In pochi giorni è cambiata la mia vita, ma ancora non me ne rendo conto del tutto, e forse vuol dire che va bene così, che era lo sviluppo naturale delle cose..

Ho vinto il bando per il servizio civile nella città del mio ragazzo e così mi sono trasferita con lui. Ho cambiato casa, città, lavoro e ho iniziato a convivere, tutto insieme.

E mi piace. Ho anche nostalgia, a volte, sono affaticata dalle mille cose da fare. Sono preoccupata. Ma ho imparato che le cose non sono mai solo belle o solo brutte e che posso stare bene anche se non è tutto perfetto.

Sto cercando equilibrio: tra le varie parti di me, tra me e gli altri, tra me e lui. Tra rigidità e flessibilità. Riuscire ad ascoltarmi e a galleggiare nella mia vita, in bilico ma in equilibrio…

Ho scritto un libro

Ancora non ci credo, le parole che per anni ho cercato e trovato per costruire la mia identità ora sono di carta, hanno preso corpo. E non sono in un diario segreto e nascosto, ma disponibili, per chiunque lo voglia.

Ho trovato un senso, un percorso in quello che sembravano sfoghi sparsi. Il percorso verso l’essere corpo, l’essere me, abbracciarmi tutta intera. Donna, persona, corpo.

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Non respiro perché non esisti – se non ti vedo non esisti. Sì, esisti. Ci sei e mi pensi. Ma il mio corpo chiede il tuo e non so dirgli che arriverai, è impaziente. Così impaziente che poi ti vedo e il corpo diventa insensibile. E io rigida e controllata – ho paura di tutto. Allora devo controllare. E osservare. Osservarmi dall’esterno – i miei letali errori.

Voglio lasciarmi andare affidarmi alla corrente del piacere, affidarmi a te e lasciare a te il mio corpo. Voglio annegarvi.

Non respiro perché mancano due giorni e dovrei essere già da te. Voglio piangere, urlare.

Il corpo chiede troppo perché per troppo tempo non ho saputo ascoltarlo.

Non so cosa voglio, a parte te, ora. Non so cosa mi soddisferebbe e come vivere quest’energia, come lasciarmi trasportare nella vita. Mentre io cammino – a fatica- controcorrente.

Non respiro ma per respirare mi bastano i miei polmoni, e l’aria che ho intorno. Non mi servi davvero per respirare.

E allora perché ti voglio?

Faccio un lavoro duro e stressante penso mentre coloro con i pennarelli-quanti vorrebbero un lavoro così, giocare con i bambini? Ma forse a me non va mai bene niente, mi sento sempre incastrata, soffocata.

Ho finito i primi sei mesi di tirocinio,e sto pensando che sto meglio nella fine che nell’inizio: la fine di qualcosa mi dà un senso di libertà, l’inizio di costrizione. Faccio fatica ad abituarmi alle cose, una parte di me mi tiene ferma nel conosciuto. L’altra vola via e ultimamente vince un po’ di più, portandomi a cose nuove, a nuove parti di me..

È un periodo strano, ibrido. Di transizione. E verso nuove transizioni, nuovi ruoli, nuove me. Ho un po’ paura. Un po’ tanta, mi trovo ad avere ansia, a non respirare, senza motivo. Ma non è un brutto periodo, non lo definirei così..

Ho ansia per quello che non ho e per quello che ho e ho paura di perdere. Ho paura delle trasformazioni e allo stesso tempo le voglio, voglio l’evoluzione della vita e di me stessa..

Non so, dovrei solo vivere, respirare, andare avanti un passo alla volta.

Ballare in spiaggia al tramonto – da quanto non vedo la spiaggia al tramonto? – a questo penso mentre ballo da sola in camera mia, con la musica negli auricolari. Il senso di libertà che mi lasciano le liberazioni del corpo: ballare, stare in acqua, fare l’amore, andare in bici (da quando ho imparato).

Sto imparando nuove liberazioni del corpo, sto facendo un corso di nuoto, ormai in bici ci vado tranquillamente..

