Il corpo forse sa, io no

A Ottobre scorso, più o meno nei giorni in cui si stava scatenando la guerra a Gaza, entravo in gastroenterologia per una gastroscopia. Qualche settimana dopo – immersa nel verde rigoglioso del Carso a strapiombo sul mare – ricevevo la diagnosi: sono celiaca.

Da allora ho preso cinque chili, la nebbia mentale si è diradata, ho cambiato molte abitudini (non solo alimentari), ma tanti dolori sono rimasti. Per un po’ dopo la diagnosi mi sono lasciata cullare dall’illusoria certezza che la celiachia fosse l’unica chiave per comprendere i miei disturbi. E invece.

L’anno scorso un’amica affetta da un’endometriosi devastante, per la quale in passato fu anche operata, mi disse che solo dopo l’intervento aveva realizzato l’entità di quel dolore a cui era ormai abituata.

Anche io in parte credo di essermi abituata al dolore, e quello legato alla sorpresa dei 40 anni (mi è andata bene, mi sono strafogata di pane per 4 decenni!) si è rivelato solo la punta dell’iceberg.

Oggi – anno 2024 – ho addosso un dolore cronico che negli ultimi anni si è acuito e che attanaglia le viscere, la schiena ed il collo, con un punto preciso tra le scapole che sembra l’epicentro di tutto, un punto da cui l’infiammazione pare allargarsi in cerchi e raggiungere sordo la superficie dei nervi.

Dopo anni di “è psicosomatico”, “sei stressata”, “fai un ciclo di fisioterapia” (2500€ buttati nel cesso nel solo 2023), a Dicembre ho messo per la prima volta piede nello studio di un osteopata. Ero sull’orlo delle lacrime e mi son detta che era il caso di provare.

Ora. Da quando per la prima volta quelle mani mi hanno manipolato il collo qualcosa è cambiato. Non so dire che cosa, ma sento di non aver mai percepito il mio corpo in questo termini. Il dolore sta migrando in maniera strana ed inaspettata, seguendo un sentiero che non comprendo e che pure mi sembra familiare. L’evoluzione del dolore sembra ricalcare a ritroso il percorso degli anni passati. Il collo, la gamba, il piede, lo sterno. È un bene o un male? Ma che ne so.

Alla seconda seduta ho realizzato che il mio corpo sa, ma che io non so un cazzo dell’involucro di pelle, carne, sangue, organi, nervi eccetera che mi contiene. Che mi compone! Come è possibile arrivare a 40 anni, con 30 anni di ciclo mestruale, due parti, disturbi alimentari, anni di sport, di mangiare sano (o forse no…), di sbornie, di notti insonni, di seghe mentali, di cellulite, di trucchi, vestiti taglia XY, di acconciature, insomma come è possibile guardarsi allo specchio per 40 anni… e non vedere? Non sentire?

Eppure è così.

Dove finisce il corpo ed inizia Sandra? Dove si incontrano corporeo ed immateriale? Siamo sicuri che quella cosa che chiamiamo anima sia immateriale? Ma poi tornando a noi: sono io questa? Questi piedi le cui unghie – ora vedo – si incurvano come quelle di mio padre, queste mani che non indossano anelli perché si gonfiano al caldo, questi capelli né ricci né lisci, questi occhi ormai sensibili al sole, queste rughe, questi denti così belli (ma che patimento), questo sguardo (che cos’é lo sguardo?) rubato a mia madre, il mignolo che si solleva quando bevo caffè, l’amore per la birra ora seppellito, la pelle chiara a chiazze, il prurito, la digestione disturbata… chi cavolo sono io?

Un medico nutrizionista a cui mi sono rivolta per i dolori ed i problemi che ancora ho, nonostante l’eliminazione totale del glutine, mi ha visitata, interrogata e alla fine mi ha sottoposta ad uno strano test con la corrente. Mentre premeva ripetutamente un puntale al centro della mia mano sinistra pensavo all’assurdità del trovarmi nello studio di una naturopata dopo anni di trattamenti farmacologici e di verità assolute mai messe in discussione.

Non che ora io abbia messo in discussione alcunché, solo che a ben guardare mi sembra che spesso si pretenda di confinare la realtà nei limiti ristretti di un unico linguaggio. Ma ci sono cose per cui le parole non esistono ancora, perché la nostra mente non le sa (ancora) rielaborare, anche se il corpo le sa. Il nostro corpo fa cose che non capiamo e ci accontentiamo di quel poco che capiamo. Personalmente, detto in parole povere e anche in modo scurrile, io non ci capisco un cazzo. So che mi è stato detto che dovrei evitare le arance e l’ananas, ebbene da sempre evito le arance ed odio l’ananas. Che dovrei evitare il pomodoro, ebbene da mesi mangiare una salsa al pomodoro mi provoca dolore. Che tutto ciò che fermenta mi è nemico, peccato io ami i ceci, i fagioli, le crucifere e tutto ciò che – ahimé, è vero – ha la capacità di trasformarmi in una mongolfiera nel giro di poche ore. E via così.

Mentre il puntale continuava a scavare il centro del mio palmo destro pensavo anche all’amica del liceo che tempo fa mi raccontava del suo lavoro come radiologa, dicendo “Ci basiamo su quel che sappiamo, ma quel che non sappiamo è molto di più”.

