Quello che non ti aspetti
Il caos che regnava in quelle stanze mi toglieva il fiato. Mura annerite, muffa agli angoli, un odore di marcio che entrava in gola e faceva lacrimare gli occhi. Un disastro insomma. La mia casa, così amorevolmente curata, era davvero irriconoscibile. La scala in legno che portava al piano superiore presentava due gradini sbeccati e i pochi mobili che avrei potuto salvare avevano cambiato il loro colore originale per una patina unta e appiccicosa. Mi domandavo cosa mi avesse spinto ad affittare il mio piccolo appartamento a persone che di umano evidentemente avevano ben poco. Ma, allo stato attuale, il danno era fatto e rimaneva solo tirarsi su le maniche e darsi da fare. Ci sarebbero voluti giorni e giorni per svuotarla, ripitturarla e poi pulirla. Ci sapevo fare abbastanza con i lavori di casa, pennelli e vernici li avevo usati in passato, ma qui ci sarebbe voluto qualcuno che ne capisse più di me.
Arrivò di mattina presto due giorni dopo. Avevamo appuntamento davanti al portone. Salimmo insieme la scala in pietra serena che conduceva al mio appartamento. Trattenni nuovamente lacrime di rabbia e dispiacere aprendo la porta. Avevo accatastato sedie rotte e il tavolo da eliminare al centro della stanza. Si guardò intorno, salì al piano di sopra, osservò il bagno e l’antibagno: “In due giorni massimo tre sarà tutto a posto. Se non piove. Se invece piove mi ci vorrà un giorno in più per far asciugare la prima mano di vernice”. Ci accordammo sul costo del suo lavoro e per la prima volta lo guardai. Alto, non altissimo, magro, con vestiti che avevano già conosciuto altre vernici e un cappello di lana verde salvia ben calcato sulla testa. D’altronde era inverno e la casa non abitata da più di un mese era veramente fredda. In quella stanza in cui l’unica luce era diffusa da una lampadina che pendeva tristemente dal soffitto in legno, notai in quell’istante, un bagliore nuovo. Un paio di occhi azzurro cielo mi fissavano chiedendomi se mi andasse bene cominciare il lavoro l’indomani.Nei giorni che seguirono capì di lui che non era italiano, che era molto giovane, di non molte parole ma attento e preciso rispetto a quello che faceva. Puntuale negli orari e gentile. In quel momento in cui avevo perso la fiducia nel genere umano, potermi affidare ad una persona che mi dava sicurezza, mi faceva pensare che ero inciampata si in persone deprecabili, ma ancora se ne trovavano di oneste. Parlammo un pò di lui in quei giorni e un pò anche di me. Notai altre cose: aveva mani piccole parzialmente coperte da guanti di lana senza dita. Non accettava mai niente di quello che gli proponevo, un tè caldo, un biscotto, un cioccolatino. Un giorno bevve un caffè. Appoggiato al tavolo al centro della stanza, sui cartoni colorati per non sporcare di bianco il pavimento sottostante, si fermò forse tre minuti, ringraziandomi. Ancora notai questo suo essere gentile. E per un attimo anche qualcos’altro di non ben definito. Soltanto vidi impercettibilmente, che mentre salivo al piano di sopra, il suo sguardo mi accompagnava.Quando il quarto giorno (aveva piovuto) le pareti avevano riacquistato quell’odore di pulito tipico delle imbiancature recenti, un pò mi dispiacque salutarlo. Mi aiutò a caricare sulla mia macchina e sulla sua le ultime cose da smaltire, mi accompagnò all’isola ecologica, mi disse qualcosa che non capii.“Salva il mio numero, che se qualcuno ha bisogno di imbiancare, mi chiami.”Ci lasciammo stringendoci la mano.
Per un pò lo tenni quel numero, ma nessuno aveva bisogno di imbiancare alcunchè. Rimase comunque nella rubrica del telefono fino a che non persi tutti i miei dati e il telefono stesso un giorno che a casa di un’amica andai a fare la pipì e mi cadde diritto nella tazza, fuoriuscendo dalla tasca dei jeans e affogando ineluttabilmente.La mia casa imbiancata e ri-ammobiliata l’ho venduta un anno dopo, scegliendo di andare a vivere in un appartamento meno carino, ma più comodo, con ascensore e una bella terrazza. Insomma un investimento per un futuro non troppo lontano, in cui anche fare una sola rampa di scale con i sacchetti della spesa sarebbe stato scomodo e faticoso. La mia nuova casa era stata da poco ristrutturata e l’unica parete che ho dipinto di arancione, l’ho fatta da sola.
Gli anni sono passati e di Andreas (questo era il suo nome) non ho saputo più niente. A volte cercavo di ricordarne il cognome, ma non mi era mai tornato in mente. Credo di non averlo mai saputo. Ho dato un occhio sui social se per caso fosse stato fra gli amici degli amici, ma non l’ho mai trovato.
Un paio di anni fa, mi sono anche io adeguata alla moda degli acquisti on line. Premetto che non condivido, per tanti motivi, l’abuso che si fa di questo servizio, ma durante la pandemia un paio di cose me le ero fatte recapitare a casa e anche quel giorno ero in attesa di un pezzo di ricambio per la mia aspirapolvere. Mi infastidiva il fatto di dover rimanere in attesa della consegna, ma tant’è in ogni situazione c’è un rovescio della medaglia. Quel giorno il corriere di turno suonò al citofono nel primo pomeriggio. Avevo da settimane un problema con il tasto d’apertura del portone e quindi chiavi alla mano, mi precipitai per i tre piani di scale, con la paura che credendomi assente andasse via con il mio ricambio! “Eccomi” Urlai facendo l’ultima rampa. Aprii il portone.“Buonasera! Grazie”. Stavo per andare verso l’ascensore con il mio pacco fra le mani quando sentii: “Michela…”Io sono piuttosto piccola di statura (il termine bassa non mi piace!) e comunque viaggio con scarpe rasoterra dagli anni 70, periodo in cui per arrivare a dare un bacio al mio ragazzo di un metro e novantatré, azzardai tacchi e zeppe giusto per il tempo della nostra relazione. Questo per dire che non avevo avuto modo in quei pochi istanti di guardare chi mi avesse consegnato il collo in questione, perché era più alto di me. Ma al ‘Michela’ mi ero ovviamente girata.Diverso il cappello con la visiera portato al contrario. Diversi gli abiti sostituiti da un giaccone con il logo dell’azienda. Ma gli occhi azzurro cielo erano lì, ed erano proprio quelli che nonostante gli anni intercorsi avrei comunque riconosciuto .