Ma ora vorrei ballare sulla spiaggia, nuda, con lui. È un’immagine ideale, una sensazione di libertà forse non raggiungibile nella realtà, forse non così. Una sensazione sublime.

Sì, ci sono momenti in cui tendo tutta verso il sublime, l’incarnazione dell’arte sul mio corpo, attraverso il mio corpo. Ma non raggiungo mai quello stato, e rimango insoddisfatta e in attesa.

E soprattutto, non lo raggiungo da sola, ho bisogno di uno sguardo che mi veda e mi tenga.. Ho bisogno di lui. Non voglio averne bisogno, non voglio piangere perché per un weekend non ci vediamo, non voglio vivere in attesa, contando i giorni. Io sono una persona, sono intera, ho una vita.. E allora perché non respiro?

Cosa voglio davvero? Cosa mi manca? Perché mi sento così?

Un abbraccio

Ho bisogno spesso di un abbraccio per ricompattarmi, di uno sguardo che mi sappia vedere intera, persona fatta di corpo, con confini certi.

Forse proprio la questione dei confini è centrale: sono cresciuta considerando i miei confini quelli della casa, fuori ero senza pelle, dentro ero confusa e mischiata con i miei genitori, il mio corpo non mi apparteneva. Vivevo nella mente, nell’immaginazione. Ma il corpo chiedeva spazio e io non sapevo ascoltarlo. I mal di pancia, le angosce, il desiderio potente di essere guardata, la paura che quello sguardo potesse rendermi oggetto, l’incapacità di muovermi nel mondo senza pelle, senza protezione, disorientata.

Non c’era spazio per il mio corpo se non nel dolore, interno e viscerale, non c’erano confini se non quelli dello stomaco, da varcare per entrarvi ma soprattutto per uscirvi, e quelli della casa. Dovevo rimanere dentro, protetta. In mezzo alle persone mi sentivo impaurita.


Poi piano piano, non so come, ho cominciato a costruire i miei confini. Ho cominciato a capire di avere un corpo, non solo un’immagine o degli organi, ma un corpo intero e solido fatto di pelle, su cui posso prendere mie decisioni e che posso vivere. Un corpo che non deve essere per forza legato al dolore, alla colpa, alla malattia, ma può essere vita, piacere, forza, tatto.
Questa liberazione mi ha portato ad altre liberazioni. Ho trovato lui e ho scoperto cosa significa essere corpo soggetto, essere amata tutta intera.

E ora però dipendo da quello sguardo che mi vede intera, da quell’abbraccio che mi ricorda che sono corpo e che col corpo amo. Provo ad abbracciarmi da sola, a sentire il vento sulla pelle mentre vado in bici (altra grande conquista), mi accarezzo gentilmente per sentire la mia pelle, e per un po’ basta, ma solo per poco, e rimango in attesa….

[immagine dal web]

Donna

Sono stata molto stanca nei giorni passati, ho cominciato il tirocinio, ho fatto la baby sitter per molte ore a causa della chiusura della scuola, e anche se si tratta di poche cose mi hanno stremata, come se ci fosse un limite di ore fuori casa, di ore in mezzo alla gente che posso sopportare, oltre il quale sono satura, ho bisogno di silenzio, di stare in casa.. Questo mi spaventa, mi fa sentire inadeguata: come farò a raggiungere tutti i miei obiettivi? A lavorare davvero, fare sacrifici, ottenere risultati, se appena ho un piccolo impegno in più impazzisco? Però ieri la psicologa mi ha fatto notare che forse sono troppo severa con me stessa, e in effetti ho pensato che, insieme a tutto quello che faccio, sempre, c’è una sorta di giudice accanto a me che osserva ogni cosa, e trova sempre errori.. Sono sempre sotto giudizio, anche quando dovrei semplicemente rilassarmi, godermi il momento, riposarmi.. Forse questo mi affatica tanto. Forse dovrei essere un po’ più gentile con me stessa. E stare di più dentro di me invece che fuori ad osservarmi.

