Da bambina vivevo con i miei genitori e i miei fratelli in campagna: il paese era piccolo, le case erano piccole e anch’io ero piccola, nel senso che ero minuta e piuttosto bassa rispetto ai miei coetanei.
Nonna Assunta, diceva che le mie ossa erano vuote come quelle dei passerotti, tanto ero leggera, e che sarebbe bastato un po’ di vento per farmi volare via.
Alla mamma non piaceva il paragone; non glielo disse mai, per paura di offenderla, ma ogni volta che la nonna attaccava a parlare delle mie ossa, cambiava discorso, voltandosi da un’altra parte per non mostrare imbarazzo.
Una volta la sentii sbuffare e fare una smorfia a mio padre, del tipo: “Non se ne può più!”
A me, invece, non dava fastidio, forse perché gli uccelli mi hanno sempre affascinata; in particolare le rondini, con il loro ventre bianco pallido, che osservavo volare dalla finestra della mia camera.
Volavano aggraziate e, riunite in stormi, migravano ogni autunno in cerca di climi più miti, per poi tornare puntuali in primavera.
Ossa a parte, si può dire che la mancanza di centimetri era in un certo senso compensata dal folto casco di riccioli castani che m’incorniciava il viso; inoltre, avevo occhi grandi, nocciola, e ciglia lunghe che inorgoglivano mio padre.
Papà si chiamava Luigi, come suo nonno, e lavorava con zio Salvo nella bottega di famiglia: fabbricavano i paramenti con cui erano vestiti i cavalli durante le fiere o i palii.
Una volta, per una parata, vestirono anche i cavalli di Re Vittorio Emanuele II e tutti in paese festeggiarono l’evento.
Il giardino della nostra casa confinava con quello dell’avvocato Pagliuca, professionista noto e rispettato che aveva assistito anche il nonno, una volta che un cliente non voleva pagare il conto.
Li divideva una siepe in foglie di lauro, troppo alta e fitta perché potessi vedere attraverso; spesso, mentre giocavo con la mia bambola di pezza, potevo sentire al di là, la voce di una signora che leggeva delle storie e quella di una bambina che la interrompeva.
Con Loretta, mi sedevo di fianco alla siepe e restavo ad ascoltare, stando attenta a non fare rumore.
Erano storie di principi e principesse e di animali, come quella della volpe affamata che vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato e tentò di afferrarli, ma non ci riuscì. “Robaccia acerba!”, disse allora fra sé e sé, e se ne andò.
La signora spiegò alla bambina che capitava la stessa cosa anche fra gli uomini; infatti, chi non riesce, per incapacità, a raggiungere il suo scopo, spesso incolpa le circostanze e rinuncia a provare ancora.
Allora pensai a mia sorella Carmelina che amava la musica e sognava di ballare la polka alla festa del Santo patrono insieme con Pasquale, il garzone del fornaio; per quanto s’impegnasse, poverina, non riusciva proprio a sentire il tempo e a farne le spese erano sempre i piedi di nostro padre.
L’ultima volta, disse che era perché i piedi di papà erano troppo grandi e decise che con Pasquale avrebbe ballato solo un lento, quando e se avesse trovato il coraggio di invitarla.
Sarei rimasta delle ore ad ascoltare quelle storie; la voce della signora era intensa e melodiosa, di quelle che ad ascoltarle la sera, prima di dormire, trasportavano dolcemente nel mondo dei sogni.
Anche quella della bambina era una bella voce, ma aveva il brutto vizio di farsi sentire nei momenti meno opportuni: quando il principe stava per liberare la principessa, per esempio, o quando il lupo era prossimo a ingoiare la nonna di Cappuccetto Rosso!
Più di una volta avrei voluto gridarle di tacere ma, nonostante fossi nel mio giardino, mi sentivo un po’ come un’intrusa; inoltre, notandomi, sarebbero certamente rientrate in casa interrompendo il racconto.
Un pomeriggio, mia madre uscì in giardino, si accovacciò accanto a me e bisbigliò: “Cenerentola é invitata a fare merenda in cucina prima che scocchino le quattro.”
Non l’avevo sentita arrivare e trasalii. “Mamma” sussurrai a mia volta, “che dici? Cenerentola non faceva mai merenda con pane e marmellata in cucina, aveva troppe cose da fare!”
Lei mi guardò sorpresa: “Certo che la faceva, tesoro mio” disse. “Per lavare e spazzare tutta quella cenere, faceva grandi scorpacciate di marmellata alle more e poi lasciava le briciole del pane ai suoi amici uccellini”.
Quella volta non ascoltai la fine della storia, perché l’espressione di mia madre, seria e divertita allo stesso tempo, mi convinse a seguirla in cucina; non rimasi delusa ad ogni modo, tanto più che quella sera, nonna Assunta si offrì di leggermi una fiaba: quella di Cenerentola!
La figlia dell’avvocato Pagliuca si chiamava Rosa e aveva la mia età; lo scoprì un giorno d’estate, quando, per il suo compleanno, fui invitata di là dalla siepe.