“Andreas!“
“Ti ricordi il mio nome!”
Lo ricordavo e mi vennero in mente in quell’istante altri particolari riposti in qualche file in disuso della mia memoria. Era cambiato. Non tanto nell’aspetto. Il suo italiano era più fluido e sembrava più propenso a parlare. Mi raccontò che aveva cambiato lavoro e quando aveva avuto fra le mani quella consegna a mio nome, aveva sperato che non si trattasse di un omonimia visto che l’indirizzo non era più lo stesso di dieci anni prima. Ci salutammo con un ciao, mi ha fatto piacere vederti. Tornò alle sue consegne ed io andai a montare il pezzo dell’aspirapolvere che finalmente riprese a funzionare.
Avevo aspirato la polvere di quell’inverno, i peli del mio gatto, le briciole di pane e chissà che altro. La primavera era di nuovo un ricordo e il rituale cambio degli armadi era iniziato. Come ogni anno, gli abiti riposti nelle scatole la stagione precedente, mi sembravano vecchi e brutti una volta ripresi fra le mani. Qualche mia amica mi aveva consigliato un sito dove vendevano cose carine. Perché non provare una volta?Era trascorso un mese quasi e del mio ordine nessuna traccia. Ero quasi decisa a chiederne il rimborso, quando mi arrivò un messaggio. ‘Ci scusiamo del ritardo, dovuto a motivi estranei alla nostra volontà e le comunichiamo che il suo ordine è in arrivo’. Un numero sconosciuto mi aveva già chiamato due volte quella mattina. Ovviamente non avevo risposto, come facciamo tutti ormai temendo chissà quale call center insistente e non richiesto. Poi mi si illuminò non tanto lo schermo del telefono, quanto l’idea che potessero essere i miei vestiti nuovi e al terzo tentativo risposi.
“Ciao. Sono Andreas, sei in casa? Fra 5 minuti scendi.”
C’ero. Ovviamente vestita super comfort e malissimo! Era una mia peculiarità essere impresentabile quando non dovevo uscire. Spesso mi ripetevo che alla comodità avrei dovuto comunque adottare un certo decoro seppur all’interno delle mura di casa mia. Mentre elucubravo su questi principi fondamentali per l’ordine dell’universo, suonò il solito citofono ancora non perfettamente funzionante. Scesi così com’ero. Un Andreas abbronzato mi accolse sorridendo.
“Come stai? Hai passato una bella estate? Sei sempre uguale!” -lui a me-
“Magari. Tu sei sempre uguale!”-io a lui-… e cosi giovane, pensai.
“Posso chiederti l’amicizia su Facebook? C’è l’hai no?”
“Ovvio che si,sono una boomer.”
“Ti cerco allora, ci sentiamo.”
Rimasi un attimo a guardarlo mentre il portone si chiudeva alle sue spalle. Una strana sensazione mi aveva ricordato qualcosa di lontano nel tempo. Con i miei vestiti in mano, salii a piedi i tre piani di scale, lentamente, giusto per darmi il tempo di capire che nome dare a quel guizzo all’interno dello stomaco.
“Torna in te bambina!” mi dissi sorridendo…
Il tipo che scendeva le scale in direzione opposta, avrà pensato che quella, per me, doveva essere senza dubbio una buona giornata.
Qualche mese dopo mi scrisse. Era aprile, un lunedì sera, tardi. “Ciao, come stai? Ti pensavo e volevo salutarti.”
E poi a maggio, a giugno, a luglio. Un-Come stai- ogni tanto. Che fai? Magari ci vediamo?
Ma no, pensavo! A luglio sono partita per le vacanze.
“Come va? Ti diverti? Quando torni un salutino?”
Continuavo ad essere perplessa. Mi chiedevo perché avesse voglia di vedermi.Un giorno gliel’ho chiesto:
“Come mai vuoi vedermi?”
Il-Perché ti trovo molto attraente dalla prima volta che ti ho vista-era veramente l’ultima opzione che potessi ventilare! Ma come attraente! Io che non avevo mai veramente fatto pace con il mio corpo neanche a vent’anni, quando avrei potuto oggettivizzare una giovanile gradevolezza, sarei stata attraente ora?
Cosi, continuavo a scrollarmi di dosso la possibilità di incontrarlo, di fatto volutamente e non in maniera del tutto casuale, come fino a quel momento. Sarebbe partito per le vacanze e rientrato a fine agosto. Questo stacco temporale misto ad una sorta di non ben definita curiosità, mi trovò più conciliante al suo -Ci salutiamo prima che io parta?-
Ma dove? Quando? Come?
Il centro commerciale era stra- affollato a quell’ora. Oltre alle centinaia di persone che normalmente frequentavano le vetrine dello shopping, c’era chi faceva le ultime spese prima delle vacanze e chi tornando postecipava cosi il momento del rientro a casa. Più tutti coloro ed erano tanti, che mangiavano un boccone usufruendo dell’aria condizionata sparata al massimo.
Ed eccoci lì, seduti al tavolino tondo di finto marmo del bar al piano terra. Mi aveva accolta con un -Come sei bella!- a cui avrei voluto ribattere in maniera ironica proponendogli una visita oculistica completa. Ma la verità è, che quell’azzurro puntato addosso a distanza ravvicinata, mi imbarazzava non poco. Lo capivo dalle mani che lasciavano orme sulla superficie del tavolino, dalla voce incrinata a tratti. Ritrovavo la stessa sensazione provata nelle scale di casa mesi prima, ma in forma più definita: Ero contenta. Aveva senso? Non lo so. Ma lo ero.
Qualche risata per dissimulare il reciproco imbarazzo è la sintesi di quel pomeriggio. Ed è quello che ci accompagna ancora oggi. Anzi è proprio un sorriso che si stampa sulla mia faccia vagamente inebetita quando so che che posso incontrarlo nel suo giro di consegne se esco a camminare. Ed è il sorriso con cui mi saluta quando ci vediamo, per pochi minuti o se va bene bene, per un pò di più. I tanti, tantissimi sorrisi scambiati sotto forma di emoticon nei messaggi che mi fanno sorridere ancora prima di essere letti. Insomma è un sorriso perenne questa cosa che c’è fra noi. Non ha una definizione sintattica. Non ha una progettualità.
