UNA NUOVA VIA…anche per ritrovarvi

 Non ci si deve mai rilassare negli sforzi per costruire una nuova via. Creatività significa aprire la pesante porta della vita. Non è una lotta facile. Anzi, può essere il compito più difficile del mondo. Aprire la porta della propria vita è più difficile che aprire le porte ai misteri dell’universo.
Ma l’atto di aprire la porta dimostra la fondatezza dell’esistenza di un essere umano, e rende la vita degna di essere vissuta. Nessuno è più solo e infelice di chi non conosce la pura gioia di creare da solo la propria vita. Essere umano non significa sol camminare su due gambe e manifestare ragione e intelligenza: essere umano nel pieno senso della parola significa vivere una vita creativa
.
(Ikeda)

Visto che ogni situazione nella vita rappresenta una sfida e un problema da risolvere, la domanda sul senso della vita può in realtà essere capovolta. In sostanza, l’uomo non dovrebbe chiedersi quale sia il significato della vita, ma piuttosto dovrebbe capire che è a lui che vengono poste le domande. In una parola, ogni uomo è messo alla prova dalla vita, e può rispondere alla vita solo rendendo conto della propria vita…
(Alla ricerca di un significato nella vita – Victor Frankl)

“Ogni situazione di crisi, Ed, rappresenta anche una preziosa opportunità di cambiamento. Ciò che conta veramente è avere dentro di sé le risorse per affrontare i momenti difficili”.

Quello che ho capito è che molto spesso, galleggianti nel suo mare di negatività, ci sono perle di genuina saggezza e intuito. La sfida è di pescarle prima che vengano travolte dalle ondate di spazzatura che lui stesso solleva. Tutto si riconduce al modo in cui si guardano le cose. E il modo di guardare le cose si riconduce allo stato vitale.

Ti avvicini a persone diverse, attrai persone diverse, parli con persone diverse, a seconda del tuo stato vitale. E anche il risultato sarà diverso, sempre secondo il tuo stato vitale.
(Il Budda Geoff e io – Una storia moderna
di Edward Canfor-Dumas)

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GLI INIZI SONO SEMPRE DIFFICILI.

Vorrei essere carica di energia pura, pronta a spogliarmi di tutto.

Tutti noi siamo uno specchio: nel bene e nel male, vediamo qualcosa di bello o di brutto di noi stessi , riflesso nell’altro.

Vorrei capire meglio me stessa. Chiudermi in un nobile silenzio a riflettere. E’ importante essere padroni della propria esistenza. E solo con la conoscenza è possibile riuscirci. Senza, è come vivere dentro una tormenta, in balia di tutto.

La ricerca è tutto.

Ognuno si pone le sue domande, anche se – prima o poi – si arriva inevitabilmente a chiedersi: “Chi sono? Dove sono? Voglio davvero quello che faccio?”. Per rispondere bisogna lavorare su stessi. Solo così si riesce a dare il meglio attraverso la propria arte e nei rapporti con gli altri.

Solo così si diventa un veicolo di serenità, pace e amore.

Ma ci vuole tanto coraggio per scavare dentro di noi.

Cercare l’essenza di sé, avvicinarsi a quel luogo da cui normalmente si scappa, non é facile perché lì crollano tutte le illusioni: si vede la realtà.
 
Liberarsi dei tanti condizionamenti indotti dai legami, dai luoghi, dalla propria storia e smettere di subire la scala di valori sempre più bassa che offre il sistema di cui tutti siamo parte.

Bisogna essere integri per amare l’altro per quello che é. E poi, per amare gli altri, evolvere e fare insieme un cammino, bisogna prima amare se stessi. E le proprie brutture.

Parole, tratte dall’intervista ad Anna Oxa di Vanity Fair –  29.09.2010 – in cui ho visto riflessa una parte di me.
Anch’io, come lei e tanti altri, mi sono posta negli anni tante domande e, finalmente, ho iniziato la mia ricerca.

