Ora che ti cerco, tu non sei.
Non un piccolo rimbecco
al mio richiamo.
Ti cerco tra le stanze, senza tregua,
navigando sul tappeto forato
da talpe di tabacco, senza meta,
come si cerca una chiave smarrita,
un ciondolo inutile fregio per cui si fa tardi,
quella sigaretta fuori dal pacchetto
valido motivo all’astinenza.
Se le nostre vite fossero un duetto
sarei la nota sbagliata, l’accordo stonato.
Sarei, alla cena imbandita,
il becco smussato del tavolo.
Sono lingua mozza al palato,
folate fredde al volo di un falchetto.
Maria e Elisabetta, tratto da “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli
Mi accorgo quando arrivi, improvvisata,
(anche quando ti aspetto e compari
dall’angolo della profumeria)
che ti leggo l’umore dal rumore dei tacchi
o dalla smorfia obliqua delle sopracciglia
Mi accorgo, dicevo, che il verbo esultare
non sia per me di gran festeggiamento
di grida e salti e braccia al cielo
(come per Pertini a quel Mondiale)
Forse resta soffocato in un fiato
in un mezzo sorriso inebetito
come Magnificat in un sussulto canto
e tutto crocchia dentro, carasau.
Salvador DALÍ, Muchacha a la ventana – 1925 (Giovane ragazza in piedi davanti alla finestra) Olio su tela – cm. 103 x 75 Madrid – Museo Reina Sofia
Dalle tende bianche appese
a queste finestre pare
un respiro tranquillo,
il vento,
un saliscendi sereno.
Gonfiano
Svuotano
Tengono il fiato e sbuffando
Si rilassano.
Quanti chissà penseranno con me
alle maree, tende che aprono
e chiudono al cielo,
all’eterno mutare dei giorni,
ai cicli continui di curve, dio
che gioca con me sotto l’acqua
a fare le smorfie del pesce che parla.
Le tende respiro del mondo
Il mio spirito aleggia
Pulviscolo vacuo nel Vuoto
V. Van Gogh, A Meadow in the Mountains: Le Mas de Saint-Paul,1889
Crepita e cretta la vita
nel limo fresco degli argini
mentre le vespe guerriere
sorvolano attente le tenute
dei contadini padani.
Salutami il mare, mi dicesti, quando torni, tra ii ramitentacoli a picco sul lungargine del Bacchiglione e ci sfiorammo e forse per l’abbaglio del meriggio persi la strada e nuovo ritornai a questo limo e a queste rive.
Le vespe alte al suolo profetano
fertili piogge. Oggi con loro sorvolo
grovigli smeraldi grigio-verdi
delle siepi e dei tuoi occhi
a picco sui canali
e la tua lingua esausta
un pungiglione
rievoca ricordi oramai
È tempo di migrare.
Come limaccia scerpata dal guscio,
striscio lontano da questo mare
rovescio, cobalto le barche
e l’acqua di sabbia e di sale.
Via dalle scritte sui muri di casa,
dal roseo divano, lembo di lotte
e passione, di rabbie e di sogni,
di vane carezze e baci e voluttuose preghiere.
Via dalle fulgide lame di sole
dalle finestre socchiuse al canto di anatre roche.
Via da tutti i motivi.
Via dalla vita giocosa
e gli odori di casa, marmitte e soffritti
per un asettico altrove.
Perché quelle gemme minute
non valgono più di quest’angolo
cereo cemento?
Perché non riesco a far festa
per gravide piogge lontane,
per una speranza-tormento?
Vita! Oh, vita senza un buon vento
che spinga ad un porto sicuro,
vita senza radicamento…
Mi arrendo sconfitto a un eterno
trasloco, lo sguardo al soffitto
alla tela sbavata di un ragno.
È tempo di migrare.
Ma resto. Come vespa testarda
che sbatte imperterrita al vetro.
Tornare alla terra madre,
alle minute case, alle private strade
è il verso di un libro sgualcito,
un mito antico,
crocolio di un fuoco
domestico, pallido e lieve.
Il pane aperto alla mensa profuma
della preghiera prima del pasto.
Ammuta l’umano clamore
in questo nocciolo di candela,
gli inutili affanni nel clangore
di campane, lontano.
Se fai che piano ti accolga
tra le sue stanze care
tutto s’abbambagia
come alla seta il baco.
Sulla tua spalla destra appollaiata
una nottola un giorno ti svelerà un segreto:
Nel tempo immemore dei tuoi anni lieti
– sentirai il sussurro –
occhi coglievano gioia, in alto, alle ciliegie,
alla carezza di un riccio acciambellata,
nel pianto piano sul ginocchio frastagliato,
(perché al male non si unisse altro dolore)
fertili rughe dei famigli alle tue risate fresche
come un continuo cantico alla vita, stavi.
Ora chi sei?
Cosa resta del tuo cercarti altrove?
La civetta staccherà da te,
come luce che si piega ad ovest,
e quella tanto attesa beatitudine
per il giorno avanti, calerà all’orizzonte.
T’accorgerai in un barlume di coscienza
di piccoli barbagli
di quotidiana presenza d’ali tutt’intorno.
Sino a quel giorno, senza quel sussurro,
starai come accecata gazza alle lampare.
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