-Ci sarà tempo- ogni tanto mi dice, quando per giorni non ci vediamo. Ed è proprio quest’affermazione assolutamente antitetica a quella che è la realtà, a rendere bello ogni momento condiviso. A volte mi chiedo perché sono stata così restia all’idea di incontrarci.
È che sorridere mi spaventava. Per quel senso di inadeguatezza atavico che mi tiene la mano. Per gli anni che ci separano. Per la paura di attaccarmi ancora una volta alla vita.
Ma se il fato o chi per lui, trama da tempo perché quello che non ti aspetti capiti, che fai?
Sorridi bambina e soprattutto vivi!
IL SEGRETO DI HENRIETTE
segretoineffabileoccultatosussurratoscomodovelatoriservatoconfidenzialeinconfessabilemisteriosocustodirecelare nascondereproteggeresvelarerivelareconfidaretradireoccultaremascheraremisteroarcanoconfidenzaenigmarivelazioneintrigocodiceconfessionetramaindizio.
Nell’ombra dei miei pensieri più remoti è celato un segreto antico quanto la mia stessa memoria, custodito in un fragile scrigno e sigillato da un silenzio che, se infranto, non so se recherebbe più pena o liberazione al mio animo tormentato.
YORKSHIRE, Harrogate 1789
Quel giorno, i giardini della piccola città sembravano svegliarsi dal lungo sonno invernale. Le aiuole esplodevano in un tripudio di profumi e colori mentre un vento leggero accarezzava i rami degli alberi al ritmo sommesso dello scorrere di un ruscello nelle vicinanze. Henriette si lasciava ammaliare da tutta quella bellezza, poggiando le mani sui vetri freddi delle finestra della sua camera da letto. Tutto sembrava portare una promessa di quiete, eppure dentro di lei ribolliva un turbinio di emozioni. Il sentimento che custodiva le gravava sul cuore come un peso invisibile, un velo sottile che offuscava la luce della primavera. Uscì dalla sua camera raggiungendo il giardino. Il giardiniere era chino su un cespuglio di rose, le mani sporche di terra umida.“
“Buongiorno James”, disse con voce controllata mentre il suo sguardo tradiva l’emozione che avvertiva ogni volta che lo vedeva.
“Buongiorno signorina Henriette” Egli si voltò sorridendole. “La primavera rende il lavoro un pò più dolce, non crede anche lei?”
“Si,porta con sé sempre qualcosa di nuovo” James annuì posando in terra le cesoie “Qualcosa di nuovo… o forse qualcosa che è sempre stato lì, ma che solo ora si mostra” Lei inclinò appena la testa senza aggiungere altro. Poi tornò a guardarlo e si accomiatò.
“Buona giornata James”“Buona giornata Signorina Henriette”Chiuse la porta alle sue spalle. Nonostante il sole attraversasse le tende leggere, dentro di lei il giorno sembrò improvvisamente più cupo, velato da un’ombra che nessun raggio poteva dissipare. Si sedette sul bordo del letto, le dita intrecciate nervosamente.James… quel nome le riecheggiava dentro come un eco lontana e dolce, e allo stesso tempo la torturava! Henriette aveva capito di amarlo un anno prima. Era una mattina di fine maggio e quel giorno, avrebbe compiuto diciannove anni. Dalla finestra vide James attraversare il vialetto di ghiaia. Aveva il passo sicuro e fra le braccia un enorme mazzo di rose rosse e crema, così fresche che le gocce di rugiada ancora tremavano sui petali di velluto. Quando bussò alla sua porta, Henriette aprì dopo un attimo di esitazione, giusto per dare il tempo al suo cuore di rallentare.
“Buon compleanno, Signorina Henriette!”Accolse le rose sfiorando la mano di lui. Le sue guance si colorarono a quel brevissimo contatto. Poi vide i suoi occhi chiari, fermi nei suoi, con una luce che rivelava più di mille parole. Capì che il suo sentimento era ricambiato e si sentì felice come non mai! Peccato che fra loro sarebbe sempre esistito un ostacolo invisibile ed invalicabile. Lei era la figlia di Nathaniel Hawthorne, un uomo distinto, noto e rispettato nella contea per il ruolo di Notaio. La sua figura austera e il portamento impeccabile ispiravano fiducia e rispetto fra i cittadini di Harrogate. In famiglia la sua presenza era severa e riservata, lasciando poco spazio agli affetti espressi apertamente. La Signora Hawthorne, donna di raffinata educazione e grazia, aveva principalmente il compito di curare la casa e l’educazione di Henriette, forgiandola su valori di moralità e decoro, essenziali per una giovane fanciulla del suo rango. Come avrebbero mai potuto accettare l’unione della loro unica figlia con un giardiniere? Questa cosa la affliggeva non poco, non riuscendo a trovare neanche una piccola scappatoia alla risoluzione del problema. Neanche l’amore, che adesso sapeva contraccambiato, non bastava più a consolare il suo animo tormentato. Tutto cambiò una sera di febbraio. Nevicava da giorni e il freddo entrava dagli infissi penetrando fin dentro le ossa. Non bastavano i camini accesi e il fuoco continuamente ravvivato. Quella sera Henriette era sola. I suoi genitori ad una cena di beneficenza. Cercava un libro da leggere per poter trascorrere la serata e con il lume ad olio si recò nella biblioteca di suo padre. Tre pareti erano zeppe di libri. Alcuni con le copertine damascate, altri più semplici nel loro aspetto. Una parte della libreria era dedicata ai testi su cui lui aveva studiato. Erano libri che incutevano soggezione anche solo a guardarli. Tutti rilegati allo stesso modo e dai colori scuri,per niente invitanti.
Decise di affidarsi al caso e spostata la scala in un punto laterale, appoggiò la lampada sullo scaffale, salì due dei quattro scalini e tirò fuori un libro con gli occhi chiusi. SONETTI di William Shakespeare. Decise che poteva andar bene e con attenzione scese il primo piolo della scala. Al secondo, quando aveva quasi toccato terra, inciampò nel suo stesso vestito, perse l’equilibrio e cadde.
“Ahia” esclamò battendo un fianco sul pavimento gelido.Per fortuna la distanza era minima e alzandosi constatò di non essersi fatta niente di grave. Prese la lampada avviandosi alla scrivania di suo padre. Spostò la pesante sedia e si fece largo fra libri e fogli preparandosi alla lettura. Passò poco tempo, quando il freddo e il sonno cominciarono ad avere la meglio ed Henriette decise di continuare la lettura in camera sua, almeno lì il camino era acceso.Rimise a posto il tutto( sapeva che suo padre non avrebbe gradito trovare le sue cose diversamente da come le aveva lasciate) ma una busta voluminosa cadde a terra. La raccolse e la rigirò fra le mani: era sigillata con il timbro di ceralacca dello studio notarile ed era indirizzata a sua madre!
