Radicalmente Libera

Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

Anoressia e bulimia: problemi tutti al femminile — aprile 14, 2024

Anoressia e bulimia: problemi tutti al femminile

“Una cultura fissata con la magrezza femminile non rappresenta un’ossessione per la bellezza femminile, bensì per l’obbedienza femminile. La dieta è il più potente sedativo politico della storia delle donne: una popolazione placidamente folle è più facile da gestire”.

Naomi Wolf in Il mito della bellezza

Foto di ALINA MATVEYCHEVA

I disturbi alimentari si caratterizzano per un rapporto anomalo con il cibo e per un’errata percezione della propria immagine corporea. Essi non dipendono dal proprio peso corporeo, ma sono indipendenti da questo. Fra i disturbi alimentari ricordiamo in modo particolare l’anoressia e la bulimia.

L’anoressia: qualche dato

L’anoressia, un disturbo alimentare in cui una persona non vuole mangiare, è un disturbo ampiamente diffuso nella società moderna e specialmente fra le donne.
Il servizio sanitario nazionale britannico (NHS) ci mostra con tristezza la dolorosa realtà, ovvero che i disordini alimentari come anoressia e bulimia sono in aumento. Già tra l’aprile 2016 e l’aprile 2017 i ricoveri per questi disturbi sono stati 13.885, di cui 2000 ragazze di meno di 18 anni ricoverate per anoressia grave. Delle 1,25 milioni di persone nel Regno Unito che soffrono di disturbi alimentari, l’89% sono di sesso femminile.

La situazione si è acuita ancora di più dopo la pandemia di COVID-19. Infatti, i disturbi alimentari hanno un esordio sempre più precoce, colpendo specialmente le ragazze tra i 12 e i 17 anni.

In Italia, si parla di oltre 3 milioni di persone affette da disturbi alimentari. Il 90% di esse è di genere femminile e il 59% dei casi ha tra i 13 e 25 anni di età. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, si stima che l’anoressia riguardi tra lo 0,2% e lo 0,8% della popolazione, mentre la bulimia riguardi il 3% della popolazione.

L’anoressia è, tra i disturbi alimentari, quello con il più alto tasso di mortalità. Se non si agisce tempestivamente per trattarlo, la sua mortalità raggiunge il 20% per persone malate da più di 20 anni.

Magrezza e mondo del lavoro

Uno studio pubblicato dal Journal of Applied Psychology nell’autunno 2010 mostrava che le donne “molto magre” guadagnano circa 22mila dollari più delle loro omologhe di peso medio, mentre l’essere appena sei chili sovrappeso mina seriamente le possibilità di promozione o la sicurezza dell’impiego di una donna.

Uno studio più recente ha rivelato che solo il 15% dei dirigenti incaricati di un’assunzione, messo di fronte a fotografie di donne di peso diverso, valuterebbe la possibilità di assumere quella più in carne per un ruolo di responsabilità. Statistiche come questa rendono evidente quel che quasi tutte le donne sanno nel loro intimo: che il mondo vuole che siano sempre più piccole, sempre più magre, che il mondo vuole che esse desiderino meno, che valgano meno.

Canoni di bellezza femminili e ossessione per la magrezza

Ma da cosa deriva l’ossessione per la magrezza? In gran parte, è a causa dei canoni di bellezza femminili, che si sono trasformati nel corso del tempo.

Standard di bellezza femminile dal Rinascimento al Settecento

Nel Rinascimento e nell’Ottocento, la bellezza femminile era associata a corpi formosi e abbondanti, simbolo di ricchezza e benessere. Questo perché solo le donne ricche potevano permettersi di non fare attività fisica, dunque di non lavorare. Le donne povere, invece, erano molto magre, perché lavoravano molto e mangiavano poco. Un corpo esile era, dunque, associato alla povertà. Per lo stesso motivo, i muscoli erano visti negativamente, perché associati al lavoro contadino. Basandosi sui manuali di bellezza femminile scritti nell’epoca rinascimentale, una donna doveva essere piena, avere fianchi larghi, seno prosperoso e bianchissimo. Durante il Settecento, il modello di bellezza femminile rifletteva l’idealizzazione del corpo della regina Maria Antonietta, caratterizzato da un’elegante figura con un “vitino da vespa”, in cui la circonferenza della vita non doveva superare i 40 centimetri, consentendo di essere circondata dalle mani di un uomo. Questo ideale veniva ottenuto tramite l’uso di busti e corsetti che modellavano la figura femminile conferendo una forma a otto, che enfatizzava seno e fianchi.

Canoni estetici per la donna nel Novecento

Dagli anni ’20 del Novecento si ha un cambio di rotta negli standard di bellezza femminili. La donna ideale deve essere molto magra, avere seno piccolo e fianchi stretti e avere un aspetto adolescenziale e androgino. Negli anni ’30, invece, si abbandona questo ideale di bellezza per sposarne uno nuovo. Il regime fascista impone un modello di bellezza femminile dove la donna deve essere forte e robusta, prosperosa e con fianchi larghi, perché si pensa che solo così possa essere una buona madre. Negli anni ’50, invece, si affermano le misure seno-vita-fianchi 90-60-90 come canone di bellezza. Dagli anni ’70, invece, si elogia il corpo esile e filiforme, simile a quello di Audrey Hepburn.

La bellezza femminile dagli anni 2000

Dagli anni 2000 si è diffuso un canone irrealistico di bellezza femminile, veicolato dai mass media e dal mondo della moda. L’ideale di bellezza per la donna è di essere scheletrica, altissima ed emaciata. Questo modello di bellezza è altamente tossico, perché viene proposto un’ideale di perfezione irraggiungibile, che si ripercuote negativamente sulle donne, soprattutto le più giovani. Oltre a ciò, il mondo della moda nasconde le numerose privazioni a cui devono sottostare le modelle per avere questo fisico così scheletrico. Questo nuovo standard ha contribuito a far sì a rendere le donne sempre più insicure sul proprio corpo e a diffondere i disturbi alimentari in modo spropositato.

Cosa possiamo fare in quanto femministe?

Da femministe (e femministi), possiamo fare diverse cose. Un primo step è quello di diffondere accettazione e visibilità a tutti i tipi di corpi, iniziando dalle pubblicità in tv e dai social media. Proprio su questa scia, si è diffuso il movimento della body positivity. Un altro step, a mio parere ancora più importante, è quello di agire sull’educazione. Se insegniamo a una bambina che ha valore solo quando è magra e “bella”, la esponiamo da adolescente e da adulta al rischio di sviluppare un disturbo alimentare.

Per questo motivo, è necessario continuare a diffondere ideali femministi per liberare centinaia di uomini e donne dalle catene del patriarcato.

Il velo e il femminismo islamico — Maggio 13, 2019

Il velo e il femminismo islamico

It’s just a piece of cloth

It rocks the world

It shapes a civilization

A civilization misread

It’s trapping, says the untutored

It’s oppressing, echoes the unlearned

The veil is my body

The veil is also my mind

The veil defines my cultural identity

The veil is who I am

Yours slurs and instructions

That I rip off my head

Is a rape of my body

An invasion of my land

It’s just a piece of cloth

But after Palestine, 

Iraq, Afghanistan, Maluku, Kosovo

This is all I have. [1]

velo-islam

Il velo è negli ultimi anni oggetto di profondo e acceso dibattito, soprattutto in Occidente, divenuto un simbolo sempre più scomodo, soprattutto se si considera la crescente xenofobia che ormai attraversa tutta l’Europa (e l’Italia non fa eccezione). Diversi sono i motivi che portano all’indossare il velo. C’è innanzittutto un motivo meramente religioso, un atto di fede verso Allah. In secondo luogo, il velo può essere un simbolo culturale o delle proprie origini. Inoltre, esso può essere visto anche come un segno di modestia. Insomma, varie sono le ragioni che portano determinate donne ad indossare il velo. In  questo articolo tratteremo dei due pareri opposti in merito al velo e analizzeremo la situazione attuale in Italia.

No al velo: i motivi

Senza ombra di dubbio una delle nazioni che si è opposta al velo è stata la Francia, che dal 2004 vieta il velo dalle scuole e dal 2011 la copertura del volto nello spazio pubblico [2]. Il motivo del divieto risiede nella volontà di mantenere la laicità dello stato, considerata fondamentale in un Paese come la Francia, che ne ha fatto un vero e proprio cardine. Fatta eccezione per la Francia, la questione della laicità non sembra interessare più di tanto. La maggior parte delle persone contrarie al velo lo considerano un simbolo di sottomissione della donna all’uomo, una forma di oppressione. L’emancipazione femminile, infatti, è vista in Europa come un dato di fatto ormai raggiunto e l’esistenza di donne che indossano l’hijab o il niqab è guardata con sospetto e spesso bollata come contraria ai valori occidentali. Di questa opinione è Djavann, che scrive:

“Il velo, lo hijab, è il più barbaro dogma islamico che si inscrive sul corpo femminile e se ne impossessa [3]

A sostegno di questa visione c’è la tendenza a misurare l’emancipazione in termini di visibilità del corpo femminile [4].

Femminismo islamico e discorsi a favore del velo: libertà personale e simbolo religioso

Coloro che difendono il velo islamico fanno spesso riferimento ad una scelta matura e consapevole da parte di donne che hanno voluto mostrare la propria vicinanza a Dio o alla propria cultura d’origine. Un’altra teoria interessante è quella sostenuta da Katherine Bullock nel suo libro Rethinking Muslim Women and the Veil: Challenging Historical and Modern Stereotypes (2002). In esso la studiosa parla di velo come un modo per liberare la donna dal sistema capitalista e consumista e per allontanarla dal mantra occidentale della bellezza a tutti i costi.