“Non ci voglio andare” m’impuntai con papà. “Perché mi ha invitata, se non la conosco nemmeno?”
“L’invito é venuto direttamente dalla balia di casa Pagliuca” rispose. “L’avvocato sa che ho una bambina dell’età della sua e ha pensato che vi sarebbe piaciuto giocare un po’ insieme.”
“La balia?” domandai.
La mamma, seduta sulla sua poltrona preferita, mi prese la mano e disse attirandomi a sé: “Teresa, la mamma di Rosa é con gli angeli in cielo e la Sig.ra Maria, la balia, si prende cura di lei sin da quando era molto piccola.”
Rimasi pensierosa, poi guardai mio padre e dissi che sarei andata.
La casa di Rosa era grande, il giardino era grande e anche lei era grande, nel senso che era molto più alta di me.
I suoi capelli erano del colore del grano in estate: lisci, tagliati a carré appena sotto le orecchie e abbelliti da un cerchietto di stoffa rosa, con un bel fiocco sul lato.
Gli occhi, invece, erano del colore delle foglie in autunno.
“Ciao!” disse.
“Ciao!” risposi.
“Io sono Rosa.”
“Io Teresa.”
“Quanti anni hai?” domandò.
“Gli stessi che hai tu” le risposi.
“Oggi ne compio sette” disse. “Tu, però, sembri più piccola” aggiunse piegando leggermente il capo a destra.
“E’ perché non sono molto alta…” risposi intimidita.
“Oh, non sei poi tanto bassa” e mi sorrise. “Ti va di giocare un po’ sulla mia altalena?”
Fu così che ci dondolammo, appese agli alberi del suo giardino, scambiando appena qualche parola, mentre l’aria scompigliava riccioli e fili d’oro in un sali e scendi continuo.
Giocammo anche a saltare la corda a turno, mentre la balia, instancabile, disegnava cerchi perfetti tra cielo e terra.
“Arancia, limone, fragola e mandarino!” gridava Rosa mentre saltava. “Arancia, limone, fragola e mandarino!” continuava.
Finalmente sbagliò un salto e ci demmo il cambio ripartendo da mandarino: “Mandarino, arancia, limone e fragola!” e continuammo così per un bel po’.
“Perché non ci sono altri bambini alla tua festa?” le domandai a un certo punto.
Rosa, seduta su uno sgabello, le gambe accavallate come una piccola donnina, sotto la gonnellina rosa a campana, mi guardò dritta negli occhi:“Perché sono nata in estate e i miei amici sono già tutti al mare o in montagna” rispose.
Pensai di essere fortuna, perché io invece ero nata in autunno.
In quel momento arrivò l’avvocato Pagliuca che, tra gridolini di gioia e di sorpresa, consegnò a Rosa il suo regalo di compleanno; avvolto nella carta da regalo, tenuta insieme da un lungo nastro con il fiocco rosa, c’era il cavallo a dondolo più bello che avessi mai visto!
Era di legno di pino, con un bel sellino e due maniglie cui tenersi; inoltre, come un cavallo vero, aveva la coda e una folta criniera nera.
Strinsi Loretta al petto e restai a guardarlo incantata, mentre Rosa lo faceva dondolare avanti e indietro, dimenandosi e ridendo di gioia; speravo di poterci salire, ma Rosa scese solo quando la balia chiamò per la torta e, a quel punto, era quasi ora di tornare a casa.
Mio padre venne a prendermi di lì a poco e, mentre si tratteneva con l’avvocato Pagliuca, guardai speranzosa il cavallo a dondolo.
“Ti piace?” chiese Rosa.
“Sì” risposi.
Rosa montò in groppa al suo cavallo, sorrise maliziosa e iniziando a dondolare disse: “Forse, uno di questi giorni, ti faccio salire.”
Dopo aver ringraziato e salutato, mio padre ed io tornammo a casa mano nella mano.
“Ti sei divertita?" domandò papà.
“Sì” risposi.
“Cosa ti é piaciuto di più?” chiese.
“Il cavallo a dondolo” dissi. “Rosa ha detto che forse, uno di questi giorni, mi farà salire.”
Papà strinse un po’ più forte la mia mano e mi sorrise: “Che ne diresti se con l’aiuto di tuo zio Salvo, provassimo a costruire da soli un cavallo a dondolo tutto per te?”
Sgranai gli occhi dalla gioia: “Sì, papà! Mi piacerebbe” dissi. “Quando?” domandai entusiasta.
Papà sorrise e disse: “Presto Teresa. Il tempo di trovare un bel pezzo di legno da lavorare.”
Forse mio padre notò la mia espressione delusa, perché mi fece sedere sul collo del suo piede e, tenendomi le mani, iniziò a dondolarmi su e giù e a ridere di gusto.
Io, risi insieme con lui e pensai che la felicità é un viaggio che inizia da piccoli.
FINE