Il primo istinto fu di appoggiarla esattamente nel punto da cui era caduta facendo finta di non averla mai vista. Mille domande si fecero largo nella mente. Di che cosa poteva trattarsi? Aveva sempre pensato che fra suo padre e sua madre ci fosse un dialogo sincero ed onesto, allora cosa c’era in quella busta da non poter essere detto a voce? Fu un attimo: infilò la busta nella tasca interna della sua sottogonna e si avviò in camera. Si spogliò infilandosi la pesante camicia da notte. Poteva davvero leggere il contenuto di quella busta? La ragione le diceva di no, ma la curiosità la spingeva in un’altra direzione. In quell’istante sentì il portone di casa aprirsi ed i genitori rientrare. Soffiò sulla candela, infilò la busta sotto il cuscino e fece finta di dormire. La sua camera si schiuse e sua madre entrò per accertarsi che tutto andasse bene. Henriette era agitata. Trattenne il fiato sperando che non si accorgesse del suo respiro affannoso. La signora Hawrhorne le accarezzò dolcemente i capelli ed uscì silenziosamente stando attenta a non svegliarla. Rimasta sola tentò di calmarsi facendo dei lunghi respiri. Poi decise che quando non avesse sentito più nessun rumore avrebbe aperto quella busta insolita e misteriosa. Passò quasi un’ora e la casa giaceva nel più assoluto silenzio. Solo a tratti il vento sibilava attraverso la canna fumaria del camino ormai spento. Si sedette nel letto e accese di nuovo la candela. Prese in mano la busta e avvicinandola alla fiamma cercò di scioglierne il sigillo, stando attenta a non bruciare la carta. La busta si aprì. Con le mani che le tremavano Henriette tirò fuori prima un foglio piegato in quattro.
Mia adorata Margaret,scrivo queste righe con mano tremante e cuore gravato da un peso, che non posso, non voglio più portare dentro. L’onestà e la giustizia mi impongono che alcune verità vengano alla luce, anche a costo di ferire chi, più di chiunque al mondo, amiamo. Da qualche tempo un’ombra del passato riecheggia fra queste mura e il volto di James, ne è il costante ricordo. Lui è il frutto di un amore sconsiderato fra la minore delle mie sorelle e un nobile libertino che aveva promesso di sposarla per poi invece abbandonarla dopo averla sedotta. Aveva solo diciotto anni quando mise al mondo un bambino che portava con sé il soltanto il nome della vergogna. Fu allontanata dalla famiglia e con il tempo di lei e di quella creatura innocente si persero le tracce. Un giorno, si presentò nel mio studio, una donna magrissima e sofferente. Aveva per mano un bambino denutrito. Con passo incerto ed un evidente zoppia, arrivò ad un passo da me e guardandomi negli occhi pronunciò il mio nome. La feci entrare: mia sorella! Con parole affannate mi disse di essere molto malata e stava quasi per esaurire la sua permanenza su questa terra. Mi fece giurare che mi sarei occupato del piccolo James, suo figlio, che non avrebbe avuto nessun altro al mondo una volta che lei fosse morta. Con grande fatica si alzò e dopo un attimo così come era apparsa sparì alla mia vista. Lasciando fissi su di me due occhi azzurri ed impauriti. Che avrei dovuto fare Margaret? Abbandonare un bambino sfortunato e sangue del mio sangue? Scartai l’idea di un orfanotrofio, non avrei potuto vivere con un senso di colpa così grande per il resto dei miei giorni. Evelyn mi aveva fatto promettere che mi sarei preso cura di lui. Mi sovvenne allora una famiglia che avevo aiutato, povere persone che non sapevano come sfamare i loro figli. Offrii loro una bella somma di denaro ed in cambio avrebbero cresciuto il piccolo James dandogli una casa e un’istruzione. Quando ha compiuto sedici anni un giorno bussò alla nostra porta e tu vedesti arrivare quel ragazzo che chiedeva lavoro come giardiniere. Il resto della storia lo conosci. James ha sempre dimostrato un’intelligenza e una sensibilità degne del suo vero lignaggio ed ora è nel posto in cui deve stare e non altrove a causa di una colpa che la vergogna ha voluto nascondere. Margaret cara, non so quale sarà il tuo giudizio sull’intera mia famiglia, ma ti prego di accogliere con benevolenza l’accaduto. Ti affido dunque questo segreto come si affida un bene fragile e prezioso. Ti chiedo comprensione e ti imploro il perdono.
Con tutto il mio amore
Nathaniel
Troverai insieme a questa lettera, un altro foglio: il mio testamento. Lì ho disposto che una parte dei miei averi, sia destinata a James. Non è un atto di carità, ma di giustizia, verso un legame che il sangue mi impone di riconoscere.
Henriette era più volte sbiancata alla lettura di quelle parole! Appoggiò la busta sul risvolto del lenzuolo e rimase immobile a guardarla per un tempo indefinito. Aveva freddo, ma era una sensazione che le partiva da dentro. Il cuore le pesava nel petto come un macigno. Da quel momento la sua vita sarebbe cambiata per sempre. James, l’amato James,era dunque suo cugino!
Albeggiava quando si scosse da quella specie di dormiveglia in cui era scivolata: doveva capire cosa fare! Rimettere i fogli nella busta, chiuderla e riportarli lì dove li aveva trovati? Nasconderne il contenuto per capire con calma in che modo comportarsi? O distruggere per sempre le tracce di quel segreto?
Allo spuntare del sole
aveva preso la sua decisione.Non vi era più spazio dentro il suo cuore per ulteriori esitazioni. Scese le scale con passo deciso e trovando la governante già intenta nelle faccende del mattino, disse con voce calma ma risoluta: “Maryanne, fate approntare la carrozza, desidero recarmi al più presto allo studio di mio padre”. Un lieve stupore attraversò lo sguardo della donna, ma non osò muovere obiezioni. Pochi minuti più tardi Henriette sedeva in carrozza. Le ruote stridevano sul selciato e il rumore cadenzato degli zoccoli, sembrava scandire l’ineluttabilità del suo proposito. Fu accolta dal domestico che la introdusse all’interno. Il Signor Hawthorne, già intento al suo lavoro, vedendola entrare, alzò lo sguardo sorpreso.