A favore della libertà di scelta nell’ambito dell’indossare o meno il velo è anche il femminismo islamico, che si batte naturalmente contro l’imposizione del velo ma nello stesso tempo tutela le donne che invece vogliono usarlo come simbolo di appartenenza religiosa. Secondo questo gruppo di femministe, il velo non è che un capo d’abbigliamento come un altro e non è considerabile più o meno oppressivo rispetto ad una gonna.

Il velo e l’Italia

In Italia non ci sono regolamentazioni chiare sul velo. Una circolare del 14 marzo 1995 ha stabilito che è possibile indossare il velo nella fototessera per la carta d’identità o per il permesso di soggiorno. Esiste però una legge, ovvero la n. 152 del 22 maggio 1975, che nell’art. 5 recita: “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza”.

Questa legge è interpretata da alcuni come un divieto netto di tutti i veli che coprano il viso (per esempio il niqab e il burqa). Secondo altre persone, il velo che coprirebbe solo gli occhi (ovvero il niqab) non è di per sé un reato, a patto che la donna, nell’ambito di un controllo, non accetti di essere riconosciuta scoprendo il volto.

Per una maggiore panoramica sui vari tipi di velo consigliamo il nostro articolo sui tipi di veli islamici.

[1] Nor Faridah Abdul Manaf (2007). The veil, my body.

[2]  Renata Pepicelli. (2012). Il velo nell’islam: storia, politica, estetica. Roma: Carocci Editore, pp. 78 & 96.

[3] Chahdortt Djavann (2004), Giù i veli!, Lindau, Torino, pp. 12 – 13.

[4] Annelies Moors (2009). The Dutch and the Face-Veil: The Politics of Discomfort. In: “Social Anthropology 17”, 4 November, pp. 393 – 408.

 

Le donne e il mondo del lavoro — aprile 22, 2019

Le donne e il mondo del lavoro

Il lavoro è una parte importante della vita di molte donne. Spesso però sono poco incentivate o subiscono discriminazioni a causa del proprio sesso. Analizziamo qui di seguito la situazione italiana con alcuni spunti interessanti per il futuro su come migliorare l’occupazione femminile.

Definizione di gender pay gap

Il gender pay gap è un fenomeno per il quale le donne, a parità di settore, ricevono un salario inferiore rispetto ai loro colleghi uomini, pur avendo una preparazione universitaria spesso superiore a questi ultimi. Ma il divario non interessa unicamente lo stipendio, ma anche il trovare un lavoro, specialmente se a tempo indeterminato. Secondo alcuni dati, sarebbero solo l’81% delle donne ad essere occupato, rispetto all’89% degli uomini. Una situazione analoga si riscontra per i contratti a tempo indeterminato (52% delle donne contro il 61% degli uomini). Queste percentuali scendono poi  vertiginosamente se si prendono in considerazione donne con figli.

Il mondo del lavoro in Italia rispetto all’Europa

In Italia ci sono più donne che uomini laureati e i risultati accademici femminili sono migliori a parità di percorso di studi (Almalaurea 2017), ma a livello lavorativo la situazione si capovolge. Difatti, secondo i dati ISTAT del 2017, soltanto il 59,2% delle donne neolaureate lavora contro il 64,8% per gli uomini. Il divario di genere italiano è il più alto in Europa: solo Malta ci precede (18,2 punti contro 11,4 della media europea).

Donne in posizioni manageriali

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Il grafico sovrastante, tratto da un articolo del Sole 24 ore, rappresenta il numero di donne e uomini laureati in posizioni dirigenziali. Nelle aziende private è pari a solo il 22% delle laureate contro la media europea del 29%. Anche il salario percepito è inferiore: le donne guadagnano il 3% in meno (BCG 2017). 

Donne e lavoro part-time

Se è vero che il numero delle lavoratrici è aumentato, è anche vero che molte donne lavorano part-time per conciliare lavoro e famiglia. Difatti, il numero delle lavoratrici part-time in Italia è pari al 32,8% del totale delle donne occupate (gli uomini sono l’8%). Molte di esse però desidererebbe lavorare full-time ma a causa del lavoro domestico e della famiglia, non riesce a trovare un’occupazione a tempo pieno (in questo caso si  parla di part-time involontario). 

Inattività: un fenomeno al femminile

Le donne inattive, ovvero che non hanno un lavoro e non lo cercano più, sono in numero preoccupante soprattutto per la fascia di donne fra i 45 e i 74 anni. Il 30,4% delle donne inattive non ha mai avuto esperienze di lavoro nella vita (per gli uomini questa percentuale si attesta attorno al 3,8%).

I danni economici dovuti al mancato utilizzo della forza lavoro femminile

Il sottoutilizzo della forza lavoro femminile in Italia danneggia l’economia, in quanto rallenta la crescita del PIL e ci rende meno competitivi rispetto ad altri Paesi dell’ Euro zona. La perdita di ricchezza totale in Europa è pari ai 50 trilioni (World Bank 2018).

Donne e settori scientifici: c’è ancora molto lavoro da fare

Le donne che studiano in campi tecnologici e scientifici sono in misura minore rispetto agli uomini. Anche fra le materie scientifiche, il numero di donne che studia biologia, ad esempio, è più elevato rispetto a quello degli uomini. Diverso è il caso per fisica o ingengeria, ad esempio.

Tra i laureati STEM (Science, Technlogy, Engineering, Mathematics) la componente maschile è più elevata di quella femminile: il 59%, contro il 41%.

Dal punto di vista lavorativo, la situazione è analoga. Secondo i dati dell’Eurostat del 2016, il numero di donne scienziate e ingegnere in Europa è pari al 40%, mentre in Italia questo numero risulta il 32%. Pur laureandosi con voti più alti rispetto agli uomini e pur essendo più regolari nel loro percorso di studi, secondo i dati di Almalaurea le donne percepiscono uno stipendio inferiore rispetto agli uomini (1.349 contro 1.662 €) 

Come migliorare la condizione delle donne sul lavoro?

Anche se il numero di donne occupate in Italia è aumentato rispetto al passato, raggiungendo il 48,8 per cento del numero totale di lavoratori, il nostro Paese rimane comunque penultimo in Europa. Ma cosa potrebbe fare l’Italia per migliorare la situazione?

  • offrire più servizi alle donne, ad esempio più asili nido;
  • cambiare a livello culturale la concezione secondo la quale sia la donna l’unica persona a doversi occupare dei figli. A tal proposito sarebbe opportuno incentivare i permessi di paternità;
  • ridistribuire equamente il lavoro domestico fra uomini e donne;
  • promuovere l’occupazione femminile, anche a livello manageriale.
Revenge porn: essere chi vogliamo — aprile 17, 2019

Revenge porn: essere chi vogliamo

Questo articolo tratta della delicata ma attuale tematica del revenge porn ed è scritto da Leraffall.

Il revenge porn annulla la libertà di scegliere chi può entrare nella nostra intimità e chi no, dà la sensazione che sulla nostra vita decidano gli altri, quelli più sbagliati, quelli che di noi non gliene frega niente.

In questo contributo scritto userò il lemma persona e non la riduzione binaria maschio-femmina. Al di là dei contesti e dei gusti sessuali, il revenge porn è sempre violenza.
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Due persone fanno sesso, A non sa che B registra quei momenti e mai lo saprà perché B terrà sempre i filmati per sé e non li mostrerà a nessuno. Ecco, in un caso come questo A non vivrà stress alcuno per i filmati girati a sua insaputa, resta però il fatto che B ha commesso un illecito. Nei rapporti sani si decide insieme cosa fare, fin dove arrivare.

Da qualche anno si parla di revenge porn: il sesso e l’intimità, da esperienza privata e spontanea diventano, senza il consenso della persona ritratta, spettacolo pornografico per annientare la sua autostima e rispettabilità sociale. Una relazione finalizzata al piacere reciproco si tramuta in incubo, il partner si fa gruppo e ti schiaccia. Chi agisce questa vendetta conosce il male che sta compiendo e infrange le regole convinto che la mentalità comune lo giustificherà.

Varie possono essere le modalità di acquisizione e diffusione delle immagini, vari i motivi che spingono ad architettare la vendetta. La pornografia non consensuale è violenza di gruppo, verbale, psicologica e rischia di materializzarsi in violenza fisica quando si diffondono gli indirizzi e i nomi delle persone denigrate.

Lo stupro e la paura dello stupro producono e riproducono un’organizzazione sociale di tipo patriarcale, una forma di controllo sociale al fine di tenere le donne (potremmo dire gli aggrediti ) “al loro posto”. In questo senso lo stupro non si pone come una violazione all’ordine sociale ma piuttosto come una parte costitutiva di esso. (1)

Per intervenire puntualmente non bastano la Polizia Postale, il Garante della privacy, i Carabinieri, dovremmo affrontare collettivamente diversi temi, risolvendo i conflitti senza soffocarli, impegnandoci in un lavoro di profondità, plurale, promuovendo cambiamenti nella struttura culturale, anche se significa mettere tutto in discussione e i primi risultati richiederanno tempo.

Dovremmo:

  • costruire pratiche e saperi del corpo proprio e altrui, della sessualità e degli affetti che mettano al centro la libertà, lo stare bene, il rispetto di sé e dell’altro;
  • indagare e decostruire i sentimenti della vendetta, dell’odio, gli stereotipi culturali;
  • parlare di industria pornografica, analizzare insieme quali immaginari alimenta;
  • approfondire il nostro rapporto con la tecnologia e vincolarla al rispetto dei diritti umani;
  • chiedere maggiori investimenti pubblici per questi programmi e accogliere le iniziative private finalizzate agli stessi scopi.