 

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LA COPPIA FELICE

 
 
 
 
In amore si tende a ripetere gli stessi comportamenti, quindi gli stessi errori.
Perché?
Sarà perché non sappiamo riconoscere le nostre emozioni?
Vale a dire: cosa proviamo veramente noi e cosa prova l’altro?
Sarà perché non sappiamo esprimere correttamente i nostri sentimenti
e Mr. X non capisce come ci sentiamo e cosa desideriamo?
Amore = intimità (qui apriamo pure un capitolo),
passione (apriamone un altro)
e impegno (qui ci vorrebbe un intero volume).
 
Manca uno degli ingredienti?
Ahi! Ahi! Ahi! 
 
Partiamo dal presupposto che donne e uomini possono commettere gli stessi errori:
in una relazione devono  conoscersi, gestire le emozioni, controllare il proprio comportamento,
sapere comunicare con l’altro e chiarire le situazioni difficili senza perdersi in inutili discussioni.
 
Uno dei due non possiede queste caratteristiche?
Ahi! Ahi! Ahi!
Non le possiede nessuno dei due?
Si suggerisce un cambiamento d’aria! 
 
Mettiamola così, se trasmetteremo ai nostri figli la certezza di essere amati,
se sapremo nutrirli sia sul piano fisico che su quello emotivo,
se li conforteremo quando sono tristi e li rassicureremo quando sono spaventati, 
da grandi, avranno buone possibilità di vivere relazioni stabili.
 
In pratica bisogna amare se stessi e avere basi sicure,
per non vivere da adulti relazioni sbagliate…
 
Un matrimonio o una convivenza che finisce, si dice sia da considerare un fallimento;
credo lo sia, soprattutto per il grande investimento emotivo che si era fatto,
ma credo anche che, spesso, proprio per le mancanze di cui scrivevo sopra,
non ci siano alternative valide e che la presunta rinuncia,
sia in realtà motivo di crescita personale.
 
Conoscere se stessi, rivalutare se stessi, rinunciare a compromessi
che farebbero di noi solo mezze personalità.
 
Dentro di noi le risposte si fanno largo attraverso le emozioni,
imparare a riconoscerle, comprenderle, 
può aiutarci a chiarire se la nostra é una relazione
che vale la pena migliorare o interrompere.
 
Certo uomini e donne sono diversi,
sentono, pensano e agiscono in modo diverso,
ed é solo riconoscendo questa diversità, senza cercare di cambiarla,
che potremo continuare il percorso insieme. 
 
Naturalmente, ognuno ha la sua personale esperienza da raccontare:
c’é chi ha investito e dato tutto se stesso in un rapporto ed è stato tradito,
dovendo poi dare fondo a tutto il suo coraggio per ricostruire se stesso.
C’é chi si é illuso di avere dato, ha ricevuto molto e alla fine ha tradito.
Prima se stesso, poi l’altro.
E così via.
 
La ricetta per vivere una vita insieme, felici, appagati e contenti,
non l’hanno ancora inventata!
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ASTRID E VERONIKA di Linda Olsson

 
 

Soffi un vento buono
Cada neve bianca
 
 
"…L’amore arriva senza preavviso e, una volta che ci é dato, non può essere tolto. Dobbiamo ricordarlo: non si può mai perdere. L’amore non si può misurare. Non si può contare in anni, minuti o secondi, chili o grammi. Non si può quantificare in alcun modo, né si può paragonare un amore a un altro. Esso é, semplicemente. Il più lieve tocco d’amore ti può sorreggere per una vita intera. Dobbiamo ricordarlo sempre…
 
…Credo che immaginiamo soltantoche quei visi siano andati persi, quando ciò che in realtà accade é che diventano una parte di noi, e dunque non si possono più indagare obbiettivamente. Vorrei che tu pensassi a me così, sapendo che sarò sempre con te, anche su tu potresti  non essere in grado di ricordare il mio volto…
 
