Un passo perduto dietro l’altro

passi perduti

I passi perduti sono delle pietre che si susseguono in modo vagamente causale e tracciano così un percorso irregolare; ne trovi uno qua, uno là, non sono sempre vicini tra loro e per seguirli devi zompettarci sopra, mantenendo l’equilibrio per quanto possibile.

Li ho sempre trovati una metafora piuttosto azzeccata della vita.

Eccomi qui, dunque, a mettere nero su bianco i miei passi perduti, le piccole pietre e i grandi massi del mio sgangherato percorso. Brevi pensieri, lunghe riflessioni, gli eventi importanti e quelli di poco conto, le intuizioni, le critiche positive e quelle negative.

Così, seguendo un passo perduto dietro l’altro, si arriverà…da qualche parte di certo.

Cast away

Quando ho iniziato a lavorare in Svezia ero completamente sola, la prima delle risorse umane dell’ufficio di Göteborg. Senza nemmeno un ufficio pronto, il mio capo mi mandò a lavorare un mese nell’ufficio di alcuni clienti. Di lì a un mese mi avrebbe raggiunta una collega, in distaccamento dall’ufficio di Parigi. Nel frattempo trovammo un ufficio, seppur temporaneo. Dopo un altro mese avrebbe iniziato il nostro BIM manager e un paio di settimane dopo ancora avrebbe fatto altrettanto anche un altro collega.

Tempo sei mesi e l’ultimo acquisto ha mollato l’ufficio, al termine del suo periodo di prova: avevamo standard troppo poco svedesi per i suoi gusti. Non molto tempo dopo, la collega aveva completato i suoi otto mesi in distaccamento a Gbg, e se ne e’ andata in Canada. Due mesi e il BIM manager ha dovuto seguire la futura moglie a Stoccolma.

Fu così che mi ritrovai da capo a dodico, sola, come in cast away.

Un ufficio di 80 mq tutti per me. Detto così sembra meraviglioso ma pensate un attimo alle pause caffe’, alla pausa pranzo. Ho cominciato a parlare con il mio cactus. Quando ero a tanto così dal mandare al diavolo il lavoro, il mio capo ha assunto un nuovo collega, che dovrebbe essere un manager (dico dovrebbe perche’ non sono certa gli sia chiaro). Quando arrivò gli raccontai la storia di come ero finita a lavorare da sola, ma ebbi l’impressione che non badasse troppo ai dettagli.

E passata una settimana e mi ha cominciato a fare delle domande: “quanto a lungo è rimasto quel tuo collega?” (parlando di quello che è durato sei mesi). “e… mi dicevi… come mai se ne è andato?”.

Ora, sarà che il lungo periodo di solitudine mi ha un po’ destabilizzato ma… secondo voi sta già meditando la fuga?

Nell’incertezza vado a comprarmi un pallone da pallavolo.

Vacanze italiane

Una buona parte degli italiani deve ancora andare in ferie mentre io ho salutato l’ultimo giorno di vacanza ben due settimane fa. Una cosa normale da queste parti, dove il tran-tran riprende in agosto e non a settembre.

L’anno passato mi ero fatta affascinare dal mio nuovo status nordico e avevo deciso di passare l’estate tra la Svezia e la Danimarca. Poi ho scoperto che l’estate al nord non ci arriva proprio e quest’anno non mi sono fatta fregare: nonostante i 38°C mi attadessero in Italia come il forno attende il pollo con le patate, ho deciso di tornare lo stesso in madre patria.

Il programma delle mie ferie si apriva con un matrimonio nella ridente cittadina di Rignano Flaminio, il 1° luglio: mi servivano proprio le facce felici dei miei amici e l’amore negli occhi dei novelli sposi, due cari amici che si sono trovati come poche altre persone si trovano nella vita. Mi vergogno a dire che durante quell’occasione.. beh, si, ho sentito freddo. Voglio pensare che sia stata una conseguenza karmica legata al coraggio dimostrato per essere venuta in Italia nell’anno più caldo degli ultimo 1500 anni. Naturalmente le cose belle non durano mai molto e infatti quando sono andata in Sardegna, qualche giorno dopo, le cose sono state un po’ diverse. Ero consapevole. Lo sapevo che avrei patito il caldo (sebbene in agosto sia andata decisamente peggio con le temperature). Eppure la richiesta di sole-mare-lettino-ombrellone è arrivata viscerale, impossibile da ignorare. Io, che ho sempre preferito le vacanze nelle città d’arte perché l’idea di piazzarmi sulla spiaggia mi ha sempre annoiato a morte, ho basato tutte le mie ferie intorno ai 10 giorni di mare in Sardegna. Vivere a Nord mi sta cambiando dentro, non c’è che dire . 

