Salvatrice, detta Salvina,
non ci sei più, inconcepibilmente.
Il tuo braccio rattratto,
il tuo passo breve e sbilenco,
le tue nuove scarpe ortopediche:
tutto svanito nel nulla.
Mi appare assurda, impossibile,
è un errore dei sensi
la tua assenza, qui nella tua casa.
Eri storta, monocola, emiparetica,
litigiosa, testarda, incorreggibile.
Tutta colpa di un maledetto ostetrico,
del forcipe, di quel parto distocico.
Invidiavo la tua vitalità,
mi affascinava il tuo vigore
di massaia solerte, poi scemato
per le malattie e per l’età.
Quanto ci commuoveva, noi diversi,
la tua estrema fragilità
corazzata di determinazione!
Ma la tua ostinata ribellione
alla mia stolida saggezza,
come la potevo sopportare?
Dispute e divergenze di vedute
erano inammissibili, tra me e te,
perché io ero il tuo tutore
e tu, così pugnace e risoluta,
eri pur sempre una minorata
sottoposta alla mia protezione.
Credevo di vedere con chiarezza
quale fosse il tuo bene,
ma ora che i tuoi occhi sono spenti,
sorella, io non vedo e non so niente.
Mi manca il tuo sguardo di bambina
sulle cose, mi manca il mondo intero.
Eri tu ad avere ragione.