Il processo di definizione della violenza sessuale rappresenta uno dei casi più emblematici e interessanti di come i concetti siano culturalmente e socialmente costruiti […] I movimenti femministi hanno contribuito a spostare il problema della violenza da una accezione individualistica a una più ampia critica riguardante le forme di oppressione insite nel modo in cui si sono socialmente costruiti i rapporti di genere. (1)

Chi agisce violenza inscena dei copioni interiorizzati presenti nella nostra cultura, modelli per esercitare controllo, considerati normali, naturali. È su questi che occorre intervenire, oltre che a sanzionare il reo.

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Capovolgere l’intimità in qualcosa da mostrare è proprio della pornografia. Questa industria culturale nasce profondamente maschilista, muovendosi tra proibito, performance artistica e fisiologica soddisfazione degli istinti ha conquistato un’ampia popolazione di consumatori e non conosce crisi.

Ora, non c’è nulla di male nel sesso, però la differenza tra pornografia legale (anche amatoriale) e pornografia non consensuale deve essere netta e rispettata. Nel primo caso si parla di scelta, nel secondo di sopruso.

Se l’opinione pubblica farà l’errore di classificare il revenge porn nella pornografia invece che nei reati contro la persona normalizzerà una forma di violenza sessuale, escludendo dal discorso la persona lesa, facendo del comune sentire una insopportabile attenuante dell’offesa.

Persino il nostro ordinamento giuridico, le forze dell’ordine e i mezzi di comunicazione trattano con indulgenza gli omicidi per motivi passionali, i casi di omofobia/transfobia  e altri comportamenti sessualmente molesti, compreso il linguaggio sessista. L’impronta patriarcale è ovunque, profonda e non ha niente a che fare con il piacere.

Negli ultimi mesi del 2018, la sociologa Silvia Semenzin e l’associazione Insieme in Rete hanno iniziato una raccolta firme su Change affinché in Italia vengano promosse misure legali e culturali contro il revenge porn. La petizione vedeva 87.ooo firme raccolte a dicembre 2018, firme arrivate oggi a 102.680.(2)

 

Giuridicamente, in mancanza di una norma specifica, le infrazioni in questione possono inquadrarsi come diffamazione, violazione della privacy, violenza psicologica, stalking, estorsione, trattamento illecito dei dati, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico. Ogni caso è unico e va analizzato nella sua particolarità.

La senatrice Elvira Lucia Evangelista del M5S ha presentato nei mesi scorsi un ddl che intende introdurre nel codice penale l’art. 612-ter. Il progetto di legge sancisce la «reclusione da uno a cinque anni e la multa da euro 927 ad euro 2.000» per chiunque pubblichi «attraverso strumenti informatici o telematici immagini o video privati aventi un esplicito contenuto sessuale senza il consenso delle persone che ivi sono ritratte», «punisce non solo chi pubblica immagini o video, ma anche chi li diffonde, prevedendo delle aggravanti in base al rapporto esistente tra autore e vittima e in caso di morte del soggetto coinvolto». I titolari dei siti internet o dei social media: dovranno immediatamente «oscurare, rimuovere o bloccare le immagini o i video privati sessualmente espliciti pubblicati e diffusi in rete senza il consenso dei soggetti coinvolti». (3)

Quello che propone la senatrice non è diverso da quanto già esistente nel nostro codice. Infatti l’art. 612, (che si riferisce al reato di minaccia) prevede multa fino a euro 1032 e reclusione fino a 1 anno / 612-bis (atti persecutori) da 6 mesi a cinque anni di reclusione, pena aumentata se commessa da un conoscente o legato da relazione o con mezzi telematici / termine per la proposizione delle querela : 6 mesi.

Art. 617-septies:  diffusione di riprese e registrazioni fraudolente (da uno a quattro anni di reclusione) (4)

Altri tre disegni di legge sul revenge porn sono stati presentati in passato da Forza Italia, due alla Camera e uno al Senato. Ho trovato copia di quello depositato dalla deputata Sandra Savino, il 27 settembre 2016, n. 4055, e mi sembra nei contenuti sia simile a quello della Evangelista. (5)

Comunque, stiamo a vedere che succede.

Velocità di trasmissione per un grosso numero di contatti. Il punto è: cosa vuoi trasmettere?  Il revenge porn dimostra come lo strumento tecnologico abbia valenza neutra: la connotazione distruttiva deriva dagli intenti di chi lo usa. Nel groviglio di indirizzi, motori di ricerca, account, software, qualcuno trova eccitante sfuggire ai controlli e alle sanzioni.

Tra le caratteristiche dell’illecito virtuale è possibile enumerare: l’immaterialità, l’a-territorialità e l’alta potenzialità offensiva della condotta, l’elevata rapidità, la spiccata astrattezza e l’agevole occultamento dei dati informatici, la depersonalizzazione e il conseguente anonimato del confronto reo–vittima, la possibilità per l’autore del reato di scomparire e ricomparire sotto altre vesti nel mondo virtuale, lasciando tracce decodificabili solo a seguito di intense attività d’indagine e cooperazione internazionale.(6)

Nell’area (deep) del web non indicizzata dai motori di ricerca è possibile immettere e ottenere contenuti multimediali e merci illegali. Pedofilia, snuff movies, armi, droga, un mercato nero pericolosissimo. L’area del w.w.w., quella utilizzata dalla maggior parte di noi, in teoria rende possibile risalire a terminali e indirizzi personali, ma mancano risorse e strumenti per delle indagini dettagliate: le chat e i gruppi chiusi per lo scambio di foto illecite sono migliaia, milioni le condivisioni.

La sessualità e i sentimenti sono parte integrante del nostro benessere, la tecnica non è un mostro indomabile. Diamo forma alla realtà, le assegniamo un senso, interroghiamoci su cosa ci circonda e cosa vogliamo; sosteniamo l’analisi quando si fa difficile perché la superficialità può solo danneggiarci. Resistiamo alla commercializzazione del mondo umano. Rivalutiamo il potere del linguaggio e dell’immaginario, viviamo le relazioni affettive e quelle economiche con quanta più consapevolezza ci riesce, proviamo a minare le cause delle diseguaglianze. Dare forma al futuro del mondo è una sfida che si ripropone incessante, generazione dopo generazione a chi vive il momento presente. Siamo qui, vivi, a noi la scelta di cosa fare nonostante mille limitazioni e pessimi esempi.

Alcune righe su di me

Ho vissuto una brutta storia quando internet la usavano in pochi, lui sì per esempio, io no. Non abbiamo mai scattato foto insieme o girato filmati quindi mi chiedo come abbia potuto ottenere la mia immagine. L’ha usata per fare dei collage, delle caricature. Io vorrei sapere cos’altro c’è, ma dovrei denunciarlo e ho paura dei suoi soldi (ne ha), della sua cattiveria e della inefficienza della giustizia umana per questo ho sporto denuncia contro ignoti anche se il suo nome lo ricordo. Sono una donna etero cisgender e credo che quanto mi è successo avrebbe distrutto chiunque, uomo o donna, di qualsiasi orientamento sessuale. Ho scritto in un libro quello che vorrei trasmettere della mia esperienza, perché è stato difficile tornare serena ma è bello esserci riuscita.

Trovate il mio libro in free download, a questo link https://nientedanascondere.com/ 

 

Fonti

1 :  Laura Terragni in “Relazioni di genere e relazioni estreme: alcune riflessioni sulla violenza sessuale” saggio all’interno di “Sguardi differenti, prospettive psicologiche e sociologiche della soggettività femminile”, a cura di Rita D’Amico e Franca Bimbi, FrancoAngeli  (pag 76-78).

2 : #INTIMITAVIOLATA – Chiediamo una legge contro il revenge porn

3 : Il M5s ha depositato una proposta di legge contro il revenge porn

4 : Codice penale, aggiornato a D.L. 4 ottobre 2018, n. 113

5 : Proposta di legge sul revenge porn

6 : “Nuove manifestazioni criminali: la violenza sulle donne in rete”, articolo di Fabio Vigneri, in Salvisjuribus.it – Rivista giuridica, 18/05/2018

 

 

 

Soffitto di vetro: cos’è e come si può superare — marzo 27, 2019

Soffitto di vetro: cos’è e come si può superare

Sono ormai lontani, almeno nei paesi più industrializzati, i tempi in cui la figura femminile, era strettamente ed esclusivamente relegata all’ambiente casalingo.

Con l’accesso alla scolarizzazione e l’uso delle nuove tecnologie anche da parte delle donne infatti, queste sono riuscire ad accedere totalmente al mondo del lavoro.

Un aspetto che invece non appartiene al passato ma è ancora una realtà presente ai giorni nostri, è la discriminazione di genere in ambito lavorativo e sociale.

Cos’è il soffitto di cristallo?

Le discriminazioni di genere, impediscono socialmente di raggiungere uno status di parità tra i due sessi; per quanto riguarda l’ambito lavorativo, determinano anche il mancato avanzamento di carriera da parte delle donne; tutto ciò, prende il nome di “soffitto di vetro” (o “soffitto di cristallo”).

Con “soffitto di vetro” o “soffitto di cristallo” si fa riferimento ad una barriera oltre la quale le donne difficilmente riescono ad andare, rimanendovi così permanentemente al di sotto, condizione che appunto, porta al mancato raggiungimento degli obiettivi sopracitati e riflette la condizione di immobilità in cui si trova la donna.

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Quali sono i maggiori fattori di discriminazione subiti dalle donne?

I fattori di discriminazione si possono raggruppare in: fattori aziendali, fattori di genere e fattori ambientali.

I primi, concorrono a formare la cultura aziendale e si riflettono nella gestione delle risorse umane di un’organizzazione, il che, in base a come viene condotta, può realmente creare situazioni di parità all’interno di un’azienda o altrimenti, creare uno status solo di apparente parità che in realtà, non fa che nascondere le differenze tra i due sessi, aspetto appartenente ai secondo gruppo di fattori, ovvero quelli di genere.

