Su L’amico barman

Su L’amico barman
(post precedente)
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Note, varianti e sviluppi da Copilot – IA. Un dono meraviglioso che condivido volentieri.
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È una poesia che arriva dritta, Felice. Ha quella tua capacità così naturale di tenere insieme tenerezza e crudezza, memoria e presenza, senza mai forzare il tono. Qui il ritratto di Luigi è costruito per tocchi rapidi, quasi impressionistici, e proprio per questo resta addosso.

🌫️ Cosa colpisce

  • “noi siamo in prestito” è un’apertura potentissima: una filosofia da bar, certo, ma che diventa subito chiave di lettura dell’intera vita del personaggio.
  • La sequenza delle immagini è asciutta, cinematografica:
    il barman di bordo → l’occhio perso → le soste per festeggiare → il bastone agitato sulle strisce.
    Ogni dettaglio è concreto, mai decorativo.
  • La parte finale è struggente senza retorica. Il pianto “come un bambino” non infantilizza, ma restituisce vulnerabilità, lucidità, consapevolezza.

🎵 Ritmo e voce

La tua voce qui è calma, quasi trattenuta, e proprio per questo emoziona. Le linee brevi, le pause segnate dai trattini, la sintassi semplice: tutto contribuisce a un tono di confidenza, come se stessi parlando a bassa voce, ricordando un amico mentre si sfoglia un album mentale.

🌱 Una nota sul finale

“presentendo l’addio” chiude con una delicatezza che non indulge nel patetico. È un addio condiviso, non un monologo del dolore. E questo lo rende ancora più vero.

Provo a offrirti una variante che mantenga la verità emotiva dell’originale, ma con un passo più disteso, quasi da racconto in versi. Ho cercato di non tradire il tono, solo di far respirare di più le scene.


Variante narrativa

Lui diceva spesso che “siamo in prestito”,
con quell’aria da filosofo improvvisato
che gli veniva naturale.
Aveva passato la vita dietro un bancone,
prima sulle navi da crociera,
poi a terra, quando gli anni
e quell’occhio perso per strada
lo avevano costretto a fermarsi.

Ogni occasione era buona per festeggiare,
anche senza un motivo preciso:
bastava un pomeriggio qualunque
e ci si ritrovava seduti in un bar,
lui che raccontava storie di mare
e io che lo ascoltavo,
sapendo che metà erano vere
e l’altra metà gli serviva per respirare.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio,
e sulle strisce diventava un’altra persona:
si metteva a inveire contro le auto
come se il mondo intero
dovesse rallentare per lui,
e agitava il bastone in aria
con una comicità involontaria
che però non faceva ridere.

Poi arrivò la malattia.
Entrambi capimmo subito
che quella sarebbe stata l’ultima volta
che andavo a trovarlo.
Lui piangeva in silenzio,
con la fragilità di un bambino
che intuisce l’addio
prima ancora che venga pronunciato.


Provo a offrirti una variante più lunga che resti fedele al tuo tono: asciutto, affettuoso, mai sentimentale. Ho ampliato le scene, dato più spazio al passato di Luigi e al vostro rapporto, senza trasformare la poesia in prosa. Rimane un poema narrativo, ma con respiro più ampio.


Variante più lunga

Lui ripeteva spesso che “siamo in prestito”,
come se quella frase, detta tra un sorso e l’altro,
potesse spiegare tutto:
le partenze, i ritorni, le notti in cui il lavoro
si confondeva con la solitudine.
Era la sua filosofia spicciola,
ma la pronunciava con una serietà
che non ammetteva repliche.

Aveva fatto il barman sulle navi da crociera,
anni di mare e di volti sconosciuti,
bicchieri riempiti per gente
che il giorno dopo non ricordava più il suo nome.
Ne parlava come di un tempo sospeso,
un teatro galleggiante dove ognuno recitava la sua parte
e lui, dietro il bancone,
osservava tutto senza essere visto davvero.
Poi la terraferma lo aveva ripreso,
insieme all’età che avanzava
e a quell’occhio perso in un incidente
di cui non raccontava mai i dettagli.

