco che avrebbe portato a casa?

Non é un problema di adesso. Lo avrebbe risolto dopo. Ora è tempo di correre, non può rischiare che l’asta della meridiana segni il punto in cui le campane devono essere mosse. L’affare con Annibale gli ha portato via pochi attimi.

Felice di stringere nascosto sotto la busaccia il nuovo gioco, corre e salta,  varca la porta della chiesa quasi inciampando nei gradini e finisce ai piedi di fra Germano che chinandosi lo raccoglie come un  cencio smarrito tra i cenci che indossa.

“Calma Natal, non c’è fretta, manca ancora tempo alla messa mattutina. Sta tranquillo, va a prendere l’asta per accendere le candele dell’altare”.

Com’è buono quel giorno il ciccione, non gli fa la solita fretta, accetta il suo “sia lodato” come se nulla fosse.

“Ogni volta che incontri fra Germano, il saluto deve essere sia lodato Gesù Cristo, puoi anche solo dire sia lodato, ma mi raccomando dillo ogni volta, chiaro e forte”.

Quando mamma gli aveva dato le istruzioni per il saluto, tra se e se pensava “Certo, va bene anche il “sia lodato” impersonale, dava l’illusione che fosse rivolta a lui che si crogiola ad assumere un ruolo che non è suo, ma di nostro Signore. Vorrei vederlo fra Germano con la croce in spalla che sale per il Calvario tra sputi, sberleffi e scudisciate. Si sarebbe tolta la tonaca e rinnegato Dio, battendo anche San Pietro in rapidità, non tre ma nove volte avrebbe negato, e non per non essere crocifisso, solo per non dover trasportare quella croce in salita. Si salita, anche in discesa non è che sarebbe stato meglio, avrebbe sentito gli spuntoni del legno sulla schiena. Poveri uomini che si fanno fregio di una croce in cui un altro si è fatto carico di trasportarne il peso.” Il pensiero si forma in fretta nella testa e poi la saliva lo inghiotte prima che le parole gli escano dalla bocca.

Ma non è ancora un filosofo, come dice fra Germano spesso, Natal è solo un bambino che pensa forse un po’ troppo, che parla tanto e che se non impara a metter le briglie alle idee finisce che prima o poi le catene le metteranno a lui, o come corre voce accada lontano da qui, per chi pensa troppo, gli praticheranno la cottura lenta del rogo.

AVVISO

Pubblicato: 9 aprile 2012 in capitoli
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Ho messo un po’ d’ordine in questo blog, che era nato per ospitare un mio racconto. Visto che ci avevo preso gusto, avevo intenzione di scrivere ancora, l’unica cosa è che manca il tempo per poterlo fare.

Una storia in questi mesi stava nascendo, ma così com’era concepito questo blog nn mi sarebbe rimasto che dare vita a un nuovo blog, cosa che non mi andava di fare. Così alla fine approfittando di questo momento di sosta ho copiato i 16 capitoli in una pagina che ho chiamato “L’orologio senza tempo”, così il nuovo racconto che prenderà vita lo pubblicherò qui di seguito e per non trovarmi a dover ricopiare tutto alla fine, lo inserirò anche in una pagina ideata appositamente.

Mi scuso con quanti son passati di qua aspettandosi un seguito o già una nuova storia. Ancora un poco di pazienza e arriva.

Cap. 1 – L’incontro

Pubblicato: 23 settembre 2011 in capitoli

Non capita tutti i giorni ma a volte accade.

Sei appena salito in macchina, hai fatto rinfrescare l’abitacolo dal climatizzatore per non soffrire il gran caldo del primo pomeriggio, e all’incrocio con la SS113, mentre sei fermo per dar la precedenza e poi svoltare a destra, un volto abbronzato, sorridente e segnato dagli anni, con modi gentili ti chiede di abbassare il finestrino.

Guardi il termometro della temperatura esterna che indica 36° e nel contempo pigi l’interruttore che comanda l’abbassamento del vetro.

Che vai a S.Tardino? Me lo dai un passaggio?”.

Rispondo “si” e apro la portiera.

Il tragitto è breve, un otto chilometri. Devo passare all’ufficio postale, l’unico in zona aperto al pomeriggio.

Dopo i normali convenevoli e le considerazioni sul caldo che opprime, chiedo alla parte diffidente di me se ho fatto bene a dare un passaggio allo sconosciuto.

E se fosse un uomo affetto d’alzhaimer in fuga o in cerca di qualcuno o qualcosa presente solo nella sua testa?

Quasi svolto a destra per tornare indietro con la scusa di aver dimenticato qualcosa.