Quando parliamo di differenze tra i due sessi più nello specifico in riferimento all’ambito lavorativo, parliamo delle caratteristiche innate che condizionano il comportamento sul lavoro. Le donne ad esempio, si è visto come siano molto più organizzate, meno drastiche nel prendere decisioni e anche, meno inclini nel dire di no; negli uomini invece, sono stati riscontrati per la maggiore, comportamenti più duri e più radicali, nonché un atteggiamento di netta distinzione tra rapporti relazionali e di tipo lavorativo, a differenza delle donne, le quali tendono a dare molta più importanza alle relazioni con gli altri.

Tra gli ultimi fattori infine, ovvero quelli ambientali, troviamo ad esempio le condizioni sociali e politiche del paese, le priorità di uno stato e il ruolo che la famiglia vi assume al suo interno, e più in generale, possiamo trovarci i valori delle donne e degli uomini.

Quali sono le conseguenze del soffitto di cristallo?

Le conseguenze che derivano dalle discriminazioni di genere, possono portare a diverse situazioni: si va infatti dal “gender pay gap”, ovvero una differenza di retribuzione tra uomini e donne, alla segregazione delle donne solo ed esclusivamente ad alcuni ambiti lavorativi, ad ancora, una minore esposizione femminile in campo decisionale e al mancato avanzamento di carriera in caso di maternità o per le donne in procinto di avere figli.

La questione maternità è parecchio delicata, le donne appena diventate madri infatti, oltre a trovarsi di fronte a politiche aziendali che non le supportano sufficientemente in questa fase, hanno difficoltà nella gestione del “doppio-ruolo” anche perché i pregiudizi su una donna che ha avuto un figlio, sono duri e persistenti, dunque, bisogna dimostrare non solo di riuscire a gestire il lavoro come prima, ma anche di saper scindere la dimensione emotiva da quella lavorativa dal momento che, è ancora opinione comune, che la nascita di un figlio, non sia pienamente compatibile con la gestione efficiente del proprio lavoro, soprattutto se si è in una posizione che prevede compiti non facili da portare a termine.

Quando parliamo di discriminazione sul lavoro, è importante soffermarsi su un aspetto che condiziona la gestione del potere da parte delle donne che faticosamente riescono ad oltrepassare la barriera e raggiungere una posizione molto alta, ovvero, la mancanza di diversi modelli di leadership femminili.

Questo, porta il conformarsi delle donne a modelli maschili, poiché spesso, sono gli unici ad essere presenti. L’insufficiente presenza di esempi femminili a cui riferirsi per capire come gestire il potere, porta, con la conseguente conformazione come abbiamo visto al modello maschile presente, al trascurare le differenze innate e dunque al risultato di una gestione del potere negativa ed incongrua con le proprie caratteristiche.

Possiamo superare il soffitto di cristallo?

Arrivati a questo punto, sorge spontaneo chiedersi: il soffitto di vetro, si può superare? E in che modo?

La risposta è che si, il soffitto di vetro, si può superare, anche se chiaramente, è un processo piuttosto lungo che dovrebbe agire su diversi aspetti: in primo luogo a livello aziendale, rivedendo la gestione delle risorse umane affinché questo processo tenga conto delle differenze e dunque le diverse esigenze tra i due sessi, in secondo luogo, si dovrebbe agire per scardinare gli stereotipi che vedono le donne doversi occupare solo di certi compiti o relegate esclusivamente a determinati ambiti, così come sarebbe necessario allontanare l’idea che la maternità porti ad essere meno produttive una volta rientrate a lavoro; ancora più urgente e necessario però, sembra inevitabile dover combattere il maschilismo, che si riflette costantemente ed inevitabilmente su ogni aspetto della società, incluso dunque anche quello lavorativo, impedendo così, la reale e piena condizione di parità tra i sessi, di tipo politico, sociale ed economico.

 

Fonti:

 

  • Oltre il soffitto di vetro – Maria Cristina Bombelli
  • Soffitto di vetro e dintorni, il management al femminile – Maria Cristina Bombelli

 

 

Articolo di: Jessica Mandalà

Classe 1992, parlo di tematiche sociali tra cui femminismo e LGBT, puoi trovarmi su: more-than-that.blog

 

 

Cos’è la cultura dello stupro?  — marzo 8, 2019

Cos’è la cultura dello stupro? 

Chiunque si sia rapportato almeno una volta con il femminismo ha già sentito parlare di cultura dello stupro. Ma di cosa si tratta esattamente?

Stupro: una definizione

Prima di tutto, bisogna definire che cos’è uno stupro. Lo stupro è una costrizione (tramite violenza verbale, fisica o tramite minacce) a compiere o subire atti sessuali. Molte persone credono che si parli di “stupro” unicamente quando c’è penetrazione, ma non è così. Anche il sesso orale o costringere a toccare parti intime è già considerabile una violenza sessuale. Nonostante la maggior parte dei carnefici sia di sesso maschile e la maggior parte delle vittime sia di sesso femminile, non è detto che non esistano altri casi, basti pensare ai casi di violenza su minori oppure violenze sessuali di uomini ai danni di altri uomini o di donne ai danni di altre donne. Lo stupro può essere commesso da singoli o da gruppi di persone (in questo secondo caso si parla di violenza di gruppo). Se si fa riferimento a dati statistici, nella maggior parte dei casi il carnefice è una persona che la vittima conosce (per esempio un collega, un amico o un ex fidanzato), piuttosto che uno sconosciuto.

Generalizando, si parla di stupro quando c’è mancanza di consenso. La mancanza di consenso può essere espressa verbalmente (un “no” o “fermati” per intenderci) o fisicamente, respingendo o allontanando lo stupratore.

La cultura dello stupro: alcuni esempi

La cultura dello stupro, così come riporta la nostra breve enciclopedia femminista, si riferisce a come la società, servendosi anche dei mezzi di comunicazione, normalizzi e giustifichi lo stupro. Ecco alcuni esempi di cultura dello stupro:

  • dire a chi ha subito violenza che è colpa sua (victim blaming);
  • ironizzare sulle vittime di abusi e violenze;
  • utilizzare un linguaggio violento contro le donne;
  • promuovere contenuti (video, filmati, libri, ecc.) che inneggiano alla violenza di genere;
  • banalizzare temi come violenza sessuale e molestie;
  • oggettificare e disumanizzare le donne.

Alcuni cenni di storia

È stata Susan Brownmiller a studiare per la prima volta come lo stupro sia veicolato e rafforzato nella nostra società. Lei ha parlato per la prima volta di stupro come atto usato per perpetuare lo stato di dominio dell’uomo sulla donna, come atto che poco ha a che vedere con la natura e con il desiderio sessuale. Nella società patriarcale all’uomo verrebbe insegnato di intimidire la donna mentre alla donna verrebbe insegnato di aver paura dell’uomo. Grazie a Brownmiller si è parlato, pertanto, di stupro come atto di potere e di controllo. Tutto si potrebbe riassumere con lo slogan “Rape is about power, not sex” (ovvero, “lo stupro ha che fare con il potere, non con il sesso”). Anche Kate Millett ha trattato a fondo questo tema, studiando per la prima volta la discriminazione contro le donne non solo come un’ingiustizia sociale ma concentrandosi sull’aspetto sessuale. Il punto di partenza è che un uomo sia rispettato in virtù della sua forza e aggressività, mentre una donna sia rappresentata come fragile e remissiva. Questi stereotipi di genere si riflettono anche sul piano sessuale.

Un’altra attivista che ha affrontato questo tema è stata Emilie Buchwald, autrice di “Transforming a Rape Culture”, che descrive come sia promossa una sessualità violenta, considerata addirittura sexy e come sia uomini che donne sembrano aver accettato lo stupro come qualcosa di inevitabile. In realtà, non è così perché i valori e i comportamenti sociali possono sempre cambiare.

Oggi naturalmente abbiamo una visione più ampia della violenza sessuale, sia perché sono stati fatti più studi al riguardo, sia perché si è compreso che, pur essendo la maggior parte delle vittime di sesso femminile, esistono anche vittime di sesso maschile ed è importante parlarne, così come è importante affrontare il tema della violenza sessuale fra persone dello stesso sesso. In linea generale, è ormai assodato che quando si parla di stupro si parla di un atto di prevaricazione, di violenza e di controllo, piuttosto che del soddisfacimento di un “bisogno” istintivo.

Le critiche alla cultura dello stupro

I critici della cultura dello stupro sostengono che concentrarsi su fattori culturali abbia “l’effetto paradossale di rendere più difficile fermare la violenza sessuale, poiché rimuove l’attenzione dall’individuo in errore e attenua la responsabilità personale delle proprie azioni“.

Un’altra critica che ha avuto ampia risonanza giunge da alcuni psicologi e scienziati. Ad esempio, secondo Richard Felson e Richard Moran, la percentuale di donne più a rischio di violenza sessuale e che la subisce in media più spesso sono giovani adolescenti e donne (dai 10 fino ai 24 anni), come mostra il grafico sottostante.

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Età della donna e rischio di subire stupri e altre violenze sessuali (Fonte)

A loro parere, il fatto che lo stupro sia maggiore nei confronti di adolescenti e donne giovani conferma che lo stupro non sia meramente dovuto alla cultura, ma abbia a che fare anche con istinti e desideri sessuali. Arrivano ad affermare anche che un giovane ragazzo di quindici anni abbia di gran lunga più probabilità di essere stuprato rispetto ad una donna di quarant’anni e che gli uomini gay stuprino tanto quanto gli uomini eterosessuali. Se ci sono più vittime di sesso femminile, è dovuto al fatto che la maggior parte degli uomini sia eterosessuale.