“Padre…sono al vostro cospetto per parlarvi. Vi prego di non interrompermi, che il coraggio che mi ha sorretto, potrebbe vacillare da un momento all’altro. So che ciò che sto per rivelarvi potrebbe sorprendervi e forse turbare la quiete delle nostre vite, ma non posso restare ancora in silenzio. Io…io amo James! Questo sentimento si è fatto largo dentro di me, impetuoso ed inarrestabile ed ho la certezza che egli mi corrisponda. Non vi è motivazione al mondo che mi induca a rinunciare a questo affetto, che considero dono provvidenziale!”
Il Notaio restò immobile a fissare la propria figlia, quasi fosse stato colpito da una folgore inattesa.
“So bene che Voi conoscete la verità sulle sue origini e da adesso ne sono a conoscenza anch’io avendola appresa da queste vostre stesse righe”. Tirò fuori dalla tasca del mantello la busta e la strinse con forza. “Ma se il sangue ci lega, esso non è così prossimo da doversi considerare impedimento. Padre mio, io non vi domando altra dote che la vostra approvazione. Benedite, ve ne supplico, l’unione che solo il cuore ha voluto sugellare!”
Per alcuni istanti il Signor Hawthorne rimase in silenzio. Lo sguardo fisso su sua figlia. Depose lo stilo che ancora stringeva, incrociò le mani sul tavolo e le si rivolse con voce grave:
“Henriette, le tue parole mi colpiscono come una freccia infuocata. Sei così giovane, eppure mostri un coraggio che non avrei mai immaginato. Ammetto che la tua rivelazione non mi sorprende del tutto. Avevo scorto da tempo, negli occhi di James, una luce che non poteva appartenere soltanto al dovere. Ora che sai potrai capire quale peso sia stato per me custodire il segreto della sua nascita. Ma mai avrei voluto che tu lo scoprissi in tal modo!” Prese la lettera dalle mani di Henriette, la posò sul tavolo e respirò profondamente.“ Tu dici che il legame di sangue non è così stretto da essere un ostacolo…ed è vero. Ma la società non sempre discerne e giudica con equità. Vedi dunque come il mio cuore di padre si trova diviso tra l’onore e la tua stessa felicità.”
Si alzò in piedi e prese la mano tremante di sua figlia tra le sue.“ Tuttavia come potrei negarti ciò che il Cielo stesso pare averti destinato? Se il tuo amore è saldo e la sua virtù tale da meritarti, non sarò colui che vi separerà. Invocherò su di voi la protezione divina che vi guidi nella prudenza, nell’onestà e nel rispetto reciproco. Vai adesso Henriette a comunicare a James che non sarò d’ostacolo alla vostra unione”.
Strinse le mani di suo padre e con un gesto reverente le portò alle labbra e vi depose un tenero bacio.
E in quel mattino limpido, mentre la carrozza la riconduceva a casa nelle vie ancora addormentate, Henriette sentì che la sua giovinezza aveva trovato voce. Ostacoli avrebbero potuto frapporsi si, ma la forza del suo amore e il suo coraggio l’avrebbero condotta verso un avvenire di luce, verso il suo sogno più caro: amare ed essere riamata, senza più segreti né timori a offuscare la felicità.
FINE ESTATE
Ho riso con te di cose leggere
Sei passato al mio fianco nel respiro di un momento
Sapendo che il tempo non fa sconti
E il cuore a volte ha una corsa tutta sua
Non c’è colpa nello svanire
Ne’ ferita che non porti la sua grazia
Tu vai incontro a un domani che ti chiama
Io resto col silenzio che mi conosce
Eppure accolgo come un dono
L’attimo che ci ha visti
veri, sinceri e liberi.
ALLO SPECCHIO
Districo riccioli
inanellando pensieri
osservo una ruga
la macchia sul collo
l’orecchio che sporge
lì dietro ai capelli
ne osservo il colore
la luce dall’alto
regala al mio grigio
bagliori d’argento
la spazzola scorre
accarezza la nuca
lo scroscio dell’acqua
rinfresca la sera
Compare un sorriso
fra il naso e le labbra
negli occhi intravedo
una luce diversa
riaffiora quel verde
scomparso da anni
canticchio per me
una vecchia canzone
Mi asciugo le mani
poi spengo la luce
mi guardo sparire
lì dentro allo specchio
e penso che i sogni
non hanno colore
non hanno una forma
non fanno rumore
scompaiono bene
se noi lo vogliamo
insieme al sapone
nel buco profondo
del mio lavandino
ESPRIMI UN DESIDERIO
Cercavo di far passare quest’altra giornata di metà agosto, interminabile e calda come solo le lunghe giornate d’agosto sanno essere. La tapparella per metà abbassata preservava quel poco di fresco dovuto al ventilatore sparato addosso. l’insolito silenzio proveniente dalla strada mi faceva pensare ai non vacanzieri come me, probabilmente sparsi nelle piscine cittadine o nei centri commerciali alla ricerca dell’aria condizionata. Io invece pigramente a casa, con la mia gatta che sonnecchiava aprendo un solo occhio di tanto in tanto per controllare che fosse tutto a posto.
Avrei potuto leggere, ma niente mi appassionava particolarmente fra i libri sul comodino. La televisione non ne parliamo, se non voglio assistere a catastrofi dal mondo o guardare film riesumati dalla naftalina. Il cellulare con le sue trappole l’ho messo in carica nell’altra stanza. Voglio provare a convivere con la noia, ma non ne vorrei essere sopraffatta.
Provo con i ricordi, quelli vecchi, travisati dalla fantasia che si sovrappone alle lacune della memoria.
Indietro indietro nel tempo…
10 Agosto 1980. San Lorenzo. Ischia.
Era tutta la settimana che fermevano i preparativi per la fatidica sera delle stelle cadenti. Quell’anno eravamo una decina. Una compagnia relativamente collaudata, visto che la maggior parte di noi si era conosciuta agli inizi del mese di luglio. Provenienze ed età diverse, tutti fra i 18 ed i 20 anni e per l’epoca, considerati da noi stessi e dagli adulti, poco più che adolescenti. Tutti studenti: chi aveva appena fatto l’esame di maturità, chi veniva in spiaggia con i libri per l’esame di riparazione a settembre.I più non ci pensavano neanche alla scuola, relegata in un angolo della mente almeno fino all’ottobre successivo.
