Sposandoti ho fatto il passo
più lungo della gamba.
Non per immaturità
— quella l’ho superata brillantemente
restando identico a me stesso —
ma perché sei nata con il volante in mano
mentre io ripetevo l’esame per la patente.
Troppo intelligente, troppo bella,
troppo consapevole per uno come me
che si presenta alla partenza
con il freno a mano tirato
e una scarpa slacciata.
Sei un Monet appeso nella scuola d’infanzia:
circondata da ditate, pastelli,
e da me, bicchiere di cristallo sbeccato.
Così sarà un eterno inseguirti:
non per raggiungerti,
che sarebbe maleducazione,
ma per farti vedere che corro,
che ci provo,
che non ti pentirai.
E se inciampo,
se lascio in giro la dignità,
tu fai finta di niente,
come si fa con i bambini
che recitano una poesia
sbagliando tutte le rime
ma con un entusiasmo
che non si può correggere.
E allora questa è per te,
che hai scelto un uomo
che non esce bene nemmeno nei testi
che scrive da solo.
E che proprio per questo
ti resterà accanto
con la precisione imperfetta
di chi finge perfezione
e ci crede quel tanto che basta.