
Dieci frasi da non dire pensando di combattere la violenza di genere:
1. “Chi picchia una donna non è un uomo.” Accettare di essere parte del problema significa diventare parte della soluzione. Sostenere che “Chi picchia una donna non è un uomo” è solo un modo per chiamarsi fuori. Certo che lo è, è proprio questo il punto. Non è un mostro, non è una bestia, non è un animale. È un uomo.
2. “Le donne devono essere difese.” Non servono eroi. Gli eroi servono nelle situazioni di emergenza, non sono una soluzione, sono una risorsa estrema. Intervenire per difendere una vittima è necessario, ma non è la risposta. Se poi l’idea di chi interviene è salvare la donzella in difficoltà in quanto maschio alfa, trasformarla in una gara a chi ha più muscoli e capacità di usarli, allora non farà che rafforzare la stessa narrazione tossica che ha reso possibile quella violenza.
3. “Io non alzerei mai le mani su una donna.” Essere contrari alla violenza sulle donne non significa astenersi dall’esercitarla, significa impegnarsi in ogni modo perché smetta di succedere. Non è un problema individuale, è un problema sociale e strutturale. E questo significa che l’unico modo per risolverlo passa attraverso cambiamenti sociali e strutturali. Le donne hanno diritto alla propria integrità fisica e alla propria sicurezza, è quel diritto che va difeso. Non la singola donna, nel singolo caso, come se fosse ogni volta una situazione unica ed eccezionale.
4. “Pensa che potrebbe essere tua figlia.” Volere bene alla mamma, alla sorella o alla figlia non significa avere a cuore i diritti delle donne. Una parte del problema è proprio che le donne continuano a essere definite in funzione di qualcun altro. La definizione dei loro diritti non può passare attraverso il loro essere madri, figlie o sorelle. E per la stessa ragione, non può farlo neanche la difesa di quegli stessi diritti.
5. “Le donne sono creature meravigliose.” Se trovate che le donne sono fantastiche e che meritano tutta la vostra ammirazione e gratitudine, questo non vi rende automaticamente paladini dei loro diritti. Al contrario, più probabilmente significa che, senza rendervene conto, state pretendendo che una donna rientri nei margini che avete già tracciato al posto suo, in un ruolo che non necessariamente le appartiene o le assomiglia. I diritti delle donne devono essere garantiti, non concessi. Quindi non possono dipendere da quello che voi pensate o non pensate di loro. Quanta parte della vostra libertà, della vostra comodità e del vostro potere dipende dalla capacità di sopportare che viene data per scontata nelle donne attorno a voi? Iniziare a notarlo, anche dove è più difficile e sottile, nel quotidiano, è il primo modo per combattere la violenza di genere.
6. “Io difendo tutti i diritti.” Non potete sostenere i diritti delle donne senza mettervi in discussione. Chi ci prova finisce inevitabilmente per usare le battaglie femministe come occasione per spiegare, correggere, perfino offrire soluzioni a un problema di cui non ha capito niente. Se pensate di avere già tutti gli strumenti che vi servono e che si tratti solo di applicarli a una battaglia per i diritti in più, significa che siete ancora aggrappati al sistema di potere che andrebbe cambiato per difendere quei diritti. Un po’ come proporre di sfamare gli affamati a suon di brioches, insomma.
7. “Non sono responsabile di quello che fanno gli altri.” I comportamenti sessisti e violenti devono essere sanzionati, segnalati e corretti, ovunque. Nelle battute, nei meme, nei discorsi quotidiani. Bisogna sanzionare chi tratta le donne come oggetti, chi parla del loro corpo come se fosse a sua disposizione, chi cerca di controllarle, chi le umilia, chi le tocca senza il loro consenso, chi le molesta, chi le fa sentire in pericolo, chi le considera un oggetto a disposizione per il proprio piacere. Mettete in chiaro, nei modi che vi sembrano più opportuni, che quelle persone non sono le benvenute, che quei comportamenti non sono ritenuti accettabili. Se voi non lo fareste mai, ma siete costantemente gomito a gomito con chi invece lo fa eccome, siete entrambi dalla parte sbagliata.
8. “Io vi sostengo, ma non esagerate.” Chi minimizza di solito non conosce. Mettetevi nelle condizioni di imparare. Di ascoltare, leggere, informarvi, di interessarvi a quello che pensano le donne, a quello che vivono, a come lo vivono. Di credere a quello che dicono, di non sostituirvi a loro nell’interpretazione di quello che provano e subiscono. I limiti li traccia sempre chi subisce l’abuso, non chi lo esercita. Il sostegno non è approvazione, è una lotta comune.
9. “Non si può più dire o fare niente.” Il consenso non è una forma di castrazione, ma di intesa, di ricerca di un piacere comune. Non si può più dire o fare niente di offensivo, umiliante, sessista; non si può più dire o fare niente che rafforzi un sistema di potere basato sull’abuso e sullo stupro del corpo femminile; non si può più dire o fare niente che limiti la libertà delle donne e il loro diritto al piacere. È questo che state dicendo, in realtà.
10. “E agli uomini trattati ingiustamente chi ci pensa?” I diritti delle donne non calpestano quelli degli uomini, gettano le basi per un modo diverso di intendere le relazioni e la società. Perché le donne smettano di morire e di essere picchiate gli uomini sono tenuti a cambiare (comportamento, visione del mondo, modo di pensare, atteggiamento…), ma questo non significa trattarli ingiustamente. Significa coincidere sulla priorità e la necessità di un obiettivo comune e sforzarsi insieme di raggiungerlo.