Poi c’ero io. Finito il liceo classico l’anno precedente, ero iscritta al primo anno di lettere moderne. Ma per una serie di motivazioni familiari, troppo lunghe e per niente interessanti, non sarei tornata all’università e neanche nella mia città alla fine delle vacanze. Per me quell’estate segnava un cambiamento importante.
La mattina del 9, ci eravamo dati appuntamento a casa dei milanesi.Vorrei dirvi tanto il nome dei due fratelli, ma non riesco a ricordarlo, però ricordo bene il cognome: Kraft,proprio quelli delle sottilette! La loro casa era la più grande, ben arredata e l’unica di proprietà, noi eravamo in appartamenti più modesti presi in affitto per la stagione estiva. A parte Michele che ad Ischia ci viveva.
Da loro ci eravamo divisi i compiti. C’era chi avrebbe pensato al cibo,chi alle bevande, chi ai piatti di carta e chi si sarebbe attivato con i materassini. Ognuno di noi si sarebbe poi portato un cuscino da casa per poter stare più comodo sulla terrazza dello zio di Michele che era in vacanza da un’altra parte. C’era una grande eccitazione nell’aria, tutti noi avevamo avuto il permesso di trascorrere la notte fuori e fare il bagno all’alba. E questo voleva dire che qualche desiderio avrebbe potuto davvero realizzarsi in quella notte. Da quelli più semplici (riuscire a sdraiarsi accanto alla persona che quell’estate ci faceva battere il cuore) a quelli più impegnativi ( essere promossi a settembre senza studiare troppo) fino a quelli impossibili.
Il mio era fra questi. Ero molto confusa e neanche sapevo bene cosa chiedere agli astri.
Da un lato avrei voluto fermare il tempo e procrastinare all’infinito l’arrivo del primo di settembre che mi avrebbe visto cambiare città, partire da sola ed iniziare a Firenze un lavoro che non avevo scelto.
Dall’altro, questo cambio totale di abitudini, la prospettiva di vivere da sola, l’indipendenza economica, insomma il diventare grande mi attraeva e mi faceva sentire un gradino più in alto rispetto a tutti i miei amici di quell’estate.
La riunione per i preparativi si sciolse intorno all’ora di pranzo e tutti iniziammo a darci da fare per la sera dopo.
A me avevano chiesto di preparare una frittata di maccheroni, piatto tipico dei picnic di quei tempi, sarebbe stata una frittatona considerando la fame della parte maschile del gruppo. Nel pomeriggio ci fu anche un attimo di panico generale, quando grandi nuvole nere si appoggiarono al Monte Epomeo e si sentirono dei tuoni in lontananza. Ma alla fine il sole ebbe la meglio e al tramonto, si tuffò nel mare lasciando striature rosse nel cielo che come si sa, facevano sperare nel bel tempo per il giorno successivo.
La notte di San Lorenzo arrivò in un baleno. Noi ragazze ci eravamo consultate sull’abbigliamento, essere carine e comode non era facile visto che avremmo passato la notte sdraiati in terrazza sui materassini da mare. Magari un pò di trucco in più, era pur sempre una festa! Andavano di moda i capelli lisci e lunghi e fra noi l’unica a non sapere neanche cosa volesse dire liscio ero io. Passai la notte a girare più di una volta il verso della “ruota”sulla testa, in modo da ottenere capelli spiaccicati che al primo grado di umidità si sarebbero comunque ripresi la loro natura. L’effetto era soddisfacente, lo dedussi dallo sguardo di Vincenzo che evidentemente apprezzava il mio nuovo look: dovevo solo sperare in una notte secca e poco ventosa!
Sulla terrazza ci guardavamo tutti un pò spaesati. Sembrava quasi di non essere gli stessi degli altri giorni. Qualcuno rideva troppo per mascherare l’imbarazzo, poi Michele imbracciò la chitarra e tutti a cantare le canzoni di Battisti.
Fu una notte lunga. Diversa da tutte le altre di quell’anno. Michele ed Emilia si sdraiarono vicini e finalmente riuscirono a prendersi per mano, non sapendo ancora che sarebbe stato l’inizio della loro vita insieme. Anna ripensò al suo ragazzo appena partito per il servizio di leva e ad alta voce pronunciò il suo desiderio “ Aldo, torna presto!” Il cielo era bellissimo, nero come la pece e quelle scie luminose che a decine zigzagavano da un punto all’altro davano all’atmosfera qualcosa di magico. Le ore volarono e già cominciava ad intravedersi il chiarore dell’alba. Io quella notte ne contai 17 di stelle cadenti. Non sarebbe stato difficile provare ad esaudire un buon numero di desideri. Alla fine non chiesi niente, soltanto quando capii che da lì a poco la magia di quella notte sarebbe finita, sperai di poter rivivere nella vita quegli attimi di spensieratezza e sogni da realizzare.
Poco dopo, in barba ai miei capelli lisci ci prendemmo tutti per mano e facemmo il bagno più bello di quell’estate e dei miei vent’anni.
Io e le mie scarpe
IO E LE MIE SCARPE
Ne abbiamo fatta di strada io e le mie scarpe.
Su pietre lisce e un pò scivolose nelle vie di Capraia.
Nei boschi autunnali colorati di ruggine e giallo cercando l’odore del muschio, dell’erba tagliata, aspettando la pioggia formare pozzanghere grigie e potersi sporcare senza essere visti.
E ancora salendo su verdi colline col cuore in subbuglio e la voglia non ancora domata, di vedere con occhi curiosi cosa c’era di là.
Correndo su spiagge assolate, per irti sentieri pensando al sapore di giovani labbra e a come sarei diventato.
E dentro sentivo la Musica!
Ed oggi, che guardo quegli occhi con occhi da adulto
ripenso a cosa pensavo e ancora ricordo
pensieri, speranze, profumi, sapori
e intatto è rimasto il filo che unisce il bambino di ieri e quello che son diventato.
STAZIONE NORD
Nel suo taxi ci passava le giornate. Accompagnava sconosciuti da un lato all’altro della città, a volte per poche centinaia di metri, altre anche per decine di chilometri. Aveva imparato negli anni a capire quando stare in silenzio o poter scambiare due chiacchiere con chi si sedeva dietro, ma di fatto, rimanevano visi di passaggio che una volta azzerato il tassametro si confondevano con gli altri nella nebbia di Milano. Quel pomeriggio di novembre accadde qualcosa di diverso.