Io non so a che cosa credere, ma mentre me ne sto qua seduta con la schiena incollata al fuoco (dai 30 gradi siam passati ai 4, tutto normale!), il collo rigido come quello di un giocatore di rugby, mi dico che forse è venuto il momento di guardare oltre l’involcuro e provare a misurare il contenuto e la vita silenziosa di questo corpo così familiare ed al contempo così imperscrutabile.

Sembra che io abbia scritto cose sconnesse e senza senso? Sì, probabilmente è così. Non so spiegarmi, forse per la prima volta sto solo tentando di ascoltarmi.

Rumore

Oltre a osservare impotente i massacri delle ultime due settimane tra Israele e Palestina – immagini da incubo, che ho deciso di non guardare più per salvaguardare almeno quel che resta della mia salute mentale – in questi ultimi giorni non ho potuto fare a meno di notare anche la crescente aggressività tutt’attorno a me.

Forse per questo mi sforzo di essere gentile ed elargire sorrisi anche quando proprio non sono in vena, e noto che se la risposta al mio sforzo è un sorriso allora mi rilasso un po’, recupero un po’ di fiducia nel genere umano.

Quanto bisogno abbiamo di gentilezza, di essere visti? Siamo come bambini frustrati, facciamo i capricci perché siamo incapaci di gestire le situazioni in cui ci troviamo invischiati. Suoniamo il clacson, insultiamo gli altri, pestiamo i piedi per cose francamente ridicole. Tutto ci è dovuto. Tutto ruota attorno a noi. In realtà ci frega poco di come stanno gli altri. Anche lo spettacolo osceno della guerra lo osserviamo con l’approccio emotivo e superficiale della tifoseria da stadio. Meno male che il Covid doveva renderci migliori.

Ovviamente dopo una settimana di questa offensiva sanguinosa nella striscia di Gaza ho acquistato un libro per capirci qualcosa, perché lo ammetto, due tomi di Storia dei Trattati da centinaia di pagine non sono stati sufficienti a farmi capire davvero che cosa è successo in quella zona negli ultimi cent’anni. Immagino che non capirò neanche con questo libro, ma c’è anche da dire che non ho più la testolina leggera che avevo a 22 anni, quando una volta superato l’esame ho anche cestinato velocemente i file precedentemente salvati in capoccia. Per contro, non ho il tempo che avevo a 22 anni. Ho letteralmente decine di libri disseminati per casa, che leggo a pezzetti quando ho una manciata di minuti: in pausa pranzo, mentre cucino, quando le bimbe guardano un po’ di cartoni, quando dormono (se nel frattempo non sono svenuta dal sonno pure io). Anche senza leggere questo libro so e capisco che la questione è annosa, dolorosa e complicata. Ma le cose complicate oggi non piacciono, oggi siamo abituati ai Reel di pochi minuti e la risposta la vogliamo subito. Il dialogo? What is dialogo? Non pervenuto.

Il mondo mi sembra affascinato dalle sirene dell’autodistruzione. Il clima che cambia, le strade che con le piogge torrenziali diventano fiumi, 24 gradi ad Ottobre, zanzare maledette che attaccano la dengue a due passi dalle Alpi, una guerra alle porte di casa, un’altra esplosa come una fiammata dopo anni di braci ardenti, un conflitto fin da subito cattivo, crudele, cinico come non mai. E parallelamente la guerra delle parole sui social, ambienti sempre più tossici, o forse sono io che non sono più obiettiva, forse sono io la prima ad essere autodistruttiva.

So che non si riesce a ricomporre amicizie apparentemente solide, frantumate dal silenzio, mi chiedo dunque come si possano ricomporre fratture secolari segnate dal sangue, come da fuori si possa anche solo pensare di giudicare i dolori insanabili, reali, indicibili degli altri. Eppure.

Io non ho risposte a queste domande, ho solo risposte al mio bisogno fortissimo di rimettermi nelle condizioni di non sbarellare: camminare all’aria aperta, parlare con chi mi sta vicino, cercare la bellezza, ridere, ammettere i miei errori e chiedere scusa quando sbaglio, misurare le parole, coltivare gratitudine per quello che ho. Condividere il mio punto di vista, ascoltare quello altrui. Tentare di capire.

Altro non so fare.

Luglio fa rima con sbaglio

Ho riletto qua e là un po’ di post scritti nel corso degli anni.

Come sono cambiata.

Ripenso al commento che nel lontano 2009, una sera, fece un ragazzo che lavorava con me sul fiordo. Disse qualcosa che assomigliava a “scrivi come se recitassi”. Si riferiva ad una mail che avevo inviato a inizio stagione per presentarmi, tra di noi non ci conoscevamo e così ognuno aveva scritto qualcosa su di sé prima di partire per la Norvegia. Ci rimasi malissimo. Ricordo molto bene quel momento, mi ricordo che lui teneva la chitarra in mano e mentre strimpellava i capelli lunghi sfioravano le corde dello strumento. Poi andai a rileggermela, la mail. Non so come la mente seleziona i ricordi, ma oggi so che quel momento è stato rivelatorio di una parte di me che non vedevo così chiaramente all’epoca, ma di cui pian piano ho preso consapevolezza.