A Göteborg ci sono 20°C in questo periodo, l’autunno non è lontanissimo ma qui c’è un po’ di rifiuto all’idea che la bella stagione stia terminando. Ognuno dimostra a modo proprio questo rifiuto. C’è chi si ostina a portare vestiti troppo leggeri, chi porta gli occhiali da sole anche se le nuvole sono nere nere. Io, invece, continuo a fissare le fotografie di questa calda vacanza italiana.

La Slow cooker, questa sconosciuta

Il mio Lui un paio di mesi fa ha deciso che dovevamo assolutamente comprare una slow cooker, il nuovo e rivoluzionario elettrodomestico che avrebbe portato nelle nostre vite innumerevoli vantaggi, dal risparmio di tempo nella preparazione dei pasti alla qualità incredibilmente elevata del cibo stesso (se volete saperne di più leggete qui). Si è anche preoccupato di comprare un modello che ci avrebbero recapitato entro massimo una settimana perché la portata di questa nuova invenzione era tale da non poter attendere nemmeno un giorno in più.

Io ero scettica. Molto scettica. Qualcosa non mi tornava, temevo che sarebbe diventato l’ennesimo elettrodomestico inutilizzato che avrebbe occupato spazio in cucina. Ma lui mi ha garantito che mi sarei ricreduta: “vedrai, capirai i vantaggi non appena l’avremo usata la prima volta”. Leggere su internet le opinioni di chi già l’aveva l’acquistata mi ha tolto ogni dubbio, così mi sono convinta e l’abbiamo ordinata. Ce l’hanno recapitata in dieci giorni invece che in una settimana, Lui è stato seccato non poco per tale ritardo, una nuova era ci attendeva e il destino ce ne stava privando ogni giorno più a lungo!

Poi finalmente è arrivata. Bellissima e ingombrante come non mai. Ancora non ho capito perché cavolo abbia optato per la versione da famiglia con 7 figli ma non importa, avrei potuto cucinare porzioni abbondanti e portare gli avanzi a lavoro… ecco un altro vantaggio!

Così ora vi starete chiedendo che idea mi sia fatta alla fine, quando l’abbiamo provata.

Beh, ve lo dirò non appena l’avremo fatto, a quanto pare in un mese e mezzo non siamo riusciti ad organizzarci con 8 ore di anticipo sulla preparazione della cena.

Strano.

Mamme che ci sono, mamme che non ci sono più

Quest’anno festeggerò doppiamente la mia mamma, in quanto mamma e in quanto nata il 14 maggio. La chiamerò per ridere e scherzare, le racconterò della mia gita fuori porta, organizzata a sorpresa dal mio compagno questo weekend. Le invierò il video che ho girato nella suite d’albergo più bella in cui abbia mai alloggiato, dei paesaggi rilassanti, del lago e dei boschi intorno all’hotel, per stupirla e farle vedere che anche se sono lontana me la cavo bene e non deve preoccuparsi.
Le chiederò come è andato il pranzo di pesce che ha preparato per i parenti che ha invitato a casa per festeggiare, e se le è piaciuto passare il pomeriggio in giardino sui nuovi mobili che le ha comprato papà per regalo, o il “salottino”, come lo chiama lei.
La sentirò eccitata e impaziente per la loro visita a Göteborg, “mancano solo 15 giorni, non vedo l’ora!”.