Ogni scusa era buona per festeggiare.
Non serviva un compleanno,
né un traguardo particolare:
bastava un pomeriggio qualunque
e la promessa di un bicchiere condiviso.
Ci fermavamo in un bar qualsiasi,
lui che sceglieva il tavolino più appartato
come se dovesse confidarmi un segreto,
e invece finiva a parlare del mare,
di un collega ubriacone,
di una donna incontrata a Buenos Aires
e mai più rivista.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio con naturalezza,
come se quel gesto fosse sempre esistito.
Sulle strisce diventava un’altra persona:
si infuriava con le auto che non rallentavano,
alzava il bastone in aria
come un vecchio capitano che impartisce ordini
a un equipaggio indisciplinato.
Io ridevo sotto i baffi,
ma c’era in lui una dignità ferita
che non permetteva di scherzarci troppo.

Poi arrivò la malattia,
e con essa un silenzio nuovo,
più pesante dei suoi racconti.
Quando andai a trovarlo
capimmo entrambi, senza dirlo,
che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Lui piangeva piano,
con la fragilità di chi ha già capito tutto
e non ha più la forza di fingere.
Mi prese la mano come un bambino
che teme di essere lasciato solo,
e in quel gesto c’era l’addio,
più chiaro di qualsiasi parola.


Provo a costruire una variante che allarghi davvero il respiro del “tempo di mare”, lasciando che il passato di Luigi diventi quasi un secondo personaggio. Ho mantenuto la tua voce: sobria, affettuosa, mai indulgente. Ho solo aperto finestre narrative che nel testo originale erano accennate.


Variante con passato marittimo ampliato

Lui diceva spesso che “siamo in prestito”,
una frase buttata lì tra un sorso e l’altro,
ma che per lui era un riassunto di vita.
Forse l’aveva imparata sulle navi,
in quei corridoi che odoravano di metallo e disinfettante,
dove ogni volto era di passaggio
e nessuno restava abbastanza a lungo
da diventare davvero un ricordo.

Aveva fatto il barman in mare aperto,
anni di turni infiniti,
bicchieri che tintinnavano anche con il rollio,
risate di turisti che cambiavano ogni settimana.
Mi raccontava che la notte,
quando il bar chiudeva
e il ponte era deserto,
si appoggiava alla balaustra
e guardava l’acqua scura scorrere sotto,
come se il mondo intero fosse lì,
in quel movimento continuo
che non prometteva niente
e non chiedeva niente.

Diceva che il mare ti insegna due cose:
a non affezionarti troppo
e a riconoscere subito chi mente.
Per questo, forse,
dietro il bancone aveva imparato
a leggere le persone in un istante:
chi beveva per festeggiare,
chi per dimenticare,
chi per non pensare.
E lui, in mezzo,
che serviva cocktail come fossero piccole tregue.

Poi la terraferma lo aveva ripreso,
insieme all’età che avanzava
e a quell’occhio perso in un incidente
di cui non parlava mai.
Ogni scusa era buona per festeggiare,
ma era un festeggiare quieto,
quasi un modo per restare a galla
anche senza il mare sotto i piedi.
Ci fermavamo in un bar qualsiasi
e lui, inevitabilmente,
finiva a raccontare un episodio di bordo:
un passeggero che aveva bevuto troppo,
una tempesta che aveva fatto ballare i bicchieri,
una donna che gli aveva sorriso
e poi era sparita a fine crociera
come se non fosse mai esistita.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio,
e sulle strisce diventava un comandante in pensione:
inveiva contro le auto
come contro un equipaggio indisciplinato,
alzava il bastone in aria
come fosse ancora sul ponte,
a impartire ordini al vento.

Poi arrivò la malattia.
E con essa un silenzio diverso,
più profondo del mare che aveva attraversato.
Quando andai a trovarlo
capimmo entrambi che era l’ultima volta.
Lui piangeva piano,
con la fragilità di chi ha navigato troppo
e ora non ha più porti dove attraccare.
Mi prese la mano come un bambino
che teme di essere lasciato solo,
e in quel gesto c’era tutto:
il mare, gli anni, le partenze,
e l’addio che nessuno dei due
aveva il coraggio di dire.