Ho una grossa corteccia attorno a me, una grande rigidità. Mi giudico continuamente, e continuamente mi adeguo a quel giudizio severo. Mi vergogno molto, di molte cose. Rileggendo quella mail ancora oggi mi vergogno, come potevo pensare di mascherare in quel modo la mia insicurezza? Il testo trasudava insicurezza. Ma la verità è che non c’è niente di cui vergognarsi. Quella (questa) sono io.

Ieri qualcuno sul lavoro mi ha detto “non sarai sola” e per poco non mi sono messa a piangere. Si parlava di lavoro eh, tanto per chiarire il livello di fusione. Poi ha aggiunto “mi sa che sei in un frullatore”. Un frullatore? Una centrifuga.

Sono tornata a fare psicoterapia dalla stessa persona che mi ha aiutata 15 anni fa. Non so che cosa vede oggi di me, ma mi conforta sapere che ha conosciuto anche la Sandra di allora. Ieri questa persona ha accostato quattro parole che mi sono rimaste impresse: rigore, ordine, creatività, caos. Io oggi sono il rigore ed il caos, è proprio vero. Non so come, ma devo riuscire a mettere ordine ed a recuperare la parte creativa di me stessa. Come ha detto qualcun altro, pochi giorni fa: per me l’ordine è necessario, perché a certe cose non voglio dover pensare mentre faccio ciò che amo.

Forse la mente seleziona i momenti di cui abbiamo bisogno. Saggia.

Seguono sprazzi di Luglio, un Luglio in cui tento di non pensare a quello che sta succedendo – il fuoco, la grandine, l’evidenza del vuoto pneumatico della politica – perché se no non ne esco più. Sono quasi 15 anni che io vivo quell’ansia che ora vedo dilagare. E questo non mi tranquillizza minimamente.

Giugno – check

Son passati sei mesi dall’inizio dell’anno. Quasi, dai.

Stamattina mi sono alzata, ho guardato lo stato in cui versa da settimane casa nostra e mi son sentita subito in difetto. In difetto perché il libri usati per studiare la settimana scorsa sono ancora accumulati disordinatamente in soggiorno, perché anche oggi molte delle cose che andavano fatte in casa non le ho fatte io, in difetto perché ho perso la pazienza prima delle nove, e ancora perché anche oggi sapevo prima ancora di uscire di casa che sarei arrivata in ritardo. Ora siedo qui, sudo anche se muovo solo le dita sulla tastiera, e mi sento in difetto perché non sto lavorando, ma sono qui a scrivere. A scrivere sul blog, a rispondere sulla chat dei genitori (odio Whatsapp, ma come mi è venuto in mente di fare la rappresentante?), a tentare di mettere su carta il casino che ho in testa (ok, questo mettiamolo pure sotto “lavoro”).

Il senso di colpa è una costante di questi ultimi mesi.

Sarà il caldo, sarà l’overthinking, sarà la consapevolezza che alla fine per fortuna son tutte cazzate e che quindi sto sprecando tempo ed energie in qualcosa di perfettamente inutile e controproducente… ma sono stanca. Stanca di me stessa e di molte situazione in cui sono andata ad invischiarmi.

Sento che certe delusioni sono arrivate all’osso e che questo sta determinando un qualche cambiamento dentro di me, ma non so in che cosa si concretizzerà. Mi sembra di essere ferma, da anni. Un po’ come se la vita avesse accelerato e la mia mente fosse rimasta indietro, a quando la complessità era inferiore.

Giugno, check seghe mentali, questo avrei dovuto scrivere.

Il blog, e chi se lo ricordava

Non scrivo da quasi un anno. Mi ero quasi dimenticata di avere un blog, e sicuramente anche quei pochi che lo leggevano nel mentre si saranno dimenticati della sua esistenza. Poco male.

Sono tornata in realtà per leggere il post di una persona, poi però ho pensato che due righe potevo anche scriverle, perché scrivere mi manca un sacco. Scrivere mi aiutava a riordinare i pensieri, a capire meglio le cose, a metterle in fila.

Sono successe molte cose in quest’ultimo anno, anche cose tutto sommato trascurabili, tutto sommato estremamente banali. A chi verrebbe in mente di raccontarle? Eppure la somma di quelle cose è la mia vita – la nostra vita, di noi tutti. Un susseguirsi di piccole cose che compongono grandi cose.

Quante volte ho detto “cose”? La mia prof delle medie suggeriva di cercare sempre un altro vocabolo, ma qui ci sta cose, e basta.

Una cosa: ho cambiato lavoro. Ho iniziato da zero, in un settore quasi sconosciuto, un’attività mai fatta prima. Qualcuno direbbe in un ambiente protetto, da privilegiata, ed è vero. Ma se guardi attentamente il privilegio cela una grande responsabilità, nei confronti di me stessa, della mia famiglia, delle persone che lavorano con noi. Sto ancora cercando la strada. Faccio molta fatica, ogni giorno c’è un motivo per mettermi in discussione e chiedermi se sarò in grado di far funzionare questo lavoro. Non sono fiera di come sto lavorando. Sono lenta, sono disorganizzata. Ce la farò ad uscire dal pantano? E chi lo sa, ma ho capito che la sensazione di aver messo il cervello in naftalina per anni non era una sensazione: era proprio così. Se non lo usi, si atrofizza. E poi son cazzi.