Sarà bello parlare con lei, sentirla vivace ed allegra come sempre; tanto più felice sarò dopo aver attaccato il telefono, tanto più mi rattristerò pensando a chi queste telefonate non può più farle. Sono entrata nell’età in cui si riceve sempre più spesso la notizia di un amico che ha perso un genitore, come mi è successo di recente, e io inizio a sentire palpabile la fugacità dell’essere. E’ un pensiero che cerco di scacciare velocemente perché se ci penso troppo mi prende il panico, non sono pronta a rinunciare a mia madre o a mio padre. Non so se arriva mai quel momento, probabilmente no, posso solo sperare che col tempo si diventi capaci di affrontare la cosa con più forza d’animo.

Dopo la tristezza tornerà l’ottimismo, il pensiero che ho ancora del tempo per stare con i miei familiari e che proprio per via di tutti questi timori dovrò sfruttare appieno ogni momento.

Con l’augurio di avere ancora tante conversazioni con lei.. auguri alla mia mamma ❤
(e a tutte le mamme, anche quelle che non ci sono più).

TERRORDÅDET PÅ DROTTNINGGATAN

Ebbene si, avete scoperto quello che ho scoperto anche io quando mi sono trasferita qui: in Svezia c’è un numero sconcertante di immigrati mediorientali.

Quando l’ho realizzato mi sono sorpresa del fatto che qui non avessero ancora subìto atti terroristici, ma lo avevo imputato agli sforzi del governo per facilitare l’adattamento degli immigrati: corsi di lingua gratuiti (con frequenza remunerata per i rifugiati), personale madrelingua araba negli enti pubblici, comunicazioni ufficiali per il cittadino tradotti in arabo, etc.
Mi dicevo: forse hanno trovato il modo per farli sentire felici qui, e per questo non vogliono destabilizzare il paese in cui vivono così bene.

Beh, ora abbiamo le prove del fatto che non importa quanto un paese sia ospitale con gli stranieri, se tra mille mele ce ne è una marcia, sempre marcia resta, non ci si può fare niente. Quello che fa invece la differenza, io credo, è vedere la reazione delle altre novecentonovantanove mele, tutte quelle persone che qui ormai si sentono a casa, tristi e feriti da quell’atto di violenza e terrore che li ha costretti a lasciare il loro paese.

Di penne pasquali e colleghi che volano via

Evviva, è quasi Pasqua! E cosa me lo suggerisce? Ma è ovvio: le penne pasquali!

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Se in Italia cominciamo a riempire i supermercati e le vetrine dei negozi di uova e colombe, qui in Svezia l’usanza è quella di decorare ogni strada, negozio e casa con rametti pieni di… penne. Penne di ogni colore, anche quelli più improbabili. Inusuale per noi, vero, ma devo dire che passeggiare tra strade pennute e colorate mette una certa allegria.

Il che non guasta quando, per esempio, stai andando a lavoro con la tristezza nel cuore perché nel tuo ufficio sei rimasta solo tu, dopo che due colleghi hanno abbandonato il nido (per restare in tema di penne). Il terzo collega si è preso una lunga vacanza e così a difendere la barriera sono rimasta proprio da sola.
Tutti a dirmi che è una ficata, “hai tutto l’ufficio per te”. A me veramente è sempre piaciuto condividere lo spazio di lavoro, e trovo che i colleghi siano una risorsa fondamentale per affrontare le giornate, soprattutto quando c’è da scambiare una chiacchiera o trovare una soluzione a un problema. Il confronto, a mio parere, è necessario mentre si lavora. E poi, diciamocelo, la pausa caffè in solitaria nun se po’ sentì.

Per fortuna a breve sarà Pasqua, come appunto le penne colorate mi ricordano ad ogni angolo della strada, e finalmente me ne torno a Roma, dalla mia famiglia, dai miei amici, e per un po’ questo brutto senso di abbandono se ne andrà via.

Al mio ritorno, però, dovrò trovare una soluzione. Ma ci penserò quando sarò tornata, ora sarà meglio godersi le feste in arrivo.

Buona Pasqua a tutti!

Hejdå SFI

Frequentare il corso SFI (swedish for immigrants) è diventato sempre più difficile dopo aver iniziato a lavorare. Ho difficoltà ad arrivare in orario e spesso non mi presento nemmeno a lezione.

Ogni livello del corso ha un programma di 4 settimane, con frequenza bisettimanale, al termine del quale c’è un esame che è possibile fare una sola volta, se si fallisce si viene esclusi dal corso e non ci si può più re-iscrivere. Se invece ci si cancella dal corso è possibile continuare in un altro momento.

