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Questo è l’estratto dell’articolo.

Riunire appunti di vita e domande scomode, come quelle dei bambini, che chiedono ai “perché?” di attivare la giostra delle cose. E se le risposte non li soddisfano, disarticolano il mondo, rimontandolo in azzardi inediti. Sono bambini i poeti e i sognatori, che non conoscono la ragionevolezza. Amano e vogliono disperatamente. E questo è tutto.

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In via di San Vito.

Siamo per buona parte la nostra infanzia: stupori, tristezze e assenze. Come nei sogni, si sovrappongono immagini sfocate. Bambini nel tempo, abitati da pensieri non vestiti di parole, memoria acerba, impegnata a creare ricordi. Quando la possibilità era il dono più grande. Riannodando i fili di quei momenti perfetti attraversati con leggerezza, passato e presente incrociano lo sguardo. Siamo creature inesorabilmente legate all’illusione del Tempo. Parole e gesti che appartengono al passato, sono ancora Verità: quella parte che ognuno di noi ha – bambina o bambino – che permette ogni giorno di scovare la bellezza nelle cose del mondo, che se non la si vede di primo acchito, la si va a cercare finché non ci fa splendere.
Remember when you were young, you shone like the sun. Shine on you crazy diamond. 

{foto di A.S.}

In Japan

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Gli orizzonti ciclopici. I boschi sacri, la sofferenza composta, la bellezza quotidiana. I poeti, i mistici ed i soldati. La Fede, quella che cercavo in te. Teorie di porte. Quell’arancione che ci portiamo dietro dall’infanzia. Costruzione tenace di cose immaginate. Nuvole di carta. Aquiloni. Ombrellini per il sole. Ombrellini per le nuvole. La pioggia sa: come si cade in eterno, senza farsi male. Mi sono allenata a lasciarti andare. Dimentichi, passiamo in altre vite. Come foglie che non sapevano del vento ma, rapite, hanno iniziato a danzare.

A tratti.

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Sfoglio un futuro che non mi riguarda. Il tempo avanza un addio dopo l’altro. Raccolta in me, su sogni ibernati. Perdersi. Ritrovarsi, a tratti. In bianchi sospiri, maree inquiete. Attratti.
Tutto muove e torno sempre a te. Dettagli miei, in primo piano.Il senso spietato di certi silenzi. Vince chi non s’illude.

Simona Teodori “Figlie di Eva”2016, www.lerudita.it

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Sei storie fiorite attorno ad un femminile profugo del Paradiso, precipitato in mondo di insidie. Un femminile da riaffermare con forza, oggi più che mai, in un millennio non ancora maggiorenne che ha riportato indietro di cinquant’anni la questione, per narrare come dalle crisi più profonde possano nascere nuove risposte. Donne di un passato prossimo o di oggi, in sofferta ma costante evoluzione. Crisi in greco significa “cambiamento epocale”. Quello che vive ognuna di queste ragazze, pronte a spiccare il volo, a prendersi la propria fetta di mondo. In una raccolta che ha la fluida morbidezza del desiderio, sei donne di un pallore d’avorio, immerse nella solitudine, ma ricettive agli svelamenti dell’esistenza e animate da un istinto di sopravvivenza ancestrale, trovano voce in movimenti e parole. Esistenze sciupate a contatto con la realtà, donne ostaggio di violenza e indifferenza, in una forma narrativa ibrida tra favola e cronaca nera. Alcune pagine rievocano un tempo che non c’è più, una memoria a corrente alternata col presente, un’indagine di costume che mira a scardinare lo status quo indifferente e passivo, con respiri e verità d’immagine. L’autrice romana, in stato di grazia, delinea paesaggi e personaggi con colori ad acquerello.
Un’amica che non c’è più scuote Lara e rende praticabile la fuga da un presente insostenibile. Gaia rompe il giogo di un uomo violento cui lei stessa si era consegnata. Claudia supera una menomazione fisica per andarsi a prendere finalmente l’amore che merita. Eliana, da un’altra epoca, corre per la vita, per la sorella, verso una madre che ha il coraggio di schierarsi dalla sua parte, inchiodando un mostro generato nella loro stessa casa. Elizabeth, in un tempo in cui si era sacrificabili a lavori umili per l’indigenza della famiglia, sogna un futuro migliore come ogni ragazza di quindici anni. Ma avrà solo un eterno presente congelato, una stampella appesa ad una vita immaginaria. E poi la guerra, le leggi razziali, Rosina che salva persone e libri.
C’è una specie di disperato coraggio nel desiderio di assaggiare quel frutto rosso, che possiede la caparbietà della terra e la persistenza del calore di un grembo. A scardinare la fissa ruota delle circostanze. Figlie di Eva: femminile, presente.

Laura Ingrassia.

Luana Troncanetti “Agrodolce” 2016, www.lerudita.it

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Quante parole servono per raccontare un desiderio? E quanti desideri servono per sopravvivere a se stessi? LuanaTroncanetti invita ad assaggiare la vita come succede, come la vorremmo tra le dita. Dieci racconti brevi come piccoli bocconi speziati, con quel picco inaspettato di gusto che nel finale ridefinisce o ribalta sapori e situazioni. Una prosa immediata e senza fronzoli, cangiante di risate e qualche lacrima. Personaggi comuni ma capaci di trafiggere i punti deboli e toccare i nodi cruciali dell’esistenza, nuda e cruda, in un crescendo sorprendente.
È un dato di fatto che l’autrice e blogger romana sia dotata di un sense of humour audace e felicemente in simbiosi con la perspicacia femminile riguardo i peccati segreti e l’ambizione, non sempre riuscita, di mantenerli tali. Piccole rivincite che ci prendiamo con il quotidiano o dolori e assenze ben più ingombranti. L’umorismo lucido rimane il migliore strumento di scavo della realtà. Senza funzioni consolatorie, la poliedrica Troncanetti nutre piccole storie da leggere in metropolitana, in fila alle Poste o dal parrucchiere, in luogo  di quelle orribili riviste femminili. Oramai il mercato editoriale ha modificato i formati narrativi nell’ottica di una fruizione veloce, accattivante e vicina alle nuove generazioni di lettori, che mordono una letteratura in divenire. Una forma d’attenzione come pensieri in libertà, cesellati su ciò che cade da uno sguardo che non s’incaglia nei luoghi comuni, mettendo in discussione quel mondo che è ogni persona. Se su larga scala il dolore di una bambina o di due amanti separati dalla guerra diventa invisibile, questi ritratti brevi viceversa illuminano un particolare, una devianza, una felicità, una risata amara. O agrodolce.
Laura Ingrassia.

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Sorpresa da un colpo di sera e d’inverno, a richiamare la tua voce, evocare un altrove {la segreta idea di essere ridicola}.Il fruscio della foglia che si lascia andare alla terra, mulinando alla cieca, ripiegata su se stessa, fiduciosa, incosciente, della sua destinazione.

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