…Nessuno ha mai vissuto la nostra vita; non ci sono lineeguida. Fidati dei tuoi istinti, non accettare nulla che non sia il meglio. Ma cercalo anche con forza. Non permettere che ti scivoli via tra le dita. Certe volte le cose buone avvengono in maniera sommessa. E nulla é perfetto. E’ ciò che facciamo di quello che ci capita che ne determina il risultato.  E’ ciò che scegliamo di vedere, ciò che scegliamo di tenere. E’ ciò che scegliamo di ricordare. Non dimenticare mai che  tutto l’amore della tua vita é sempre lì, dentro di te. Non te lo potranno mai portare via…"
 
perché il giorno tu sei,
e la luce tu sei,
il sole tu sei,
e la splendida, splendida
vita che attende tu sei!
(Mattino – Karin Boye)
 
Veronika é una scrittrice  che torna in Svezia dopo aver seguito il padre diplomatico in giro per il mondo. Sua madre aveva abbandonato la famiglia quando era ancora bambina. Affitta una casa in un paesino per ritrovare la concentrazione necessaria per affrontare il suo secondo romanzo, ma il ricordo di James, morto poco tempo prima in un incidente, blocca la sua immaginazione. Sarà l’anziana Astrid, una personalità bizzarra che in paese credono una strega,  a richiamarla alla vita. Fra Veronika e Astrid si sviluppa un legame di confidenze, affinità e confessioni dei segreti più dolorosi e nascosti di entrambe.  Un legame che le farà uscire dalla routine del presente per tentare di cambiare vita.
 
Da tempo un libro non mi emozionava così. L’autrice é la stessa di Sonata per Miriam; ho cercato qualcos’altro della stessa scrittrice, proprio perché ho amato da subito il suo modo di raccontare le emozioni. La Olsson descrive il momento vissuto dai personaggi senza annoiare, raccontando le loro emozioni e i sentimenti in modo profondo e sintetico allo stesso tempo. Un connubio difficile da spiegare. Entrambi i romanzi hanno toccato le corde del mio cuore, commuovendomi e facendomi riflettere a lungo. Astrid ha cercato l’amore per tutta la vita; meglio dire che lo ha desiderato , nonostante forse non se ne sia sentita degna per molto tempo, chiudendosi in se stessa, vivendo di silenzio e solitudine. Veronika, al contrario, ha incontrato e vissuto l’amore profondo, ma le é stato tolto improvvisamente dalla vita che dona e priva, apparentemente senza ragione. L’incontro tra Astrid e Veronika é un incontro tra orfane dello stesso sentimento: due donne, due amiche, madre e figlia. Trovo che entrambe siano state descritte nella profondità dei loro sentimenti, pur celando molto del loro mondo. Leggendo, s’ intuisce l’intima profondità del loro essere individui unici ed irripetibili, come anche quell’unicità comprenda emozioni e sfaccettature che non sono raccontante. L’emozione più grande é stata desiderare di conoscerle. L’autrice ha reso Astrid e Veronika vere e mi ha segnato il cuore.
 
 
Un saluto a tutti voi, spero stiate vivendo di sentimenti profondi e tenere emozioni.
 
 
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BUONE VACANZE!

Cercavo un’immagine per salutarvi e augurarvi buone vacanze.

Ce n’erano di colorate e spiritose,

ma il messaggio di quella che vedete racconta qualcosa di più…

Arrivederci!

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COSA LEGGEREMO QUEST’ESTATE?

Il ritorno del maestro di danza di Henning Mankell

 

Il giallo svedese

Il giallo alla svedese é un boom letterario che non accenna a calare. Negli ultimi anni, infatti,  i giallisti svedesi si sono affermati in tutta Europa, raggiungendo anche gli USA, i paesi dell’Est e perfino l’oriente.

In questo senso, bisogna rivedere l’idea del romanzo giallo: da una parte i giallisti classici, di buon livello ma che oggi forse risultano un po’ vecchi, dall’altra parte una serie di nuovi scrittori che non seguono  uno schema classico, approfondiscono i personaggi, conferendogli umanità, compassione e sofferenza, e sono supportati da buone traduzioni.