Io sono entrata nel penultimo livello dopo l’estate scorsa e da quel momento non mi sono più mossa. Pochissimi progressi, perché mi bastava saltare qualche lezione per ritrovarmi di nuovo all’inizio del programma, a rifare sempre le stesse conversazioni sugli stessi temi. Oltretutto seguire la lezione dopo una giornata lavorativa, spesso di 9 ore, affrontata al 30% in svedese e al 70% in inglese, mi risultava davvero faticoso.

La frustrazione derivata dal non migliorare, non riuscire a fare i compiti a casa, non arrivare mai in tempo a lezione, si stava trasformando in una fonte di stress che francamente ora come ora non volevo dover gestire.

Così ho fatto qualcosa che di solito non faccio: HO CHIUSO.
Bye Bye Swedish for immigrants.

Mi sento una vigliacca e forse ho fatto male perché in questo momento era una delle poche occasioni per praticare un minimo la lingua, ma onestamente penso di aver affrontato già molte sfide nell’ultimo anno: cambiare vita, amicizie, lingue di comunicazione, metodi di lavoro, regole di comportamento sociale, e tutto questo abbandonando ogni punto fermo della mia vita.
Si, forse ho fatto male, ma insomma, sono pur sempre solo un essere umano giusto!?

Ora chiaramente si pone un altro problema: come progredisco nella mia produzione orale e scritta di questa lingua così dannatamente ostica?

Beh, mi sono auto-imposta una terapia d’urto: ho chiesto ai miei colleghi svedesi di parlarmi solo in svedese e di accettare da me solo risposte in svedese. Finora avevamo evitato perché questo avrebbe escluso brutalmente una collega polacca che non parla svedese, ma lei presto andrà via quindi dalla prossima settimana non ci saranno più scuse.

Che il bagno di SVENSKA abbia inizio.

Tromsø

Tromsø è un luogo dove probabilmente non mi sarei mai spinta se non fossi venuta a vivere in Svezia. Si trova 350 km a Nord del Circolo Polare Artico ed è semplicemente meravigliosa, un posto incantevole dove ho seriamente pensato di potermi trasferire (per un momento, poi ho riflettuto e deciso che forse è meglio andarci solo per le vacanze. Cioè, bellissima eh, ma è sempre il circolo polare artico insomma).

Se vi state chiedendo se ho visto l’aurora boreale: SI, l’ho vista. SI, era indescrivibilmente bella, da sentirti felice come quando sei bambino ed essere sorpreso di quello che questo pianeta ti sta regalato nonostante tutto. NO, non sono riuscita a fotografarla, in quel momento ero impegnata a vivere il momento e poco male se non ho catturato l’immagine, internet ad ogni modo offre una galleria sconfinata di scatti esattamente uguali a quello che avrei potuto prendere io.

Sulla meta di questo viaggio sono stata a lungo indecisa: Kiruna (Svezia) o Tromsø (Norvegia)? La decisione di optare per Tromsø è stata dettata dal fatto che, a detta di molti, la città norvegese offra molte più attrazioni turistiche da visitare durante le ore diurne. Così abbiamo girato un po’ la città e un po’ anche le aree limitrofe, tra fjordi e viste mozzafiato. Pagare una fortuna il fuoristrada si è rivelata una scelta azzeccata e alla fine ne è valsa la pena.

Questa esperienza è stata una delle più arricchenti della mia vita, un viaggio che seppur breve ha lasciato molto dentro di me.

Ho deciso di voler tornare presto in Norvegia, in estate e poi in pieno inverno; prima per andare vedere il sole di mezzanotte e ammirare i cetacei nuotare nel mare del Nord, poi per ammirare ancora l’Aurora e provare l’esperienza della notte prolungata.

Fare questo viaggio dopo essermi trasferita in Svezia, aver conosciuto le culture nordiche e la lingua (svedese e norvegese sono molto simili) ha dato un taglio molto particolare a questa esperienza. Lo stesso viaggio, fatto prima del mio trasferimento, non avrebbe mai avuto lo stesso significato.

A presto cara Norvegia, non lo avrei mai detto ma hai davvero moltissime meraviglie da offrire, e intendo approfittare di ognuna di esse.

