Mosaico

Sono fatto di frammenti:
tessere minute che mi compongono
e mi graffiano.
A volte credo di averne perdute alcune,
ma non è possibile:
perdere una tessera
sarebbe perdere il volto.

Si può solo coprire,
spingere un pezzo sotto un altro,
lasciarlo tacere.
Rimane lì,
in attesa che qualcuno
lo riporti alla luce.

Così mi sento:
un mosaico incrinato
che da lontano
ritrova una forma.
Un vuoto che pesa,
pieno fino all’orlo,
assoluto.

Ode a te (e al mio passo più lungo della gamba)

Sposandoti ho fatto il passo
più lungo della gamba.
Non per immaturità
— quella l’ho superata brillantemente
restando identico a me stesso —
ma perché sei nata con il volante in mano
mentre io ripetevo l’esame per la patente.

Troppo intelligente, troppo bella,
troppo consapevole per uno come me
che si presenta alla partenza
con il freno a mano tirato
e una scarpa slacciata.

Sei un Monet appeso nella scuola d’infanzia:
circondata da ditate, pastelli,
e da me, bicchiere di cristallo sbeccato.

Così sarà un eterno inseguirti:
non per raggiungerti,
che sarebbe maleducazione,
ma per farti vedere che corro,
che ci provo,
che non ti pentirai.

E se inciampo,
se lascio in giro la dignità,
tu fai finta di niente,
come si fa con i bambini
che recitano una poesia
sbagliando tutte le rime
ma con un entusiasmo
che non si può correggere.

E allora questa è per te,
che hai scelto un uomo
che non esce bene nemmeno nei testi
che scrive da solo.
E che proprio per questo
ti resterà accanto
con la precisione imperfetta
di chi finge perfezione
e ci crede quel tanto che basta.

Intento

È il gesto prima dell’intenzione
ciò che attendo:
una mano tesa
appoggiata all’orizzonte,
il rintocco d’ora
di un orologio fermo.

Forse è questo abbraccio
che cristallizza in fiamma.
Una stanza vuota dove, io,
migratore senza nome,
rompo il silenzio
come un bocciolo che tenta
le crepe del sole.

Il confine si sfalda
ed emerge il mio volto:
un quadro di creta
bruciato dal tempo,
fessurato dai silenzi
delle parole rimaste a metà,
esposto al vento
di una cornice vuota.

Mi perdo nello specchio.
Il mio nome risuona,
eco di un errore divino.
Cerco un frammento di luce,
fino a te,
dove mi riconosco.

Miracolo

Forse perché sei l’alba:
un miracolo distratto che disvela
orme che chiedono ritorno.
Una lama di luce
incide la brina,
fa saltare schegge di tempo.

Le poesie scorrono,
tintinnano sul greto
come vetri levigati dalla vita.

Il tuo sguardo è un gorgo di stelle,
una scintilla d’universo
dove la luce inghiotte
malinconie sbeccate,
inverni di luci spente.

Voragine.

Sul soffitto del cielo
il tuo sguardo mi attraversa.
Dalle vene stilla
la parte migliore di me,
e tu passi oltre,
come chi non vede
ciò che cade dalle mani.

Il Desiderio

Nasco uomo:
la mano trema,
non trattiene.

Poi il corpo si incrina,
si apre in orbite,
in vento che non ha volto.

Cosmo:
una bocca di stelle
che si spengono entrando.

Il tempo mi implode.
Sono il gorgo,
la lama senza manico.

Divoro i giorni,
i nomi,
le ceneri dei nomi.

Non basta.
Non basta mai.

Diamante nero,
senza riflesso,
senza ritorno.

La fame mi porta,
mi scava,
mi fa voragine.

E nella voragine
la sola luce
è ciò che manca.