In passato la letteratura svedese era lontana dall’idea che noi avevamo di questi paesi, oggi è diverso: leggiamo storie ambientate in precisi contesti sociali che ci consentono di conoscere la realtà di questi paesi.

Ambientazioni suggestive, con spazi sterminati e lunghi inverni di neve e ghiaccio, illuminati dalle aurore boreali, fanno da sfondo a orribili delitti che, tuttavia, vengono raccontati senza indugiare morbosamente sui particolari – aspetto tipico invece dei gialli americani.

Ciò che colpisce è la normalità dei personaggi e delle situazioni: la vita dei protagonisti scorre mostrando un quotidiano che é molto vicino al nostro, mettendo in luce una forte componente realistica, denunciando aspetti sociali e inquietudini tipiche del nostro tempo.

Il lettore non ha l’impressione di dovere risolvere un enigma, al contrario, entra nella vita dei personaggi, sentendone tutta la preoccupazione, la stanchezza e la rassegnazione nei confronti della vita; da questo punto di vista, si nota la simbiosi tra l’inquietudine dei personaggi e gli inverni lunghi e bui dei paesi scandinavi, la pioggia incessante e gli spazzi sterminati della loro natura.

L’autore più noto è lo svedese Henning Mankell: il ciclo del commissario Wallander, cominciando da ASSASSINIO SENZA VOLTO.

Interessante anche il primo giallo fuori ciclo, IL RITORNO DEL MAESTRO DI DANZA.

Altri autori: gli svedesi Asa Larsson e Arne Dahal, la norvegese Anne Holt e l’islandese Arnaldur Idridason.

 

Il giallo, in generale, non é mai stato il mio genere preferito, ma scoprire questo filone

é stata un’esperienza interessante che mi ha permesso di conoscere meglio

alcuni aspetti di questa parte d’Europa.

 

Buona lettura!

 

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IL DECALOGO DEL CAMBIAMENTO

 
  1 – SEGUI SEMPRE LA TUA PASSIONE
  2 – NON CANCELLARE LA TUA STORIA, IL TUO PASSATO. COSTRUISCI SOPRA
  3 – SII CURIOSO, NON LASCIARTI SPEGNERE DALLA ROUTINE
  4 – CONFRONTATI CON LE PERSONE CHE AMI O CHE STIMI
  5 – ASCOLTA IL TUO ISTINTO
  6-  VIAGGIA, LEGGI, AMPLIA IL TUO ORIZZONTE
  7 – CREDI IN TE STESSO
  8 – NON DIFFIDARE DELLE NOVITA’
  9 – ACCETTA QUALCHE RISCHIO
10 – IMPARA QUALCOSA DI NUOVO OGNI VOLTA CHE PUOI   
 
 

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Riconosco in me un desiderio di cambiamento
che già costruisce il suo percorso
sulle fondamenta di ciò che sono oggi.
Nasce dal profondo e mi chiama ad essere domani
una persona migliore di oggi.
Ci ho messo un pò a seguire la mia passione,
preda di quel non credere sufficientemente in me stessa.
Timorosa di seguire il mio istinto,
ho frenato la mia curiosità a lungo, pensando che non avrebbe
portato a nulla di concreto; soffocando il mio spirito nella
routine di un quotidiano che ho sì scelto,
ma che non é mai stato tutto.
Non ho preso aerei, ma ho sempre viaggiato con la fantasia
attraverso i libri, carta della mia carne.
Non é mai troppo tardi per lasciarsi alle spalle quella zona grigia di staticità
e arrivare a una vera sintonia tra gli intenti e il fare.
Realizzare un desiderio messo da parte per troppo realismo può essere
l’inizio di un nuovo percorso, dove imparare qualcosa di nuovo ogni giorno
diviene un piacere e dove rischiare non fa più così paura. 
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LA FELICITA’ E’ UN VIAGGIO

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Da bambina vivevo con i miei genitori e i miei fratelli in campagna: il paese era piccolo, le case erano piccole e anch’io ero piccola, nel senso che ero minuta e piuttosto bassa rispetto ai miei coetanei.