Un’altra cosa, che racchiude mille piccole cose: ho deluso delle persone e ne ho infastidite altre. Ho capito anche che a certe persone sto sui coglioni, ma forse per la prima volta nella vita ho pure accettato che non si può piacere a tutti. Ho preso coscienza del fatto che chiedo sempre scusa, anche quando non ne ho motivo: sul lavoro, nelle amicizie, nei semplici rapporti di conoscenza. Come se sbagliare non fosse all’ordine del giorno. Come se prendersi una responsabilità e prendersi una colpa fossero la stessa cosa. Non è così. Fottuta insicurezza che mi fa sempre dubitare di me stessa, almeno non mi hai resa incapace di comunicare. A valle di questa presa di coscienza ce n’è un’altra: non ho più la pazienza che avevo una volta. Ma forse nemmeno la voglia di coltivarla. Sono stanca di star lì a pensare a come avrei potuto far meglio ogni singola cosa, dal messaggio sulla chat della scuola alla presentazione al cliente. Ho fatto, come ho potuto. Ho un bisogno urgente di far aderire quello che sono a quello che faccio, pure se sbagliato o migliorabile. Perché siamo onesti: che senso ha star tanto lì a ricamare? Non sono fiera dei miei errori e delle ciambelle mal riuscite, ma solo se non faccio lo struzzo potrò accettare ciò che a stato e non ripetermi (o magari chissà, pure migliorarmi).

Un’altra cosa ancora: mi son guardata allo specchio e mi son detta che onestamente a 40 anni non credo abbia senso rimettermi a studiare PER CAMBIARE STRADA. Ma ha senso rimettermi a studiare PER IMPARARE A GUIDARE SU QUELLA STRADA. Quindi ho archiviato l’idea (folle? Folle) di mettermi a studiare ingegneria ambientale, ma ho accettato di fare qualche approfondimento per avvicinarmi a ciò che vorrei: dare coerenza al mio percorso.

E poi una cosa, l’ultima: nell’ultimo anno come non mai ho capito che non voglio perdere tempo. Mi rendo conto che detta così suona banale, e poi che cosa vuol dire? C’è chi pensa (più o meno consapevolmente) che giocare con i propri figlia sia una perdita di tempo, che oziare sia una perdita di tempo, che essere improduttivi sia una perdita di tempo. Che essere gentili sia una perdita di tempo. Io credo che perdiamo tempo di continuo. Semplicemente, il tempo non ci appartiene. Non sappiamo quanto ne abbiamo, potrebbe finire domani, o adesso, o tra 50 anni, eppure facciamo progetti o procrastiniamo come se ne avessimo moltissimo. Se un anno ha 52 settimane, la lunga vita di un ottuagenario ne conta poco più di 4000. Sarebbe spaventoso peraltro calcolare quante di queste settimane sono spese sul telefono da 10 anni a questa parte. Ecco, ora io voglio provare a non controllare più questa emorragia di secondi, per quanto possibile ovviamente. In pratica sto tentando di fare quello a cui la mia mente ed il ascendente si oppongono strenuamente da quando ho iniziato a studiare, ed è una cosa banalissima: non posticipare. E questo riguarda il fare, come anche il non fare. Perché a volte semplicemente c’è bisogno del silenzio, del vuoto, dell’ozio fine a se stesso, senza FOMO, senza telefono, senza scassacazzi che ti ricordano che devi fare. Sì, devi fare: un favore a te stesso, e vivere.

Non c’è tempo

Uno pensa di aver tempo.

Invece il tempo non è mai abbastanza, neanche quando sei così fortunato da averne.

Oggi uscivo di corsa dalla stradina che porta a casa dei miei e ho avuto un flash, c’era la stessa luce di tanti anni fa, lo stesso profumo di estate che accompagnava le prime uscite in due. Sembra ieri, invece son passati più di dieci anni. Dieci anni compressi addosso agli ultimi… quattro? Cinque?

È come se il tempo accelerasse di brutto e ogni tanto – così, all’improvviso – tirasse il freno a mano per qualche secondo. Tutto quello che hai alle spalle si accartoccia violentemente, prima di riprendere le distanze. Sembra ieri, appunto. E invece no.

Ne ho fatte di cose in questo tempo, anche se mi sembra di essere stata più ferma che altro. Eppure quante avrei voluto farne ancora! Soprattutto ora rimpiango di non aver studiato di più, di non aver capito prima l’importanza di certe cose. D’altronde, probabilmente dovevo fare questa strada per capire.

La sera mi ritrovo qui, a scavare mezzora per una doccia e per buttare giù quei pensieri che non riesco più a scrivere altrove, a chiedermi se sia così folle l’idea di rimettermi a studiare, a rispondermi che sì, è folle, non ho i superpoteri e ho bisogno di dormire. Chissà se avrò tempo. Un giorno. E se lo avrò, se saprò viverlo al meglio.

I rapporti tra le persone

Sono difficili, i rapporti tra le persone.