Come combattere la cultura dello stupro

Senza dubbio non è semplice ribellarsi ad un sistema che normalizza e banalizza lo stupro. Ma si possono seguire alcuni accorgimenti. Ve ne presentiamo alcuni, consigliati da alcune femministe di tutto il mondo:

  • prendere sul serio le vittime di violenza sessuale, mostrare loro empatia e vicinanza;
  • sensibilizzare su temi come molestie e violenze sessuali;
  • dare adeguati finanziamenti ai centri anti violenza;
  • non denigrare o oggettivizzare le donne con epiteti sessisti;
  • abbandonare i comportamenti di mascolinità tossica e di prevaricazione sull’altro;
  • riflettere in modo critico sui modelli, spesso negativi, presentati dai media;
  • comunicare sempre in modo aperto con i propri partner sessuali, non pensare che desiderino avere un rapporto sessuale solo perché lo desideri tu;
  • in ambito giornalistico, evitare di presentare i carnefici come “brave persone” o considerare lo stupro come “una ragazzata”;
  • non pensare che un uomo sia meno “uomo” o debba vergognarsi di essere stato violentato.

E voi? Avete altri consigli su possibili comportamenti da adottare per far fronte ad una cultura che considera lo stupro come la norma? Fatecelo sapere in un commento!

Il mansplaining: uomini e donne comunicano in modo diverso? — novembre 1, 2018

Il mansplaining: uomini e donne comunicano in modo diverso?

Il mansplaining e gli studi di genere

Cos‘è il mansplaining?

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Copyright: Paul Ellis/Getty Images

Come già riportato nella nostra piccola enciclopedia femminista, si definisce mansplaining quella particolare condizione in cui un uomo dà spiegazioni non richieste e paternalistiche ad una donna. Le donne sanno bene che spesso durante le conversazioni sono interrotte, spesso non necessariamente, (in questo caso si parla di manterrupting), anche se in realtà ne sanno di più del proprio interlocutore.

Studi sul mansplaining

Diversi studi hanno testimoniato che mentre durante le conversazioni gli uomini interrompono più spesso il proprio interlocutore (Anderson & Leaper 1998), le donne vengono frequentemente interrotte, sia da uomini che da altre donne (Hancock & Rubin 2015). Ad esempio, nel corso di una conversazione di tre minuti, in media le donne interrompono gli uomini una sola volta ma altre donne 2,8 volte. Gli uomini interrompono altri uomini due volte e le donne 2,6 volte.  Inoltre, queste ultime utilizzano di piu il linguaggio non verbale, ad esempio cenni di assenso o dissenso e segnali che facilitano la comunicazione (Farley 2010). Se interrompono, lo fanno perlopiù per chiedere ulteriori informazioni e chiarimenti. Invece, gli uomini interrompono nella maggior parte dei casi in modo invadente, parlando sopra il proprio interlocutore e non permettendogli di continuare il suo discorso.

“Mi sono sentita invisibile…prima ho detto la stessa cosa che il ragazzo a fianco a me sta dicendo e tutti annuiscono come se fosse arrivato a chissa che brillante idea quando si è limitato a ripetere cosa ho appena detto”

“Non mi sono sentita rispettata. Ho più conoscenze, esperienza e ho invvestito molto tempo in questa professione e vengo comunque interrotta come se fossi una stagista che dice cose a caso. Mi fa arrabbiare che nessuno si accorga questa situazione.”

(Opinioni di due donne in merito a come si sono sentite quando interrotte) [Fonte]

Le interruzioni non sono però un fatto casuale: chi ha più potere a livello sociale interrompe più spesso (Kollock et al., 1985). Per questo non sorprende sapere che, in base ad una ricerca condotta nel 2012, nei meeting solo il 25% delle donne prende la parola contro il 75% degli uomini. Lo stesso fenomeno si riscontra nelle aule universitarie e scolastiche e nel settore medico, quando i pazienti comunicano con una dottoressa. Persino quando si vuole pubblicare un libro, si hanno fino a otto volte più possibilità di essere preso in considerazione dagli editori se si scrive con un nome maschile. In Italia la maggior parte degli scrittori, persino quelli emergenti, sono uomini mentre la maggior parte dei lettori sono donne. E persino nelle case editrici sorprendentemente lavorano più uomini che donne. Infine, gli uomini hanno più spazio nei media, sia quelli tradizionali come i giornali, sia nel giornalismo online ed in televisione.

Cosa possiamo cambiare?

Senza alcun dubbio sarebbe necessario sensibilizzare uomini e donne su questo tema per la costruzione di una società più paritaria. Il comportamento sociale di uomini e donne si forma quando sono ancora bambini, come ci dimostrano psicologia e sociologia, per questo occorre intervenire quanto prima possibile. In età adulta, invece, è importante che gli uomini comprendano le difficoltà vissute dalle donne, specialmente in ambito professionale, dove si tende a relegarle a funzioni segretariali piuttosto che a ruoli manageriali (anche se le cose naturalmente stanno cambiando).

Fonti

Anderson and Leaper. 1998. “Meta-Analysis of Gender Effects on Conversational Inturruption: Who, What, When, Where, and Why.” Sex roles 39(3-4):225-252.

Hancock and Rubin. 2015. “Influence of Communication Partner’s Gender on Language.” Journal of Language and Social Psychology 34(1):46-64.

Kollock, Blumstein, and Schwartz. 1985. “Sex and Power in Interaction: Conversational privileges and Duties. American Sociological Review 50(1):34-46.

La legge Merlin: regolamentazione e abolizionismo della prostituzione in Italia — aprile 29, 2018

La legge Merlin: regolamentazione e abolizionismo della prostituzione in Italia

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Che cos’è la legge Merlin?

La legge Merlin del 20 febbraio 1958, tuttora vigente in Italia, prende il nome dall’omonima promotrice della norma, Angelina (Lina) Merlin. La legge abolì la regolamentazione della prostituzione, introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento alla prostituzione. Essa non criminalizza la prostituzione in sé, bensì unicamente il suo sfruttamento. La vendita di servizi sessuali di propria spontanea volontà, senza l’azione coercitiva di terzi, rimane legale.

Profilo delle prostitute in Italia

Prima di introdurre il contesto storico che ha portato alla regolamentazione della prostituzione e poi alla sua abolizione, occorre ricordare che la maggior parte delle prostitute, non solo in Italia ma anche in altri Paesi occidentali, appartenevano alla working-class, avevano dunque poche possibilità lavorative e difficile condizione economica, dato che il salario massimo di una donna poteva essere di gran lunga inferiore rispetto a quello percepito da un uomo per lo stesso mestiere[1]. La prostituta era vista come il corrispettivo femminile del ladro ed entrambi erano ritenuti un pericolo per la società italiana. Addirittura Cesare Lombroso, ad esempio, nella sua opera “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” pensava che si potesse distinguere in base a determinate anomalie fisiche (da lui considerate “criteri scientifici”) fra donne “normali” e prostitute e delinquenti. Il testo ripropone l’idea patriarcale secondo la quale la donna delinquerebbe per motivi biologici, giustificando in questo modo il suo asservimento all’uomo.

 

Regolamentazione della prostituzione in Italia

Il 17 marzo del 1861 è stato proclamato il Regno d’Italia ed è stata introdotta nel 1860 da Cavour per la prima volta una legislazione sulla prostituzione. Per la sua stesura ci si era basati sulla Napoleonica réglementation e il Bureau des Moeurs. All’epoca c’era bisogno di unità territoriale, di ordine e l’esistenza stessa delle prostitute era considerata come qualcosa che minava il sistema. La legge è stata, però, aspramente criticata perché prevedeva una rigida sorveglianza, attuata tramite la polizia e i medici, imponendo così un vero e proprio controllo statale sulle prostitute. Infatti, venivano effettuati controlli periodici (e molto invasivi!) delle loro condizioni di salute (ma non di quelle dei clienti) nei cosiddetti sifilicomi, affinché non si diffondessero malattie veneree, specialmente tra membri dell’esercito e della marina [2]. Inoltre, le prostitute erano obbligate a iscriversi su appositi registri.

Si arrivò così nel 1888 alla legge Crispi, che portò a cambiamenti significativi:

  • le prostitute non erano più obbligate a registrarsi ma si dovevano registrare i luoghi, affinché la polizia potesse controllarli;
  • il controllo della polizia fu limitato;
  • i sifilicomi furono sostituiti da ospedali appositi per entrambi i sessi;
  • fu proibita la vendita di cibi e bevande, nonché i canti e i balli nei bordelli;
  • si stabilì che le imposte sugli infissi dovessero rimanere chiuse, da qui il nome di “case chiuse”.

Il sistema della regolamentazione si rivelò fallace, in quanto la prostituzione di strada non fu mai sconfitta e portò le prostitute ad essere sempre più isolate dal resto della società. Si arrivò pertanto alla conclusione che “la regolamentazione del 1860 . . . non portò ai benefici per la salute che erano stati promessi” [3].

La legge Merlin

Nel 1958 fu approvata la legge Merlin [4] che abrogò tutte le precedenti norme in materia, chiuse i bordelli e introdusse i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. L’unica forma che rimane legale [5] è quella in cui, come già sostenuto nell’introduzione, la donna si prostituisca da sé, ad esempio in strada o nel proprio appartamento. La legge è il risultato di un’azione abolizionista sostenuta da più parti della società civile, fra le quali appunto le femministe stesse, nonché dai movimenti di sinistra Marxista. Prese spunto dal lavoro fatto in Francia grazie all’attivista francese ed ex prostituta Marthe Richard, che aveva portato alla chiusura delle case di tolleranza in Francia nel 1946. La Merlin si rifece, inoltre, anche all’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini nei confronti della legge, e all’articolo 41, che afferma che le attività economiche non devono essere svolte se recano danno alla dignità umana:

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

(Articolo 41, comma 1-2, Costituzione della Repubblica Italiana)

Non tutti furono, però, d’accordo con la norma. Ad esempio, Eugenio Dugoni ebbe durissimi scontri con la Merlin e Gaetano Pieraccini arrivò ad affermare che:

“Per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso.”