Nonna Assunta, diceva che le mie ossa erano vuote come quelle dei passerotti, tanto ero leggera, e che sarebbe bastato un po’ di vento per farmi volare via.

Alla mamma non piaceva il paragone; non glielo disse mai, per paura di offenderla, ma ogni volta che la nonna attaccava a parlare delle mie ossa, cambiava discorso, voltandosi da un’altra parte per non mostrare imbarazzo.

Una volta la sentii sbuffare e fare una smorfia a mio padre, del tipo: “Non se ne può più!”

 

A me, invece, non dava fastidio, forse perché gli uccelli mi hanno sempre affascinata; in particolare le rondini, con il loro ventre bianco pallido, che osservavo volare dalla finestra della mia camera.

Volavano aggraziate e, riunite in stormi, migravano ogni autunno in cerca di climi più miti, per poi tornare puntuali in primavera.

Ossa a parte, si può dire che la mancanza di centimetri era in un certo senso compensata dal folto casco di riccioli castani che m’incorniciava il viso; inoltre, avevo occhi grandi, nocciola, e ciglia lunghe che inorgoglivano mio padre.

 

Papà si chiamava Luigi, come suo nonno, e lavorava con zio Salvo nella bottega di famiglia: fabbricavano i paramenti con cui erano vestiti i cavalli durante le fiere o i palii.

Una volta, per una parata, vestirono anche i cavalli di Re Vittorio Emanuele II e tutti in paese festeggiarono l’evento.

Il giardino della nostra casa confinava con quello dell’avvocato Pagliuca, professionista noto e rispettato che aveva assistito anche il nonno, una volta che un cliente non voleva pagare il conto.

 

Li divideva una siepe in foglie di lauro, troppo alta e fitta perché potessi vedere attraverso; spesso, mentre giocavo con la mia bambola di pezza, potevo sentire al di là, la voce di una signora che leggeva delle storie e quella di una bambina che la interrompeva.

Con Loretta, mi sedevo di fianco alla siepe e restavo ad ascoltare, stando attenta a non fare rumore.

 

 

Erano storie di principi e principesse e di animali, come quella della volpe affamata che vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato e tentò di afferrarli, ma non ci riuscì. “Robaccia acerba!”, disse allora fra sé e sé, e se ne andò.

La signora spiegò alla bambina che capitava la stessa cosa anche fra gli uomini; infatti, chi non riesce, per incapacità, a raggiungere il suo scopo, spesso incolpa le circostanze e rinuncia a provare ancora.

 

Allora pensai a mia sorella Carmelina che amava la musica e sognava di ballare la polka alla festa del Santo patrono insieme con Pasquale, il garzone del fornaio; per quanto s’impegnasse, poverina, non riusciva proprio a sentire il tempo e a farne le spese erano sempre i piedi di nostro padre.

L’ultima volta, disse che era perché i piedi di papà erano troppo grandi e decise che con Pasquale avrebbe ballato solo un lento, quando  e se avesse trovato il coraggio di invitarla.

Sarei rimasta delle ore ad ascoltare quelle storie; la voce della signora era intensa e melodiosa, di quelle che ad ascoltarle la sera, prima di dormire,  trasportavano dolcemente nel mondo dei sogni.

 

Anche quella della bambina era una bella voce, ma aveva il brutto vizio di farsi sentire nei momenti meno opportuni: quando il principe stava per liberare la principessa, per esempio, o quando il lupo era prossimo a ingoiare la nonna di Cappuccetto Rosso!

Più di una volta avrei voluto gridarle di tacere ma, nonostante fossi nel mio giardino, mi sentivo un po’ come un’intrusa; inoltre, notandomi, sarebbero certamente rientrate in casa interrompendo il racconto.

 

Un pomeriggio, mia madre uscì in giardino, si accovacciò accanto a me e bisbigliò: “Cenerentola é invitata a fare merenda in cucina prima che scocchino le quattro.”