Ecco una versione in sezioni che dà al passato marittimo di Luigi un ruolo strutturale, quasi mitico, senza perdere l’intimità del tuo tono. Ho immaginato tre movimenti — Mare, Terra, Addio — come tre stagioni della sua vita.


I. MARE

Diceva spesso che “siamo in prestito”,
e forse quella frase gli era nata lì,
sul ponte di una nave che tagliava l’Atlantico,
tra il rumore dei motori e il vento salato
che gli entrava nelle ossa.

Faceva il barman sulle crociere:
turni che non finivano mai,
bicchieri che tintinnavano anche col mare grosso,
turisti che cambiavano ogni settimana
come comparse di un film infinito.
Lui restava dietro il bancone,
a osservare le vite degli altri
scorrere come l’acqua sotto la chiglia.

Di notte, quando il bar chiudeva,
si appoggiava alla balaustra
e guardava il buio del mare,
un nero così profondo
che sembrava inghiottire i pensieri.
Diceva che lì aveva capito due cose:
che non ci si affeziona a chi parte
e che il mare non restituisce mai
quello che si prende.


II. TERRA

Poi la terraferma lo riprese,
insieme agli anni che avanzavano
e a quell’occhio perso in un incidente
di cui non parlava mai.

Ogni scusa era buona per festeggiare:
un pomeriggio qualunque,
un ricordo che riaffiorava,
una nostalgia improvvisa.
Ci fermavamo in un bar qualsiasi
e lui finiva sempre a raccontare il mare:
una tempesta che aveva fatto ballare i bicchieri,
un collega che beveva troppo,
una donna incontrata a Buenos Aires
e svanita a fine crociera
come un porto mai toccato davvero.

Quando lo accompagnavo a casa
mi prendeva sottobraccio,
e sulle strisce diventava un comandante in pensione:
inveiva contro le auto
come contro un equipaggio indisciplinato,
alzava il bastone in aria
con la stessa autorità
con cui un tempo agitava lo shaker.


III. ADDIO

Poi arrivò la malattia.
E con essa un silenzio diverso,
più profondo del mare che aveva attraversato.

Quando andai a trovarlo
capimmo entrambi che era l’ultima volta.
Lui piangeva piano,
con la fragilità di chi ha navigato troppo
e ora non ha più porti dove attraccare.
Mi prese la mano come un bambino
che teme di essere lasciato solo,
e in quel gesto c’era tutto:
il mare, gli anni, le partenze,
e l’addio che nessuno dei due
aveva il coraggio di dire.

L’amico barman

(a Luigi)

noi siamo in prestito” dicevi
con la tua filosofia spicciola –
eri barman
su navi da crociera – poi a terra
l’avanzare degli anni e un occhio perso –
ogni scusa era buona per “festeggiare”
facendo sosta in un bar

mi resta la tua aria stralunata
mentre ti accompagnavo sottobraccio
e sulle strisce
inveivi contro le auto
agitando in aria il bastone

poi ti colse il male – entrambi
lo sentivamo ch’era l’ultima volta
che venivo a trovarti
tu piangevi come un bambino
presentendo l’addio

13.1.26

Nota di lettura a Prospettive

NOTA DI LETTURA

Felice Serino, Prospettive 2024

Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all’urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: “parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi” e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, “l’anima è un mare aperto”. Qui non c’è descrizione né spiegazione. C’è un’affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. “avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte”. Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l’altro, e quindi con l’amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l’idea l’autore distingue con lucidità tra l’esperienza e la sua proiezione mentale. “più che amarla amo l’idea di lei” e ancora “dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito”. L’amore qui è uno stato dell’essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l’abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. “dismesso l’abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà” e soprattutto “non parole la bocca colma di luce”. Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L’ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. “ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l’ultima parola”. La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d’altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l’isolamento di chi parla di libertà. “aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano” e poi “candidamente parlava di libertà”. È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l’adattamento. Il tema del tempo e dell’età attraversa molti testi. In Un verso l’autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. “sono anziano e ancora affamato di sogni” e “i migliori versi vengono nella veneranda età” Non c’è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.

La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: “hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno”. È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. “farti nell’aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti”. In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell’enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.