Sono difficili i rapporti con la metà che ti sei scelta, nonostante tutto. Difficili a tal punto che ogni tanto ti domandi se resisterete, in due, adesso che non siete più il centro della coppia.

Sono difficili i rapporti con i genitori. Soprattutto ora che da eroi sono diventati ai tuoi occhi persone normali, con difetti più o meno tollerabili, pieni di debolezze, con gli stessi punti di domanda, molte paure. Ti rendi conto con disincanto che sono solo un po’ più avanti sulla strada, la stessa strada su cui nel bene e nel male hanno portato anche te.

Sono difficili i rapporti con gli amici: mutevoli, variabili, instabili anche quando sembrano granitici. Perché poi capita che qualcosa ceda, non sai neanche bene dove, e l’amicizia rimane su sbilenca. A volte si rimette in sesto, altre volte cade invece miseramente, come un castello di carte. A volte è il silenzio a spazzare via certe amicizie, e lo fa in maniera così radicale da farti dubitare che quelle amicizie siano mai esistite, almeno per come le avevi vissute tu.

Ci sono sere come questa, in cui con il buio sale dallo stomaco alla gola la sensazione di essere sola, comunque. Anche quando amata, se amata, anche quando circondata da persone, e non da persone qualunque. Anche dalle persone più importanti della tua vita. Sere in cui si alza la voce, si ignora ciò che conta, ci si chiede “dove ho sbagliato”.

Fuori il cielo è scuro, la luna non la trovo, c’è solo una pallida stella nel rettangolo della finestra. Ieri sono salita su un monte e ho guardato la città dall’alto con un’amica saggia. Abbiamo parlato poco, condiviso molto. So che anche quel rapporto è fragile, ma terrò con me quel bel momento lassù al sole, con l’acqua e un panino in mano, il mare blu come non mai, il vento, la sensazione di aver usato bene quel tempo insieme. Comunque vada, è stato bello.

Su Elisabetta Franchi, ma anche no eh.

Da due giorni ho in testa un criceto che corre come un matto. Si alimenta di fastidio e di desiderio profondo di cambiare le cose. Ovviamente il criceto sa che da solo è impossibile cambiarle, ma sa anche che una goccia nel mare crea una minuscola onda, quindi fa uno sforzo e muove la mano, e la mano scrive.

Eccomi qui, ho 38 anni e sono figlia di un piccolo imprenditore “vecchio stile”. Prima di approdare in azienda ho collezionato varie esperienze lavorative in altre realtà. In una di queste ho subito – a seguito della prima gravidanza – demansionamento e mobbing. Un tanto solo per dire che un pochino conosco il problema.

Anche io ieri ho seguito le polemiche legate alle dichiarazioni di Elisabetta Franchi, non senza un certo fastidio di fondo (nei confronti un po’ di tutti, devo dire). Non lo avevate notato, il fastidio? Dai.

La nostra è un’azienda con una dozzina di dipendenti, io ci lavoro ormai da un po’ e mio padre invece da sempre, è il primo a coprire la reperibilità, il centralino o gli interventi quando manca qualcuno, il primo a togliersi lo stipendio se necessario per pagare i collaboratori, mai un debito verso i fornitori. Vedo il carico di lavoro e mentale che si porta a casa (lui sì h24, e pure io sono sulla buona strada ahimè) e posso dire con certezza che essere onesti oggi non paga, eppure per natura e per scelta l’onestà è sempre stata per noi l’unica strada. È un’azienda gestita come una famiglia, pur con tutti i limiti dei rapporti umani che non sempre – neanche in famiglia! – sono semplici. Non siamo perfetti, sia chiaro che non tento di vendervi questa balla. Tentiamo solo di fare del nostro meglio. Mi rendo conto che la nostra realtà non è neanche lontanamente paragonabile a quella della signora Franchi, però proprio perché è una realtà che si avvicina di più a quell’imprenditoria socialmente responsabile di cui c’è tanto bisogno mi sento di dire un paio di cose che spero facciano riflettere.

Vista la dimensione aziendale sappiamo parecchio dei nostri collaboratori (così come loro sanno molto di noi), e in fase di selezione lato nostro è importante sapere qual è la loro situazione, quali i loro desideri, le loro aspirazioni. Lo è perché ogni rapporto di lavoro che impostiamo è sperabilmente a lungo termine e anche perché avendo un’attività di nicchia facciamo moltissima fatica a trovare persone qualificate. Non possiamo selezionare i nostri collaboratori come se fossero un asettico elenco di competenze e dal giorno dopo l’assunzione tener conto invece di tutto quel “personale” che in fase di selezione in teoria si vorrebbe tagliar fuori: aspirazioni, desideri, problemi di salute, familiari, eccetera. Nei limiti di ciò che concerne il rapporto di lavoro e di quello che le persone vogliono condividere quei paletti, quei problemi vanno gestiti ed il lavoro va impostato anche (e talvolta proprio!) in base a quelli. È un rapporto, appunto: perciò in fase di selezione noi chiariamo quello che cerchiamo, quello di cui abbiamo bisogno, e dall’altra parte abbiamo un reale bisogno di sapere che cosa il potenziale collaboratore cerca, quali sono le sue necessità a breve e idealmente a lungo termine. Lo diciamo apertamente e speriamo sempre che dall’altra parte ci sia disponibilità a parlar chiaro. Un esempio: abbiamo appena assunto giovane donna, madre, che cercava un orario di lavoro flessibile: in fase di colloquio il dialogo aperto sulla situazione familiare e sui bisogni è stato importante. Ha le competenze che servono all’azienda e desideriamo che si formi ulteriormente, che stia bene qui, che rimanga. Ci serve che lavori full time. Lavorerà quindi in parte in sede, in parte da casa, con orario flessibile. In generale sapere certe cose ci serve a impostare il calendario, il lavoro a lungo termine, è fondamentale per gestire la flessibilità che sappiamo sarà necessaria, soprattutto in presenza di figli (ma non solo!).

