mallo
Giorni lontani quando giocavamo
audaci, raccogliendo dall’albero le noci,
le mani nere del verde del mallo
le scarpe invase di terra e di polvere.
Ridevamo di scherzi d’estate alla fine,
le gambe graffiate di sterpi e dell’erba
la pelle rossa sul collo sudato di sole,
e non erano mai lunghe le ore.
Da quando è il tempo che non ci sei
sei quello sul ramo più alto
che non cade, che lancia giù i frutti
per noi schiacciati al rimpianto.
Avevamo un’età che non ricordo, forse tra gli undici e i quattordici anni, io, Massimo e Stefano. Cugini della stessa generazione, in una delle nostre scorribande estive, negli ampi spazi aperti di una Corcolle della seconda metà degli anni settanta, arrivammo ai piedi di un noce.
L’albero era cresciuto sul bordo di un fosso, secco per la stagione, ma florido di piante che beneficiavano dell’umidità residua presente ancora nel terreno.
Era parte dell’avventura attraversare il fosso in modo temerario.
Tendevamo una corda per scorrere appesi da un lato all’altro, come se passare a piedi per fissare gli estremi della fune non fosse una sufficiente prova di coraggio.
Passarono prima loro; al mio turno, al centro dell’attraversamento, la corda, esausta da una vita di fatiche, cedette. La rottura fu senza esitazioni, senza sonore e minacciose lacerazioni della fibra ritorta.
Ero a terra, confuso e inselvatichito dal fogliame.
Quel giorno raccogliemmo le noci avvolte dal mallo. Il tannino macchiava le mani. Eravamo felici.
Sono tornato con le parole a quel tempo, a quell’albero, a quelli che siamo stati, col pensiero a Massimo che non c’è più.