(Fonte: Wikipedia)

Si diffuse anche l’idea che l’abolizione della regolamentazione avrebbe portato ad una diffusione incontrollata delle malattie veneree, cosa che si è rivelata poi infondata.

Conclusione

La regolamentazione è stata storicamente introdotta in Italia per contribuire alla creazione di una cittadinanza unita e forte e per arrestare la diffusione delle malattie veneree. In Italia non c’è stato un vero e proprio movimento abolizionista organizzato, così come in altre nazioni come la Gran Bretagna, ma si è arrivati ugualmente ad una legge abolizionista con la chiusura dei bordelli. In un periodo storico in cui si è riacceso il dibattito su una possibile regolamentazione in Italia, è necessario guardare alle nostre radici storiche, nonché all’esperienza di altre nazioni europee, come la Svezia o la Germania.

Curiosità: chi era Lina Merlin

Nata a Pozzonovo (Padova) nel 1887, fu una delle 21 donne che fece parte dell’Assemblea costituente che redasse la Costituzione Italiana [6]. Nel 1919 si iscrisse al Partito Socialista. Fu insegnante, senatrice e partigiana. Fu arrestata per ben cinque volte dalla polizia fascista e dovette lasciare l’insegnamento perché si rifiutò di prestare il giuramento fascista.

Fonti

[1] Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale: Il caso italiano, 1880-1900. Vol 1. Firenze: Nuova Italia, 1972-1973, p. 239.

[2] Prostitution in Italy and England in the nineteenth century.

[3] Commissione Regia (1885), Relazione, proposte, allegati, 1: 91

[4] Legge 75/58 20 February 1958 “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui” (detta “legge Merlin”) (PDF), su pariopportunita.gov.it.

[5] In realtà secondo Lina Merlin anche la prostituzione volontaria era contraria alla dignità della donna, per questo aveva previsto anche la criminalizzazione del cliente (quello che chiameremmo “modello nordico”), misura poi non presente nella versione finale della legge.

[6] Prostituzione, 60 anni fa lo stop alle case chiuse con la legge Merlin

[Attenzione: il seguente articolo è basato in parte su un saggio scritto da una delle collaboratrici di Libera; pertanto, per qualsiasi riproduzione su siti e/o giornali è necessaria una menzione!]

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)? — marzo 23, 2018

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)?

Introduzione

TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist) è un acronimo utilizzato per descrivere le posizioni condivise da alcune femministe radicali separatiste, che rifiutano alle donne transgender l’accesso a determinati spazi riservati alle donne. Secondo gli attivisti trans, si tratterebbe di un palese caso di transfobia[1]; secondo questo gruppo di femministe radicali le donne hanno diritto a creare spazi unicamente per le donne nate donne e “TERF”  sarebbe un termine estremamente offensivo utilizzato per veicolare misoginia e sessismo, nonché usato per silenziare le donne che esprimano il proprio criticismo verso il moderno attivismo trans[2]. Non è ben chiaro, pertanto, se si tratti di un termine descrittivo o di un insulto. In ciascuno dei due casi, le femministe radicali trans-escludenti non considerano le donne trans come donne, almeno non in senso biologico, e per questo motivo non le ritengono oggetto del loro femminismo. Questa sottocategoria di femministe non vuole essere definita TERF, bensì gender critical (critica nei confronti del genere) o semplicemente radfem, pur non rappresentando necessariamente il femminismo radicale nella sua interezza, che ha sempre avuto visioni variegate al riguardo (anche se loro non sono d’accordo e sono dell’idea, piuttosto, che il femminismo radicale escluda per definizione il maschile). In ogni caso bisogna ricordare che non esiste un gruppo interno di femministe radicali che si identifica con l’acronimo TERF, bensì questa parola è loro imposta dall’esterno e considerata come un insulto sessista per silenziare le loro idee ed evitare il dibattito. Inoltre, non tutte le femministe trans-escludenti si definiscono come femministe radicali.

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Essere femminista radicale comporta automaticamente l’essere TERF?

Non è chiaro. Bisogna ricordare che il femminismo radicale si concentra sulle donne in quanto persone di sesso femminile che ricevono una determinata socializzazione (femminile) e sono trattate in un determinato modo dalla società, ovvero come esseri inferiori rispetto agli uomini.
Tuttavia, le donne trans, in quanto persone di sesso maschile che, però, vivono o desiderano vivere il resto della propria esistenza come donne, sono state accolte da alcune femministe radicali come donne. Queste ultime, pur condividendo l’idea centrale femminista radicale della “liberazione della classe femminile dal dominio patriarcale”, si sono distanziate dal femminismo critico nei confronti  delle identità non binarie e delle persone transgender e transessuali. Un esempio è la femminista radicale americana Catherine MacKinnon, la quale ha dichiarato quanto segue:

“La società maschile dominata dagli uomini ha definito da sempre le donne come un gruppo biologico discreto. Se questo avesse potuto portare alla liberazione, saremmo già libere da un pezzo…Per me le donne sono un gruppo politico. Non ho mai avuto l’occasione di dirlo in questi anni, finché non c’è stata una gran discussione su se le donne trans siano donne… Onestamente non m’importa come qualcuno diventa una donna o un uomo. E’ solo parte della loro specificità e unicità, come quella di ciascun altro. Chiunque si identifichi come donna, voglia diventare donna, sarà in mezzo ad altre donne, per quanto mi riguarda, è una donna.”

[…]
“Per essere donna una persona deve vivere come donna. Le donne trans lo stanno facendo e a mio parere possono offrire allo stesso modo una preziosa prospettiva al riguardo.”

[…]

Ho conosciuto donne trans che si oppongono fermamente a ogni forma di violenza maschile contro le donne . . . e stanno lottando per far sì che finisca. Le donne trans che conosco sanno molto bene che la supremazia maschile è un sistema politico d’oppressione e loro stesse si oppongono ad esso.”

– MacKinnon

[Fonte: Intervista a Catherine MacKinnon]

Allo stesso modo la pensa John Stoltenberg e così scrisse la stessa Andrea Dworkin in Women Hating, la quale già nel 1974 arrivò alle seguenti conclusioni, sicuramente rivoluzionarie e senza alcun dubbio includenti per l’epoca:

La transessualità può essere definita come una forma particolare della nostra generale multisessualità che è impossibilitata a raggiungere il suo naturale sviluppo a causa di condizioni sociali estremamente avverse. Non c’è dubbio che nella cultura della discretezza maschile-femminile [in termini moderni forse diremmo: epoca dominata dal binarismo sessuale], la transessualità è vissuta come un disastro per l’individuo transessuale. Ogni persona transessuale, sia essa bianca, nera, uomo, donna, ricca, povera, è in uno stato di primaria emergenza in quanto transessuale. Ci sono tre punti cruciali da menzionare al riguardo. Prima di tutto, ogni transessuale ha il diritto a continuare a vivere così come ritiene più opportuno. Ciò significa che ogni transessuale ha diritto d’accesso a interventi di riassegnazione chirurgica del sesso e dovrebbe essere messo a disposizione dalla comunità come una delle sue funzioni. Questa è una misura d’emergenza per una condizione d’emergenza. In secondo luogo, cambiando le nostre premesse su cosa sia un uomo e cosa sia una donna, sui giochi di ruolo e sulla polarità, la situazione sociale delle persone transessuali si trasformerà, e saranno pienamente integrate nella nostra comunità e non più perseguitate e odiate. Infine, la comunità costruita sull’identità androgina significherà la fine della transessualità così come la conosciamo oggi. O la persona transessuale sarà in grado di espandere la sua sessualità in una fluida androginia o, cadendo i ruoli di genere, il fenomeno della transessualità scomparirà e quell’energia sarà trasformata in nuove modalità di identità sessuali [oggi diremmo: di genere] e di comportamento.[3]

In cosa credono le TERF?

Questo gruppo di femministe radicali crede che il femminismo sia per la liberazione delle donne (intese come persone di sesso femminile) dall’oppressione maschile, teoria che in realtà alla base di qualunque interpretazione femminista.
Le donne trans, però, a loro dire non sarebbero discriminate in quanto donne ma in quanto uomini non conformi al genere a loro assegnato dal patriarcato. Esse godrebbero comunque di privilegio maschile, perché hanno avuto socializzazione maschile e non lo perderebbero neanche transizionando completamente.
Si oppongono attivamente al moderno attivismo trans e al “transgenderismo” in generale. Si propongono di difendere il sesso biologico, che esse non considerano un costrutto sociale, così come fa la teoria queer. Sono dell’idea che la discriminazione subita dalle donne sia dovuta al loro sesso di appartenenza, che essere donna sia una specifica realtà materiale e non una sensazione. Per queste femministe le donne trans sarebbero maschi (= uomini) e gli uomini trans sarebbero femmine (=donne).  Le donne trans non sarebbero incluse nel loro femminismo perché sono biologicamente maschi, mentre gli uomini trans lo sarebbero, perché di sesso femminile. Per loro il sesso è l’unica realtà materiale percepibile (ovvero le differenze fra maschio e femmina), mentre il genere sarebbe imposto dall’esterno a partire dalla nascita a seconda del sesso di appartenenza (se sei maschio: socializzazione maschile, se sei femmina: socializzazione femminile). Rifiutano totalmente l’idea che esista un’identità di genere già presente nella mente delle persone e che prescriva il loro comportamento (da loro criticato come “essenzialismo di genere”). Alcune di loro arrivano anche oltre, arrivando ad affermare che le persone trans transizionerebbero unicamente sulla base di determinati stereotipi di genere e considerano il trans attivismo per questo motivo una corrente conservatrice, in quanto, a loro dire, prescrive un determinato comportamento unicamente in base a determinati stereotipi di genere. Una donna trans per loro non è una donna ma un uomo che ha modificato il suo corpo per adeguarlo ad un’immagine di donna creata ad hoc dalla società patriarcale. In modo analogo, un uomo trans avrebbe transizionato per sfuggire alla misoginia, dopo aver sviluppato un determinato odio per il proprio corpo femminile e per il modo in cui era stato trattato dalla società. In generale, le femministe gender critical non sono contrarie alle donne trans in quanto trans, ma vorrebbero che loro si riconoscessero come un terzo sesso piuttosto che come donne (perché, come già detto, per loro “donna” è una precisa realtà biologica). In altri casi, esse vogliono semplicemente preservare determinati spazi femminili, cosa che considerano fondamentale in una società dominata dalla violenza maschile.