Il rapporto di lavoro è un rapporto a due, e nel caso di aziende così piccole noi datori di lavoro non siamo la parte “forte”, ma solo una parte. E no, se a colloquio abbiamo una donna non chiediamo “vuole avere figli?”. Non lo chiediamo non solo e non tanto perché è vietato, quanto perché è una domanda indelicata e senza senso. Però è ovvio, se poi ne valutiamo l’assunzione sappiamo molto banalmente che potrebbe desiderarli, e sarebbe suo pieno ed indiscutibile diritto. Per noi non è un problema in sé, tutte le assenze – incluse quelle per maternità – si gestiscono e si mettono in previsione; in prospettiva tuttavia è naturale tener conto anche di questo fattore, chiederci se a lungo termine le condizioni di oggi saranno eventualmente per lei accettabili, posto che nella vita le cose cambiano e che oggi è difficile prevedere che cosa vorremo tra tot anni. È naturale chiederci anche se saremo in grado di trovare qualcuno che la sostituisca per un periodo, di riorganizzare efficacemente il lavoro, in prospettiva fare due calcoli su quanto inciderà l’investimento in formazione se ipotizziamo che nel giro di qualche anno possa effettivamente assentarsi e poi rientrare con necessità mutate. Chiedo, ma è discriminazione, questa? O è semplicemente un agire di buon senso, responsabile nei confronti dell’azienda, degli altri dipendenti, in ultima analisi della stessa persona che stiamo valutando? Discriminazione mi sembra un’etichetta che non rende giustizia alla complessità di un quadro in cui la volontà dell’imprenditore (soprattutto se piccolo) si scontra con limiti enormi imposti dal sistema in cui viviamo, che scarica molto sulle spalle dei privati (singoli, donne, famiglie, aziende). Un sistema in cui è già difficile per le multinazionali parastatali offrire un welfare complementare decente, figuriamoci per i microbi come noi. Non possiamo offrire il nido ai nostri collaboratori, non possiamo pagare loro servizi aggiuntivi oltre a quelli imposti per legge perché economicamente non ne abbiamo la possibilità, per noi anche la banale trasformazione di un full time in un part time può diventare un problema. Che cosa possiamo fare? Solo parlare, ascoltare, spiegare, garantire quanto dovuto e se possibile di più, essere coerenti, metterci a disposizione con tutta la flessibilità di cui siamo capaci. Sperare di trovare dall’altra parte la stessa apertura.

Negli anni sono state la flessibilità ed il dialogo a farci andare avanti e sinceramente questo dibattito così superficiale lo trovo ipocrita e soprattutto puramente teorico. Il mondo reale è un altro, è complesso. Elisabetta Franchi con le sue scelte imprenditoriali rappresenta solo uno dei tanti modi di fare impresa. Ha detto tante scemenze che non condivido, ma volgarmente ha anche messo in luce alcuni problemi oggettivi che è troppo comodo etichettare ed archiviare solo per far polemica. Peccato non abbia usato quel microfono per chiedere al ministero di fare qualcosa per migliorare le cose, peccato che l’interlocutrice non abbia colto l’occasione per dire qualcosa all’altezza del suo ruolo. Peccato – in ultima analisi – che abbiano interpellato Elisabetta Franchi e non qualcuno che magari quei problemi tenta di risolverli nell’interesse di tutti, e non di bypassarli solo per fare profitto.

Leggo quintalate di polemiche sterili sui social, e io quanto vorrei invece un dibattito costruttivo!

Parliamo per favore dei contratti usati a sproposito, dei rinnovi reiterati per anni ed interrotti a singhiozzo, del turn over come politica aziendale per massimizzare il profitto. Parliamo delle aziende scorrette, ma diciamo per favore che non esistono solo quelle. Diciamo pure per favore che la parità si fonda sul riconoscimento della diversità, e questo vale per tutti, mica solo per le differenze tra uomini e donne. Parliamo del fatto che per avere un posto al nido bisogna talvolta pagare fino a metà di uno stipendio perché i posti comunali e statali sono troppo pochi, diciamo che gli orari dei servizi scolastici e dell’infanzia andrebbero allineati alle esigenze delle famiglie, chiediamo una medicina del lavoro seria e collaborativa, promuoviamo l’attività sindacale costruttiva e non di facciata, sosteniamo la formazione specializzata di qualità. Gli argomenti sono tanti. Parliamone, non solo per far chiasso. Parliamone come tentiamo di fare noi in azienda magari: per trovare soluzioni condivise.