Penso anche che, se vado piano, con la scusa che si è fatto tardi posso invertire il senso di marcia e riportarlo a casa dopo il mio impegno.

Dopo un breve silenzio chiedo “ma come si fida a chiedere un passaggio al primo che passa?”

e che vuoi che mi facciano alla mia età? Mica vado in giro coi milioni. E tu come ti fidi a dare un passaggio al primo che incontri?
Non posso farla a piedi, lo faccio almeno due tre volte la settimana, l’autobus è solo al mattino presto, e per l’andata un passaggio lo
trovo sempre, ho ottantadue anni, sono nato e cresciuto a S.Maso e tutti mi conoscono. Tu di dove sei?”

Facile dire tutti quando vivi in un paesino di poche migliaia di persone, che sono cresciute insieme a te e alle case del paese, sotto lo sguardo vicendevole e attento dei vicini, che spesso son parenti o comunque amici, se non fosse per qualche raro battibecco, non come per i coinquilini di un condominio metropolitano che, si avvicendano in una casualità che li rende sconosciuti agli altri e un po’, anche a se stessi.

Intanto rispondo che anch’io sono di S.Maso, abito in via Verdi, vicino al fornaio e lui pronto “e parli con quell’accento? Non sei di qui, sei qui in vacanza. Non si può essere di un posto se non conosci la gente, se non parli come loro”. Capisco che vuol sapere dove vivo, dove lavoro. Gli dico il posto che non conosce neanche per sentito dire, ma quando specifico in provincia di Bergamo, accenna ad anni lontani passati in continente, aggiungendo che anche lui abita vicino al fornaio, dalla parte opposta.

Tanto mi basta per fugare ogni dubbio che non si tratti di un caso di alzhaimer.

Scopro che è un mio vicino di casa, anzi dirimpettaio. Mannaggia alle auto che chiudendoci in un guscio non ci fanno conoscere la gente. In un posto ci passi le vacanze per quattro o cinque anni di fila e alla fine conosci soltanto le strade e non chi ci vive.Ci si interroga vicendevolmente. Mi chiede che lavoro faccio e come mai sono in quel paesino. Rispondo a tutte le domande volentieri. Lui parla di se e dei figli.

E al ritorno che fate?”

“Al ritorno se non trovo nessuno dei compaesani, prendo la corriera. La fermata è lì vicino alla scuola – dice indicando con un gesto del capo -, alle 19.30, minuto più minuto meno, prendo e torno a casa”.

Guardo le mani di Saro, sono grandi, tipiche di chi sin da piccolo le ha usate tanto per conquistare quel che necessita alla vita. Nella stretta confidenzialmente informale, la mia è spartita nell’involto di palmo e dita.

Lavorava i campi mi dice, e come immaginavo, da piccolo non ha frequentato scuole oltre la terza elementare, per imparare a leggere e tener di conto. Un lusso per quei tempi magri. Lui aveva da aiutare la mamma, c’eran da far pascolare le pecore e,appena le ossa si son fatte solide, vanga, pala e piccone a massaggiar la terra.

Il padre dall’Albania non aveva fatto ritorno. Deportato a Mathaussen, dice facendo il segno della croce e baciando le dita, per chiudere le labbra in un liturgico amen.

Parcheggiata l’auto vicino alla posta ci si saluta con un arrivederci.

Il giorno dopo lo vedo dal balcone di casa mentre sta nel suo giardino ad intrecciare fili come tessesse una rete. Approfitto per scendere a portare nei cassonetti carta, vetro e plastica.

Buongiorno Saro, come va?”

“Ciao, vedi prima non ci si conosceva, ora ci si vede tutti i giorni”.

Come si fa stretto il tempo quando due persone che si rivedono due volte di fila, diventano già un sempre.

Che state a fare? Oggi niente giro in città?”.

Mi invita ad entrare in giardino.

“Un minuto, butto questi e son di ritorno”.

Un bicchiere di fresco latte di mandorla mi fa gustare l’ombra di quell’angolo coltivato a vite in pergolato.

Parliamo del più e del meno. Dei figli che vanno, dei nipoti che arrivano.

A un certo punto mi dice che l’indomani andrà a Palermo per delle pratiche in Prefettura.

Gli chiedo con che mezzi ci va, e mi risponde che la corriera è tutti i giorni alle 6,30.

Visto che anch’io devo andare nel capoluogo, chè alle 14,00 arriva un parente con un volo, mi offro di accompagnarlo approfittando così per fare un giro nella grande città.

Accetta con un largo sorriso di occhi e bocca e ci si da appuntamento per l’indomani alle 7,00.

Dal balcone lo vedo in strada già cinque minuti prima. Un saluto in casa e sono giù.

