“Una cultura fissata con la magrezza femminile non rappresenta un’ossessione per la bellezza femminile, bensì per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne: una popolazione placidamente folle è più facile da gestire”.
Naomi Wolf in Il mito della bellezza

I disturbi alimentari si caratterizzano per un rapporto anomalo con il cibo e per un’errata percezione della propria immagine corporea. Essi non dipendono dal proprio peso corporeo, ma sono indipendenti da questo. Fra i disturbi alimentari ricordiamo in modo particolare l’anoressia e la bulimia.
L’anoressia: qualche dato
L’anoressia, un disturbo alimentare in cui una persona non vuole mangiare, è un disturbo ampiamente diffuso nella società moderna e specialmente fra le donne.
Il servizio sanitario nazionale britannico (NHS) ci mostra con tristezza la dolorosa realtà, ovvero che i disordini alimentari come anoressia e bulimia sono in aumento. Già tra l’aprile 2016 e l’aprile 2017 i ricoveri per questi disturbi sono stati 13.885, di cui 2000 ragazze di meno di 18 anni ricoverate per anoressia grave. Delle 1,25 milioni di persone nel Regno Unito che soffrono di disturbi alimentari, l’89% sono di sesso femminile.
La situazione si è acuita ancora di più dopo la pandemia di COVID-19. Infatti, i disturbi alimentari hanno un esordio sempre più precoce, colpendo specialmente le ragazze tra i 12 e i 17 anni.
In Italia, si parla di oltre 3 milioni di persone affette da disturbi alimentari. Il 90% di esse è di genere femminile e il 59% dei casi ha tra i 13 e 25 anni di età. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, si stima che l’anoressia riguardi tra lo 0,2% e lo 0,8% della popolazione, mentre la bulimia riguardi il 3% della popolazione.
L’anoressia è, tra i disturbi alimentari, quello con il più alto tasso di mortalità. Se non si agisce tempestivamente per trattarlo, la sua mortalità raggiunge il 20% per persone malate da più di 20 anni.
Magrezza e mondo del lavoro
Uno studio pubblicato dal Journal of Applied Psychology nell’autunno 2010 mostrava che le donne “molto magre” guadagnano circa 22mila dollari più delle loro omologhe di peso medio, mentre l’essere appena sei chili sovrappeso mina seriamente le possibilità di promozione o la sicurezza dell’impiego di una donna.
Uno studio più recente ha rivelato che solo il 15% dei dirigenti incaricati di un’assunzione, messo di fronte a fotografie di donne di peso diverso, valuterebbe la possibilità di assumere quella più in carne per un ruolo di responsabilità. Statistiche come questa rendono evidente quel che quasi tutte le donne sanno nel loro intimo: che il mondo vuole che siano sempre più piccole, sempre più magre, che il mondo vuole che esse desiderino meno, che valgano meno.
Canoni di bellezza femminili e ossessione per la magrezza
Ma da cosa deriva l’ossessione per la magrezza? In gran parte, è a causa dei canoni di bellezza femminili, che si sono trasformati nel corso del tempo.
Standard di bellezza femminile dal Rinascimento al Settecento
Nel Rinascimento e nell’Ottocento, la bellezza femminile era associata a corpi formosi e abbondanti, simbolo di ricchezza e benessere. Questo perché solo le donne ricche potevano permettersi di non fare attività fisica, dunque di non lavorare. Le donne povere, invece, erano molto magre, perché lavoravano molto e mangiavano poco. Un corpo esile era, dunque, associato alla povertà. Per lo stesso motivo, i muscoli erano visti negativamente, perché associati al lavoro contadino. Basandosi sui manuali di bellezza femminile scritti nell’epoca rinascimentale, una donna doveva essere piena, avere fianchi larghi, seno prosperoso e bianchissimo. Durante il Settecento, il modello di bellezza femminile rifletteva l’idealizzazione del corpo della regina Maria Antonietta, caratterizzato da un’elegante figura con un “vitino da vespa”, in cui la circonferenza della vita non doveva superare i 40 centimetri, consentendo di essere circondata dalle mani di un uomo. Questo ideale veniva ottenuto tramite l’uso di busti e corsetti che modellavano la figura femminile conferendo una forma a otto, che enfatizzava seno e fianchi.
Canoni estetici per la donna nel Novecento
Dagli anni ’20 del Novecento si ha un cambio di rotta negli standard di bellezza femminili. La donna ideale deve essere molto magra, avere seno piccolo e fianchi stretti e avere un aspetto adolescenziale e androgino. Negli anni ’30, invece, si abbandona questo ideale di bellezza per sposarne uno nuovo. Il regime fascista impone un modello di bellezza femminile dove la donna deve essere forte e robusta, prosperosa e con fianchi larghi, perché si pensa che solo così possa essere una buona madre. Negli anni ’50, invece, si affermano le misure seno-vita-fianchi 90-60-90 come canone di bellezza. Dagli anni ’70, invece, si elogia il corpo esile e filiforme, simile a quello di Audrey Hepburn.
La bellezza femminile dagli anni 2000
Dagli anni 2000 si è diffuso un canone irrealistico di bellezza femminile, veicolato dai mass media e dal mondo della moda. L’ideale di bellezza per la donna è di essere scheletrica, altissima ed emaciata. Questo modello di bellezza è altamente tossico, perché viene proposto un’ideale di perfezione irraggiungibile, che si ripercuote negativamente sulle donne, soprattutto le più giovani. Oltre a ciò, il mondo della moda nasconde le numerose privazioni a cui devono sottostare le modelle per avere questo fisico così scheletrico. Questo nuovo standard ha contribuito a far sì a rendere le donne sempre più insicure sul proprio corpo e a diffondere i disturbi alimentari in modo spropositato.
Cosa possiamo fare in quanto femministe?
Da femministe (e femministi), possiamo fare diverse cose. Un primo step è quello di diffondere accettazione e visibilità a tutti i tipi di corpi, iniziando dalle pubblicità in tv e dai social media. Proprio su questa scia, si è diffuso il movimento della body positivity. Un altro step, a mio parere ancora più importante, è quello di agire sull’educazione. Se insegniamo a una bambina che ha valore solo quando è magra e “bella”, la esponiamo da adolescente e da adulta al rischio di sviluppare un disturbo alimentare.
Per questo motivo, è necessario continuare a diffondere ideali femministi per liberare centinaia di uomini e donne dalle catene del patriarcato.