Passo e chiudo…

Saluti dalla mia pausa pranzo!

Una giornata come un’altra, ma

Oggi è la festa della mamma e sinceramente fino a stasera non me ne ero resa conto, non me ne sono resa conto cioè fino a quando non ho ficcato il naso online e ho visto tutti i post a tema, e mi son detta peraltro ma come siam diventati tutti prevedibili. Mai festeggiata, sta benedetta festa, né da bimba, né da adulta, men che meno da mamma. Che senso ha, boh.

Ad ogni modo dopo cinque minuti ho anche chiuso i social e mi son messa a piegare il bucato e a fare i letti, e siccome con le mani occupate si ha la mente libera mi son messa a pensare. E ho pensato.

Ho pensato innanzitutto che da quando son diventata mamma ho capito un po’ di cose. Non le capivo prima, neanche quando credevo di capirle. E non perché ero scema, o perché adesso son migliore (tutt’altro), ma semplicemente perché certi punti di vista non potevo immaginarli, non avendoli mai conosciuti. In passato sono stata molto male per certe frasi dette con leggerezza da amici e conoscenti, adesso capisco se non altro il senso di quelle affermazioni (sì, tipo la famosa “se non hai figli non puoi capire”, che mi son sentita sbattere in faccia anche all’indomani di un aborto).

Ho pensato anche ad un’altra cosa. Al fatto cioè che certe affermazioni che sentiamo e che ci fanno stare male o per le quali ci indigniamo in massa (sport molto diffuso) sono in realtà pensieri abbastanza neutri barra oggettivi, spesso superficiali, su cui però evidentemente proiettiamo un qualcosa di profondamente nostro. Un po’ come se tutto ciò che viene detto là fuori dovesse per forza riguardarci. Ma a me non sembra ci riguardi sempre eh. Una volta la frase infelice di cui sopra me l’ha detta un’amica molto cara e a distanza di tempo sono sicura che parlava di se stessa, non di me. Eppure quanto me la sono presa. Oggi anche io mi dico, non senza stupore, che certe cose non le capivo. E quando lo penso non penso agli altri, non faccio alcun tipo di confronto, non mi reputo migliore, non mi sento autorizzata a giudicare. Semplicemente tra me e me penso che non capivo. IO. Ora sì, certe posizioni le capisco un pochino di più and I tell you what: ci sono ancora un miliardo di cose che ignoro e che nemmeno so di non poter ancora comprendere.

E ci sono anche molti errori che faccio e dolori che procuro agli altri parlando di me, generalizzando come se il mio vissuto fosse compatibile con le esperienze di tutti là fuori. La verità è che se i tuoi pensieri li tieni per te non rischi di ferire gli altri e di rimanere ferito a tua volta. Se li condividi puoi crescere, però. A meno che gli altri non abbiano semplicemente il desiderio barra bisogno di lapidarti per sentirsi dalla parte giusta. Spesso è così.

Tipo a proposito di frasi che non ci riguardano nello specifico, ma che ci fanno indignare in massa perché evidentemente toccano nervi scoperti: Elisabetta comesichiama (si capisce che di moda non so una mazza?) che dice che se deve scegliere una figura con responsabilità manageriali spesso si orienta su uomini o donne di una certa età ed esperienza. Che non ci si può permettere in certe posizioni il rischio di due anni di assenza. E poi aggiunge anche varie altre cose parecchio discutibili ed imbarazzanti (qualcuno mi spieghi la storia del caminetto), che sicuramente non me la rendono simpatica né la collocano tra gli illuminati, ma boh. La signora parla della propria esperienza da imprenditrice/madre, espone le proprie scelte (alcune delle quali trovo aberranti), spiega come la vede. A parte che per quanto concerne le due esternazioni di cui sopra mi sembra il segreto di Pulcinella, una di quelle cose che non si dicono solo perché se no parte appunto il coro dell’accusa alla persona (perché mettere in discussione il sistema è troppo complesso e implicherebbe un po’ troppa autocritica e poi quanto ci piace sentirci dalla parte della ragione), a me pare che con quelle due frasi non stia affatto parlando del diritto sacrosanto di ogni donna e di ogni essere umano di decidere della propria vita, di fare figli o di non farli, di lavorare per vivere o vivere per lavorare, di whatever. Sta esponendo il suo punto di vista, argomenta oggettivamente, senza alcun fine migliorativo. Non si rende nemmeno conto del proprio potere, del proprio privilegio, non capisce dov’è seduta. Presumibilmente non gliene frega niente. La signora non sarà mai il mio modello di imprenditrice e non mi sento minimamente offesa. Dovrei? A leggere online si direbbe di sì, son tutti indignati come se Elisabetta dovesse dire qualcosa di diverso da quello che pensa, come se quelle frasi fossero etichette, accuse o condanne, e non il banale e mediocre prodotto di un sistema in cui siamo immersi tutti, inclusa questa tizia che fino a ieri non sapevo neanche chi fosse e che no, non vive nel Medioevo, vive in Italia, 2022, e sappiamo bene che cosa significa, almeno spero. O forse son stronza io come lei, e allora non capisco (una delle tante cose che non capisco, evidentemente).