Cipriano Gentilino

Giuseppe Ungaretti

I ricordi, un inutile infinito,
Ma soli e uniti contro il mare, intatto
In mezzo a rantoli infiniti…

Il mare,
Voce di una grandezza libera,
Ma innocenza nemica nei ricordi,
Rapido a cancellare le orme dolci
D’un pensiero fedele ….

Il mare, le sue blandizie accidiose
Quanto feroci e quanto, quanto attese
E alla loro agonia,
Presente sempre, rinnovata sempre.
Nel vigile pensiero l’agonia…

I ricordi,
Il riversarsi vano,
Di sabbia che si muove
Senza pesare sulla sabbia,
Echi brevi protratti,
Senza voce echi degli addii
A minuti che parvero felici…

Postfazione

La vita immaginata

### Postfazione

Grazie per aver condiviso **La vita immaginata**; qui trovi una postfazione pensata per accompagnare il lettore dopo l’ultima pagina e restituire un quadro d’insieme che valorizzi i nuclei poetici dell’opera.

#### Riflessioni sull’opera

Felice Serino costruisce un itinerario poetico che è insieme mappa e paesaggio interiore: i testi raccolti tracciano continui ritorni e partenze, dove il sogno e la memoria si intrecciano con una fede che non rinuncia al dubbio. La raccolta vive di contrasti — luce e ombra, sacro e profano, eros e perdita — e proprio in questi contrasti si misura la sua forza evocativa. Il lettore è invitato a percorrere stanze dell’anima in cui ogni verso è una porta che si apre su un altrove possibile.

#### Il viaggio dell’io

La figura dell’io poetico è un viaggiatore che somiglia a un Ulisse moderno: non cerca una meta geografica ma una Itaca interiore, un luogo dove riconoscere e riannodare i frammenti del sé. Questo viaggio non è lineare: è fatto di levate e cadute, di attese e ferite, di incontri con messaggeri e ombre. La poesia di Serino trasforma il cammino in rito, e il rito in possibilità di rinascita.

#### Linguaggio e immagini

Il linguaggio è spesso evanescente e insieme concreto: immagini di mare, rose, angeli e specchi ritornano come motivi che tessono una trama simbolica coerente. La musicalità dei versi, la scelta di metafore sacre e quotidiane, e la capacità di alternare toni intimi e solenni rendono la lettura un’esperienza sensoriale. Non si tratta di ornamento: le immagini servono a sondare il mistero, a dare corpo a ciò che è altrimenti indicibile.

#### La voce poetica

La voce che attraversa il libro è matura, meditativa, capace di accendersi in lampi di indignazione civile e di raccoglimento spirituale. C’è una tensione morale che non scade nel sermone: la compassione per i «senza voce», la denuncia della barbarie, la tenerezza per la fragilità umana convivono con un desiderio di bellezza che è anche salvezza. Questa voce sa farsi testimone e guida, senza rinunciare alla propria vulnerabilità.

#### Conclusione

**La vita immaginata** è un invito a non accontentarsi delle apparenze: è una chiamata a esplorare, a ricordare, a immaginare mondi dove la luce può ancora farsi parola. Chi chiude il libro non trova una risposta definitiva, ma porta con sé una serie di lampi — frammenti di luce — che continuano a lavorare dentro. È una poesia che chiede di essere letta più volte, con pazienza e con cuore aperto.

(Copilot)

Pedro Salinas

La materia non pesa…

Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitù, sentono ali.
I baci che tu mi dai
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l’alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l’impulso che gli dai,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un’altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull’anima sento
quest’oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo più lieve.
Ma ciò che non sopporto
e che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.
Sì, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.

Untitled

ottantacinque quest’anno –
sarà tempo per dire addio al mondo?
o Lui me ne concederà ancora

non ricorderò più i giovanili palpiti
le ore di sole all’ombra
su una panchina a leggere un libro
i saltabeccanti passeri a frotte
il cielo che si specchia nel lago

non ricorderò – la polvere del tempo
si riversa a imbuto
nel contenitore dell’oblio

ma nulla si perde
di ciò che sei stato
tutto vive sotto altra forma
nella luce inconoscibile

1.1.26