Non l’avevo sentita arrivare e trasalii. “Mamma” sussurrai a mia volta, “che dici? Cenerentola non faceva mai merenda con pane e marmellata in cucina, aveva troppe cose da fare!”

Lei mi guardò sorpresa: “Certo che la faceva, tesoro mio” disse. “Per lavare e spazzare tutta quella cenere, faceva grandi scorpacciate di marmellata alle more e poi lasciava le briciole del pane ai suoi amici uccellini”.

Quella volta non ascoltai la fine della storia, perché l’espressione di mia madre, seria e divertita allo stesso tempo, mi convinse a seguirla in cucina; non rimasi delusa ad ogni modo, tanto più che quella sera, nonna Assunta si offrì di leggermi una fiaba: quella di Cenerentola! 

 

La figlia dell’avvocato Pagliuca si chiamava Rosa e aveva la mia età; lo scoprì un giorno d’estate, quando, per il suo compleanno, fui invitata di là dalla siepe.

“Non ci voglio andare” m’impuntai con papà. “Perché mi ha invitata, se non la conosco nemmeno?”

“L’invito é venuto direttamente dalla balia di casa Pagliuca” rispose. “L’avvocato sa che ho una bambina dell’età della sua e ha pensato che vi sarebbe piaciuto giocare un po’ insieme.”

“La balia?” domandai.

La mamma, seduta sulla sua poltrona preferita, mi prese la mano e disse attirandomi a sé: “Teresa, la mamma di Rosa é con gli angeli in cielo e la Sig.ra Maria, la balia, si prende cura di lei sin da quando era molto piccola.”

Rimasi pensierosa, poi guardai mio padre e dissi che sarei andata.

 

La casa di Rosa era grande, il giardino era grande e anche lei era grande, nel senso che era molto più alta di me.

I suoi capelli erano del colore del grano in estate: lisci, tagliati a carré appena sotto le orecchie e abbelliti da un cerchietto di stoffa rosa, con un bel fiocco sul lato.

Gli occhi, invece, erano del colore delle foglie in autunno.

“Ciao!” disse.

“Ciao!” risposi.

“Io sono Rosa.”

“Io Teresa.”

“Quanti anni hai?” domandò.

“Gli stessi che hai tu” le risposi.

“Oggi ne compio sette” disse. “Tu, però, sembri più piccola” aggiunse piegando leggermente il capo a destra.

“E’ perché non sono molto alta…” risposi intimidita.

“Oh, non sei poi tanto bassa” e mi sorrise. “Ti va di giocare un po’ sulla mia altalena?”

Fu così che ci dondolammo, appese agli alberi del suo giardino, scambiando appena qualche parola, mentre l’aria scompigliava riccioli e fili d’oro in un sali e scendi continuo.

Giocammo anche a saltare la corda a turno, mentre la balia, instancabile, disegnava cerchi perfetti tra cielo e terra.

“Arancia, limone, fragola e mandarino!” gridava Rosa mentre saltava. “Arancia, limone, fragola e mandarino!” continuava.

Finalmente sbagliò un salto e ci demmo il cambio ripartendo da  mandarino: “Mandarino, arancia, limone e fragola!” e continuammo così per un bel po’.

“Perché non ci sono altri bambini alla tua festa?” le domandai a un certo punto.

Rosa, seduta su uno sgabello, le gambe accavallate come una piccola donnina, sotto la gonnellina rosa a campana, mi guardò dritta negli occhi:“Perché sono nata in estate e i miei amici sono già tutti al mare o in montagna” rispose.

Pensai di essere fortuna, perché io invece ero nata in autunno.

 

In quel momento arrivò l’avvocato Pagliuca che, tra gridolini di gioia e di sorpresa, consegnò a Rosa il suo regalo di compleanno; avvolto nella carta da regalo, tenuta insieme da un lungo nastro con il fiocco rosa, c’era il cavallo a dondolo più bello che avessi mai visto!