Allora ho preso da pinterest immagini che mi comunicassero serenità e che rispecchiassero quello che vorrei nel futuro e ho fatto una sorta di “vision board” : una casa tutta mia dove girare nuda, una vita lenta e luminosa, la luce del tramonto, l’amore, il sublime, musica sudamericana.

Sto guardando una serie femminista che si chiama “I love Dick”, seguo pagine su instagram di donne che riflettono sulla femminilità, leggo libri su questo e ho capito che mi appassionano questi temi sia a livello lavorativo, come psicologa, sia a livello personale.

Sto imparando a vivere il mio corpo, a vivere il mio desiderio senza vergogna, e voglio esplorarlo, voglio esplorare la mia femminilità, il mio corpo, la mia libertà. Non so esattamente cosa voglio, ma sento che è questa la direzione. Sento che sto diventando donna, dall’essere ragazza, sento che sto diventando me.

Ma la paura del giudizio rimane lì. La paura di essere abbandonata a causa di quello che sono. Di essere troppo.

Ma solo accettando per prima io me stessa, anche gli altri potranno amarmi…

[immagini da pinterest ]

L’ansia mi toglie da me, dal presente, mi allontana da me, dal sentire con i sensi, dall’essere intera, proiettando pezzi di me altrove, sentinelle che controllino il futuro e tutti i tempi e tutti i luoghi. E io, smembrata, rimango bloccata.

Me la tengo stretta, quest’ansia, una parte di me si rifiuta di lasciarla andare. Mi informa di un pericolo. Il mio corpo è all’erta. Ma qual è il pericolo?

L’ansia tiene tutto stretto. Tutto quello che potrebbe scivolare via. Se penso ad altro, le cose scompaiono, le persone, i sentimenti. Se li lascio andare mi abbandonano. Ma è davvero così?

Non ho fiducia. In me. Negli altri. Nella vita. In me e nella vita soprattutto. Sempre quel sentirmi sbagliata, che da qualche parte verrà fuori, devo stare attenta: tutto l’orrore che ho dentro spruzzera fuori da qualche buco lasciandomi piena di vergogna.

Ma nella realtà vera e concreta, di cosa sto parlando? Non lo so. E vacillo, in attesa di essere salvata. Ma finché non mi amerò io stessa l’amore degli altri può essere solo un cerotto, che poi si staccherà..

Ho ritagliato la mia figura dallo sfondo

Ho ritagliato la mia figura dallo sfondo.

Difficile, quando si continua a mettere la colla. E a metterla male, a schizzi grumosi. E si sparge e appiccica e fa star male.

Senza forma, non sono corpo.

Senza corpo, non so stare fuori. Nel mondo fuori serve una forma.

Serve saperla muovere e starci con armonia.

Goffa, nella mia forma finta- eh, poi dovevo tornare ad appiccicarmi allo sfondo, non potevo avere una forma definitiva.

Un’identità informe e vaporosa, senza posto per il corpo, un peso attaccato male.

All’inizio, la prima volta che ho sentito il bisogno di un’identità, ho deciso di essere solo mente: sono diventata bravissima a scuola. Una vera intellettuale: leggevo, scrivevo, ascoltavo musica classica. Volevo distinguermi dagli altri, dai miei coetanei, dire: io sono così, sono diversa, sono più intelligente, sono io.

Si tende a voler essere diversi e a essere estremi quando non si sa bene chi si è…

Poi però il corpo ha cominciato a chiedere sempre più spazio. E io non sapevo darglielo. Non sapevo vivere in un corpo. Pensavo fosse sbagliato. E le sue richieste sempre più intense mi hanno portato a volerlo cancellare, eliminare, assottigliare fino a farlo scomparire.

Ma non scompariva. Faceva male. Pesante, mi riportava sempre sulla terra: io volevo volare via..

Poi mi sono stancata di essere solo mente: ho deciso: ora sono corpo, sono solo corpo e voglio viverlo fino in fondo. Voglio ubriacarmi, fare l’amore, spogliarmi.