Ho pensato anche al ragazzo che ho inseguito in giro per il mondo per 4 lunghi anni e che ndr mi ha sempre trattata di merda, al fatto che il regalo più grande me lo fece in realtà quando una volta, di fronte alle mie lacrime, mi disse “sono felice perché ora puoi smetterla di idealizzarmi”. Era palese che viveva quel momento come una liberazione. E se allora quella frase me lo fece idealizzare ancor più, adesso la ricordo nuda e cruda com’era, vera. Come sempre parlava di sé, in realtà. Non gliene fregava una cippa di come la stavo vivendo io. Adesso capisco perché si sentiva liberato: l’idealizzazione è una gabbia. Perché abbiamo tanto bisogno di idealizzare le persone? Le persone sono quello che sono, tutto il resto ce lo mettiamo noi. Costruiamo eroi che non esistono, vediamo quello che vogliamo, crediamo di capire. A volte poi li distruggiamo, e basta una parola. Che oltraggio deludere il pubblico.

Che cosa c’entra? C’entra perché guardo accadere queste cose, osservo l’arena e mi rassegno all’evidenza che malgrado la sua onnipresenza la comunicazione rimane una cosa difficilissima. Uno dice A, spesso l’altro capisce B. Non si tratta nemmeno (solo) di limiti di comunicazione, si tratta (anche) di limiti di vissuto. Si tratta del fatto che nessuno vede con i nostri occhi, tocca con le nostre mani, condivide i nostri ricordi. Nessuno.

A volte penso con horror vacui che nessuno può conoscere davvero un’altra persona. Che per quanto tentiamo di avvicinarci rimaniamo sempre e comunque schifosamente soli. (Forse è per questo che con una creatura portata in grembo puoi in certi momenti sentirti chiusa? Tonda? Dolorosamente capita? Dura comunque solo lo spazio di un respiro.)

Poi ho anche smesso di pensare e ho messo giù così come veniva questo ammasso informe di pensieri, solo che invece di scrivere sul solito diario oggi ho scritto di nuovo qui. Forse prima o poi lo chiuderò, questo blog.

Buona notte.

PS il paragrafetto sulla Franchi l’ho modificato un po’ ed è diventato praticamente un romanzo perché ho sentito un altro pezzo di intervista e finalmente l’ho anche vista in faccia. Che dire, BOH. Ho speso anche troppe parole su di lei, ma d’altronde… è trending topic, no? Whatever.

6 del mattino

Vorrei condividere “solo” un pensiero che mi tormenta da giorni. Riguarda l’emergenza climatica (non l’emergenza “incendi”, non l’emergenza “piogge”, eccetera). Spoiler: depression.

Leggere le conclusioni del report IPCC mi ha gettata nello sconforto. Per la prima volta leggo una denuncia così chiara e senza mezzi termini, per la prima volta la notizia è stata ripresa dai media per più di un giorno, cosa che nell’era dell’effimero è sconvolgente.

Sono tutte cose che sapevo già, ma leggerle per la prima volta anche su media in cui spopolano cazzate, narcisismo e balletti, in un momento in cui l’Europa va a fuoco e i disastri in genere non si contano le ha rese maledettamente reali.

Mi sento come se mi avessero appena comunicato una condanna a morte che forse (forse!) si può evitare… a condizione che TUTTI decidano di seguire una terapia drastica, dolorosa, l’adesione alla quale nel migliore dei casi richiede “solo” rinunce, forza di volontà e grande consapevolezza. Guardando alla collettività non riesco ad essere ottimista.

Ho deciso di avere figli nonostante fossi dolorosamente consapevole di ciò che stava accadendo. Forse ho sbagliato, non lo so; è un atto di speranza che – me ne rendo conto – di razionale ha ben poco e che stupisce anche me. In testa ho un incendio.

Oggi sono triste e preoccupata più del solito per il futuro delle mie figlie, che non hanno chiesto di nascere e che non possono cambiare le cose. Vorrei per loro un mondo diverso, ma ho la sensazione che tutto stia sfuggendo di mano.

So che sono pensieri cupi, sono la prima a volerli scacciare, ma credo che tutti – a maggior ragione chi ha figli – dovremmo accettare fino in fondo la portata di questa emergenza ed agire di conseguenza.

Le piccole cose contano, certo, ma non bastano più. Non bastano gli shampoo solidi, i pannolini lavabili, i viaggi in treno, gli acquisti oculati, la dieta vegana. Non basta riciclare, non basta non sprecare. Non bastano ahimè le cazzate da primo mondo con cui speriamo di fare una differenza (“If it’s inaccessible to the poor it’s neither radical nor revolutionary”, ho letto da qualche parte).

Bisogna scoperchiare un vaso di Pandora colmo di problemi complessi e avere il coraggio di affrontarli. Bisogna pretendere che chi ci rappresenta prenda decisioni drastiche supportate dalla scienza, accettare che saranno misure impopolari, che non piaceranno nemmeno a chi ne comprende la ratio. Bisogna andare oltre l’egoismo dei singoli, oltre l’ignoranza incolpevole delle masse, capire che la decrescita è necessaria. Bisogna scegliere la cura, e farlo costa fatica.

Mi dico tutto questo.
Poi apro un social a caso.
L’ignoranza fa comodo e a me viene da piangere.