“E se fossimo rami invece di essere pietre?” (Le Feste Antonacci, “Ora è meglio di prima”)
2.496 giorni.
Duemilaquattrocentonovantasei. Un tempo lunghissimo, difficile da pronunciare, ancor di più da ricordare in ogni suo dettaglio.
Un tempo in cui ho smesso di essere intelligente, ho smesso di essere bella, ho smesso di essere forte. Ho smesso di vedere nitidamente i contorni, come fossi sott’acqua. Ho smesso di guardare, perché quello che c’era intorno, vicinissimo a me, nel mio stesso letto, mi faceva paura. Un tempo infinito in cui sono stata un moscerino nel miele.
Ho smesso di esistere anche se il mio corpo ancora si muoveva, respirava, mangiava, sentiva. Sentiva tutto. I miei sogni si sono spenti sbriciolandosi, mutilandosi, perdendo pezzi pur di entrare in un futuro su misura non pensato per loro. Un futuro in cui non erano contemplati, non erano contemplati i miei pensieri e le mie idee, non ero contemplata nemmeno io.
Io non ci sono mai stata, in duemilaquattrocentonovantasei giorni non sono mai riuscita a trovarmi.
Che senso aveva la mia voce, se non ero intelligente?
Che senso aveva scrivere, se non ero abbastanza brava?
Che senso avevo io, se tutto quello che desideravo per me stessa era sbagliato?
“Cos’ha ’sto ragazzo che ti piace tanto?”
Non lo so, mamma. Ma tu, mi vuoi bene lo stesso?
Vorrei dire che ti odio per quello che mi hai fatto, ma la verità è che sono più arrabbiata con me stessa per avertelo lasciato fare che con te. Vorrei essermi amata di più, ascoltata di più, rispettata di più. Perché sapevo quand’era il momento di scappare, lo avevo già capito, l’ho saputo nell’esatto momento in cui la sensazione di pericolo si è irradiata dal fondo delle mie ossa.
Sapevo che dovevo correre, non voltarmi più, percorrere quei chilometri al buio tra i campi, al lato della strada rischiando di farmi investire, tornare a casa alle quattro del mattino senza farmi sentire, nascondermi sotto le coperte dove sapevo che non avresti mai più potuto trovarmi.
Il mio istinto ha cominciato a funzionare al contrario, come se quello che stava succedendo fosse così profondamente sbagliato da alterare la rotazione del mio asse interno. Mi sono appiattita al muro, sperando mi inghiottisse, sperando di sparire. Ma sono rimasta lì.
Questo corpo non sono io, questo corpo non è mio: è solo carne.
Me lo sono ripetuta così tanto per restare aggrappata a qualcosa, per non impazzire, che alla fine è diventato vero. Quel corpo non era più mio, era solo carne. Qualcosa che non mi apparteneva più ma di cui avevo evidentemente ancora la responsabilità, altrimenti perché non avrei potuto indossare i miei orecchini preferiti?
Perché sembri una zingara.
Pensavo che non sarei mai più riuscita a scrivere. Che tu e questo mondo cane mi aveste tolto anche la capacità più bella che credevo fosse mia e mia soltanto, perché per una parte di quei duemilaquattrocentonovantasei giorni ho galleggiato in una melma di inedia da cui volevo disperatamente uscire. Ma tutto quello che pensavo, tutto quello che scrivevo, mi sembrava banale. Suonava terribilmente ripetitivo.
La solita storia di un amore tossico.
Poi un giorno ho visto me stessa da bambina, in una foto. Ho sentito quella bambina dentro di me, e mi parlava. Non era arrabbiata, non era triste come pensavo fosse. Era confusa, mi guardava con quella curiosità affilata che hanno solo i bambini.
Perché non scriviamo più? Ci piaceva tantissimo farlo.
Sento di non avere più niente da dire, niente di bello, di concreto, di utile.
Non dobbiamo farlo perché sia utile, dobbiamo farlo perché ci piace. Sennò a che serve?
Sono arrugginita, sono passati anni… Non ho ispirazione, chi mi leggerà?
Chi ci leggeva quando avevamo 6 anni?
È mai servito a qualcosa, scrivere?
Forse no, ma forse può farmi ritrovare me.
Forse può liberarmi di te.