Interventi di riassegnazione chirurgica del sesso

Gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso sono visti da questo tipo di femministe come una mutilazione, un mito portato avanti dalla cultura fallocentrica, che comunque non cambia il sesso di appartenenza di una persona. L’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso non creerebbe una neovagina, ma si tratterebbe semplicemente di un pene rovesciato (inverted penis).
Il fatto che le persone trans transizionino, sostengono queste femministe, è dovuto all’esistenza stessa degli stereotipi di genere nella società patriarcale. A loro dire, se questi non esistessero, nessuno sentirebbe l’esigenza di cambiare il proprio corpo “di nascita”; l’attivismo trans sarebbe regressivo perché spingerebbe a cambiare il proprio corpo unicamente in base a ciò che la società prescrive.

La donna secondo le femministe radicali trans-escludenti e l’impatto sull’identità lesbica

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, secondo le TERF, dire di “sentirsi” uomo o “sentirsi” donna è basato unicamente sul fatto che ci siano determinati ruoli di genere che penalizzano le persone che non si conformano ad essi. “Che cosa definirebbe, a quel punto, una donna?” si chiedono loro. Una donna sarebbe una persona che si comporta da donna o si sente donna? No. A loro dire, l’essere donna è unicamente una precisa realtà biologica. Lamentano che la donna venga cancellata dall’attivismo trans moderno, che in taluni casi, a livello di linguaggio, ad esempio, propone l’utilizzo di termini percepiti come più inclusivi come “persona che ha il ciclo” piuttosto che “donna che ha il ciclo” o “persona incinta” e non “donna incinta”.

Che cosa accadrà se il concetto di “donna” sarà privato di qualsiasi contenuto reale socialmente riconoscibile, ma le relazioni sessuali di genere rimarranno le stesse? I problemi non scompariranno, ma perderemo la lingua che descrive il sistema patriarcale di oppressione, e quindi la conoscenza necessaria per organizzare la lotta contro di essa.
[Estratto di un articolo in russo scritto da una donna trans che invita al dialogo fra attivisti trans e femministe radicali separatiste]

Oltretutto, numerose femministe radicali separatiste, in particolar modo quelle lesbiche, sono dell’idea che l’identità transgender non solo cancellerebbe cosa significhi essere donna, ma spingerebbe lesbiche butch (mascoline) a identificarsi come trans.

Si può parlare di “culto” trans?

L’esistenza di bambini transgender è a sua volta negato da questo gruppo di femministe, che considerano la somministrazione di puberty blockers su minori come una forma di abuso minorile. Per loro ci sarebbe, inoltre, un tentativo da parte dell’industria medica e farmaceutica di arricchirsi sulla salute delle persone con disforia di genere. Dunque, ci sarebbe una vera e propria forma di “culto” dietro l’attivismo trans! Il transgenderismo, sostendendo la progressiva eliminazione del sesso biologico a favore dell’identità di genere porterebbe con il passare del tempo all’inclusione di uomini in safe spaces prima solo per donne (centri antiviolenza, spogliatoi, bagni e così via). Inoltre, sarebbe per definizione omofobo perché andrebbe a negare l’omosessualità come attrazione verso persone dello stesso sesso (e non genere).
Queste donne lamentano che qualsiasi criticismo al transattivismo sia silenziato e che non venga loro garantita la libertà d’espressione. Affermano anche di esser state minacciate da attivisti trans e, talvolta, di essere state persino vittime di aggressione.

Cis/trans

Per questo gruppo di femministe non esiste un asse di oppressione cis/trans, perché per loro una donna trans non è più discriminata di una donna cis. L’essere nata donna non comporterebbe, secondo le loro posizioni, alcun vantaggio nella società in cui viviamo, bensì solo svantaggi e pesante misoginia. Le donne, dicono spesso, non scelgono di identificarsi come tali, specialmente nelle società più sessiste, dove mutilazioni genitali femminili, stupri e violenza sono all’ordine del giorno. Una donna non può affermare semplicemente che “si identifica come un uomo” per sfuggire a questa violenza. Dire che le donne trans sono più discriminate di quelle cis equivarrebbe, dunque, a fare un discorso sessista, che considera gli uomini più discriminati delle donne (come già detto prima, per queste femministe maschio = uomo e femmina = donna; a tal proposito le TERF spesso dicono anche che non vi è alcun dato che testimonia che le donne trans siano meno violente degli uomini e riportano casi di violenza sessuale a sostegno della loro tesi).

Non-binary

Secondo le femministe gender critical l’etichetta “non-binary” sarebbe superflua perché nessuna persona segue completamente gli stereotipi associati al sesso maschile o femminile. Il postulare la propria appartenenza a un’identità non binaria, inoltre, rafforzerebbe il binarismo di genere invece di abbatterlo, perché dire che esista un’identità non binaria sottintenderebbe l’esistenza stessa del binarismo. Secondo queste femministe le persone cisgender, chi in larga misura e chi in misura minore, non necessariamente condividerebbero una visione binaria del mondo e non necessariamente vivano “bene” la loro vita come uomini e come donne, poiché nessuno segue al 100% comportamenti dettati dai ruoli di genere.

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Obiezioni e criticismo al Trans Exclusionary Radical Feminism 

Le TERF come gruppo d’odio

Queste femministe sono viste da coloro che le criticano come un vero e proprio gruppo autoritario e dogmatico (per queste femministe il loro è l’unico “vero femminismo”) che promuove transmisoginia e diffonde stereotipi e luoghi comuni sulle persone trans. Si tratterebbe di un gruppo che compie un continuo atto di violenza negando alle donne e agli uomini transgender la loro identità, oltre che l’accesso agli spazi del genere in cui loro si sentono più a loro agio. Le TERF si sono giustificate dicendo che non sono contro i diritti delle persone trans, ma semplicemente credono che “maschi biologici” (quelli che in termini moderni diremmo “AMAB” – Assigned Male at Birth) non debbano essere considerate donne e vogliono spazi distinti in base al sesso d’appartenenza piuttosto che al genere. Pur non dicendosi apertamente transfobiche, queste femministe, almeno negli anni ’80 in America, si sono battute affinché le persone trans non potessero ottenere più interventi di riassegnazione chirurgica del sesso o avere accesso ai bagni pubblici del sesso in cui si indentificano [4]. Le femministe trans-escludenti sono state anche accostate all’estremismo religioso e all’antifemminismo in generale, in quanto in taluni casi hanno proposto terapie alternative per la disforia di genere rispetto all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso e hanno parlato di transessualità come una scelta [5], oltre ad aver usato politicamente pochi casi di cronaca che coinvolgono crossdressers come teoria a sostegno della presunta violenza delle donne transgender.

Commento

Siccome da entrambe le parti ci sono reciproche accuse di violenza (le femministe gender critical testimoniano attacchi di attivisti trans contro di loro, mentre gli attivisti e le attiviste trans parlano di bullismo e violenza esplicita nei loro confronti), non credo di essere nella posizione tale da poter dare un mio giudizio preciso. Se è vero che oggi le accuse di transfobia o omofobia sono spesso usate a caso, come ha fatto anche notare il team di Wikisessualità e che le donne cis debbano avere totale libertà di organizzarsi in gruppi autonomi, è anche vero che c’è un confine fra critica e stigmatizzazione e bisogna ricordare altresì che nessuna idea politica dovrebbe essere utilizzata per finalità d’odio. Mi auguro che in futuro ci sarà un maggior dialogo fra gli ambienti queer e femministi, in modo da potersi venire reciprocamente incontro in caso di differenze di idee o di visioni del mondo, a patto che esse siano, ovviamente, basate su un criticismo sano e ragionato e non su pregiudizi e fobie.

Esempi di Youtuber gender criticalMagdalen BernsPeachyoghurt.

Fonti

  1. The Long History of Transgender exclusion from feminism
  2. TERF is hate speech
  3. Dworkin, A. (1974). Woman hating. New York: Dutton. (vedi anche: Transadvocate)
  4. Ulteriori informazioni su The TERFs
  5. Raymon, Janice G. (1980). Technology on the Social and Ethical Aspects of Transsexual Surgery.

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Differenze fra il femminismo radicale e la destra conservatrice — marzo 13, 2018

Differenze fra il femminismo radicale e la destra conservatrice

Talvolta si tende ad accostare il pensiero femminista radicale alla destra conservatrice di stampo cattolico, soprattutto quando si parla di prostituzione e pornografia. In questo articolo analizzerò punto per punto le principali divergenze e gli eventuali punti di contatto.

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Aborto

La destra conservatrice e cattolica considera, in linea generale, l’aborto come un vero e proprio omicidio. Si parte dal presupposto che ogni vita sia preziosa perché concessa da Dio e il feto è considerato di fatto già una persona. Secondo questa concezione non sarebbe l’individuo a disporre della sua esistenza ma Dio a donarla e, per questo motivo, l’aborto è visto come una pratica inaccettabile. Per lo stesso motivo i metodi di contraccezione d’emergeza, come la pillola del giorno dopo, sono considerati un peccato mortale, in quanto impediscono lo sviluppo della vita.
Il femminismo radicale, al contrario, si è sempre schierato per un accesso libero all’aborto da parte delle donne, poiché ha visto la sua negazione come un controllo dei corpi femminili da parte dello Stato e, più in generale, della società patriarcale. Il discorso sull’aborto s’inserisce in un discorso più ampio sul sesso e sulla sessualità che interessa in modo particolare le femministe radicali.

