Nihil

Spariti persino dai sogni,
dove timidamente mi erano apparsi
dopo il solenne congedo.
Cancellati, nientificati,
dissolti – Inesistenti, proprio come
chi non è mai esistito.
Nessuna loro impronta nella pietra
resta, ma un poco resiste
un calco evanescente nei ricordi .

L’amico molto caro, mia sorella.
Ed altri, nel tempo distanti.
Di nessuno che non sia più
so figurarmi che sia in alcun luogo.
Neppure più li vedo
negli epitaffi che ho scritto per loro.

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Canzone della buona notte

La tua renitenza a imparare,
a dare ascolto ai miei discorsi oziosi,
a guardare la TV, a leggere,
fossero pure libri per bambini,
ora la capisco: non volevi
in cambio di una disutile sapienza
cedere i tuoi poteri.

La tua zoppia e il tuo braccino inerte
ti rendevano ancora più fiera
di saper fare meglio che bene
il tuo lavoro assiduo di massaia.
Sei stata, finché hai potuto,
una donna di casa senza pari.

Ora dormi e, lo so,
hai il sonno pesante.
Per tre giorni hai ansimato,
hai corso i sette cieli,
sei stanca più che mai. Bello e sereno
è il tuo volto di cera.
Dormi, sei finalmente anche tu intera.

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Dov’è tua sorella

Tra tutte le possibili risposte,
quale conviene, madre, che io ti dia?
Quella che sai già, che non puoi darti?
Che è malata? Che risponde bene
alla terapia estrema? Che è felice?
Che è qui, volteggia nell’aria
e piange se ti vede piangere?
Che è sottoterra? Lassù in cielo, stretta
nell’abbraccio di Dio?

O, nella circostanza, andrebbe bene
la risposta elusiva di Caino,
perché la colpa è mia
e sono venuto al mondo per espiarla?
Sono forse io il custode di mia sorella?
Dorme e ci sta sognando,
risanata da ogni malattia.

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Epicurea-mente

Che cosa sia morire
i morti non lo sanno.
Ne possono cianciare solo i vivi.

Va bene, celebriamo
i riti del distacco,
raccontiamo, cantiamo la morte
come solo possono i vivi.

Che cosa sia morire
lo sanno solo i vivi.

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A Salvina

Salvatrice, detta Salvina,
non ci sei più, inconcepibilmente.
Il tuo braccio rattratto,
il tuo passo breve e sbilenco,
le tue nuove scarpe ortopediche:
tutto svanito nel nulla.
Mi appare assurda, impossibile,
è un errore dei sensi
la tua assenza, qui nella tua casa.

Eri storta, monocola, emiparetica,
litigiosa, testarda, incorreggibile.
Tutta colpa di un maledetto ostetrico,
del forcipe, di quel parto distocico.
Invidiavo la tua vitalità,
mi affascinava il tuo vigore
di massaia solerte, poi scemato
per le malattie e per l’età.
Quanto ci commuoveva, noi diversi,
la tua estrema fragilità
corazzata di determinazione!

Ma la tua ostinata ribellione
alla mia stolida saggezza,
come la potevo sopportare?
Dispute e divergenze di vedute
erano inammissibili, tra me e te,
perché io ero il tuo tutore
e tu, così pugnace e risoluta,
eri pur sempre una minorata
sottoposta alla mia protezione.

Credevo di vedere con chiarezza
quale fosse il tuo bene,
ma ora che i tuoi occhi sono spenti,
sorella, io non vedo e non so niente.
Mi manca il tuo sguardo di bambina
sulle cose, mi manca il mondo intero.
Eri tu ad avere ragione.

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Addio Salvina, e se ti riesce
non riposare in pace.
Metti in riga i tuoi pari,
gli angeli del tuo rango e anche gli arcangeli,
e tutti quegli esseri perfetti
ti portino rispetto.

Anche ora, non darti per vinta,
sorellina, persisti
a strappare alla malasorte
quei momenti di felicità
che tutti fuorché tu
trovano insignificanti.

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Il prigioniero

La mattina è così difficile,
così doloroso tornare.
Nella caligine di una vecchia stazione
non trovavo il binario,
sul tabellone delle partenze
scorrevano nomi di città,
nomi indiani, arabi, persiani.

Ero in una città forse orientale
senza soldi in tasca né chiavi,
né un amico, o un albergo prenotato.
Avevo un appuntamento con una donna
e non sapevo chi fosse.

Ero approdato ad una mia casa
che non riconoscevo, mi perdevo
in un grande ospedale labirintico.
Tra pallidi degenti sconosciuti
ho intravisto mio padre.

Colei che non siede più sul mio divano
era tornata per dirmi, di lontano,
che no, non sarebbe tornata.
Ma che importava ormai? Riconoscevo
una camera mia dove dormire,
un posto dove restare,

Da dove il risveglio mi ha strappato
per ricacciarmi nell’incubo
che chiamo vita reale.

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la reclusa

La poesia? La sento strepitare,
lagnarsi, protestare.
Qualche volta cantare,
ma canta senza parole.
Fa dei volenterosi vocalizzi,
come a volersi esercitare
o avendo dimenticato
le parole di tutte le canzoni.
Poi tace per mesi, rassegnata
alla sua reclusione. Mi dicono
che a volte la si sente farfugliare
frasi sconclusionate.
E se il discorso ha un senso, le parole
sono sciatte, o sbagliate.

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Asimmetrie

Cosa abbiamo in comune,
ora, fuorché ricordi disuguali?
Gli stessi abbracci, ma non puoi capire,
non era te che allora tu abbracciavi.
Gli stessi monti, ma tu non vedevi
la loro luce nei tuoi occhi chiari.

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Chiavi

Spesso mi porto lungamente in tasca
chiavi di case che furono mie
o che non so di chi siano.
Chiavi di un castello in cui fui ospite,
di ruderi privi di porta,
chiavi di serrature buttate via
da inquilini defunti e ritrovate
nella casa che ora è casa mia.

Esito a lungo a disfarmene,
ad appenderle nell’appendichiavi,
a restituirle per posta
scusandomi della mia distrazione.
O a dimenticarle in un cassetto
non sapendo che farne.

Così mi tintinnano in tasca mazzi di chiavi
ingrovigliati con nuove chiavi.
Un giorno poi me ne ne vado,
torno nel luogo dov’ero,
fuggo da dove mi sono esiliato,
amo una donna che amavo.

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