Era di legno di pino, con un bel sellino e due maniglie cui tenersi; inoltre, come un cavallo vero, aveva la coda e una folta criniera nera.

 

 

Strinsi Loretta al petto e restai a guardarlo incantata, mentre Rosa lo faceva dondolare avanti e indietro, dimenandosi e ridendo di gioia; speravo di poterci salire, ma Rosa scese solo quando la balia chiamò per la torta e, a quel punto, era quasi ora di tornare a casa.

Mio padre venne a prendermi di lì a poco e, mentre si tratteneva con l’avvocato Pagliuca, guardai speranzosa il cavallo a dondolo.

“Ti piace?” chiese Rosa.

“Sì” risposi.

Rosa montò in groppa al suo cavallo, sorrise maliziosa e iniziando a dondolare disse: “Forse, uno di questi giorni, ti faccio salire.”

Dopo aver ringraziato e salutato, mio padre ed io tornammo a casa mano  nella mano.

“Ti sei divertita?" domandò papà.

“Sì” risposi.

“Cosa ti é piaciuto di più?” chiese.

“Il cavallo a dondolo” dissi. “Rosa ha detto che forse, uno di questi giorni, mi farà salire.”

Papà strinse un po’ più forte la mia mano e mi sorrise: “Che ne diresti se  con l’aiuto di tuo zio Salvo, provassimo a costruire da soli un cavallo a dondolo tutto per te?”

Sgranai gli occhi dalla gioia: “Sì, papà! Mi piacerebbe” dissi. “Quando?” domandai entusiasta.

Papà sorrise e disse: “Presto Teresa. Il tempo di trovare un bel pezzo di legno da lavorare.”

Forse mio padre notò la mia espressione delusa, perché mi fece sedere sul collo del suo piede e, tenendomi le mani, iniziò a dondolarmi su e giù e a ridere di gusto.

Io, risi insieme con lui e pensai che la felicità é un viaggio che inizia da piccoli. 

 

 

FINE 

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IL DOLCE FAR NIENTE

 
 
Che ne dite di sdraiarvi sul divano a guardare la TV,
di fare una piccola siesta,
di gustare "il dolce far niente"…
 
Non potete? Perché no?
 
Lo so, lo so, ci sono i bambini da accompagnare a nuoto,
da andare a prendere a calcio; c’é la lavatrice da stendere
e una cesta che trabocca di panni da stirare
e poi la cena…alle 19.00 già tutti la reclamano!
 
Ho letto che rifugiarsi nell’attivismo é un sistema per difendersi dalla depressione,
un modo di occupare il proprio terreno psichico perché non emerga
la sensazione di vuoto  che ogni essere umano
prima o poi prova in una certa misura.
 
E’ possibile, ma se fosse proprio un’attività costante e ripetitiva
a far emergere quella sensazione di inutilità?
 
Mettiamola così: ognuno di noi dovrebbe prendersi il suo tempo
e viverlo assecondando le proprie inclinazioni,
senza associare, più o meno inconsciamente,
il "riposo" dalle incombenze quotidiane con il peccato, o senso di colpa.
 
Riusciamo sempre a trovare il tempo per coltivare i nostri pensieri 
in modo soddisfacente?
 
Personalmente, incontro delle difficoltà.
Spesso c’é troppo caos e "fermarmi", consapevole di rimandare
solo a dopo qualcosa, mi  causa ansia.
 
Imparare a staccare la spina,
a vivere momenti solo nostri.
 
Tempo libero in cui aprirsi alla creatività,
tracciando confini tra il  nostro territorio personale
e quello delle persone che amiamo.
 
In questo senso, ho iniziato un percorso che mi
emoziona  e mi gratifica.
 
 
   
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AMORE DI LONTANANZA



Ricordo che, quand’ero nella casa

della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava
sui prati; in fondo, l’argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

c’era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo


un’aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l’orizzonte;
socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo

i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.

A. Pozzi

Per saperne di più… 
http://www.antoniapozzi.it/

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