Peccato che non si possa cambiare così tutto d’un colpo. E che non avessi idea di come vivere così. Sempre la voglia di essere diversa, le mie amiche non mostravano desideri carnali, io allora volevo a tutti i costi dire loro: ehi, io invece sono tutta desiderio, sono tutta corpo, perché non ve ne accorgete? Perché nessuno si accorge che sono corpo e che sono qui, disponibile, aperta?

Non ero disponibile, né aperta. Avevo così tanta paura..

Non serviva a niente voler essere solo corpo, volerlo vivere ecc, perché non sapevo starci. E non avevo ancora capito come relazionarmi con le persone, e quanto queste fossero importanti per me.

Così mi sono depressa, isolata, disperata. Un buco nero. Non volevo più né corpo né mente. Volevo scomparire.

Poi è arrivata la psicologia. È arrivata l’idea di un futuro, una nuova identità. E poi l’inizio della psicoterapia.

Sono cinque anni che vado in psicoterapia, e la settimana scorsa, mi è venuta questa frase, come un’illuminazione: “Ho ritagliato la mia figura dallo sfondo”. Perché ora mi sento corpo, ma anche mente: corpo vissuto, come ho studiato in fenomenologia. Corpo con una forma e delle sensazioni, emozioni. Corpo che può far male ma anche essere così piacevole.. corpo che può essere amato. Ora mi sento libera. Una libertà che è cominciata quando, senza ancora saperlo, ho cominciato piano piano a ritagliarmi dallo sfondo della mia famiglia: quando ho scelto psicologia, quando ho scelto di partire per Copenaghen con le mie amiche, affrontando la paura che non mi volessero con loro, affrontando la paura di dire ai miei che avevo deciso di andare con le mie amiche, proprio io che non ero mai andata in gita scolastica (perché poi? Sempre per quella paura di staccarmi dallo sfondo, di separarmi dalla mamma, dall’utero protettivo…). Quando mi sono iscritta a Tinder, osando per la prima volta buttarmi davvero nel mondo. Quando ho trovato lui, e ho finalmente potuto essere sia mente sia corpo, sentendomi amata proprio perché così. Un amore che invece che imprigionarmi nella protezione come quello dei miei genitori, mi rende libera, mi vuole libera…

C’è voluto così tanto tempo per capire queste cose e sentirmi finalmente intera. Spesso ho paura che tutto sprofondi, che questa mia interezza si sciolga col mutare delle circostanze, delle persone, ma qualcosa mi dice che non potrò mai tornare indietro, che questa sono io e nessuno potrà portarmi via queste consapevolezze…

[Illustrazione di @bea.plane, da instagram]

Pensieri a caso..

Certi weekend durano un secondo e lasciano solo nostalgia, i giorni sbiaditi in attesa di una luce lontana.. Tutto è più spento in questi mesi in bilico. Ci stiamo abituando a non poter più fare niente, a convivere con la malattia, con la morte.

Non ho mai pensato al crescere come invecchiare e invece ultimamente mi ritrovo a pensare che gli anni se ne vanno via insieme alla mia giovinezza. Eppure ho solo 26 anni, devo ancora fare tutto.. Ma ne avrò il tempo? E chi rimarrà con me?

Dopo la laurea ho deciso di riprendere in mano la mia vita e riportare il baricentro dentro me stessa. Ho scoperto nuovi progetti in me, nuove passioni, e risvegliato quelle un po’ ammuffite da mesi concentrata su altro.

Non ho più bisogno di lui per respirare. Ma i giorni senza di lui sono lunghi. Non ne ho bisogno ma voglio stare con lui, passare il tempo con lui. Molti non capiscono, come fosse così strano amare e volersi.. Vorrei solo fosse più semplice e ci fossero meno ostacoli..

Per la prima volta dopo anni sono normopeso, e il mio corpo ora mi piace di più, lo vivo più intensamente.. Forse troppo, nel momento sbagliato.. Nel periodo storico in cui il più delle volte c’è uno schermo e tanti chilometri a separare i corpi..

Diventeremo tutti più tristi, soli e spenti o sapremo riaccenderci?

[immagine da pinterest]