A Ottobre scorso, più o meno nei giorni in cui si stava scatenando la guerra a Gaza, entravo in gastroenterologia per una gastroscopia. Qualche settimana dopo – immersa nel verde rigoglioso del Carso a strapiombo sul mare – ricevevo la diagnosi: sono celiaca.
Da allora ho preso cinque chili, la nebbia mentale si è diradata, ho cambiato molte abitudini (non solo alimentari), ma tanti dolori sono rimasti. Per un po’ dopo la diagnosi mi sono lasciata cullare dall’illusoria certezza che la celiachia fosse l’unica chiave per comprendere i miei disturbi. E invece.
L’anno scorso un’amica affetta da un’endometriosi devastante, per la quale in passato fu anche operata, mi disse che solo dopo l’intervento aveva realizzato l’entità di quel dolore a cui era ormai abituata.
Anche io in parte credo di essermi abituata al dolore, e quello legato alla sorpresa dei 40 anni (mi è andata bene, mi sono strafogata di pane per 4 decenni!) si è rivelato solo la punta dell’iceberg.
Oggi – anno 2024 – ho addosso un dolore cronico che negli ultimi anni si è acuito e che attanaglia le viscere, la schiena ed il collo, con un punto preciso tra le scapole che sembra l’epicentro di tutto, un punto da cui l’infiammazione pare allargarsi in cerchi e raggiungere sordo la superficie dei nervi.
Dopo anni di “è psicosomatico”, “sei stressata”, “fai un ciclo di fisioterapia” (2500€ buttati nel cesso nel solo 2023), a Dicembre ho messo per la prima volta piede nello studio di un osteopata. Ero sull’orlo delle lacrime e mi son detta che era il caso di provare.
Ora. Da quando per la prima volta quelle mani mi hanno manipolato il collo qualcosa è cambiato. Non so dire che cosa, ma sento di non aver mai percepito il mio corpo in questo termini. Il dolore sta migrando in maniera strana ed inaspettata, seguendo un sentiero che non comprendo e che pure mi sembra familiare. L’evoluzione del dolore sembra ricalcare a ritroso il percorso degli anni passati. Il collo, la gamba, il piede, lo sterno. È un bene o un male? Ma che ne so.
Alla seconda seduta ho realizzato che il mio corpo sa, ma che io non so un cazzo dell’involucro di pelle, carne, sangue, organi, nervi eccetera che mi contiene. Che mi compone! Come è possibile arrivare a 40 anni, con 30 anni di ciclo mestruale, due parti, disturbi alimentari, anni di sport, di mangiare sano (o forse no…), di sbornie, di notti insonni, di seghe mentali, di cellulite, di trucchi, vestiti taglia XY, di acconciature, insomma come è possibile guardarsi allo specchio per 40 anni… e non vedere? Non sentire?
Eppure è così.
Dove finisce il corpo ed inizia Sandra? Dove si incontrano corporeo ed immateriale? Siamo sicuri che quella cosa che chiamiamo anima sia immateriale? Ma poi tornando a noi: sono io questa? Questi piedi le cui unghie – ora vedo – si incurvano come quelle di mio padre, queste mani che non indossano anelli perché si gonfiano al caldo, questi capelli né ricci né lisci, questi occhi ormai sensibili al sole, queste rughe, questi denti così belli (ma che patimento), questo sguardo (che cos’é lo sguardo?) rubato a mia madre, il mignolo che si solleva quando bevo caffè, l’amore per la birra ora seppellito, la pelle chiara a chiazze, il prurito, la digestione disturbata… chi cavolo sono io?
Un medico nutrizionista a cui mi sono rivolta per i dolori ed i problemi che ancora ho, nonostante l’eliminazione totale del glutine, mi ha visitata, interrogata e alla fine mi ha sottoposta ad uno strano test con la corrente. Mentre premeva ripetutamente un puntale al centro della mia mano sinistra pensavo all’assurdità del trovarmi nello studio di una naturopata dopo anni di trattamenti farmacologici e di verità assolute mai messe in discussione.
Non che ora io abbia messo in discussione alcunché, solo che a ben guardare mi sembra che spesso si pretenda di confinare la realtà nei limiti ristretti di un unico linguaggio. Ma ci sono cose per cui le parole non esistono ancora, perché la nostra mente non le sa (ancora) rielaborare, anche se il corpo le sa. Il nostro corpo fa cose che non capiamo e ci accontentiamo di quel poco che capiamo. Personalmente, detto in parole povere e anche in modo scurrile, io non ci capisco un cazzo. So che mi è stato detto che dovrei evitare le arance e l’ananas, ebbene da sempre evito le arance ed odio l’ananas. Che dovrei evitare il pomodoro, ebbene da mesi mangiare una salsa al pomodoro mi provoca dolore. Che tutto ciò che fermenta mi è nemico, peccato io ami i ceci, i fagioli, le crucifere e tutto ciò che – ahimé, è vero – ha la capacità di trasformarmi in una mongolfiera nel giro di poche ore. E via così.
Mentre il puntale continuava a scavare il centro del mio palmo destro pensavo anche all’amica del liceo che tempo fa mi raccontava del suo lavoro come radiologa, dicendo “Ci basiamo su quel che sappiamo, ma quel che non sappiamo è molto di più”.
Io non so a che cosa credere, ma mentre me ne sto qua seduta con la schiena incollata al fuoco (dai 30 gradi siam passati ai 4, tutto normale!), il collo rigido come quello di un giocatore di rugby, mi dico che forse è venuto il momento di guardare oltre l’involcuro e provare a misurare il contenuto e la vita silenziosa di questo corpo così familiare ed al contempo così imperscrutabile.
Sembra che io abbia scritto cose sconnesse e senza senso? Sì, probabilmente è così. Non so spiegarmi, forse per la prima volta sto solo tentando di ascoltarmi.