Era arrivato in dieci minuti in una strada del centro e a bordo era salita una donna sulla trentina. Faceva freddo quel pomeriggio ed una pioggia infinita rendeva le strade lucide, come passate a cera. Salì chiedendo di essere portata alla stazione Nord.Carlo la guardò dallo specchietto di cortesia e vide due occhi grandi, arrossati e tristi. Era una di quelle volte in cui le parole sarebbero state di troppo. Ingranò la prima e partì.
Lei guardava dal finestrino, ogni tanto accendeva il cellulare ma non digitava sui tasti. C’era in strada il solito traffico delle ore di punta. La pioggia, l’uscita dagli uffici, le strade chiuse per lavori rallentavano l’andatura e lui si accorse che la donna,in silenzio piangeva e con un dito si asciugava le lacrime che lente scendevano da entrambi gli occhi. Di nuovo si illuminò lo schermo del telefono: “Arrivo…fra pochi minuti ci sono”.
Accostò al marciapiede, lei aveva già pronti i soldi e con un “buonasera e grazie” scese chiudendo con gentilezza lo sportello. Carlo aveva finito il turno per quella sera e poteva tornare a casa. La vide allontanarsi verso i binari. Aveva indossato un basco per proteggersi dalla pioggia. Le gocce si appoggiavano sul bavero e sul cappello.
Chissà dove andava…Parcheggiò nello spazio riservato al taxi e scese.
Si guardava intorno cercando qualcuno, dalla porta del Caffè uscì un uomo. Era più grande di lei, o così sembrava. Le si avvicinò fino a fermarsi davanti. Io mi avvicinai il più possibile. Uno strano senso di protezione mi aveva colto nei confronti di quella donna.
“Ciao Sara”
“Ciao Fabio”
“Ci sediamo un attimo? Vuoi un caffè? Qualcosa di caldo?”
No grazie, preferisco restare quì,…”
Chiuse le braccia attorno al cappotto come a volersi abbracciare. Lui la guardò negli occhi e senza giri di parole iniziò:
” E’ finita Sara, sono settimane che volevo dirtelo ma non sapevo come fare…cercavo un modo per rendere meno dolorosa la cosa, ma non c’è. Abbiamo sempre avuto obbiettivi diversi, tu cerchi la storia di una vita io non sono pronto. Ti ho amata a modo mio, ma a te non basta. MI dispiace chiuderla così, magari fra qualche giorno ci sentiamo, ci telefoniamo o forse no. Decidi tu!”
Riuscivo a sentire indistintamente il suo tono. Freddo, distaccato. Sembrava avesse imparato il discorso a memoria e lo stesse ripetendo senza nessuna emozione. Non riuscivo a vedere lei che mi dava le spalle. Ma immaginavo i suoi occhi riempirsi di nuovo. Pensavo che in quel momento pioveva sui treni colorati, sui binari e che Milano partecipasse in questo modo alla tristezza di quell’addio. E che lei poteva piangere fra tutta quella gente, ingannando se stessa e gli altri con le gocce pioggia. Vedevo le sue mani stringere la stoffa del cappotto.Avrei voluto dirle che quel dolore sarebbe passato e avrebbe avuto una storia grande,proprio come desiderava. Avrei voluto rassicurarla, consolarla.
Stette immobile per qualche minuto, quasi per essere certa che fosse tutto vero.Poi si girò e senza guardare mai indietro si avviò verso l’uscita. Cercai ancora di inseguirla con lo sguardo, ma la porta scorrevole la nascose.
Aspettai qualche minuto quasi a volerla proteggere da un possibile ripensamento. Strinsi la sciarpa intorno al collo e mi avviai verso il taxi. Era ora di tornare a casa.
Grazie a Fabio Concato e alla sua omonima canzone da cui ho preso ispirazione per scrivere, dopo tanti mesi di blocco, ancora un racconto.
ESCREMENTI D’AMORE
SEI STROPICCIATO
CON VESTITI CHE NON NASCONDONO LE MACCHIE
E TI PORTI IMMANCABILMENTE DIETRO
QUELL’ORRIBILE SAPORE DI CIPOLLA
O PEGGIO ANCORA DI AGLIO (CHE IO ODIO)
Hai la pelle troppo scura per essere caucasico
Si sa il sole bacia i belli!
E se a trent’ anni è un pregio
Più in là evidenzia le rughe
E LE TUE SONO SOLCHI
QUANDO SEI PREOCCUPATO
TI ATTRAVERSANO LA FRONTE
TI INCUPISCONO LO SGUARDO
Sei così presuntuoso
Convinto di essere sempre
Su quel gradino che ti eleva la statura
(AH QUEI CENTIMETRI IN PIU’ CHE MANCANO!)
SOGNAVAMO UN CAMPER CHE CI PORTASSE
AI CONFINI DEL MONDO
IL VIAGGIO, QUALCHE LIBRO E NOI
Così fortemente noi
Da dimenticare il mondo intorno
Adesso ci sono io
E ci sei tu
OGNUNO LA SUA STRADA
A VOLTE CE LA RACCONTIAMO
(TU OMETTI, MA FAI PEGGIO)
POI SCIVOLIAMO
In un passato
Fuori ogni logica
Fuori regola
CHE NON VUOL DIRE ASPETTARTI
CHE NON VUOL DIRE NON ANDARE AVANTI
CHE NON VUOL DIRE.MA E’.
ALBERTO
Alberto chiuse alle sue spalle il cancello del giardino e diede la chiave ad Olga. Gli piacque rinnovare quel piccolo rito che era stato ripetuto fin dalla prima volta che avevano lasciato la loro casa sull’Isola. Il significato lo conoscevano soltanto loro due, era un simbolo, ma denso di significato. In qualche modo quel gesto, voleva sottolineare che quella casa apparteneva ad Olga e lei sarebbe sempre stata la custode dei muri e di tutte le emozioni, i ricordi, i momenti belli e brutti trascorsi negli anni, fino ai giorni dell’estate quasi conclusa.
Erano stati giorni importanti, più di altri. Avevano rimesso insieme pezzi di un puzzle che rischiavano non avere più una collocazione. Anzi, c’era stato un momento in cui Alberto aveva veramente temuto che le carte fossero sparigliate per sempre. Adesso, con la macchina strapiena dei bagagli del ritorno e il povero Bernardo che cercava di farsi largo fra un borsone ed una cassetta di verdure, guardava con amore Olga che cercava di infilare ancora una borsa in un improbabile spazio creato fra i due sedili anteriori.
“Sei proprio sicura di dover riportare tutto a Firenze?”