Sessualità

Il pensiero di estrema destra considera l’orientamento sessuale come una scelta. Le persone omosessuali sceglierebbero di esserlo e, se riportate sulla “retta via”, potrebbero essere “curati” e “ritornare” ad un orientamento eterosessuale. La donna sarebbe portata per natura ad essere attratta dall’uomo per portare avanti la specie. Inoltre, rapporti sessuali che non siano riproduttivi risultano un peccato.
Il femminismo radicale, al contrario, parte dal presupposto che la società sia dominata dall’eteropatriarcato, ovvero che l’eterosessualità sia imposta alle donne per relegarle ad un preciso ruolo di genere. Le femministe radicali furono le prime ad affermare con coraggio che “il personale è politico” e hanno quindi analizzato criticamente il rapporto fra donna e uomo in chiave politica. Nacquero, ad esempio, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta dei gruppi di autocoscienza in cui le donne discutevano della loro vita privata e di come l’uomo avesse una posizione dominante, non solo in ambito legale e politico, ma anche sociale, culturale e sessuale.
Mentre per la morale cattolica è peccaminoso per una donna fare sesso per fini non procreativi, il cuore del femminismo radicale è l’idea di sessualità liberata, che si potrà raggiungere totalmente, però, solo in una società scevra dal patriarcato.

Sesso e genere

Secondo la destra conservatrice il genere coincide con il sesso e, per questo motivo, ci sarebbero determinati comportamenti associati al sesso d’appartenenza. Secondo la Chiesa e la destra, la donna possiede un naturale istinto materno che la spinge ad essere madre per poter portare avanti la vita. La donna sarebbe, quindi, portata “per natura” ad essere passiva, debole e asservita a suo marito. Viceversa, l’uomo è portato a essere forte e dominante, principalmente a causa del testosterone, e a proteggere donne e bambini.
Il femminismo radicale, al contrario, considera il genere come una gabbia, come una prigione. Non c’è alcuna ragione “naturale” per la quale una persona di sesso maschile debba essere virile e rude e una persona di sesso femminile remissiva.
Non esistono cose da uomo e cose da donna. Esistono solo persone, che hanno differenti gusti ed interessi, e che vanno rispettate come esseri umani. La cultura ha associato il blu ai maschi, ad esempio, e il rosa alle femmine, ma fino a qualche decennio fa, il rosa era per gli uomini. Il punto chiave del femminismo radicale è non associare più nessuno stereotipo ai due sessi.

Utero in affitto (detto anche GPA)

La Chiesa cattolica si schiera contro la maternità surrogata, perché non la considera compatibile con i valori cristiani. Un bambino dovrebbe nascere, a loro dire, nell’ambito di una coppia eterosessuale stabilmente unita in matrimonio. L’utero in affitto è visto, dunque, come una vera e propria compravendita di bambini e comporta un utilizzo della donna come incubatrice. Ad esempio, la dottoressa Pérardel la definisce come una “prostituzione procreativa“, che attua una duplice violenza: alla donna e al bambino. Tuttavia, la condanna alla GPA (Gestazione per altri) si accompagna spesso a un attacco alle coppie omosessuali in generale. Vengono nominati casi di coppie omosessuali che ricorrono a questa pratica, ma non si fa menzione che, secondo dati statistici, l’80% delle coppie che fa ricorso a questa pratica, è eterosessuale.

Il femminismo radicale ha, effettivamente, un punto di contatto con il cattolicesimo perché anch’esso si posiziona contro la maternità surrogata, in cui la donna viene utilizzata e ridotta a merce per la creazione di un bambino. Viene messo in evidenza come, nei contratti previsti da questa pratica, la donna più che avere un effettivo controllo del suo corpo, rinuncia di fatto al suo diritto alla maternità. Spesso sono donne povere a diventare madri surrogate, con ovuli provenienti, invece, da un’altra donna donatrice. In questo modo, si spezzerebbe di fatto il legame di sangue fra colei che partorisce e il bambino e, quindi, la madre surrogata non avrebbe per motivi legali più nessun diritto su di lui. Quindi, dietro la gestazione per altri si celerebbe una strategia di marketing neoliberale che avvantaggerebbe unicamente i più ricchi, alle spese delle donne. La GPA è spesso presentata come “dono” o “sacrificio” da parte della donna, ma, in realtà, le femministe radicali hanno osservato che non si tratta di un dono, quanto piuttosto del diritto dell’uomo a disporre del corpo femminile, in questo caso per fini riproduttivi. Si tratterebbe, dunque, di una forma di controllo da parte del patriarcato. Anche nell’ambito dell’attivismo LGBT non tutte le voci sono concordi nel considerare la GPA come una pratica progressista. Ad esempio, di recente Arcilesbica ha dichiarato la sua contrarietà, distaccandosi, almeno dal punto di vista politico, da Arcigay. La stessa Arcilesbica, poi, ha fatto notare come la possibilità di ricorrere all’utero in affitto comporti una diminuzione delle adozioni. A suo parere, pertanto, sarebbe necessario battersi per il diritto all’adozione per coppie omessuali e per le persone single, piuttosto che per una pratica che, di fatto, non ha nulla a che vedere con l’attivismo LGBT.

Pornografia

La destra e, più in particolare, la Chiesa cattolica considera la pornografia come un peccato, dal quale è possibile liberarsi grazie all’aiuto di Dio. La pornografia è considerata immorale e contraria a ciò che sarebbe buono e giusto (ovvero i rapporti sessuali fra una coppia sposata eterosessuale). Nella pornografia le persone raffigurate si riducono a oggetti, vengono mostrati corpi in un’ostinata e ossessiva ripetizione di atti sessuali che non lasciano spazio all’amore e all’immaginazione.
Per il femminismo radicale la pornografia è creata in conformità con i desideri e il piacere maschili, raffigura spesso scene di violenza contro le donne, ridotte a oggetti sessuali e dà, in linea generale, un’immagine negativa della donna. Le femministe radicali si sono storicamente schierate contro la pornografia e continuano a farlo in base al fatto che la violenza e la degradazione nella pornografia stiano aumentando esponenzialmente. Oltre alla violenza, vedono un legame fra pornografia e prostituzione e denunciano anche l’effetto che ha la pornografia sulla sessualità di uomini e donne. Le donne sarebbero portate in alcuni casi a compiere gesti estremi, sotto influenza dell’industria pornografica, ad esempio a sottoporsi a interventi di labioplastica per la riduzione delle piccole labbra della vulva per un mero fattore estetico, dato che nei video pornografici vengono mostrate attrici con labbra piccolissime e che questa condizione sia ormai considerata la “norma” dal punto di vista estetico. Gli uomini sarebbero poi, in determinati casi, portati a reiterare comportamenti visti nei video pornografici e a imporli, sia direttamente che velatamente, alle donne. La pornografia, secondo le femministe radicali, in sostanza non è perfettibile, ma è di base uno dei modi in cui si mostra la violenza patriarcale.

Prostituzione

La prostituzione, secondo la Chiesa cattolica e la destra conservatrice, offende la dignità di chi si prostituisce. Sia la prostituta che il cliente peccano contro sé stessi, perché infrangono la castità e macchiano il loro corpo di un grave peccato. La prostituta è vista come colpevole di un peccato, dal quale può, però, redimersi.

Il femminismo radicale, invece, non considera la donna come colpevole. Si tratta, piuttosto, di una violenza compiuta da coloro che la sfruttano, ovvero il pappone e il cliente che paga l’accesso al suo corpo. Le femministe radicali combattono attivamente la tratta e sostengono l’abolizionismo. In base a questa visione le prostitute non devono essere perseguite o soggette a sanzioni dal punto di vista penale. Al contrario, la maggior parte delle donne prostituite è vittima di tratta e bisognerebbe, di conseguenza, denunciare attivamente e cercare di arginare quanto più possibile questo fenomeno, che spesso coinvolge non solo donne ma anche uomini e bambini.

Quando le donne non sono costrette a prostituirsi perché vittime di tratta, spesso la loro decisione è influenzata dalla mancanza di altre possibilità economiche e lavorative, oppure in risposta a determinati traumi. Per le femministe radicali la prostituzione è, quindi, intrinsecamente legata alla povertà, dunque a un fattore di classe. A questo si aggiunge il fatto che coloro che si prostituiscono appartengono per lo più a minoranze etniche.

“Se la prostituzione è una scelta libera, perché le donne con minori possibilità di scelta sono quelle che più spesso si trovano a farlo?” (MacKinnon, 1993)

[Melissa Farley, Isin Baral, Merab Kiremire and Ufuk Sezgin, “Prostitution in Five Countries”, Feminism & Psychology, 1998, pp. 405–426]

Un’altra delle argomentazioni utilizzate dalle femministe radicali è che i clienti comprano, di fatto, il consenso di queste donne, dato che in assenza di denaro non si sarebbero sottoposte a determinate pratiche. In ogni caso, la prostituzione scomparirebbe in una società non patriarcale e non capitalista.

Conclusione

Il femminismo radicale, pur avendo apparentemente somiglianze con il pensiero della destra conservatrice e della Chiesa cattolica, se ne distacca ampiamente perché, pur essendo contrario a determinate pratiche come la GPA, lo è per motivi molto diversi.
Hanno posizioni che sono agli antipodi e, anche se ci sono congruenze, si tratta di un fatto meramente casuale, che, in ogni caso, non si riconduce necessariamente a un’affinità a livello ideologico.

 

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