 PS: SI, fa freddo, ma molto meno di quanto possa sembrare dalle foto 😉

den perfekta semlan

Ecco a voi un SEMLA.

Il semla è un dolce tipico svedese che si mangia nel periodo equivalente a quello del Carnevale, che qui però non si festeggia. Il martedì grasso è tradizione fare la fika con un semla, che non vuol dire scoattarsela con un semla in mano ma mangiare il suddetto dolce per merenda.

Questa brioche aromatizzata al cardamomo farcita con una crema di mandorle e panna, è buona.

Ma nel mangiarla purtroppo non mi si scatena la goduria tipica da “frappe e castagnole”.

Essere italiani è anche questo: nessun altro cibo è altrettanto buono. Damn it!

 

 

La casa di prima mano non si scorda mai

Avere una casa di prima mano in Svezia è un’esperienza davvero inebriante. Sarà perché il contratto in förstahand (appunto, prima mano) è a tempo indeterminato, o perché per ottenerne uno devi avere taaaaanta pazienza e dedizione, sta di fatto che quando alla fine ce l’hai fatta sei proprio soddisfatto.

Noi abbiamo avuto il contratto a fine 2016, quando lo raccontiamo la gente ci guarda con sdegno per il solo fatto che non abbiamo aspettato 7 anni e mezzo prima di essere selezionati.

L’iter inizia quando si crea un account certificato su un sito (BOPLATS) dove tutte le agenzie immobiliari abilitate dallo Stato possono pubblicare le loro offerte; poi ci si iscrive alle offerte che corrispondono con il proprio profilo e preferenze, infine si incrociano le dita nella speranza di essere scelti. La maggior parte delle agenzie scelgono in base all’anzianità di iscrizione (N.B. la difficoltà è misurarsi con gli svedesi che iscrivono i figli a pochi giorni dalla nascita…) ma ogni tanto qualcuna utilizza altri parametri. TIpo nel nostro caso. Noi infatti siamo stati scelti nonostante fossimo iscritti da soli 7 mesi e ci hanno pure proposto un appartamento in centro in un edificio ristrutturato. Motivo? BOH. Da buddista mi piace pensare che sia il karma. Si vede che sto cominciando a recuperare un po’ della merda delle vite passate.

Vabbe’ ma quindi che differenza c’è con gli affitti italiani? A parte la durata del contratto la differenza più grande è che si è in affitto ma non se ne ha la sensazione, perché di fatto non si ha mai a che fare con un proprietario, inteso nella comune accezione del termine. Il proprietario naturalmente c’è, di solito è il costruttore o l’agenzia che affitta l’appartamento, ma non essendo persone fisiche affettivamente legate all’appartamento, si ha una grande libertà di azione riguardo le modifiche da apportare alla casa.

L’agenzia che seleziona l’affittuario si occupa anche della gestione dell’immobile, tipo l’amministratore di condominio, ma si fa viva solo in due casi: 1) se non hai pagato l’affitto, 2) se ti devono venire a riparare qualcosa a seguito di una tua notifica. Nel canone di affitto è inclusa infatti la riparazione di tutto ciò che è stato fornito al momento del subentro, tra cui rientra la cucina (completa di elettrodomestici) e il bagno (completo di arredo).

Gli affittuari hanno di solito anche diritto a una cantina e alcuni ambienti comuni come il parcheggio per le biciclette, il parcheggio per i passeggini (avete letto bene, c’è una stanza per parcheggiare i passeggini), la lavanderia comune e l’area relax esterna con il barbeque. Noi abbiamo anche un garage con qualche posto auto, che in centro non guasta, ma qui la macchina ce l’hanno in pochi, la vedono tutti come una scocciatura che comporta più spese più che benefici; la usano soprattutto coloro che vivono fuori città o chi ha una passione estrema per le escursioni o le gite fuori porta con la famiglia.

Quindi per ora ci stiamo sistemando la nuova casetta, e ci godiamo la prossimità con tutti i posti che di solito frequentiamo. Perchè di luoghi belli dove vivere qui ce ne sono tanti, ma poter raggiungere a piedi quasi tutto quello che conta non ha prezzo!