L’invito a prendere un caffè al bar sortisce l’effetto di non riuscire a far accettare i miei centesimi al barista. Saro qui è di casa e offre lui.

Cap. 2 – il viaggio

Pubblicato: 23 settembre 2011 in capitoli

Al casello prelevo il tagliando di transito, il semaforo passa dal rosso al verde e contemporaneamente la sbarra bianco rossa si alza lasciando libero accesso alla rampa d’accelerazione.

I finestrini sono chiusi e il climatizzatore fa sentire i piacevoli effetti nell’abitacolo.

Saro ha lasciato da un pezzo la maniglia che c’è tra la copertura e la portiera e a cui si era aggrappato nel salire. A braccia conserte guarda avanti, inseguendo con gli occhi il ciglio della strada che scorre all’indietro. Nello specchietto vedo i suoi occhi rincorrere i cartelli sulla sinistra e quando l’angolazione diventa impossibile, riposizionarsi diritti.
Proprio come il movimento degli occhi dei passeggeri del metrò alle fermate, che scrutano la panchina rincorrendo le immagini alla velocità del treno, e da dietro le facce anonime spuntano i manifesti familiari delle pubblicità della tv.

Bella ferma questa macchina, non si sente una vibrazione. A quanto va?”.

Fa i 190, secondo la casa costruttrice, ma non l’ho mai verificato, con questo benedetto limite dei 130 kmh, gli autovelox, il tutor e il non si sa mai, mi tengo sotto il limite per conservarmi un’accelerazione di 10 kmh, da usare in in caso di sorpasso”, e tra me e me penso che quasi quasi è più emozionante guidare il vecchio caro Panda che, senza airbug e barre di protezione laterale, senza abs e stabilizzatori elettronici vari, ha lo stesso limite di velocità.

D’altronde è più facile controllare tutti quelli che superano i limiti, piuttosto che rilevare e poi verificare il tipo di auto, per stabilire se ha infranto il codice stradale. I cartelli devono essere uguali per tutti, come le leggi. Anche se non è del tutto vero, perchè i pullman hanno il riduttore di velocità che li inchioda ai 100 all’ora.

Mentre penso, sento la voce del mio passeggero che dice “Cefalù, abbiamo passato Cefalù. Arriveremo presto a Palermo. La Prefettura sarà ancora chiusa.”

Tranquillo Saro, siamo ancora a Cefalù, strada ne manca ancora e poi in città il traffico del mattino è caotico. Comunque penso che arriveremo non prima delle 9,00”, e aggiungo “ma perché non avete affidato la pratica a un patronato? Loro hanno una corsia preferenziale, l’assistenza è gratuita e vi risparmiavate un sacco di pensieri”.

Hai ragione tu che vivi al nord, qui le cose è meglio se uno se le sbriga da solo, magari finisce come a un mio compare che ha avuto un arretrato d’indennità fermo sei mesi perché mancava una marca da bollo.”

No, non ci credo. E non l’hanno avvisato?”.

Ride “Ci vuole qualcuno che giri le carte per accorgersi di una cosa, le carte non parlano e se non le sfreghi non fanno rumore, son zitte”.

Arriviamo al casello d’uscita di li a poco. Saldato il conto del pedaggio autostradale, percorriamo ancora qualche chilometro penetrando senza farci caso in città.

Brava sta signorina che ti dice tutte le strade da prendere, così non si sbaglia e non si perde tempo a leggere mappe e a chiedere in giro”, dice riferendosi al navigatore satellitare, “funziona anche andando a piedi?”.

“Si, ha una batteria che dura circa un’ora, io lo uso sopratutto per ritrovar la macchina dopo che l’ho parcheggiata. L’ultima volta che non avevo memorizzato il punto del parcheggio ho penato un’ora prima di ricordarmi dove l’avevo lasciata”.

Difatti scesi dall’auto tocco lo schermo per memorizzare la posizione e spengo, anche se via Roma è facile da ricordare.

Sono da poco passate le nove ed entriamo in prefettura. Lui sa dove andare, saliamo con un ascensore al secondo piano e mentre lo aspetto in un corridoio lui entra in una stanza da dove esce dopo pochi minuti con una faccia che tradisce la delusione di chi deve ancora aspettare per avere le risposte che voleva.

Sai forse accetto il tuo consiglio e mi rivolgo a un patronato, però serio, non di quelli che ingarbugliano anziché sbrigare le faccende.”

Così dicendo torniamo fuori nella piazza con la fontana circondata da statue di fauni e mitologie varie. In via Maqueda giriamo a sinistra.

Vieni – mi fa – voglio mostrarti un negozio, è qui vicino”.