Olga si girò a guardarlo come se avesse pronunciato chissà quale sproposito, ma il suo viso era rilassato e il sorriso che gli rivolse, lo rimandò indietro negli anni a quando si era girata la prima volta che l’aveva vista: l’aveva conquistato con quel colore azzurro mare negli occhi, capace di cambiare a seconda dell’umore. Questo l’avrebbe scoperto negli anni, ma c’erano stati momenti in cui gli occhi di sua moglie avevano assunto un colore freddo come lame d’acciaio, capaci di trapassare chiunque da parte a parte.
Come quella volta al semaforo.
Alberto era in taxi insieme ad una giovane collega, andavano ad
esaminare alcuni documenti nello studio di un altro avvocato.
Alba, era arrivata un mese prima e si era fatta notare per la sua
preparazione e per la sua avvenenza. Negli anni di lavoro a
contatto con il pubblico, ad Alberto non era certo mancata
l’occasione di conoscere altre donne ed era, per così dire,
abituato anche ad un corteggiamento a volte discreto, a volte
meno. Era un bell’uomo, elegante e sicuro di se e spesso le
clienti che gli si rivolgevano, attraversavano momenti di crisi e
credevano di alleviare lo stress del momento, facendo gli occhi
dolci a colui che doveva risolvere i loro problemi. Con Alba era
stato diverso, era una giovane collega specializzata nella sua
materia, e lui doveva, in qualche modo, metterla a contatto con la
realtà lavorativa, ben diversa da quella studiata sui tomi
universitari. Lavoravano tutti i giorni fianco a fianco e per
quanto non fosse successo niente di eclatante fra loro, Alberto si
rendeva conto di provare piacere ad insegnarle i segreti del
mestiere, spesso fermandosi più del consueto orario di lavoro,
solo per godere della presenza di Alba che pendeva delle sue
labbra. Era tanto che non provava più quella sensazione di
sentirsi indispensabile. Con Olga avevano ormai un equilibrio
ottimizzato dagli anni di convivenza. Sapeva che sua moglie era
perfettamente in grado di portare avanti lavoro e famiglia ed era
certo che se avesse avuto bisogno di lui, glielo avrebbe chiesto.
Era un po’ confuso da questa nuova situazione, ma non pensava
certamente di creare problemi ad Olga o al loro matrimonio. Certo
negli ultimi anni qualcosa era cambiato, erano in una fase in cui
la reciproca presenza era quasi scontata, sicuri dei sentimenti
che provavano l’uno nei confronti dell’altro, la loro quotidianità
procedeva senza grandi sobbalzi. Alberto non aveva più il tempo
per pensare alle sorprese che faceva a suo moglie i primi anni del loro matrimonio e si era dimenticato di come le si illuminavano gli occhi per un piccolo regalo inaspettato,che non fosse al compleanno o per Natale. Aveva il lavoro che lo assorbiva e alla fine se qualche senso di colpa, di tanto in tanto faceva capolino, si diceva che lo faceva per “la famiglia” e continuava a dormire sonni sereni. L’arrivo di Alba lo aveva in qualche modo scosso da quella tranquillità e quando gli avevano proposto di trasferirsi per un periodo di alcuni mesi a Roma, ebbe una duplice reazione. Da una parte pensava che allontanandosi dallo Studio e dalla giovane collega, avrebbe ritrovato la serenità nelle quattro mura matrimoniali. Dall’altra ne era dispiaciuto: sapeva che Olga avrebbe sofferto per quel distacco,ma un periodo di lontananza sarebbe servito ad entrambi. Avrebbero riconsiderato le priorità del loro rapporto, che al momento sembrava addormentato. La notizia che Alba lo avrebbe seguito a Roma gli diede una vertigine inaspettata. Lui, sempre presente a se stesso, si sentì per un momento sospeso su un filo e per un paio di giorni, non seppe come informare sua moglie di questo cambiamento nelle loro abitudini, che rischiava di diventare ben più insidioso di una normale trasferta lavorativa. Poi decise di metterla al corrente come cosa già decisa e dopo qualche giorno partì. A Roma Alberto si era prefisso di vivere quelle settimane senza obblighi, niente giustificazioni per una cena saltata o un appuntamento mancato. Eppure con l’andare delle settimane cominciava a rendersi conto, di non sapere cosa farsene di tutta quella libertà. Alba era sempre con lui e la loro conoscenza si era trasformata ormai in un’amicizia. Trascorrevano i dopocena passeggiando per le vie di Roma e lui capiva che sarebbe bastato un gesto o una parola per trasformare quel rapporto in tutt’altro. Ma una sera tornando in
albergo, si chiese cosa avrebbe provato se la situazione si fosse
invertita: Olga, fuori città per settimane con un giovane collega
al suo fianco. Provò immediatamente un senso di disagio. Lei non
aveva mai fatto domande su come trascorreva le sue giornate
romane, anzi negli ultimi tempi, non perdeva occasione per uscire
la sera ora per un motivo,ora per un altro. Era forse per non
stare con lui? Cosa stava succedendo al loro matrimonio? Alberto
passò la notte quasi in bianco. Gli passavano davanti le immagini
della sua vita con Olga, la nascita dei gemelli, il loro primo
Natale, le vacanze all’Elba e quella casa, il porto sicuro dove
superare le difficoltà che la vita presentava. Capì che qualcosa
era cambiato e sperò che non fosse toppo tardi per tornare
indietro e rimettere nel giusto ordine quello che veramente
contava. Non aspettò neanche che fosse giorno. Lasciò un messaggio
per Alba, scrivendole che partiva per un impegno improvviso ed
improrogabile. Guidò il resto della notte dirigendosi direttamente
a Piombino per imbarcarsi sul primo traghetto verso l’Elba.
Arrivò a casa mentre Olga era intenta nella cura del giardino.
Aprì il cancello inserendo la mano dall’interno. Lei lo guardò
sorpresa e lui sperò di vedere in quegli occhi una conferma, una
rassicurazione. Ci furono momenti di imbarazzo, quasi lui fosse un
ospite capitato per caso da quelle parti. Olga gli diede da bere
una limonata con aggiunta di menta fresca, ed un sorriso. Alberto
si fermò una settimana: riscoprirono insieme gesti dimenticati e
passeggiate sulla spiaggia, cene in giardino e nuotate all’alba.
Furono giorni dal sapore nuovo e Alberto scoprì in sua moglie
nuove consapevolezze, la vide più forte e sicura e si rese conto
che se l’avesse incontrata oggi, l’avrebbe scelta come compagna di
vita, esattamente come trent’anni prima.
